Colombi e sparvieri/Parte I/III

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Parte I - Capitolo III

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III.


Verso mezzogiorno il servetto tornò.

— Mia madre sta ancora lì a infornare il pane: son passato e sentivo che le donne parlavano di voi e dicevano: se ci va il prete segno buono; segno che Jorgeddu si pente e butta al fuoco i suoi cattivi libri: forse il Signore lo aiuterà.... E mia madre diceva: forse Martina può fare qualche medicamento per lui e scioglierlo dalla malìa con cui Zuampredu Cannas l’ha legato.... Cosa vi pare? Dobbiamo dirglielo a zia Martina di venire a trovarvi?

— Ma va, sta zitto e fa cuocere bene i rognoni: mettici l’aglio e il rosmarino secco, se ce l’hai.

— E dove lo trovo, il rosmarino secco? Forse fresco se ne trova: ne ho visto una pianta lassù al cimitero....

— Ah, quella è proprio adatta per me!

E risero entrambi, mentre l’odore gradevole dei rognoni fritti si spandeva nella stamberga ed eccitava l’appetito del malato. Egli mangiò con avidità infantile e il servetto dopo aver fatto ancora un po’ di pulizia se ne andò ripetendo:

— Se viene il prete domandategli il sonetto, vi prego! Adesso tornerà la primavera, verranno le giornate lunghe, e dopo mangiato fa piacere stare all’ombra e suonare. Io mi metterò accanto alla porticina e voi dormirete.

Al malato sembrava già di sentire la sonnolenza primaverile; del resto egli provava sempre una lieve vertigine, un sopore che non lo [p. 20 modifica]abbandonava se non nei momenti di grande eccitazione: il passato, nel quale riviveva continuamente, gli appariva come un sogno confuso, e tutto, nel presente, era per lui caliginoso; eppure attraverso questo velo fosco la vita gli sorrideva ancora come una sirena dagli abissi del mare in tempesta.

La giornata passò, lenta e triste nella stamberga, luminosa al di fuori, nel paese e nei valloni pieni di sole e di vento: egli contava le ore suonate dall’orologio di Santu Jorgj i cui rintocchi gli sembravano i gridi di una cornacchia, e nel suo dormiveglia aspettava sempre l’arrivo del parroco, ma provava, come fin dal primo momento del suo ritorno, anche un senso di attesa angosciosa, il desiderio e la speranza che prima o dopo del prete un’altra persona arrivasse....

Ascoltava i più piccoli rumori del cortile; e le voci lontane, i nitriti dei cavalli, il canto delle galline, ogni vibrazione ogni suono gli destava un ricordo.

Un passo che finalmente risuonò sui ciottoli della straducola lo scosso dal suo sopore: il tramonto di marzo arrossava il piccolo vano del finestrino, l’aria s’era fatta tiepida; ma nella stamberga perdurava l’odore dell’umido e in fondo verso la porta del cortile era quasi buio.

Una voce timida un po’ rauca domandò il permesso di entrare, e la figura alta e curva del prete s’avanzò titubante. Aveva la sciarpa nera intorno al viso scialbo, le mani entro le maniche. Giorgio lo fissò, e quello sguardo vivido d’intelligenza, limpido e parlante come lo sguardo di un bimbo, parve intimidire maggiormente il prete.

— Defraja, il nuovo parroco, — egli mormorò curvandosi alquanto sul letto.

Il malato gli accennò lo sgabello, osservando [p. 21 modifica]che la mano del prete, posata timidamente sulla sua, era pallida e magra: si rassomigliavano, le loro due mani, come quelle d’una stessa persona, ma invece di intenerirsi Jorgj provò una sorda irritazione. Se il prete era malato, se sapeva che cosa era il dolore, doveva muoversi prima per confortare il suo simile. Egli aveva tardato troppo: oramai Jorgj lo metteva nel numero dei suoi nemici.

