Colombi e sparvieri/Parte III/V

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Parte III - Capitolo V

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V.


Tornaron le chiare notti di giugno. La luna illuminava il paesetto, l’Orsa maggiore e l’Orsa minore brillavano una per parte della chiesa sopra la linea dell’altipiano, e zio Remundu seduto sullo scalino della porta col suo bastone lucido fra le gambe come lo aveva veduto Jorgj bambino, raccontava alle donne le sue storielle, compresa quella del tesoro rubatogli e ritrovato [p. 268 modifica]poi sotto il muro di San Francesco. Ma taceva il nome del ladro anche se le donne si volgevano sogghignando verso la casupola sempre chiusa di Dionisi Oro.

Tutti oramai lo sapevano, che il ladro era stato il mendicante; ma nessuno pronunziava quel nome commentando l’avventura. Perchè buttare la pietra contro l’uomo caduto? Contro un uomo che era già un cadavere? Ma non era la pietà che li ratteneva; era come un senso di vergogna. Essi tutti che un tempo avevano lapidato Jorgj Nieddu, colui che li aveva offesi nel combattere i loro pregiudizi, non sentivano rancore contro l’innocuo Dionisi: tutti gli avevan dato un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua, e tacendo il suo nome, quando parlavano della sua colpa, credevano di fargli ancora l’elemosina. Un giorno il brigadiere, lo stesso che s’era addormentato nella stamberga di Jorgj Nieddu, chiamò in caserma Banna, il nonno, zio Innassiu, il prete, zia Giuseppa Fiore, le donnicciuole vicine di casa dei Corbu; e a tutti domandò se constava loro che il ladro dei denari di zio Remundu fosse Dionisi.

A nessuno constava: a zio Innassiu bastava che Jorgeddu avesse riacquistato la sua fama, se non la sua salute, e non voleva fare la spia d’un miserabile pezzente che egli ospitava: il prete non era obbligato a parlare, zia Giuseppa Fiore disse solo che Remundu Corbu poteva rispondere con coscienza, e Remundu Corbu rispose fieramente che a lui toccava denunziare il colpevole, non far da testimonio, e che lo avrebbe denunziato quando la sua coscienza glielo avrebbe imposto.

Allora il brigadiere mandò a cercare il colpevole; ma il colpevole era sparito anche dall’ovile di zio Arras.

Aggruppate attorno al nonno le donnicciuole [p. 269 modifica]commentavano continuamente il fatto e le più povere dicevano:

— Remundu Cò! dovevi sparpagliarle qui le tue monete, non darle al Santo che è più ricco di noi! Perchè hai fatto questo?

Ma le altre protestavano perchè non bisogna scherzare così con San Francesco.

Anche Banna non approvava il sacrificio del nonno; ma egli non si pentiva, e se di giorno in giorno rimandava la sua visita a Jorgj non era per disobbedire al Santo, ma perchè un puerile senso di soggezione glielo impediva. Egli aveva quasi paura di presentarsi a Jorgj Nieddu: come entrare, che cosa dirgli? E avrebbe il superbo ragazzo capito il sentimento che guidava il vecchio?

«Egli crederà che io vada là, adesso che Columba è lontana, perchè non ho più nulla a temere da lui. Egli si riderà di me, come un tempo.... Invece il mio cuore è mutato; s’è rammollito come il frutto maturo....»

Ma questa sua incertezza lo rendeva inquieto, lo umiliava ai suoi occhi stessi. Come poteva aver soggezione d’un povero ragazzo impotente, di cui egli medesimo aveva fiaccato l’orgoglio? Pensandoci bene talvolta s’arrabbiava, e se la prendeva con Simona la vecchia serva che Banna gli aveva messo in casa.

Simona era taciturna quasi quanto la giovine padrona che se n’era andata, ma non altrettanto alacre e svelta; non sempre la casa era in ordine, e ogni volta che zio Remundu tornava dall’ovile lo si sentiva strillare come un’aquila.

La serva taceva, ma si sfogava poi con Pretu il suo piccolo collega....

— Il vecchio non è contento, perciò lo compatisco. Domenica scorsa è andato a Tibi ed è ritornato col muso come un vampiro. Sì, così [p. 270 modifica]ti dico; pare che Colomba non stia volentieri lassù, in quel paese dove c’è più vento che qui....

— E perchè non se ne viene a star qui?

