Demetrio Zaccaria e La vigna - Dall'avventura del bibliofilo all'Istituto di cultura

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Antonio Saltini

1994 D Saggi letteratura Demetrio Zaccaria e La vigna - Dall'avventura del bibliofilo all'Istituto di cultura Intestazione 30 aprile 2014 75% Saggi

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Commemorazione tenuta il 26 novembre 1994, da G. Luigi Fontana, Mario Bagnara, Francesco Vianello,
Demetrio Zaccaria e la Biblioteca Internazionale "La Vigna",
"La Vigna", Vicenza, 2008



Siamo riuniti, tra queste mura e questi scaffali ricolmi di libri per ricordare un uomo e per riflettere sulla sua opera.

Per ricordare Demetrio Zaccaria credo di trovarmi nella posizione di testimone privilegiato. Nonostante i tanti incontri, e la loro cordialità, non ho conosciuto, infatti, in profondità il fondatore di questa biblioteca, non ho posseduto la sua confidenza, ho goduto pienamente, invece, della passione, della sensibilità, delle conoscenze del bibliofilo. Potrà apparire singolare che mi dica privilegiato dichiarando di non avere approfondito la conoscenza dell'uomo che ho l'onore di ricordare. Ma rievocare gli uomini che abbiamo conosciuto è compito arduo, che è difficile assolvere evitando i pericoli opposti della sopravvalutazione e della reticenza. Siamo attori degli eventi che ci coinvolgono, non possiamo distaccarcene tanto da giudicare imparzialmente chi con noi ne è stato coattore: l'obiettività ci invita ad un rispettoso silenzio.

La facciata di Palazzo Brusarosco, acquistato da Demetrio Zaccaria per assicurare agli studiosi che frequentassero la biblioteca l'ambiente più idoneo allo studio. Archivio Biblioteca La Vigna Vicenza
,

Alla Vigna incontrai un uomo che si circondava di un grande riserbo, rispettai quel riserbo, e nella cortese distanza personale conobbi e apprezzai un grande bibliofilo. Rievocando Demetrio Zaccaria come fondatore di questa biblioteca, posso delineare il ritratto del bibliofilo, limitandomi dell'uomo a menzionare la severa, grata immagine della persona schiva. Giuseppe Medici, ricordo, presentando, in questa sala, il frutto di un mio lungo impegno, che ebbe qui il proprio battesimo, dichiarò al fondatore della biblioteca la propria commozione per l'atmosfera che lo aveva accolto, una rara atmosfera di pudore, disse, una virtù tanto più preziosa, sottolineò, quanto più rifuggita dal costume dei nostri giorni. L’elogio di Medici enuclea e riassume i miei ricordi di Demetrio Zaccaria, sulla cui persona credo sarebbe superfluo che aggiungessi un solo aggettivo.

Quindi Demetrio Zaccaria bibliofilo, il grande bibliofilo. Chi è, innanzitutto, il bibliofilo? Il bibliofilo è un collezionista, uno tra i tanti collezionisti. Si colleziona, ormai, tutto: i minerali ed i quadri, i fossili e le monete, le auto, le confezioni dei sigari e gli elmetti militari. Tra tutti i collezionisti il bibliofilo raccoglie i segni più preziosi tra quanti l'uomo lascia, di sé, nel proprio cammino nel tempo, i segni del proprio pensiero, i libri. Ai libri non si rivolge con l'atteggiamento critico dello storico, ma con la passione premurosa del conoscitore, di un conoscitore di profonda, speciale cultura, che ogni libro sa collocare nelle coordinate di un'età della stampa, nella parabola di un centro di editoria, Venezia o Lione, tra le manifestazioni di uno stampatore, nell'arco, infine, delle opere di un autore, quell'arco che inizia con il successo durante la vita, si protrae con quelle prove inequivoche di vitalità che sono le edizioni postume.