Ma l’altro intuì subito quest’avversione e cercò di scusarsi:

— Solo stamattina ho saputo del suo ritorno.... Se no sarei venuto subito, sebbene mi tormentasse un po’ di febbre.

Sedette e guardò con insistenza i libri che erano sul tavolo.

— Eppoi il tempo era così brutto!... disse Giorgio con voce amara, e altre frasi scortesi gli salirono alle labbra; ma si frenò, al solito, anche perchè era certo che il prete lo avrebbe in qualche modo provocato. Allora toccava a lui parlare.

— È da molto tempo così malato? Come ha cominciato la sua malattia?

— Non so.... il medico dice ch’è una forma di nevrastenia acutissima: forse e senza forse questa è una menzogna pietosa. Io credo sia una paralisi....

— Una paralisi non le avrebbe prodotto questi effetti. Sì, dev’essere una forma di nevrastenia.... La malattia del secolo! Anche i pastori, sullo montagne, anche lo donnicciuole dei villaggi se ne lamentano....

Egli parlava serio e con la buona intenzione di confortare il malato; ma Jorgj rispose ironico:

— Anche i pastori e le donnicciuole possono avere un’anima o meglio un sistema nervoso sensibile, e soffrire fino ad ammalarsi.... [p. 22 modifica]

— Ma la nevrastenia non è un prodotto del dolore morale; son le cure, la fretta di vivere, lo sforzo cerebrale, l’esaurimento fisico che la producono....

— Dica pure l’ambizione, la febbre del godimento.... la perversità dei propri intenti.... dica pure, non m’offendo!

— Parlavo in generale; del resto anche nei villaggi non si scherza, in fatto di ambizione, di vanità e di vizi. E più la popolazione è scarsa più queste passioni sono vive. Vedo che anche quassù.... sebbene la popolazione sia buona e generosa, in fondo.... vedo che anche quassù, dicevo, l’amor proprio esagerato, l’ambizione e la diffidenza non fanno difetto.... Del resto tutto il mondo è paese.... Da per tutto gli uomini si urtano fra di loro come le foglie d’una stessa pianta scosse dal vento, e nessuno pensa che la nostra vita è appunto un soffio di vento che passa....

— Appunto per questo bisogna goderla!

— Quando si può lecitamente! O almeno senza far male agli altri. Ma.... quando non si può? Allora bisogna rassegnarsi, e pensare che Dio ci manda le tribolazioni, in questa vita, per compensarci nell’altra.... Ogni nostro dolore ci verrà ripagato al doppio, al triplo di gioia; è come se noi facessimo un prestito ad usura....

Gli occhi di Jorgj scintillarono.

— E quelli che fan del male? che fanno il male per il male, anche se ciò non è necessario per la loro felicità? Che verrà riserbato a loro?

— Lei lo sa meglio di noi!

— L’inferno, vero? Essi se ne ridono, dell’inferno! Eppure essi vanno in chiesa; e sono amici dei preti.... Come spiega questo, lei?

— Essi sono ipocriti....

— E perchè allora i ministri di Dio non [p. 23 modifica]cercano di smascherarli? perchè lei, scusi, non va da loro, invece di venir da me?

— Che ne sapete voi se io ci vado o no? — gridò il prete dandogli del voi, mentre due macchie rosse gli colorivano le guance.

— Ah, è vero, lei può dirmi: e non sono qui da te?... Secondo molti io sono un malfattore: io avrei calpestato le leggi divine ed umane per il mio egoismo. E lei viene qui per convertirmi, per indurmi alla confessione e alla penitenza....

— Nessuno di noi può dire: sono senza peccato! Dire il contrario è già un peccato di superbia, di ribellione a Dio. E uno come voi, ammettiamo pure calunniato, perseguitato, che non riconosce la mano di Dio (Egli solo sa i suoi fini!) e si ribella, e grida contro quel Divino volere che ha guidato e fatto soffrire lo stesso Cristo, ebbene, dico, uno che opera così fa più male col suo cattivo esempio che se avesse davvero commesso il male di cui lo accusano!

