Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro settimo/12. Il secondo periodo della presente età in generale; rassegna degli Stati

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12. Il secondo periodo della presente età in generale; rassegna degli Stati

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12. Il secondo periodo della presente età in generale; rassegna degli Stati
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[p. 48 modifica]12. Il secondo periodo della presente etá in generale; rassegna degli Stati [1559-1700]. — Se è felicitá al popolo la pace senza operositá; ai nobili il grado senza potenza; ai principi la potenza indisturbata addentro, ma senza vera indipendenza, senza piena sovranitá; ai letterati ed agli artisti lo scrivere, dipingere, scolpire od architettare molto e con lode de’ contemporanei, ma con derisione de’ posteri; a tutta una nazione l’ozio senza dignitá, ed il corrompersi tranquillamente; niun tempo fu mai cosí felice all’Italia come i centoquarant’anni che corsero dalla pace di Cateau-Cambrésis alla guerra della successione di Spagna. Cessarono le invasioni, lo straniero signoreggiante ci parava dagli avventizi. [p. 49 modifica]Cessaron le guerre interne; il medesimo straniero ne toglieva le cause, frenava le ambizioni nazionali. Cessaron le rivoluzioni popolari; lo straniero frenava i popoli. Le armi, le sollevazioni che sorsero qua e lá, furono rare eccezioni, non durarono, non disturbarono se non pochi. Bravi, assassini di strada, vendette volgari, ed anche tragedie signorili o principesche, furono frequenti, per vero dire, ma tutto ciò non toccava ai piú; e poi eran cose del tempo, i nostri avi vi nasceano in mezzo, v’erano avvezzi. I piú degli italiani fruivan la vita, i dolci ozi, i dolci vizi, il dolcissimo amoreggiare o donneggiare. Noi vedemmo giá un’etá di grandi errori aristocratici, un’altra di grandi errori democratici: questa è degli errori aristocratici piccoli. Ma l’aristocrazia s’acquista e si mantiene coll’opere; non si corrompe solamente, si snatura coll’ozio; perdendo la potenza, la partecipazione allo Stato, non è piú aristocrazia, diventa semplice nobiltà. Dai campi e dai consigli dove s’era innalzata, la nobiltà italiana era passata alle corti. Così, per vero dire, pur fecero quelle di Francia e Spagna a que’ tempi; ma dalle corti elle facevano tuttavia frequenti ritorni ai campi di guerra ed ai governi, o almeno ai castelli aviti; mentre i nobili italiani non ebber guari di que’ campi o governi, e dimorando piú alle corti e nelle moltiplici capitali, vi poltrirono. Il peggio fu che non vi sentivano lor depressione, piegavansi, atterravansi beati. Spogli di potenza propria, consolavansi co’ privilegi, col credito all’insù, colle prepotenze e le impertinenze all’ingiù; spogli d’operosità, consolavansi con le ricchezze e gli sfarzi; degeneri, colle memorie avite. Non facean corpo nello Stato, ma tra sé; chiudevano quanto potevano i libri d’oro, quegli aditi alla nobiltà, che restano sempre spalancati quando la nobiltà non è un titolo illusorio, quando è aristocrazia. I principi, all’incontro, si facean un giuoco di avvilirla col moltiplicarla, di aggiungere titolati a titolati, privilegiati a privilegiati, oziosi ad oziosi. Insomma, fu un paradiso ai mediocri, che son sempre molti, e quando il vento ne soffia, son quasi tutti; de’ pochi ribelli al tempo, pochissimi penando s’innalzarono, or bene or male; i piú, penando vissero e morirono ignorati. — La storia poi si [p. 50 modifica]impicciolisce, ma si rischiara; e, scemato il numero degli Stati italiani, or finalmente si fa possibile una rassegna di essi. Adunque: 1° Filippo II, re di Spagna, signoreggiava sul ducato di Milano estendentesi allora dall’Adda alla Sesia, comprendente Alessandria e sua provincia, e congiungentesi verso mezzodi co’ numerosi feudi imperiali in Liguria. E signoreggiava poi su tutto il regno di Napoli e Sicilia, e su quello di Sardegna. — 2° Nell’occidente del largo istmo, dalla Sesia all’Alpi e in Savoia al di lá, signoreggiava Emmanuel Filiberto duca, sugli Stati riconquistati a San Quintino, restituitigli in diritto a Cateau-Cambrésis, ma non tutti di fatto per anche; rimanendo Torino, Chieri, Pinerolo, Chivasso e Villanova d’Asti in mano a’ francesi, Vercelli ed Asti in mano agli spagnuoli, finché non fossero evacuate