Per il bibliofilo il libro non è mai un oggetto in un tempo indefinito, è tessera di un grande mosaico, il mosaico della cultura umana. Collocando ogni tessera nel giusto posto, l'amatore di libri è compagno dello storico, al quale appresta, con la passione per la ricerca dell'opera rara, il materiale di studio. E credo di dover ricordare, a proposito, una grande lezione che mi è stata impartita da Demetrio Zaccaria. La sua cura per l'edizione più modesta, per il testo privo di risonanza scientifica, tale da potersi reputare insignificante, mi parve, qualche volta, eccessiva, un poco eccentrica un poco patetica. Garbatamente, gli manifestai qualche perplessità. Altrettanto garbatamente, mi dimostrò quanto quelle perplessità fossero frutto di eccessiva, frettolosa, semplificazione.

Per chi raccoglie una biblioteca, una biblioteca di testi antichi, non esiste libro superfluo, nessun testo stampato è inutile. Ciascuno è testimonianza storica, e in quanto tale è prezioso. Il bibliofilo è uomo di cultura, la sua cultura si sostanzia in un rispetto incondizionato al dato tipografico: se un tipografo ha impresso quelle pagine, giudicando che esse contenessero un messaggio significativo per i contemporanei, quel giudizio è espressione della vita spirituale dell'epoca, il libro che lo perpetua deve essere salvaguardato. Il bibliofilo che lo reperisce lo acquista e lo custodisce, lo storico che possieda il metro per giudicare gli negherà ogni valore, o lo ignorerà, relegandolo nell'oblio. Esso è, comunque, traccia del passato, di quel passato di cui l'amatore di libri è geloso custode, e in una biblioteca deve essere conservato. Gli storici si succedono, i loro giudizi mutano, le fonti debbono restare disponibili, per avallare i giudizi antichi, per consentire giudizi nuovi.

Il collezionista che raccoglie le testimonianze scritte di un'età non può dirsi pago fino a quando si avvicini, nella sfera del sapere cui si dedica, a possederle tutte. Dallo sforzo di completezza prende corpo l'insieme sul quale matura il giudizio critico. Ricordo un'esclamazione di Zaccaria: "Che fatica ritrovare i testi del Seicento. Stampavano pochi libri, di quei pochi, pochi esemplari. E che povera carta! Dopo la profusione del Cinquecento: quale prova di decadimento!" E' giudizio che nasce dall'amore per i libri, dalla conoscenza di carte e inchiostri, ed è penetrante giudizio storico. Nell'apprestare il materiale per il lavoro degli uomini di scienza il grande amatore di libri anticipa, precede, schizza sintesi future.

Ricordo, ancora, l'aiuto prezioso di Zaccaria nella ricostruzione della vicenda editoriale delle opere di cui stavo realizzando il commento nella mia esplorazione della letteratura agraria, ricordo il pomeriggio intero trascorso a ripercorrere la storia delle edizioni successive delle Giornate di Agostino Gallo, il più seducente degli agronomi italiani. Nell'elenco che mi dettò, e che collazionammo voce per voce, unì alla menzione della prima edizione la precisazione che aveva letto della sua esistenza, ma che non ne aveva mai individuata la presenza sul repertorio di una biblioteca o nel catalogo di un antiquario. Nel corso di un recente congresso su Gallo, è stata proposta la ricostruzione dell'errore dei critici che menzionano quella prima edizione che non è mai stata stampata. Immagino il sorriso con cui Demetrio Zaccaria avrebbe depennato la voce inesistente dall'elenco delle opere che sognava di reperire, un giorno, su qualche catalogo, per assicurarle agli scaffali della sua Vigna, perfezionando la completezza che costituiva la sua grande ambizione.

Demetrio Zaccaria ha ricercato, raccolto e catalogato, ha composto questa preziosa biblioteca, ha seguito, quindi, uno degli impulsi più nobili dell'anima umana, decidendo di donare alla sua città il frutto della propria passione, perché da oggetto di compiacimento personale si trasformasse in testimonianza storica permanente, in strumento di ricerca aperto a chi dei libri è il vero proprietario morale, la comunità degli uomini di studio.