— Grazie! Non c’è male, allora! Io dunque avrei fatto meglio a rubare che a dirle, adesso: voglio morire in pace; non voglio veder più nessuno degli uomini che mi hanno tormentato!

— Io non vi ho tormentato.... — mormorò il prete, conciliante, quasi commosso.

— Lei fa peggio degli altri! Almeno essi, sapendomi vinto, non si curano più di me: lei invece viene a tormentarmi ancora.... Ah, prete Defraja, lei tormenta un morto!...

— Ma io non vi tormento, figlio caro; abbiate pazienza. Se volete me ne vado subito, vi lascio in pace, ma non dite quello che non è.

— Come, non è? Lei viene a parlarmi di vita futura, di compensi, di prestiti ad usura.... lei viene insomma a dirmi: bada che stai per morire, confessati, dà ai tuoi nemici la soddisfazione [p. 24 modifica]di dichiararti colpevole; e questo.... e questo.... non è un tormento?...

Il prete scosse la testa; ma i suoi occhi sfuggirono quelli del malato e un’espressione di pietà alquanto ironica gli si diffuse sul volto.

— Io non vi ho detto questo, precisamente! Qualunque malato si confessa, senza per questo dar da credere che abbia commesso delitti! Chiunque crede in Dio procura, avvicinandosi a lui, di mondarsi l’anima, come ci puliamo il viso e ci mutiamo i vestiti quando andiamo presso una persona a noi superiore. Solo chi non crede in lui....

— Io credo in Dio, — disse con voce grave il malato, — ma fra me e lui non esistono intermediari, e l’anima mia è davanti a lui nuda e pura e non ha bisogno di vestirsi....

Il prete continuava a scuoter la testa curva sul petto come per significare: no, non c’intendiamo!

— Sì, — riprese il malato, — l’anima mia è pura e nuda davanti al Creatore, e qualunque contatto potrebbe macchiarla.... Egli mi ha purificato col ferro e col fuoco del dolore e riconosco e benedico la sua mano, ma respingo con orrore il giudizio di qualsiasi uomo, sia pure un sacerdote. Per me uomo è sinonimo di menzogna. Via, via, non voglio veder nessuno.... Da bambino sono stato perseguitato, maltrattato, calpestato; anche mio padre mi tradiva.... ed io mi ostinavo a credere ancora alla bontà del prossimo.... Ero ambizioso, sì, lo confesso, sì, volevo innalzarmi al di sopra degli altri, ma senza macchiarmi.... Il mio guajo è stato questo, perchè il colombo non può vivere in mezzo agli sparvieri. Ed essi mi hanno dilaniato il petto.... Ma cattivo non sono stato mai; il mio solo errore è stato quello di amaro la vita, come ancora [p. 25 modifica]la amo, come l’amerò fino all’ultimo respiro. E lei viene a parlarmi di morte, e, grazia sua, ammetto ch’io sia calunniato mentre mi vede qui vinto, abbattuto dai colpi della perfidia umana.... Ah, un uomo che commette il male non si lascia vincere così dal dolore!

— Calmatevi, figlio caro! Voi siete malato di nervi, e tutto vi si può perdonare; ma non bestemmiate, non parlate più così, se volete conciliarvi col prossimo. L’amore si ottiene solo con l’amore.

— Io non ho ottenuto che odio: ecco perchè ho finito con l’odiare anch’io! Adesso io non domando più nè amore nè odio. Non domando che di esser lasciato in pace. Morrò, sia pure! Ma lasciatemi morire tranquillo. Vi cerco, io? No!

Abbassò le palpebre violacee e parve addormentarsi; ma la sua fronte era lucente di sudore e un tremito gli agitava di tratto in tratto la mano. Allora il prete sollevò la testa e tornò a guardarlo in viso, curvandosi su lui e parlando a bassa voce.