le prime. Del resto, stato tutto spagnuolo il duca nella guerra, spagnuolo nel trattato e nella restaurazione, spagnuolo rimaneva naturalmente nella pace. Se non che, guerriero esso ed uomo di Stato, e ringiovanito lo Stato, ringiovaniti i popoli dalle guerre, dalle miserie precedenti, dalla restaurazione presente, ed aiutati tutti dalla vicinanza di Francia, essi rivendicaronsi a poco a poco in indipendenza e furono tra breve i piú, od anche i soli indipendenti italiani. — 3° All’incontro, nell’oriente giacea la vecchia repubblica veneziana, potente di territori e di popoli dall’Adda all’Adriatico, ed al di lá in Istria e Dalmazia fino a Ragusi, e in Cipro e Candia, che le rimanean sole dell’antico quarto e mezzo dell’imperio orientale. Sarebbe stata cosí, senza contrasto, la prima delle potenze italiane; se non che, circondata d’ogni intorno dagli Stati spagnuoli e tedeschi di casa d’Austria, e preoccupata tutta della difesa contro a’ turchi, e del resto invecchiata sotto a quella invecchiatissima aristocrazia, che delle virtú aristocratiche non serbava piú se non quella della conservazione, Venezia era diventata meno italiana, meno curante degli affari d’Italia che mai; non pesava piú quasi in essi; era spagnuola, o almeno non mai antispagnuola. — 4° Genova, l’antica emula, non le poteva piú essere comparata. Fuori delle due riviere (frastagliate da’ feudi imperiali) non avea piú che Corsica. E l’aristocrazia [p. 51 modifica]di lei era altrettanto o peggio invecchiata che la veneziana. Né Genova e Venezia non aveano piú il primato de’ mari, passato a’ popoli occidentali; non quello dello stesso Mediterraneo, passato a Spagna. — 5° Il marchesato di Monferrato e il ducato di Mantova, disgiunti di territori, si congiungevano in Guglielmo Gonzaga. — 6° In Parma signoreggiava Ottavio Farnese; ma Piacenza rimaneva occupata da Spagna. — 7° In Modena e Ferrara era succeduto nel 1550 Alfonso II Estense. — 8° In Toscana tutta intiera signoreggiava il nuovo duca Cosimo de’ Medici. — 9° In Urbino, Francesco Maria II della Rovere. E di tutti questi ducati non è nemmen mestieri dire, che piccoli com’erano, ed istituiti o tollerati dall’imperio le cui pretese s’estendevan sempre a tutta la penisola, nessuno di essi poteva aver indipendenza vera, nessuno pretendeva nemmeno al diritto compiuto di essa. — 10° Lucca rimaneva repubblicana. — 11° E finalmente in Roma, a Paolo IV Caraffa era nell’anno appunto 1559 succeduto Pio IV (de’ Medici); cioè all’ultimo papa che siasi aiutato di Francia, che abbia un momento ancora guerreggiato con essa contro Spagna, era succeduto uno che (come i successori), trovando fatta la pace, e ferma in Italia la signoria spagnuola, né poteva guari piú scostarsi da essa, né (premendo piú e piú gli affari del concilio e dell’eresia) il voleva di niuna maniera. — Insomma, un gran progresso erasi fatto senza dubbio dall’esser ridotti gli Stati italiani (non contando San Marino, né i feudatari imperiali) a una decina, invece della moltitudine di signori e cittá che rimanevano un sessant’anni addietro. Ma la signoria straniera facea piú che compensar tal progresso; guastava tutto, non lasciava libera azione a nessuno. L’Italia era incatenata di su, di giú, e dal mezzo; in Lombardia, nel Regno, e nel papa. Casa Savoia sola, grazie al vicinato di Francia, potea sciogliersi, e si sciolse; in Piemonte solo rimase e risorse alquanto di vita italiana. Gli storici patrii, imitatori giá degli antichi, imitatori poi dei cinquecentisti, che avean negletto Piemonte quand’era un nulla per l’Italia, continuarono a trascurarlo, se non del tutto, almeno molto troppo. Botta il primo diedegli giusta importanza; ma con [p. 52 modifica] qualche ritenutezza ancora, quasi a lui piemontese non istesse bene ridur la storia d’Italia a poco piú che a storia del Piemonte; e perciò forse, per por nello scritto una proporzione che non è ne’ fatti, s’allungò soverchiamente in alcuni affari piccolissimi del resto della penisola. Ma perciò appunto, sforzati noi a trascurar quelli nel nostro rapido sommario, sembrerem soverchiamente piemontesi; e non avendo luogo nemmeno alle difese, aspetteremo d’esser giustificati dal tempo e da’ successori. Ad ogni modo, poche e misere le opere italiane di questo tempo, noi non veggiam modo di dividerle altrimenti, che seguendo i regni de’ principi di Savoia.