Per quel gesto la Vigna non è più il vanto di un collezionista perspicace e fortunato, è patrimonio della città, è possesso di tutti i membri della repubblica delle scienze versati alla storia delle conoscenze agrarie. Della vitalità del lascito di Demetrio Zaccaria entrambe le sfere sono responsabili: la loro responsabilità non può essere reputata di agevole assolvimento.

L'asserzione impone a chi la pronunci una spiegazione, che deve inoltrarsi lungo un itinerario accidentato: ad ogni tornante esso incontra, infatti, un paradosso che costringe a riorientare la direzione della ricognizione. Tenterò di non essere navigatore fallace.

Tratteggiare la cornice entro cui si colloca la biblioteca di cui siamo ospiti conduce a constatare, innanzitutto, che esiste, nel nostro paese, una sovrabbondanza di centri di cultura agraria, in primo luogo di facoltà sede di studi agronomici, più numerose in Italia che in ogni altra nazione d'Europa. Se sono molte le facoltà sono poche, peraltro, le biblioteche ricche quanto questa dei precedenti storici della cultura agronomica moderna. Il rilievo parrebbe indicare nella Vigna la meta del pellegrinaggio di quanti non dispongano, nella propria sede universitaria, del materiale per le proprie indagini storiche, ma un rilievo opposto dissolve la supposizione: l'interesse per la storia delle proprie discipline è, per la maggioranza dei chierici delle conoscenze agrarie, generalmente assai fievole, spesso addirittura insussistente.

Non sarebbe opera inutile, né, credo, sarebbe arduo, stabilire presso quali istituzioni sono conservate le testimonianze più ricche della storia del pensiero agrario. Sulla base di mere impressioni, che non pretendono di sostituire la considerazione degli inventari, ritengo che le biblioteche più doviziose e di testi di agricoltura siano, in tutto il paese, quella dei Georgofili, la cui agibilità è stata compromessa dalla furia di criminali impazziti, la cui consistenza non è stata, tuttavia, menomata, quella dell'Accademia di agricoltura di Bologna, quella dell'Istituto di frutticoltura della Facoltà di agraria di Bologna, quella dell'Istituto di agronomia della facoltà di Pisa. A Modena è ricchissima, per l'Ottocento, la biblioteca dell'antica, prestigiosa Stazione sperimentale, oggi dipendenza di un istituto barese privo di storia. E' nota la dovizia della biblioteca del Ministero delle risorse agrarie, alla quale, tra tutti i ministri succedutisi dalla fondazione della Repubblica, solo Pandolfi, se la memoria non mi inganna, riconobbe tanta importanza da nominare un bibliotecario. Non conosco le biblioteche delle facoltà di agraria di Padova, Torino e Portici, che immagino riccamente dotate. Inserendo La Vigna nell'elenco, esso raggiungerebbe le dieci unità, supponiamo dodici.

Non è numero eccessivo per un paese dalla storia complessa quale il nostro, per un contesto di tradizioni agrarie tanto numerose e tanto varie quali quelle che si sono sviluppate nelle regioni italiane, che una locuzione efficace definiva, nel secolo scorso, le Italie agricole. Eppure l'interesse che si manifesta e si perpetua nella piccola costellazione dei centri della memoria agricola nazionale è, l'obiettività impone il termine, un interesse esiguo.