— Sentitemi; è un fratello che vi parla. Se continuerete così non farete che aumentare il numero dei vostri nemici; tutti vi abbandoneranno e resterete solo e disperato, perchè non è vero che si possa viver soli, no! Soli non si vive; si muore. L’uomo ha bisogno del suo simile, e prova ne sia che voi siete ritornato qui per rivedere le persone che dite di odiare. Riflettete bene alle vostre parole, alle vostre follie, e staccatevi dalle cose terrene, se veramente volete essere un uomo superiore.... Gli uomini hanno un’anima immortale; ed è questa che bisogna amare; essa è parte di Dio, e amandola noi amiamo Dio medesimo....

Giorgio spalancò gli occhi, li fissò in quelli del prete, tornò a chiuderli. [p. 26 modifica]

— Io amo Dio e da lui aspetto giustizia: non amo l’uomo appunto perchè gli manca il senso della giustizia. Mi provi lei che c’è al mondo un uomo giusto, e tornerò a credere nell’uomo.

— Che devo fare?

— Ebbene, ascolti; io le farò la mia confessione, poichè lei vuole questo da me.... Gliela scriverò.... poichè voglio che ella si fermi bene in mente ogni mia parola; le dirò i miei errori, i miei falli.... E lei.... lei.... dal pulpito, quando i fedeli sono raccolti in chiesa, legga o dica ciò che io le confesserò.

Il prete sorrise.

— Che v’importa del giudizio degli uomini? voi dovete amarli quali essi sono.

— E allora anch’essi mi amino quale io sono, o stiano lontani da me. No, — disse infastidito, sollevando l’angolo del cuscino per nascondersi il viso, — noi non possiamo comprenderci, prete Defraja! Se ne vada; mi lasci in pace. Io non ho bisogno di nessuno; io sono tornato qui per morire, e ogni ora che passa mi distacca dal mondo. Lo dica pure ai miei nemici; io sono tornato per dar loro lo spettacolo della mia miseria. Se questo può destare nel loro cuore un palpito di pietà, se essi, nel loro intimo, possono dire a loro stessi: noi siamo ingiusti, bisogna ravvederci!... ebbene, prete Defraja, la mia sventura non sarà stata inutile, ed io benedirò il Signore che per mezzo del mio affanno ha ancora una volta toccato il cuore dell’uomo.

Ma il prete non capiva, o fingeva di non capire, e cercò di metter termine al doloroso colloquio.

— Calmatevi, calmatevi.... Voi tremate e sudate.... Ciò può farvi del male. Io me ne andrò, adesso, e vi domando scusa se la mia presenza vi ha irritato.... Non discutiamo più; io sono [p. 27 modifica]qui come un amico, non come un prete. Parliamo d’altro, se volete, ma calmatevi!

Giorgio tese la mano come per respingerlo.

— No, no; è meglio che se ne vada.

Il prete si alzò: un lieve tremito di sdegno gli muoveva il labbro inferiore.

Per un momento rimase immobile davanti al letto, con le mani raccolte e la testa reclinata, perplesso, combattuto fra la collera e la pietà.

— Io me ne vado, allora. Ma sarò pronto ad ogni vostra chiamata.... Nessuno può volervi male, ed io meno di tutti.... ricordatevelo....

Giorgio non rispose. Provava come un’ebrezza di orgoglio, gli pareva di aver parlato con dignità e con sincerità. Eppure, rimasto solo non si calmò. Tremava, aveva paura di morire da un momento all’altro e invocava la presenza di Pretu. Per calmarsi riprese il libriccino dei Salmi e i suoi occhi corsero a caso sui versetti, come l’ape va qua e là sopra i fiori che crede più dolci.

«Nella fornace si provano i vasi di terra o nella tentazione della tribolazione gli uomini giusti.

«Periranno nel laccio quelli che si rallegrano della caduta dei giusti, e il dolore li struggerà prima che muoiano».