— Eh, come si fa? il marito sta là. Ebbene, pare che nei primi giorni ella piangesse: Zuampredu le domandò che cosa desiderava, e lei gli chiese: «non ti sarebbe possibile andarcene e stare a Oronou? Ho sempre pensiero del nonno». Al che Zuampredu diventò triste come la notte, ma rispose che era impossibile. E pare che adesso anche lui sia sempre di cattivo umore. Sai cosa ti dico, Pretu; ma non lo ripetere: è il castigo di Dio.

Pretu correva a riferir tutto al suo padrone, esagerando i racconti della serva, ma con meraviglia s’accorgeva che Jorgj non si rallegrava molto per il male dei suoi nemici.

Anche là dentro nella stamberga tutto era ricaduto nell’ordine e nel silenzio di prima. Mariana era partita. Il caldo richiamava le mosche attorno al letto del malato, e a giorni egli era così sofferente che pareva dovesse morire; ma quando dopo il tramonto un soffio di frescura scendeva dall’altipiano e il chiarore rosso del crepuscolo rendeva meno triste la stamberga, egli si rianimava, diventava quasi allegro, chiacchierava con Pretu contando i giorni che ancora rimanevano per arrivare all’ottobre.

Allora.... allora.... quando le rondini sarebbero partite.... quell’altra rondine forse tornerebbe. Forse? No, egli era certo che sarebbe tornata, sia pure per un giorno o per un’ora; e passava i giorni ricordando il passato e vivendo nell’attesa di quell’ora....

Tutto il resto non lo riguardava: nè la scomparsa del mendicante, nè le chiacchiere della gente intorno alle avventure del dottore che [p. 271 modifica]continuava a cercare un marito per Margherita, nè la supposta infelicità di Columba.

Eppure un giorno egli si sorprese a pensare a lei. Dai burroni della valle saliva il grido dei falchi in amore, e quello strido lamentoso che pareva il gemito d’un desiderio inappagato gli ricordava il suo doloroso idillio. Rivedeva Columba sulla veranda, con l’agnellino ai piedi, accanto il vaso di basilico, e il pensiero che ella oramai apparteneva ad un altro uomo gli dava un senso, se non di gelosia, di tristezza e di rimpianto.

Egli non avrebbe più le gioie complete dell’amore, egli si consumerebbe inutilmente, come il cero davanti alle immagini immobili nelle loro nicchie dorate; anche Mariana un giorno apparterrebbe ad un altro uomo.... Ah, era questo il pensiero che lo tormentava; non di Columba fra le braccia del ricco pastore, ma di Mariana fra quelle di un ignoto. Era questo pensiero che gli faceva echeggiare entro il cuore gridi melanconici e selvaggi come quelli dei falchi in cerca delle loro compagne....

L’immagine di Mariana sostituì quella di Columba: ella tornò a sedersi sullo sgabello, davanti al letto di lui, con un mazzolino di rose in mano e il bel viso più bianco del solito velato da un’ombra che non era quella del gran cappello nero.

Le parole ch’ella gli aveva detto prima di partire risuonavano ancora nel silenzio della stamberga, riempivano il cuore di lui di echi e di vibrazioni.

— Addio, Giorgio: io ritornerò presto. Sono contenta che tutti le rendano giustizia; che si sia scoperto il vero colpevole. Io non ho mai, neppure per un istante, dubitato di lei, Giorgio, e tanto meno che la sua innocenza non [p. 272 modifica]trionfasse presto. Ma se per un caso impossibile io venissi a sapere che il colpevole è lei, io non la dimenticherei egualmente. Oramai noi siamo amici, e l’amicizia non conosce nè innocenti nè colpevoli; è una parentela che nulla può sciogliere.

Ed ella se n’era andata; era sparito il suo vestito bianco, il suo cappello nero, la sua borsa scintillante; ma il suo sguardo e la sua voce restavano lì, sempre, attorno a lui, e spesso alla notte egli si svegliava con l’impressione di vederla da un momento all’altro riapparire e l’aspettava come aveva aspettato Columba.

Le sue sorti s’eran completamente rialzate dopo la visita del Commissario.

Le persone più cospicue del paese mandavano a domandar sue notizie; il prete lo visitava tutti i giorni, gli leggeva il giornale, ed assieme commentavano le notizie del mondo lontano.