So di essere, nella ricchissima biblioteca di Modena, l'unico frequentatore interessato ai testi anteriori al 1960. Non mancavano i cultori di storia che frequentavano, prima della terribile esplosione, la biblioteca dei Georgofili, ma gli studi storici che si sviluppano nell'alveo dell'Accademia non sono sufficienti ad alimentare quella Rivista di storia dell'agricoltura, di cui l'Accademia è editrice, che vive, due numeri all'anno, di contributi che non convincono della propria vitalità storicistica neppure chi ne riconosca, serenamente, la dignità, una grigia dignità. Non mi risulta che la biblioteca dell'antica augusta Accademia bolognese sia sede di studi paragonabili, mentre uno studioso appassionato di storia della pomologia alimenta con continuità l'interesse per il passato nell'Istituto di frutticoltura della facoltà della stessa città.

Non è panorama che conforti chi ama immergersi nel passato alla ricerca delle radici del nostro rapporto con le piante coltivate e gli animali allevati, degli equilibri tra l'uomo, la terra e le risorse alimentari. Né sarebbe più confortante tentare l'inventario degli studi e delle indagini condotte presso i musei della civiltà contadina, preziose raccolte di testimonianze delle tradizioni agronomiche promosse, in grandissima parte, da volonterosi dilettanti. Fondati con generosi sacrifici privati, sopravvivono grazie a modesti contributi pubblici, di cui gli enti erogatori stentano a riconoscere l'utilità di fronte alla modestia del numero dei visitatori. Le eccezioni, che fortunatamente non mancano, non contraddicono, per l'esiguità del numero, la constatazione.

Una delle sale destinato all'accoglienza degli ospiti della Biblioteca internazionale La Vigna. Foto Archivio Biblioteca La Vigna Vicenza


Rilevare che le biblioteche agronomiche mancano di lettori, che i musei della civiltà contadina sono privi di visitatori, non menoma, credo anzi accentui il significato dell'opera di conservazione. L'agricoltura ha perduto, in un volgere rapidissimo di decenni, ruolo e rilievo, nell'economia nazionale e nella vita sociale che all'economia è legata: nell'anima collettiva non si è ancora spento, quindi, una sorta di moto di rigetto della terra, della fatica che essa impone, dei canoni pazienti che ne regolano la coltivazione. Per misurare la profondità di quel rifiuto basta verificare l'inconsulto disprezzo dell'agricoltura di chi professa una coscienza "ecologistica", termine singolare che identifica un appassionato di problemi naturalistici quasi sempre privo di conoscenze naturalistiche, e sistematicamente convinto che poiché l'agricoltura manipola la natura, per il bene della collettività sarebbe attività da impedire, rimettendo l'approvvigionamento di un paese di sessanta milioni di abitanti al volatile e incostante commercio internazionale.

Ma se nello spirito degli italiani dell'ultimo quarto del ventesimo secolo l'agricoltura non suscita alcuna vibrazione, non per questo è meno importante conservare, per gli italiani del ventunesimo, o del ventiduesimo secolo, la testimonianza delle pratiche di coltivazione e delle discipline che ne promossero lo sviluppo, prima della rivoluzione che ne ha radicalmente mutato il volto.

Come la rotativa ha relegato la pagina composta a mano e stampata al torchio in un passato remoto, così il trattore munito di apparati elettronici per il controllo dello sforzo, o di laser per la guida degli attrezzi, ha confinato il carro di legno costruito per i buoi nel limbo delle civiltà scomparse. Le dimensioni della rivoluzione tecnologica hanno moltiplicato la distanza con il passato: un volume del Cinquecento è, ormai, testimonianza storica dello stesso valore delle supellettili di un sarcofago egizio, giustifica ogni cura gli si prodighi: al di là del numero degli eventuali lettori, conservarlo è proposito che giustifica spese e cure. Un biroccio di legno, il torchio vinario realizzato da una fonderia ottocentesca, la macchina a vapore per l'aratura funicolare, espressione di un'industria lontana da noi, ormai, quanto l'artigianato armiero milanese del tempo di Lodovico il Moro, sono manufatti che è nostra responsabilità preservare per la conoscenza e lo studio di generazioni che verso quegli oggetti non proveranno più la pseudofamiliarità che può ancora infastidire l'osservatore dei nostri giorni. Custodirli e curarli è condizione essenziale perché il paese possa conservare la memoria di sé.