E la sera calò, fredda e limpida come una sera di autunno. Dal suo giaciglio il malato vide il vano del finestrino coprirsi come d’una lastra di cristallo verde e una stella, Venere, grande, senza raggi, luminosa come una piccola luna, brillarvi a lungo e tramontare dietro la linea dello sportello.

Da tanto tempo egli non aveva più veduto un simile spettacolo! Una gioia infinita lo invase: gli pareva che la stella avesso guardato entro il tugurio con uno sguardo d’amore. Ma [p. 28 modifica]a poco a poco tutto fu buio: il cielo s’oscurava e il vento, calmatosi alquanto dopo il tramonto, riprendeva a sibilare con più forza; qualcuno si mosse nella stanza superiore e mentre dal soffitto cadeva sul malato una pioggia di polvere, di fuliggine e di calcinacci, una nenia funebre scese di lassù attraverso le aperture delle assi come da un luogo lugubre lontano.

Egli si coprì la testa col lenzuolo rabbrividendo. Gli pareva che sul suo capo un essere malefico cantasse per lui fra i sibili del vento le preghiere dei morti: i ricordi lontani della sua triste infanzia gli tornarono in mente, la tetra figura della matrigna passò e ripassò nello sfondo scuro della stamberga.

L’arrivo del servetto lo rianimò.

— Fra poco viene il dottore. L’ho incontrato che trottava col suo bastone e lo batteva sulle pietre: sogghignava come un diavolo e mi domandò: «Non è ancora morto il tuo padrone? Ebbe’, la visita del prete non lo ha ammazzato?» Io gli risposi: «Non so neppure se il prete sia venuto; spero di sì, perchè volevo chiedergli un sonetto». E lui disse sogghignando: «Ah, sì, un sonetto? e perchè non ti suoni la pelle della pancia, tanto è vuota?» E io replicai: «Se la suoni lei! »

— Accendi il lume. La senti? — gli disse Giorgio senza badare alle sue chiacchiere, tendendo l’orecchio alla nenia funebre che s’era fatta lieve e sottile come uno zufolio.

Pretu sollevò il viso verso il soffitto.

— È proprio qui sopra! Sì, adesso vado a guardare: deve essere la vostra matrigna che canta così per dirvi che state per morire.

— No, lasciala in pace; altrimenti fa peggio. Il servetto diventò pallido e si fece il segno della croce. [p. 29 modifica]

— E se invece fosse uno spirito? Oh, tu, — gridò verso il soffitto, — se sei anima buona va in ora buona, se sei anima mala va in ora mala....

La voce tacque.

— Avete visto, zio Jorgj? Tace! O è proprio la vostra matrigna o è proprio uno spirito! Ma quando io avrò il piffero suonerò e non si sentirà più. Lo avete chiesto al prete? No? Che testa avete! Non pensate mai a divertirvi.... Ma ecco il dottore!

Il rumore di un bastone ferrato risuonò sui ciottoli della strada; s’udì una voce di baritono che accennava un’aria del «Mefistofele» e una strana figura si avanzò inciampando sulle pietre del focolare. Pretu si ritirò quasi pauroso in un angolo e non aprì più bocca.

Il dottore sembrava un uomo del Nord, alto e grosso, vestito di un lungo soprabito di orbace con manichini e collo di volpe: un berretto della stessa pelliccia calato fin sulle orecchie confondeva i suoi peli con quelli di una gran barba rossiccia.

Due occhietti verdazzurri, or limpidi e infantili, or foschi e minacciosi, brillavano fra tutto quel pelame rossastro come due lucciole in mezzo ad una siepaglia secca.

Dopo aver battuto qua e là il bastone come per assicurarsi che il terreno era fermo, egli spinse col piede lo sgabello, vi si sedette pesantemente, e muovendo le grosse labbra rosse come se ruminasse allungò la mano pelosa per tastare il polso del malato.

