Della eccellenza e dignità delle donne/De la bellezza

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De la bellezza

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Tra tutte le eccellenze che alle donne o la fortuna o la natura o la loro industria ha concesse, la bellezza corporale gli è più che dire non si potrebbe, agradevole. La quale con tanto maggiore cura si ingegnano mantenere e accrescere quanto veggiono (non so per che stelle maligne) le virtù meno in prezzo, avegna che a loro agevole cosa sia parere belle, essendo da la natura dotate di tutte quelle parti che possono piacere ed essendo dal volto loro rimossa quella asprezza de la barba che fa piutosto caduca la beltà de’ maschi, che forse ad alcuni inimici de la natura non piace, facendone ispidi nel volto, ruvidi e non dissomiglianti alle fiere.

Per la qual cosa non possendo di beltà con le donne contrastare, avemosi imaginato due specie di bellezza, ne l’una de le quali sia una dignità e maiestà e quasi una riverenza e questa abbiamolasi a noi attribuita, ne l’altra sia una venustà, una attrazione piena di desiderio, piena d’amore e questa è propria e peculiare de le donne.

Né bisogna che maschio de quale se sia etade in questa se gli aguagli, perché se vogliamo discorrere per le parti dil corpo che possono avere giocondo e delettevole aspetto, in ogni cosa siamo inferiori comminciando dagli occhi, quale in molte si veggiono a guisa de doe fiammegianti stelle, anzi de dua vivi soli diffondere intorno a sé la sua luce e con la sua chiarezza vincere le tenebre di la notte e quando con maestrevole arte mossi, palesare a li ingeniosi amanti i secreti dil core e con la sua vaga bellezza fare de loro quello che di Medusa si legge, che con la vista sua convertiva gli uomini in sassi, e che ciò sia più ne le donne che ne l’altro sesso lo dimostra il loro essere guatate universalmente per tutti i luochi dove vanno.

Che dirò io dil spacioso fronte? E de l’arguti cigli? Dil profilato naso? De la vermiglia bocca? De le candide perle ordinatamente rinchiuse entro il bel corallo? Dil bifido mento da niuno pelo attorniato? Del vivido colore sparso per tutto il volto? Che de la bianca gola? Che de le molli fila d’oro che e su pel bianco avorio sparse e in dolce nodo raccolte non possono se non sommamente a’ riguardanti agradare? Che dirò de’ rotondi pomi? Quali non so se somiglianti ne li Orti Esperidi ne guardasse mai il vigilante dracone, i quali da sottilissimo e lucido velo repressi, spignendo in fuori avrìano forza di muovere, non che ogni severissimo e duro uomo, ma le fere silvestre ancora e, se gli è lecito a dire, le insensate pietre. Pensa quello deve essere de le occulte parti, alle quali con tanto amore e desiderio la natura non ne spingerebbe se non fossero al tutto delettevoli e al loro obietto bellissime, perché l’amore non è altro che una cupidità di fruire la bellezza, come diffiniscono tutti i filosofi e massimamente l’amoroso Platone.

E quelli che con loro ingegno hanno cercato de imitare il maraviglioso artificio di natura, volendo fare una statua che fosse norma e regola alle altre pitture e sculpture di bellezza, la fecero donna, come dice Plinio e molti altri, aggiongendo che tanto ogni opera fatta era stimata bella quanto era più prossima a quella di Policleto; e questa cosa ancora da li moderni pittori e scultori affermasi, quali ritrovare dicono molta più delicatezza, proporzione e, se si può dire, perfezione ne li feminili corpi. E quello antico lume e illustratore de la pittura Zeusi, volendo alli omini di Crotona fare un dono egregio e singulare, anzi lasciargli uno eterno testimonio de la sua virtù, trasse da cinque vergini donzelle tutte le più belle parti e de la imitazione de tutte cinque ne compose un feminile corpo bellissimo. Costui adunque, possendo fare per l’arte sua vero iudicio di beltade, diede per tale opera la sentenza in favore de le donne e al mio parere, anzi del più degli uomini, la diede verissima.

Perché qual sarà colui che non veda qualche donna tra l’altre voluntieri, veduta non l’ami, amata non la desidri fruire? La quale vista, il qual amore, il qual desiderio non si può muovere se non da un non so che piacere che agli occhi nostri corre ogni volta che si giudica alcuna cosa esser bella. Il che non accade, se non in pochi, nel vedere de’ maschi. Ma che bisogna più estendersi in aguagliarla a l’uomo di bellezza?

Certo credo che niuna cosa a questo si possa addure in contrario, se forse talora qualche ostinato e nemico de le donne non si persuadesse con un detto del filosofo poter confutarme, cioè che in un corpo grande può essere più gran bellezza che in uno picciolo. Conciosia adunque che l’uomo le più volte è di la donna maggiore, si conclude che ne l’uomo possa capere maggiore bellezza. A questo tale respondendo dico che la magnitudine o vero grandezza si considera in doi modi: l’uno quando una cosa secondo tutte le misure si estende più che l’altra, come a dire che uno elefante sia maggiore de una formica. L’altro modo se intende secondo la proporzione, come è dicendo questa formica è grande, quello elefante è picciolo; e secondo questo modo di parlare non possemo dire che la donna sia piccola (avegna sia più bassa di l’uomo) ogni volta che aggiunga alla sua natura la proporzione, quale forse da la natura gli è data minore per qualche rispetto, non importante ora a raccontarlo.

E quindi nota una altra ragione efficacissima a provare la bellezza de le donne, imperò che per isperienza vedesi quasi tutte le femine esser più proporzionate e di una misura che non sono gli uomini, anzi tra gli uomini si ritrovano più nani e molto piccioli e alcuni quasi pigmei e oltra ciò assiderati, stroppiati e simili a quelli de’ Baronci quando Domenedio imparava a farli.

La cagione è perché le donne sono di natura alquanto più umide e la umidità più agevolmente si estende infin al suo termine, e per questo non restano né i loro visi, né i corpi sì sovente magagnati e guasti, ancora perché la sua longhezza è minore e più tosto se adempie e finalmente perché il cielo gli è più favorevole e par tenga non picciola cura de la loro bellezza. Ma il più degli uomini, perché sono più macilenti e secchi, quello che di larghezza perdono, in longhezza acquistano; e posti uno uomo e una femina di longhezza pari, l’uomo così a prima veduta parrà più longo per sottigliezza, sì come vedemo di coloro advenire che sono alcun tempo stati amalati, li quali uscendo del letto paiono molto maggiori che prima, non essendo però ne l’infermità fatti più longhi, ma per essergli tolto de la larghezza grossezza, la longhezza, quale è rimasa come prima, pare magiore.