Ricordo, ancora, un aforisma caro a Giuseppe Medici, il maestro degli economisti agrari italiani, che ama ripetere che l'Italia ha varcato in cinque lustri lo spazio tra l'agricoltura dell'età di Virgilio e quella della scienza e della tecnologia: il tempo troppo breve spiega il disorientamento derivato, impone a chi abbia coscienza storica di misurare, valutare, conservare.

Curare i libri della Vigna, proteggerli dagli agenti del tempo, tutelarne l'integrità di insieme, lo straordinario valore che ciascuno acquisisce costituendo tessera di un grande mosaico unitario, sarebbe, senza obiettivi ulteriori, proposito di civiltà, finalità degna di comparire tra i compiti dei responsabili di una città che annovera, quale Vicenza, tesori artistici di cui poche altre vantano l'eguale. Ma conservare può essere scopo sufficiente per la biblioteca La Vigna? Può essere obiettivo esaustivo rispetto alle ambizioni del fondatore, rispetto al giusto orgoglio degli amministratori che di Demetrio Zaccaria hanno accolto il legato?

Non è compito di chi vi parla dare risposta a quesiti inerenti le relazioni tra il lascito di Zaccaria e i progetti che hanno condotto gli enti pubblici vicentini a costituire, per la sua gestione una specifica fondazione. Posso solo proporre, quale cultore di studi agrari, alcune riflessioni. La Biblioteca è stata definita, nella ragione che la presenta ai fruitori, Centro di cultura e civiltà contadina. Esistono, ho ricordato, molteplici musei della civiltà contadina, costituenti più o meno ricche raccolte di attrezzi, spesso collocati in locali che rievocano gli ambienti tipici della vita rurale: sono istituzioni di natura diversa da una biblioteca, caratterizzate dalla finalità di rendere fruibile al pubblico cospicue collezioni di materiale assai voluminoso, dalle costose esigenze di manutenzione. Fino a quando una raccolta analoga non fosse realizzata, la natura della biblioteca La Vigna resta significativamente diversa.

Su un piano di maggiore affinità esiste, a Roma, un centro di studi sul movimento contadino, l'Istituto Cervi, fondato da Emilio Sereni, il grande storico del paesaggio agrario, per raccogliere l'eredità della tradizione di studi marxisti sulla lotta di classe nelle campagne. E' centro attivo, le cui manifestazioni sono espressione dell'attenzione della storiografia marxista per un preciso ambito di indagine sociale, economica e giuridica. Proprio per i legami ideali e politici, la sua esperienza non è estrapolabile, né credo si debba tentare di estrapolarla: quale prospettiva arrida, infatti, agli studi "marxisti" sulla storia agraria, e su ogni altra storia, non è interrogativo di facile risposta. La dottrina marxista non attribuiva a storia ed economia il valore di autonome discipline conoscitive, ne faceva strumenti di indagine della verità, quella verità che si sarebbe realizzata nella costruzione politica collettivista. Dimostrata, ormai, la consistenza di quella verità, anche le sue fondamenta conoscitive dovrebbero essere toccate, credo, logicamente, da qualche incertezza.