Accanto a quella figura possente dai piedi che sembravano di bronzo e sul cui viso si spandeva il vapore dell’alito che usciva abbondante dalla bocca e dal grosso naso a scarpa, Giorgio pareva una statuetta di cera. Ma un’espressione [p. 30 modifica]dolce infantile gli rischiarava il viso mentre il suo fragile polso si abbandonava fra le dita del dottore come lo stelo di un fiore.

— E va benone! M’hanno detto che hai avuto visite, oggi.

— Sì, ma le ho cacciate via.

— Hai fatto male, ottimo amico! Anche il dottore l’hai cacciato via, il primo giorno, e poi l’hai richiamato! Forse avevi letto il tuo libercolo (col bastone toccò il libro dei Salmi, poi lo prese e cominciò a sfogliarlo). Ecco, qui dice che bisogna rendere onore al medico, per necessità, è vero, ma anche perchè è stato fatto dall’Altissimo. Eran ben furbi quei tuoi profeti; anch’essi non osavano pigliarsela con la scienza, ma cercavano di appropriarsela come cosa loro! Capisci, ecco qui cosa dicono:

«È l’Altissimo che creò dalla terra i medicamenti, e l’uomo prudente non gli avrà a schifo.

«La virtù di questi appartiene alla cognizione degli uomini, ed il Signore ne ha dato ad essi la scienza affine di essere onorato per la sua meraviglia».

— Bella roba! Ecco poi cosa dice questo bel tipo qui:

«Figliuolo, quando sei malato non disprezzare te stesso, ma prega il Signore, ed egli ti guarirà: offerisci odor soave e fior di farina per memoria, e sia perfetta la tua oblazione, e poi dà luogo al medico!»

— Meno male; aspetta, però:

«Perocchè Dio lo ha istituito; ed egli non si parta di te perchè l’assistenza di lui è necessaria».

— Bene, bene, grazie tante!

Buttò il libro sul tavolo e accavalcò le gambe ajutandosi con le mani.

— Contami dunque delle tue visite.... [p. 31 modifica]

Giorgio raccontò, attenuando le sue espressioni di collera per non farsi sentire dal servetto i cui occhi, nella penombra, sembravano quelli di un gatto in attesa dei topo.

— Fai male! — ripetè il dottore tra il serio e il beffardo. — Tu credi di poter vivere sempre così?

— Vivere! È perchè devo morire che voglio morire in pace.

— Morire, morire! — cominciò a gridare il dottore battendo furiosamente il bastone per terra. — E chi ti ha detto che devi morire? Quelle bestie, lassù? Salutali a nome mio, ottimo amico; essi sono bestie perfette, a cui non manca eppure la ragione. Ah, la paralisi? — proseguì, facendo orribili smorfie. — Quell’amica non avrebbe lasciato il tuo scilinguagnolo così sciolto! Non si muore per un piccolo male come il tuo. Se avessi dato retta, ai miei nervi, alla mia bile, a quest’ora sarei crepato mille volte.

Giorgio rideva; i suoi occhi cercavano quelli di Pretu e ad entrambi le smorfie, le parole, le furie del dottore sembravano la cosa più divergente del mondo.

— Lei era forte; lei è un gigante!

