Della congiura di Catilina/XXXI

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XXX XXXII

[p. 21 modifica]Erano per queste novità i cittadini sossopra, e mutato di Roma l’aspetto. La somma allegrezza e petulanza, figlie della lunga pace, rivolte repentinamente in tristezza: un andare e venire, un affrettarsi, un incessante ondeggiare; un diffidarsi a vicenda d’ogni luogo e persona; un non v’esser guerra, e non pace: ciascuno dal proprio timore arguire la grandezza del pericolo. Le donne inoltre, a cui, stante la vastità della Repubblica, timore di guerra non era pervenuto in Roma giammai, ad accorarsi, ad ergere supplichevoli al Cielo le mani, compassionare i lor pargoletti, interrogare ciascuno, di tutto tremare; e, la superbia e mollezza obbliate, di se stesse e della patria disperare. Ma il crudel Catilina non desisteva già dall’impresa, benchè combattuta; ed interrogato secondo la legge Plauzia da Lucio Paolo, o per più dissimulare, o sperando scolparsi quasi che calunniato foss’egli, in Senato apparì. Cicerone allora, sia che la di lui audacia temesse, o il trasportasse lo sdegno, pronunziò contr’esso con molto pro della repubblica una luminosa orazione, la quale dappoi pubblicò. Detta ch’ei l’ebbe, Catilina già preparato a dissimulare ogni cosa, con dimessa faccia, e supplichevole voce diedesi a pregare i Padri di non credere leggiermente tai cose di lui; di cotale stirpe esser egli, e fin dall’adolescenza, di tali costumi, che lecito gli riusciva sperare legittimamente ogni onore; non estimassero essere necessaria la rovina della Repubblica a lui patrizio, che per se e pe’ maggiori suoi moltissimo beneficata l’avea, quando in difesa di essa vegliava un Marco Tullio, in Roma straniero. Ed a queste aggiungendo molt’altre invettive, si levò a romore il Senato, nemico e parricida chiamandolo. Egli allora furibondo: « Poichè da nemici attorniato, (gridò) a manifesta rovina son tratto, non perirò solo io. »