Resta arduo, d'altronde, stabilire quali meriti obiettivi il movimento comunista possa vantare nell'evoluzione delle campagne. Intuizioni feconde guidarono l'opera di un socialista eterodosso, Camillo Prampolini, un autentico apostolo del riscatto umano dei contadini, che l'ortodossia comunista colpì col proprio anatema. Negli anni in cui Prampolini proclamava il proprio messaggio, anni fecondi e decisivi per le istituzioni agrarie italiane, la borghesia massonica, che aveva a Padova il proprio alfiere in Luigi Luzzatti, promuoveva iniziative lungimiranti e sagaci, alle quali rispondeva, con proposte non meno coraggiose, il movimento cattolico, che proprio a Vicenza aveva capitani di primo piano nei fratelli Scotton. Ecco, credo, senza promuovere un istituto per scrivere la storia secondo opzioni di parte, un terreno di studi di straordinario interesse per La Vigna, se vorrà essere centro di studi: approfondire il ruolo di questi grandi vicentini nel confronto con gli uomini di ispirazione opposta protesi, con eguale passione, a stabilire un ordine diverso, moderno, democratico, nelle campagne italiane. Lo dice, consentitelo, chi ha seguito eventi recenti, il fallimento della Federconsorzi e tanti insuccessi cooperativi, come le prove di incapacità dei successori rispetto alla lungimiranza degli alfieri ottocenteschi, massoni, cattolici, socialisti, della rinascita agraria.

Ma se fare della Vigna centro di studi storici è obiettivo affascinante, sarebbe sciocco nascondere quanto esso sia arduo e complesso, sottoposto a condizioni non tutte agevolmente controllabili dai responsabili della biblioteca. Voglio solo sfiorare, d'altra parte, l'eventualità che la Biblioteca si protenda verso indagini originali nella sfera dell'economia e della politica agraria, una sfera in cui molto si scrive, in centri diversi di studio, senza che quasi nulla raggiunga la percezione collettiva. Per un problema di metodo e di stile, credo, se da tre anni, entrato nell'agone agropolitico il professor Prodi col rapporto di Nomisma, non è mancato né l'interesse né il dibattito. Prodi non ha guardato l'agricoltura come retaggio degli agricoltori, ma come elemento della vita del Paese. L'agricoltura in cui è immersa Vicenza, l'agricoltura veneta, è senza dubbio tessera vitale dell'economia italiana, tale da poter alimentare indagini di precipua attualità, ed è la Regione, nel quadro delle competenze pubbliche, a dover conoscere il settore per governarlo. Se, formulo un'ipotesi, la Regione volesse affidare alla Biblioteca compiti in questa sfera, credo che molta attenzione dovrebbe impegnarsi a non aggiungere onerosi volumi ai tanti già destinati alla polvere, cercando di ricalcare la più vivace delle esperienze recenti negli studi di economia agraria.

Ma considerate eventualità e ipotesi, tra le quali sarà compito degli amministratori definire un indirizzo, ritengo necessario ricondurre la riflessione alla vocazione primigenia della Vigna, quella di biblioteca, di sede, cioè, della conservazione di un patrimonio di volumi di tanto valore. Quel patrimonio impone imperativi che non si possono omologare a quelli di un museo di oggetti destinati alla fruizione più ampia. E' necessario, credo, sottolineare il valore peculiare del libro antico, che è il valore di un bene irriproducibile. Se di volumi quali l'incunabolo di Pier de' Crescenzi, il prezioso La Quintinye e più di una delle edizioni di Redi vogliamo assicurare la fruizione alle generazioni future, ai lettori dei prossimi quattrocento anni, così come quelli dei quattrocento anni trascorsi ne hanno assicurato la lettura a noi, quei testi, i testi più preziosi della Vigna, debbono passare nel numero minore possibile di mani. Dovrebbero, idealmente, essere consultati solo dagli studiosi realmente consci del loro rilievo, e scrupolosi della loro conservazione.