Un giorno — era la vigilia di San Giovanni — gli lesse un fatto straordinario accaduto in una piccola città dell’Umbria. Una donna, madre di un unico figlio adorato, se lo era veduto morire all’improvviso, e il suo dolore era stato tale da abbatterla anche fisicamente. Una paralisi nervosa l’aveva tenuta immobile per tre anni; ma una notte ella sognò il diletto figlio, ancora vivo e sano, che le porgeva la mano dicendole: madre, sorgi e cammina! Ella si alzò e guidata da lui uscì nel giardinetto, sedette con lui sulla panchina sotto il pero, al posto ove soleva vigilare i giuochi di lui bambino: assieme guardarono le stelle, ov’egli diceva che emigrano i nostri spiriti, assieme pregarono. Svegliandosi, la donna provò ad alzarsi e le riuscì.

Era guarita.

Jorgj ascoltava e invano cercava di frenare un tremito. [p. 273 modifica]«Sorgi e cammina!» erano le parole che Mariana gli aveva detto.

Sopraggiunto il dottore presero a commentare il fatto, mentre Pretu, dopo aver per alcuni momenti ascoltato avidamente, profittando della distrazione di Jorgj, uscì nella straducola e comunicò le sue idee a zia Simona.

— Io penso che al mio padrone accadrà la stessa cosa, come a quella donna del figlio: lo dice anche il dottore; volete venire ad ascoltarlo?

Ma zia Simona, seduta sullo scalino della porta, aspettava il ritorno del vecchio, ed era stanca e credeva solo ai miracoli dei santi.

— La donna avrà implorato Santu Iazintu, che dicono sia il protettore dei paralitici. Ma il tuo padrone, bello mio, il tuo padrone non crede in Dio e non guarirà mai.

— Eppure.... — disse Pretu con aria di mistero, ma non proseguì.

— Sai una cosa che fa bene, ma a chi crede in Dio? L’acqua di sorgente, ma attinta proprio dove sgorga e a mezzanotte, stanotte. Sì, l’acqua di San Giovanni, bello mio; non c’è altro, per i paralitici, ma solo per quelli che credono in Dio....

— Sì, me lo disse anche zia Martina Appeddu. Eppoi un’altra cosa; ma non ve la voglio dire.... Ebbene, sì, ve la dico lo stesso; una medicina che zia Appeddu farà stasera, al sorgere della luna, e che io dovrò.... Ah, ma no, non devo dirlo; altrimenti non riesce....

Egli era agitato; da tanti giorni covava il suo segreto e non ne poteva più!

— Sentite, — disse sottovoce, curvandosi davanti a zia Simona, — d’accordo con Lia, la serva di zia Giuseppa Fiore, ho pregato zia [p. 274 modifica]Martina Appeddu di tentare qualche rimedio per il mio padrone. «Se egli guarisce sposa la sorella del Commissario! le dissi. Ci aiuterà tutti, pensate; e se non volete farlo per questo, fatelo per amor di Cristo. Egli è lì che si consuma come un cero, il mio padrone; proviamo, proviamo qualche rimedio». Ella rifiutava; aveva paura del dottore, così grande amico di Jorgeddu. Allora sono ricorso a Simona, la figlia cieca di zia Martina; e sebbene Simona non abbia fiducia nei rimedi di sua madre, promise d’interessarsene.

— Ci vuole la fede; se non si crede in Dio non si riesce in nulla, — ripetè la serva di zio Remundu, immobile, gialla e ieratica sullo sfondo nero della porta.

In quel momento Banna, che tornava dal fare una visita a una sua comare, apparve nella straducola. Fiera, scalpitante, coperta di vesti grevi nonostante il caldo, con una catenella piena di amuleti attraverso il petto, ella guardò il ragazzo col suo solito sguardo sprezzante, e mentre si sbottonava i polsi della camicia riferì a zia Simona le chiacchiere della comare.

— Ah, zia Simona mia, se vedeste com’è bella la mia figlioccia! Aveva gli orecchini che le ho regalato io, belli come due stelle; sì, orecchini che costano due scudi l’uno. Ma quando io faccio un regalo non bado se quello che cavo di tasca è uno scudo o un reale; grazie a Dio si può far buona figura. Ebbene, comare Lisendra diceva che anche quella malandata di Margherita, la serva del dottore, deve fare un figlio.... Così egli raddoppierà la dote, se le troverà il marito....

— Piano! — mormorò la serva, accennando con la testa alla casa di Jorgj. — Egli è là.

— Ebbene, che m’importa? — disse Banna [p. 275 modifica]avviandosi a casa sua. — La mia lingua non ha paura di nessuno, quando dice la verità.

