Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo IV

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Libro primo
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Che la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella republica


Io ho altra volta scritto piú largamente, però ora me ne passerò con brevitá; ma dico in conclusione che la causa delle disunione di Roma tra patrizi e plebei fu dallo essere divisi gli ordini della cittá, cioè che una parte fussino patrizi, l’altra plebei, e che tutti e’ magistrati fussino de’ patrizi, esclusa la plebe, e tolta a’ plebei ogni speranza di potergli conseguire. Ché se da principio o non fussi stata questa distinzione tra patrizi e plebei, o se almanco si fussi data la metá degli onori alla plebe, come si fece poi, non nascevano quelle divisione, le quali non possono essere laudabile, né si può negare che non fussino dannose, se bene forse in qualche altra republica manco virtuosa arebbono fatto piú nocumento; non arebbe la plebe desiderato la creazione de’ tribuni, né sarebbe stato necessario quello magistrato, perché communicati gli onori, era communicata la potenzia, né piú pericolo arebbe portato la libertá da’ patrizi che da’ plebei. Ed è certo che communicati che furono gli onori, quello magistrato fu forse di piú danno che di utile, ed almanco negli ultimi tempi fu instrumento e colore a chi volle turbare la republica; e massime non si può a giudicio mio laudare in loro né la autoritá di proporre nuove legge né di intercedere.

Non fu adunche la disunione tra la plebe ed el senato che facessi Roma libera e potente, perché meglio sarebbe stato se non vi fussino state le cagione della disunione; né furono utile queste sedizione, ma bene manco dannose che non sono state in molte altre cittá, e molto utile alla grandezza sua che e’ patrizi piú presto cedessino alla voluntá della plebe, che entrassino in pensare modo di non avere bisogno della plebe; ma laudare le disunione è come laudare in uno infermo la infermitá, per la bontá del remedio che gli è stato applicato. Questo disordine fu dalla origine di Roma, perché nel principio suo vi fu la distinzione tra patrizi e plebei; ma sotto e’ re non noceva, perché essendo la autoritá ne’ re, non poteva el senato per sé medesimo opprimere le plebe; e quello che non faceva el senato di pensare a’ commodi, lo facevano e’ re, etiam qualche volta piú ambiziosamente che non si doveva, come si legge di Servio Tullio, ed usavano ancora di eleggere talvolta de’ plebei ne’ patrizi, che faceva che gli altri tolleravano piú facilmente quello grado al quale ancora loro speravano potere pervenire. Le quali ragione tutte cessorono quando e’ re furono cacciati, perché e’ patrizi diventorono padroni della cittá ed arbitri di ogni cosa: non aveva la plebe a chi fuggire, né chi pensassi a’ commodi suoi; né e’ capi della plebe piú speranza di essere eletti ne’ patrizi, perché da loro erano fastiditi come ignobili, e piú presto eletti e’ forestieri, come fu Appio Claudio. Né fu avvertito questo disordine nel cacciare e’ re, pensando piú gli uomini al male presente, che era quello de’ re, e perché chi non ha perizia grande delle cose publiche non le cognosce se non per esperienzia; però rare volte, o forse non mai, è accaduto che una republica abbia avuto da principio la sua ordinazione perfetta. Fu adunche utile el rimedio che si pose alle sedizione, ma non giá utile el non levare da principio le cause che poi le feciono nascere.

Quanto alle altre parte del governo romano, dico quanto a quelli ordini che risguardano la forma del governo della republica, non voglio ora discorrere particularmente; ma non credo fussino tali, che chi avessi a ordinare una republica, gli dovessi pigliare per esemplo. Fu eccellentissima la disciplina militare, e la virtú sua sostenne tutti gli altri difetti del governo, e’ quali importano manco in una cittá che si regge in sulle arme, che in quelle che si governano con la industria, con le girandole e con le arte della pace.