Dalle dita al calcolatore/VIII/5

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5. Il passaggio in Occidente

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[p. 141 modifica]5. Il passaggio in Occidente

Le cifre indiane, passando agli Arabi orientali, subiscono delle modifiche per adattarsi alla direzione di scrittura da destra verso sinistra. La stampa è ancora lontana, e pertanto la forma delle lettere e delle cifre subisce evoluzioni derivanti dalla grafia personale

Passaggio delle cifre indiane agli Arabi ed agli Europei. [p. 142 modifica]l’addetto alla copiatura, o dallo stile “ufficiale” del tempo. In effetti, presso gli Arabi occidentali (dalla Tunisia alla Spagna) la grafia delle cifre assume una forma molto diversa. Tali cifre sono acquisite con ulteriori modifiche dalla cristianità, con la mediazione dei centri culturali spagnoli. Il più antico manoscritto europeo che presenta le cifre indo-arabe è il Codex Vigilanus (datato 976), conservato nella biblioteca dell’Escorial.

Si ritiene che le cifre arabe si siano diffuse in Europa ancor prima che la pratica del calcolo scritto mutuata dagli Arabi fosse di pubblico dominio. Se ne attribuisce il merito a Gerberto d’Aurillac. Questo monaco, recatosi in Spagna nel 967-970, apprende i metodi di calcolo degli Arabi. Dirige poi la scuola di Reims e l’abbazia di Bobbio; diviene arcivescovo di Reims e di Ravenna e, infine, è papa dal 999 al 1003 col nome di Silvestro II. Gerberto rinnova il metodo del calcolo sull’abaco. I Romani usano mettere tanti sassolini quante sono le unità da rappresentare in ciascuna colonna. Gerberto introduce l’uso di pedine (apices) che portano impressa una cifra: invece di 3 sassolini si usa una sola pedina con la scritta “3”. Le cifre tracciate sulle pedine assomigliano alle cifre ghobar (o gubar) e portano nomi strani, dei quali neanche i maestri d’abaco conoscono l’origine:

1 Igin 4 Arbas 7 Zenis
2 Andras 5 Quimas 8 Temenias
3 Ormis 6 Calctis 9 Celentis

Esiste pure un decimo segno, il Sipos, che indica lo zero ed è simile a una A inscritta in un cerchio: ai fini del calcolo sull’abaco è del tutto inutile, perché lo zero è indicato dalla colonna vuota. Una volta eseguiti i calcoli sull’abaco, il risultato viene scritto in numeri romani.

La riforma operata da Gerberto per un verso è positiva, perché introduce fra i dotti cristiani le cifre [p. 143 modifica]arabe, ma nello stesso tempo ritarda di qualche secolo l’adozione sistematica della matematica araba. Forse di più non è possibile fare, nemmeno per un papa, in tempi in cui è molto facile finire arrosto per eresia o per collusione col diavolo. I mercanti italiani che operano nel mondo arabo certamente conoscono le nuove cifre e le usano nel segreto della propria corporazione, così come le altre corporazioni coprono col segreto le proprie tecniche. In qualche paese le cifre arabe sono addirittura proibite per diversi secoli.

A proposito dello zero, rimane da dire che gli Arabi, adottandolo, traducono la parola Sunya (“vuoto”) con la parola araba avente lo stesso significato: sifr. Leonardo Pisano invece la traduce con zephirum (“vento”). La parola sifr diventa “cifra” e, avendo perduto progressivamente il significato originario, attualmente viene usata per indicare la forma grafica, il segno specifico di ciascun numero da 0 a 9: così diciamo che il numero 106 è formato da tre “cifre”. Zephirum diventa zefiro, zevero e infine zero.