Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro settimo – Cap. VI

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro settimo – Cap. VI

../Libro settimo – Cap. V ../Libro settimo – Cap. VII IncludiIntestazione 17 novembre 2015 75% Da definire

Della architettura - Libro settimo – Cap. V Della architettura - Libro settimo – Cap. VII
[p. 165 modifica]

Delle parti de Colonnati, et de Capitelli, et delle sorti loro.

cap. vi.


POi che saranno fermi i vani, si hanno a rizzare le colonne, dalle quali hanno a essere rette le volte, o le coperture. Grandissima differentia certo è se tu hai a rizzare colonne, o veramente pilastri, et se sopra i vani tu ti vuoi servire d’architravi o pure di archi. Gli archi, et i pilastri stanno molto bene ne Teatri; et nelle Chiese ancora non sono disconvenienti gli archi; ma nelle opere de Tempii più eccellenti che l’altre, non si veggono mai portici se non con gli architravi. Di questo habbiamo a trattare. Le parti de colonnati son queste, il zoccolo da basso, et sopra quello la basa, sopra la basa la colonna, dipoi il capitello, et poi l’architrave, poi il fregio con il quale si venga a terminare, et a coprire le teste de gli architravi, nell’ultimo poi è la cornice. Giudico che sia bene cominciare da capitelli mediante i quali si variano grandemente i colonnati. In questo luogo prego io coloro che copiano questo mio libro, che e’ sieno contenti scrivere i numeri che noi adopereremo con lettere a questo modo cioè dodici, venti, quaranta, et non con i caratteri XII. XX. XL. La necessità ne hà insegnato porre i capitelli sopra le colonne, accioche sopra di loro i pezzi delli architravi, si congiunghino insieme, ma pareva brutto quel legno cosi rozo da riquadrarsi, furono adunque da principio appresso i Dorici se noi crediamo però ogni cosa a Greci, alcuni, che andarono investigando ch’e’ si dovesse imitare un certo che fatto a tornio, che paresse quasi una tazza posta sotto a un coperchio quadro, et perche ella pareva loro troppo stiacciata la sollevarono allungandola alquanto di collo. Gli Ionici veduto il lavoro de Dorici lodarono la tazza nel capitello, ma non piacque già loro vederla cosi spogliata ne con il collo tanto lungo, et per questo vi aggiunsono due scorze d’albero che pendevano di quà, et di là, et ravolgendosi a guisa di cartoccio abbracciavano i fianchi d’essa tazza. Successono dipoi i Corinthii, et di ciò fu inventore Gallimaco, al quale non piacque come a costoro le tazze stiacciate, ma havendo veduto ad una sepoltura d’una fanciulletta un vaso molto alto, coperto, et pieno atorno di foglie natevi di acanto, gli piacque molto. Tre adunque furono le maniere trovate de capitelli. Il Dorico ancor che io truovo che questo medesimo havevano prima in uso i Toscani antichi; il Dorico dico, lo Ionico, et il Corinthio. Et che altra cagione credi tu che sia del ritrovarsi un numero infinito di capitelli varii, et che non si somigliano, se non che con grandissima cura, et diligentia sono stati fatti, et trovati da coloro, che si sono ingegnati di ritrovare sempre cose nove. Niente di manco non se ne vede nessuno che sia meritamente da essere lodato più di quelli, eccetto però che quel solo (accioche noi non dichiamo però d’havere havuto ogni cosa da forestieri) che io chiamo Toscano, o vuoi Composito, percioche a la bellezza di quello de Corinthii vi si aggiunsero le dilicatezze delli Ionici, et in cambio di manichi vi si messono cartocci avvolti che pendono, opera molto grata, et molto lodata. Le colonne poi c’havessino à corrispondere alla eccellentia del lavoro le facevano in questo modo. Percioche e’ dissono che a capitelli Dorici si convenivano colonne, che fussino lunghe da alto a basso sette volte quanto era la colonna da basso. Alli Ionici che la fusse lunga per otto teste. Et a capitelli Corinthii messono sotto colonne, che fussino per nove teste quanto è la loro grossezza da basso. A tutte queste colonne, piacque loro di mettere le base d’una medesima altezza, ma di disegno, et [p. 166 modifica]di lineamenti variate, che più? elle furono di lineamento dissimile in tutte le parti, niente dimeno nel modo de le colonne furono molto simili. Percioche il disegno delle colonne, del quale trattammo nel passato libro, et gli Ionici, et i Corinthii, et i Dorici lodarono, et convennono in questo, che si dovesse imitare la natura, ciò è che il da capo de le colonne sempre fusse più sottile che il da piede; Furono alcuni, che dissono che le si dovevano fare il quarto più grosso da piede, che da capo. Altri conoscendo che le cose vedute perdono sempre di grossezza, come tu te le discosti d’una occhiata, vollono, et certo con gran consiglio, che le colonne, che hanno a essere molto lunghe si facessino alquanto più grassette da capo che le corte, et le disegnarono in questo modo. La grossezza dabasso de la colonna quando ella hà da essere quindici piedi si ha a dividere in sei parti, cinque de le quali hanno a servire per la grossezza da capo. Ma la colonna c’ha a essere lunga da quindici a XX. piedi, dividendosi la sua grossezza da piedi in tredici parti, diasene undici alla grossezza da capo; et quelle c'hanno a passare da XX. piedi a XXX. debbono dabasso esser grosse sette parti, et da capo sei, a quelle dipoi da XXX. a XL. delle XV. parti del baso della colonna ne assegnerai XIII. alla grossezza da capo; finalmente quelle, che arrivano a L. piedi siano da piede otto, et da capo sette parti, et cosi si debbe discorrere, et con proportione ordinarle, che quanto la colonna sarà più lunga, tanto si lasci da capo più grossa, si che in si fatte cose le colonne convennono tutte insieme, ma io non truovo già nel misurare, che io ho fatto de li edificii, che queste cose fussino da Romani cosi apunto osservate.