— È perchè la sua borsa è piena, — mormorò zia Simona riprendendo la sua posizione ieratica. — Ma anche dicendo la verità bisogna aver paura di Dio.

Pretu non si era azzardato ad aprir bocca. Banna era la sola persona che gli destava soggezione, e d’altronde quel giorno egli aveva da pensare ai suoi piccoli intrighi e i fatti altrui lo interessavano meno del solito.

D’un balzo fu di nuovo nella stamberga e vide che il suo padrone, immobile anche lui sul suo guanciale bianco, col pallido viso illuminato dal riflesso del tramonto, conservava la sua espressione sognante, mentre quei due, il prete e il medico, continuavano la loro discussione.

Il dottore, tutto vestito di bianco, con un abito di tela pulito e stirato di recente (gli altri anni il medesimo vestito aveva sempre un colore di terra e di ruggine) dava forti pugni al giornale quasi volesse sfondarlo come una porta.

Lombroso basa le sue esperienze su ritagli di cronache di giornali, dice lei? — gridava rivolto al prete. — Ma io rispetto più un numero di giornale con la data di oggi, di ieri, di un mese fa, che tutti i vostri antichi scartafacci. Il giornale è la realtà, ottimo amico; tutto il resto, compresi i libri di storia, tutto il resto è fantasia. Ebbene, questi son fatti, questa è la verità; e questa brava donna che ha sognato suo figlio e s’è alzata ed è guarita è la prova che la nostra scienza non s’inganna.

Ma il prete sorrideva ironico e benevolo. Battè una sull’altra le mani bianche, sottili come quelle d’una donna, e guardò Jorgj.

— Basta, basta, dottore! Non discutiamo oltre, tanto è inutile. Del resto, nessuno sarà più [p. 276 modifica]felice di me se al nostro Jorgeddu stanotte apparirà in sogno la personcina che lui sa e gli darà la mano per aiutarlo ad alzarsi....

— Egli non ha bisogno di sogni: gli basterebbe la sua sola volontà; ma è questa che gli manca. Egli ha finito con l’abituarsi alla sua posizione, e prende gusto alla sua immobilità; egli è semplicemente un poltrone, come dico il vetturale.

Come evocato da queste parole ecco il vetturale attraversare zoppicando il cortile e battere alla porta sebbene aperta della stamberga.

— Posta!

Jorgj aveva già sentito il passo e palpitava ansioso: i suoi occhi si fecero grandi e luminosi, il suo braccio scarno parve allungarsi straordinariamente per prender con maggior rapidità la lettera che il vetturale porgeva.

— Ebbene, come andiamo, Jorgeddu? Ancora a letto? A quest’ora? Alzati, su, poltrone, stanotte è San Giovanni; andremo a coglier l’alloro per metterlo sui muri onde i ladri e le volpi non li possano saltare....

Il dottore rideva fragorosamente, additando l’uomo a prete Defraja.

— Lo sente? I suoi Evangelisti parlavano così! Jorgj guardava come affascinato la sottile lettera che gli tremava fra le mani, azzurra e profumata come un fiore, e non pensava ad aprirla. Voleva esser solo, per godersi tutta la sua gioia; prete Defraja lo capì e si alzò per andarsene, mentre il vetturale si batteva una mano sulla gamba indolenzita dicendo al dottore:

— Di tanto in tanto mi fa questo scherzetto, sì, e l’unico rimedio, per farla trottare, è di minacciarla della sega!... Allora si muove, vi dico!

Il dottore rideva guardando prete Defraja.

— Lo sentite? Questo è un uomo!

Ma il prete non aveva voglia di continuare a [p. 277 modifica]discutere e se no andò, col suo passo cauto eppure rapido. Nell’uscire dal cortile incontrò zio Remundu che tornava dall’ovile sul suo cavallo carico di fasci d’erba fra cui rosseggiava qualche papavero e spiccava l’oro di qualche ranuncolo.

Anche sul cielo lucido del crepuscolo brillava l’oro delle prime stelle; cadeva una sera pura e dolce, l’aria odorava di erbe aromatiche, le rondini stridevano ancora volando da una casupola all’altra come eccitate anch’esse da una smania di vita che ritardava l’ora del loro riposo.

La figura di zia Simona s’era mossa dalla sua cornice nera: il nonno fermò il cavallo e salutò il prete.

— Come andiamo, pride Defrà? — domandò a voce alta; ma anche la sua voce, come la sua figura, s’era come rammollita. Egli aveva nell’aspetto, nello sguardo, in tutta la persona, un segno di languore, di stanchezza dolce e melanconica.