— Alla tua età ero mingherlino come te, ero stupido come te. Come te immaginavo che i mulini a vento fossero castelli. La semenza dei Don Chisciotte non si perde mai, ottimo amico. Ma un giorno mi accorsi che io avevo dentro di me uno spiritello indemoniato: bisognava combattere e strozzare quello lì, non i nemici che non esistono. Siamo noi i nostri nemici, carissimo Jorgeddu; siamo noi che ci diamo fastidio e ci secchiamo notte e giorno. Allora; aspetta, dissi fra me, ora t’aggiusto io, ottimo Don Chisciotte. E rincorsi e chiamai il mio spiritello, come mia madre faceva coi suoi polli quando [p. 32 modifica]voleva strozzarli; giusto così feci anch’io col mio spiritello. Ed egli si dibattè, anche dopo strozzato; ah, come si dibattè! Esso camminava anche senza testa, giusto come i polli. Ah, ottimo amico mio, gli dissi, crepa! Si deve vivere solo col corpo; mangiare, bere, respirare aria buona. Da ragazzo andavo a caccia, e un giorno, gira e rigira, capitai da queste parti. Le pernici pareva sbucassero di sotto terra, e arrivai a contarne cinquanta in un solo stormo. Le lepri mi correvan tra le gambe come gatti. Allora decisi di venirmene qui, e venni, vidi e vinsi. Tu sai cosa vuol dire vincere in questo paese: altro che Don Chisciotte ci vuole, ci vuole Napoleone. Una leggenda afferma che questo paesetto fu fondato dal diavolo, che vi si rifugia ancora quando la tempesta lo sorprende a cacciare nella boscaglia comunale. Ah, ah, il diavolo cacciatore! Ti dico francamente che questa leggenda mi piacque; un giorno, dissi fra me: chi l’ha inventata doveva essere uno del paese, dunque in questo paese v’è gente di spirito. Dunque; primo, gente di spirito; secondo, aria buona e fredda che ammazza i microbi e spaccia i malati e rende meno faticoso il mestiere del medico; terzo, caccia abbondante e probabilità d’incontrare il diavolo senza andare a teatro.... «Ecco il mondo!» (Egli sollevò la mano con la palma concava, e accennò ancora la sua aria favorita). E così venni: e andai a caccia e nei primi tempi tutti i farabutti di questo paese, che facevano il loro bravo Sabba nella foresta comunale, dissero di aver incontrato il diavolo perchè incontravano me! Ne avrei delle belle da raccontarti! Ma se loro incontravano sempre lo stesso diavolo rosso, io per lo meno ne incontravo dieci o dodici al giorno, neri e rossi e anche calvi o canuti. Quello vero, che avrei voluto davvero incontrare, [p. 33 modifica]quello grande, non ho avuto l’onore di vederlo ancora da queste parti....

— Fausto era più vecchio di lei!

— Vuoi dire che non devo ancora disperare? Ah, ah, aggiungi che la mia serva si chiama Margherita! È bruna, però, e sporca; riguardo al resto farebbe quello che ha fatto Margherita, ma senza impazzirne.

Ed ecco che all’improvviso egli cominciò a cantare in falsetto la nenia di Margherita, imitando così comicamente la voce d’una donna che il servetto scoppiò a ridere.

Il dottore si volse minacciandolo col bastone, ma il ragazzo fattosi coraggio disse:

— Quasi quasi canta meglio quella lassù, sul pagliaio.

— Chi, scarafaggio?

— Uno spirito.... — disse Giorgio.

— No, no, signor dottore; è la sua matrigna, che tutte le sere viene su nel pagliaio, ancora di sua proprietà, e canta una nenia funebre, per far dispetto al mio padrone.

Allora il viso del dottore diventò pavonazzo.

— E poi dite che non è un covo di diavoli, questo? Adesso ci mancava anche la sua nenia! E tutti così, tutti, dal primo all’ultimo! E quando io dicevo ad alta voce, su nella piazza, nei primi anni di soggiorno in questo paese infernale, che siete davvero un popolo degno del diavolo, ebbene, le donne si facevano il segno della croce, passandomi davanti, e passandomi dietro facevano le fiche, e gli uomini piuttosto che ricorrere a me, quando tornavano con la polmonite dalle loro scorribande misteriose, chiamavano Martina Appeddu coi suoi unguenti e crepavano allegramente....

— E perchè c’è rimasto, allora?

— E tu perchè ci sei tornato? [p. 34 modifica]

— Io ci sono nato.... La polvere del nostro corpo tende a ritornare al mucchio donde è venuta.