C'è, apparentemente, una contraddizione tra l'aprire una biblioteca, per rendere pubblica la fruizione del suo patrimonio, e la preoccupazione che i suoi libri siano meno sfogliati che sia possibile. E' la contraddizione, dobbiamo riconoscere, con la quale debbono misurarsi, sempre più crudamente, tutti i responsabili di libri rari, un bene, dicevo, irriproducibile. I più famosi crateri di Pompei sono esposti in bacheche di vetro, la Gioconda dietro una protezione inviolabile, diecimila occhi possono guardarli senza produrne alcuna alterazione. Il libro per essere letto deve essere sfogliato: siccome, però, per conoscerne il testo è sufficiente leggerne una copia, non è lontano il giorno in cui i libri anteriori all'Ottocento resteranno chiusi in camere sigillate e climatizzate, e ai fruitori sarà fornita una pellicola da visionare attraverso uno schermo. C'è una contraddizione, dunque, un'antitesi tra gli auspici di vivace frequenza e gli imperativi di protezione dei volumi. E' l'antitesi che ha vissuto Demetrio Zaccaria, combattuto tra il desiderio di un pubblico numeroso e quello di aprire i suoi tesori solo agli studiosi, che se ne valessero per indagini capaci di promuovere nuove autentiche conoscenze.

A Parma è stata aperta, voglio ricordare, con le dotazioni di antichi organismi agricoli, una biblioteca che è stata definita agraria. Disposta dagli enti locali in posizione favorevole, e dotata di un'ampia sala, è meta della frequenza più intensa, da parte di studenti che ne hanno fatto sala di studio. Offrire agli studenti ambienti per la lettura può costituire scelta opportuna di politica civica. Credo che l'esperienza più banale insegni che a loro disposizione non si debbono lasciare, però, che volumi destinati alla distruzione. La preparazione degli esami di medicina o di ingegneria resta finalità diversa, comunque, da quelle della creazione di una biblioteca agraria.

Al di là delle opzioni per fare della Vigna centro di studi, così da dare sostanza alla denominazione di Centro di cultura e civiltà contadina, permane quindi la natura originaria della Vigna, quella di biblioteca, coessenziale alla straordinaria raccolta dei testi riuniti da Demetrio Zaccaria. Che per essere strumento di studio deve essere integrata e arricchita: Zaccaria ha raccolto soprattutto volumi antichi e rari, non ha seguito gli sviluppi delle indagini che negli ultimi decenni si sono moltiplicate sugli aspetti diversi della storia dell'agricoltura. Perché i testi antichi possano esprimere tutte le valenze storiche debbono essere affiancati dalla messe delle indagini recenti sui temi che essi illustrano. Non è, neppure questo, compito agevole.

Custodito e integrato, il patrimonio della Vigna ha, peraltro, la prima, la più intrinseca destinazione nell'utilizzazione cui l'aveva indirizzata, con qualche comprensibile contraddizione, il fondatore, una consultazione che, per quanto allargata, non può che restare elitaria. Da quella finalità congenita discende il primo, essenziale impegno dei responsabili della biblioteca, l'impegno a operare per ampliare la cerchia di lettori interessati alla storia agraria, quindi promuovere la visita di studiosi, favorire, ove non sostenere con borse di studio, la realizzazione di tesi di laurea e di dottorato, contribuire a pubblicazioni storiche.

Se delle venti riviste tecnico-scientifiche che esplorano i terreni diversi dell'agricoltura nazionale ciascuna pubblicasse, ogni anno, un articolo storico nato anche in questi locali, se delle venti facoltà agrarie italiane ogni anno uno studente di quattro o cinque lavorasse, tra questi scaffali, alla tesi, la biblioteca avrebbe assolto, credo, ai suoi compiti. Se degli articoli pubblicati sulla Rivista di storia dell'agricoltura dei Georgofili, qualcuno fosse nato tra queste mura, se soprattutto, venissero preparati alla Vigna, simultaneamente, uno o due dottorati di ricerca, magari sugli alfieri vicentini del ruralismo cattolico, credo che la biblioteca avrebbe assolto alle proprie finalità. Della cui realizzazione sarebbe prova altresì l'intensificarsi della presenza di quegli studiosi esteri le cui visite erano, a giusta ragione, il vanto di Demetrio Zaccaria. Ecco, credo, le finalità congenite della Biblioteca, alle quali ogni attività ulteriore dovrà aggiungersi, coerentemente, come organico complemento e corollario.