— Bene, ziu Remundu. E voi?

— E noi invecchiamo, pride Defrà! Ali, sì, tutte le stagioni arrivano!

— La vecchiaia è l’età più bella! È il tempo della raccolta, ziu Remù!

— E se la semina non è stata buona?

— Ah, bè, ma io parlo per quelli che han seminato bene, come voi!

Parlava con ironia, il prete? Dall’alto del suo vecchio cavallo il nonno abbassò gli occhi che avevano ancora lo sguardo dell’aquila, e accennò di sì, di sì, approvando, ma pur esso alquanto ironico.

— Tutti crediamo di seminar bene, Ma tanto volte è la semente che c’inganna! Basta, vuol venire a bere un bicchiere di vino nero?

— Grazie, è tardi: domani, che è festa. [p. 278 modifica]

Il prete fece un passo per andarsene, ma il vecchio lo richiamò.

— Pride Defrà, mi dica, come sta Jorgj Nieddu?

Il prete lo guardò sorpreso. Era la prima volta che il nonno domandava notizie di Jorgj. Ma appena ebbe la risposta: «sempre lo stesso» il vecchio spinse il cavallo verso il portone che la serva aveva spalancato e rientrò senza dir altro.

Prete Defraja andò fino alla chiesa e si mise a passeggiare sullo spiazzo. Le sue mani diafane e il suo pallido viso d’albino parevano al chiarore del crepuscolo più cerei del viso e delle mani di Jorgj.

Egli camminava su e giù: pareva recitasse le sue preghiere, tanto i suoi occhi erano velati e spesso rivolti al cielo; ma all’improvviso si fermò davanti al parapetto che dava sulla valle, si curvò alquanto, si mise una mano sul petto e cominciò a tossire. Tutto il suo viso parve gonfiarsi, diventò paonazzo, poi livido, poi ritornò scarno e pallido d’un pallore mortale. Sul fazzoletto ch’egli s’era avvicinato alla bocca rimase una macchia, rossa come i papaveri che zio Remundu aveva portato in mezzo all’erba. Allora s’appoggiò al parapetto; sentì le sue ginocchia tremare e la sua gola chiudersi come stretta da una catena ardente.

— È finita, — mormorò.

L’estate gli portava i suoi fiori sanguigni, e l’autunno l’avrebbe cosparso dei suoi crisantemi. Ed egli, egli non aveva nessuno che lo confortasse, e neppure il vetturale portava per lui, dalle azzurre lontananze dell’orizzonte, un soffio di vita e di sogno....

Egli invidiò Jorgj; ma poi si sollevò e si rimise a camminare, mentre dal paesetto salivano gridi di gioia e davanti alla chiesetta di San [p. 279 modifica]Giovanni, al di là del Municipio, alcuni buontemponi accendevano qualche razzo e i fanciulli davano fuoco a una catasta di rami di lentischio. «Morire! — pensava prete Defraja andando su e giù per lo spiazzo come una rondine inquieta. — Ebbene, questo è il nostro destino; perchè ribellarsi? Oggi, domani, adesso o poi, è lo stesso; ma che non sia spenta la fiamma d’amore divino, l’amore di Dio che ci guida ed è l’anima nostra».

Sul cielo rosso del crepuscolo i razzi salivano come corde d’oro lanciate dal basso sciogliendosi in grappoli azzurri e violetti, in diamanti e smeraldi. La luna che spuntava sopra Monte Acuto pareva indecisa a salire sul cielo, offesa per lo spettacolo di quei fuochi insolenti che pretendevano d’illuminare loro la sera; una stella rossastra ferma sopra la torre della chiesa guardava invece fissa e malinconica, un po’ pallida e come rattristata dal falso splendore dei razzi....

E prete Defraja camminava, camminava, pensando che le passioni umane, l’odio, il piacere, l’amore della donna, gli onori e i poteri sono simili ai fuochi di gioia in una sera di festa.

Il suo amore di Dio, la gioia di ricongiungersi presto a Lui, erano davanti alle altre passioni come la stella fissa davanti a quei fuochi rapidi e vani. Eppure egli continuava a pensare a Jorgj, alla lettera che era come un piccolo brano dei mari lontani, dei lontani orizzonti del mondo, e come la stella sopra la torre della chiesa anche il suo amore di Dio impallidiva davanti all’amore per le cose del mondo....