Il dottore lo fissò in viso e per un momento tacque: il suo sguardo sera fatto serio, quasi triste.

— Tu dici una sacrosanta verità, Jorgeddu! Spesso la filosofia anche la più rudimentale dà la mano alla scienza. Che cosa è, in fondo, la nostra malinconia, la nostra incessante inquietudine? Noi tendiamo a ritornare alla terra donde siamo venuti. Recenti esperimenti dimostrano che l’uomo è, sulla terra, uno spostato: le sue malattie, la sua morte precoce, la sua incontentabilità provengono dal suo organismo imperfetto, o meglio da certi organi che egli ha ereditato dai suoi padri animali, indispensabili a loro, nocivi all’uomo. La nostra esistenza è intossicata da questi organi. Noi siamo animali degenerati, e la nostra vita non è naturale, come non è naturale la vita dell’uccello in gabbia, del serpente nei giardini zoologici. Noi tendiamo verso quello che una volta era il nostro stato naturale, la vita in mezzo alla natura, i contatti istintivi coi nostri simili, l’appagamento completo dei nostri sensi. Tutto ciò che si oppone alla vita animale, che è la nostra vera vita, è fonte della nostra infelicità. Allora, dato questo spostamento, visti inutili i nostri sforzi, l’unico conforto che ci resta è il pensiero della morte, il ritorno alla materia primitiva, la riunione completa con la madre terra. E va benone, — concluse alzandosi, — e oggi cosa abbiamo mangiato? Carne, s’intende! Forse bevuto anche vino, forse anche liquori....

— No, no! — protestò il servetto, mentre Giorgio abbassava le palpebre come un bimbo colpevole. [p. 35 modifica]

— Be’, e il latte dove lo prendi, scarafaggio? Lo fai bollire?

— Sì, bollire e ribollire.

— Quanti litri?

— Uno.... no, bugia mia, tre litri....

Servo e padrone tornarono a guardarsi perchè veramente di latte Giorgio non voleva berne neppure un sorso: gli destava nausea.

Il dottore capì la bugia.

— Be’, domani mattina il latte te lo mando io.

— No, no, non si disturbi....

— Non mi seccare. Be’, e tu, come ti chiami, scarafaggio, prendi un po’ il lume e vieni con me.

Per alcuni momenti Giorgio rimase al buio. Sentì il dottore e Pretu salire la scaletta esterna e battere alla porticina del pagliaio, e attese palpitando i gridi della matrigna santamente bastonata da quei due. Ma nessuno rispose. La strega doveva essersene andata. Pretu rientrò ridendo.

— Il dottore ha detto che domani sera si apposta sulla scaletta e le maciulla la cuffia col bastone.... Ma se non è lei? Se è uno spirito? Allora bisognerà chiamare il prete, che legga il Vangelo per farlo andar via. Ah, perchè avete cacciato via il prete? Avete fatto male....

— Adesso basta; son bell’e stufo di prediche, oggi, — disse Giorgio chiudendo gli occhi; e mentre Pretu finiva di sfaccendare ricadde nel suo dormiveglia.

Gli pareva di veder sedute davanti al suo letto tre figure: zia Giuseppa Fiore, il prete, il dottore; tutt’e tre discutevano e il medico sollevava il bastone chiamando quei due «animali degenerati!» Ed egli, il malato, fingeva di dormire con la speranza che essi se ne andassero e lo lasciassero solo. Il vento soffiava nella valle, dal pagliaio scendeva la nenia funebre [p. 36 modifica]della matrigna; una tristezza di morte regnava intorno; ma ad un tratto s’udiva un lieve scricchiolìo di passi nel cortile, dietro la porta socchiusa.... Il sangue scorreva rapido nelle vene di Jorgj: egli sentiva le sue membra sgelarsi, i lacci che lo avvinghiavano sciogliersi, come se la persona che si avvicinava alla sua porta fosse la vita stessa, la vita che tornava a lui....