L'agricoltura, ho ricordato costituisce retaggio che l'anima del paese ha rigettato da sè: seppure si siano moltiplicate le facoltà di agraria, del rigetto gli studi agrari non hanno potuto non soffrire. Rivestono, oggi, dignità minore di quella che compete loro, di quella che è prevedibile torneranno a rivestire. Basta misurare il posto dei problemi agricoli nelle grandi storie dell'economia, basti, tra tutte, la straordinaria opera di Férnand Braudel. Voglio ricordare Braudel perché lo rileggevo nei giorni scorsi: quale prova di vitalità degli studi sul crinale tra storia dell'economia e della tecnologia, forse la frontiera più feconda della storiografia contemporanea, che è il terreno specifico di una biblioteca agraria.

Menziono Braudel e non posso dimenticare il dovizioso capitolo sul vino nella sua opera maggiore, quel capitolo che descrive le carovane di "carrettoni" tedeschi che scendevano dal Brennero, nel Cinquecento, per acquistare vini vicentini. Quante suggestioni per un'istituzione ispirata alla vite e al vino! Che potrebbe, come biblioteca, arricchire i propri fondi ricercando gli antichi documenti che potessero reperirsi sull'economia delle aziende vicentine dell'epoca, le prime ville venete, che potrebbe ancora, come centro di studi, promuoverne la ricognizione e lo studio.


Basterebbe, credo, la menzione di Braudel, a dimostrare il valore degli studi, tra economia e tecnologia, di cui questa biblioteca è strumento naturale, un valore che sarà percepito pienamente quando, in un futuro che non può essere lontano, all'agricoltura sarà restituito il posto che le compete tra le sfere dell'attività intellettuale. Un'istituzione come La Vigna può guardare con serenità, quindi, al proprio ruolo presente, essere certa di quello futuro. E verso il futuro può dirigersi senza inquietudine, senza frettolosità, con la consapevolezza del valore secolare delle opere che custodisce, delle conoscenze che perpetua.


E se all'agricoltura, che significa rapporti tra l'uomo e l'ambiente, tra l'uomo e gli esseri viventi addomesticati, piante e animali, i temi chiave di un'autentica cultura ecologica, spetta il posto che essa riconquisterà nella scala dei valori civili, chi avrà operato perché quel posto le sia assicurato avrà svolto opera preziosa per il perpetuarsi della società della scienza, della tecnica, dell'intelligenza dell'uomo che utilizza le forze del Creato nel rispetto che deve ai doni del Creatore, avrà assolto ad un compito degno della più alta considerazione. Credo che al ristabilimento del posto dell'agricoltura tra le sfere capitali dell'attività umana questa biblioteca possa prestare il proprio contributo, senza magniloquenza, con misura di mezzi, con modestia di forme: invitando uno studioso, promuovendo una ricerca, favorendo una tesi. Affrontando, secondo i mezzi e le condizioni, i propositi di studio più ambiziosi, senza sottovalutarne, nell'intraprenderli, le difficoltà. La Vigna è istituzione di una delle città più ricche di espressioni d'arte d'Italia. La consapevolezza del valore del Teatro palladiano, delle tele di Monte Berico, dei tesori della Bertoliana non attende alcuna conferma dal numero di coloro che quei tesori visitano. La città custodisce il proprio passato, chi la visita le deve gratitudine. Vicenza non pretende ringraziamenti: certamente non è lei a dover ringraziare. Questa biblioteca è l'ultimo tesoro di Vicenza. Piccolo tesoro solo perché sono tanto immensi gli altri. Lo stile schivo, il pudore, ha sottolineato Medici, di Vicenza è la condizione più congrua, credo, per tutelare un patrimonio che oggi lo spirito del tempo rende difficile fare apprezzare, che domani, possiamo esserne certi, tutti ammireranno e invidieranno, per mirare, operosamente, a valorizzarlo, adempiendo con fedeltà ai voti del fondatore.