Della Morale Epicurea

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Mario Rapisardi

XIX secolo D saggi letteratura Della Morale Epicurea Intestazione 18 settembre 2008 75% saggi

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L'accusa principale che muovono i tartufi rimpicciottati alla scienza moderna è questa, che il metodo sperimentale, distruggendo i principi della fede e studiando le religioni come fenomeni storici, distrugge parimenti i principi della morale: non essendo per loro possibile un principio etico indipendente affatto dal religioso, nè potendo essi intendere come il sentimento del dovere possa mai giungere a tale intensità da rendere inutile qualunque ordine di ricompense di là dalla vita.

Ma la risposta più efficace a cotesta accusa la dà la storia delle stesse religioni che essi invocano a proprio conforto: poichè, s'è vero che tutte le religioni, incluso il cristianesimo, contengono e sanzionano a lor modo alcuni precetti morali cui ora nella cresciuta civiltà non potrebbero accettare neppur coloro che della religione son tenerissimi, egli è da mettere fuor d'ogni dubbio che la religione or professata come la più pura e le altre che terranno dietro e tali saranno stimate, non contengono ne conterranno tali principi morali che si possano dire indipendenti dalle condizioni zoologiche, storiche e sociali.

Se di fatto noi volessimo cercare un principio morale, in cui s'accordino tutte le religioni, non faremmo prova migliore di Carlo V che voleva metter d'accordo parecchi orologi.

L'odio, la vendetta, il furto, l'adulterio, l'incesto, le passioni più selvagge, i sentimenti più vili, i più scellerati fatti sono stati ammessi, lodati, inculcati come precetti di moralità pubblica o privata da questa o da quell'altra religione.

Sullo stesso amor materno, che è il sentimento più universale alla razza umana e comune anche alle bestie, in quel sentimento di reciproca sodisfazione che deriva dai rapporti fra una madre sana e un neonato sano, e che Spencer cita ad esempio degli atti assolutamente giusti, non convengono ugualmente le religioni; giacchè noi sappiamo, fra l'altro, che le donne cartaginesi offrivano volentieri in sacrificio i propri bambini, si tenevano anzi onorate dall'offerta, la quale tanto più riusciva gradita alla divinità quanto più belle e sane fossero le vittime e più liete si mostrassero le madri nell'atto che le gittavano di propria mano nelle fornaci.

La qual cosa, non volendo invocare altri esempi, è sufficiente a provare che il sentimento morale e il sentimento religioso si trasformano visibilmente secondo quella legge che governa tutti i fenomeni del mondo e dell'anima; che i due sentimenti, quantunque si possano confondere percorrendo la stessa via nei periodi primitivi della civiltà, possono in una civiltà avanzata svolgersi e affermarsi diversamente; che una morale assoluta ed eterna non è altrove che nella fantasia dei facili architettori di mondi e di sottomondi popolati delle chimere e dei pregiudizi della loro mente ammalata.

La morale come oggi la intendono i positivisti, non è più una categoria mentale, una serie di posizioni e di sentenze astratte formulate sul tipo di un uomo e di una società ideale, ma una legge di natura stabilita pei bisogni reali dell'anima nei rapporti personali e sociali, diretta a migliorare le condizioni dell'individuo e della specie umana, subordinata a quella legge universale di evoluzione, che non ci devia nè allontana dall'ideale, ma di questo è una continua conferma, a questo ci rivolge e c'innalza incessantemente entro i limiti della realtà, non isprecando le nostre forze in vane ribellioni, ma esercitandole senza tregua in una lotta benefica e salutare.

La dottrina morale che deriva dai principi della filosofia positiva non è, come quella dei moralisti del vecchio stampo, un che di estrinseco, di fittizio, di galleggiante fra Dio e l'uomo, un ordine intermedio astratto fra l'ordine teologico e il giuridico, una rivelazione di precetti fondati sulla negazione e sulla rovina della natura umana, ma un'applicazione di principi forniti dall'esperienza storica e scientifica, basati sulla natura dell'animo, atti a svolgere e migliorare i sentimenti umani, a fine di render l'uomo uno strumento di felicità prima a sè e poi agli altri.

A questo scopo si arriva per via di una educazione acconcia a svolgere armonicamente le facoltà, cioè a dire una educazione fisica, intellettuale e morale che distingua e applichi all'uopo le leggi fisiologiche e psicologiche, perchè gli organi della mente non si nutriscano a scapito delle funzioni digestive e muscolari; perchè le facoltà affettive ed intellettive si bilancino sanamente in un esercizio fecondo di cognizioni utili e di nobili sentimenti, perchè in fine l'economia delle facoltà, non turbata e infirmata dai metodi perniciosi finora in voga, creati a posta per mantenere le vecchie antinomie fra la scienza e la vita, sia regolata e alimentata in modo che non rimanga impedita dall'inazione, e dal troppo esercizio deteriorata.