Dialoghi degli Dei/20

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20. Il giudizio delle Dee
Giove, Mercurio, Giunone, Minerva, Venere, Paride

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Luciano di Samosata - Dialoghi degli Dei (Antichità)
Traduzione dal greco di Luigi Settembrini (1862)
20. Il giudizio delle Dee
Giove, Mercurio, Giunone, Minerva, Venere, Paride
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Giove.
O Mercurio, prendi questo pomo, và in Frigia, dal figliuolo di Priamo, che pasce i buoi sull’Ida nel Gargaro, e digli così: O Paride, Giove comanda che tu, il quale sei bello, ed intendi assai nelle cose d’amore, giudichi tra queste Dee, quale è la bellissima, ed ella in premio della vittoria si avrà il pomo. Ora potete voi stesse andare dal giudice. Non voglio esser io arbitro tra voi, perchè io vi amo egualmente, e, se fosse possibile, vorrei vedervi tutte e tre vincitrici: ma è forza dare ad una sola il premio della bellezza, e dispiacere le altre; però io non sarei buono giudice. Il giovanetto frigio, dal quale voi andate, è di sangue reale, e parente di questo Ganimede; e poi è un semplice montanaro, e nessuno lo terrebbe indegno di riguardarvi e giudicare.
Venere.
Per me, o Giove, se tu ci dái anche Momo per giudice io sono pronta a presentarmegli. Oh, che potrebbe il ser appuntino appuntare a me?1 A queste deve piacere quell’uomo.
Giunone.
Neppur noi, o Venere, temiamo, ci fosse anche giudice il tuo Marte; ed accettiam, chiunque egli sia, questo Paride.
Giove.
E a te che ne pare, o figliuola? che dici? Volgi la faccia, ed arrossisci? Così solete fare voi altre fanciulle: ma hai accennato di sì. Andate dunque, e le vinte non se la piglino col giudice, non si sdegnino, non facciano male al giovanetto. Ei non è possibile che siate tutte e tre belle egualmente.
Mercurio.
Andiam diritto in Frigia: io vo innanzi, voi seguitemi tosto, e di buon animo: io lo conosco Paride, è un bel giovane ed affettuoso, e non ci ha chi meglio di lui diffinisca quistioni d’amore: e un’ingiustizia egli non la faria.
Venere.
Assai mi piace questo che tu mi dì, che abbiamo un giudice giusto. È smogliato, o ha qualche donna seco?
Mercurio.
Smogliato in tutto no, o Venere.
Venere.
E come?
Mercurio.
Parmi che abbia seco una donnetta Idea, non bruttina, ma che sente dell’agresto e del salvatico: egli poi non n’è tanto spasimato. Ma perchè mi fai questa dimanda?
Venere.
Dicevo così a caso.
Minerva.
Ehi tu, tu trapassi il dovere d’ambasciatore a parlar segretamente con costei.
Mercurio.
Non dicevam niente di male, o Minerva, nè contro di voi: ella mi dimandava se Paride è smogliato.
Minerva.
E perchè si piglia questo pensiero ella?
Mercurio.
Non so: dic’ella, che me l’ha dimandato così a caso, non a posta.
Minerva.
Or di’, è smogliato?
Mercurio.
Non credo.
Minerva.
Ed ha genio pe’ combattimenti? è vago di gloria? o è tutto bovaro ?
Mercurio.
Il vero non so dirtelo: ma si dee credere che, giovane com’è, si troveria a menar le mani, e vorria essere il primo nelle zuffe.
Venere.
Vedi ora? io non ti rimprovero nè ti sgrido che parli segreto con costei. Sdegnerebbesi ogni altra; Venere no.
Mercurio.
Ella mi dimandava quasi la stessa cosa: non averlo a male nè a dispregio, se così nella semplicità le ho risposto. Ma mentre parliamo così andando, abbiamo lasciato gli astri molto indietro, e siamo quasi sopra la Frigia. Io scorgo l’Ida, e tutto il Gargaro chiaramente; e, se non m’inganno, anche il vostro giudice Paride.
Giunone.
Dov’é? io non lo discerno.
Mercurio.
Qui, o Giunone, riguarda a sinistra, non su la cima del monte, ma su la costa, vedi quell’antro, quella mandra.
Giunone.
Non vedo mandra.
Mercurio.
Come dici? Non vedi i vitelli, lì, dove io dirizzo il dito, che escono di mezzo le pietre, e colui che scende di quel ciglione col vincastro in mano, e sforzasi di non far più sbrancare la mandra?
Giunone.
Vedo ora: ed è quegli?
Mercurio.
È desso. Ma poichè siamo già presso alla terra, discendiamo, se vi pare, e camminiamo, per non ispaurirlo volandogli addosso all’improvviso.
Giunone.
Ben dici, e così facciamo. Ma poichè siamo discese, va innanzi, o Venere, e mostraci la via: tu devi ben conoscere la contrada, chè spesso ci sei venuta a trovare Anchise.
Venere.
Io non mi sdegno per motti, o Giunone.
Mercurio.
Vi guiderò io, che ho pratica dell’Ida: chè quando Giove amoreggiava quel suo garzoncello Frigio, io ci venni molte volte per suo comando a spiare il fanciullo: e quando egli era nell’aquila, io volavo con lui, e l’aiutavo a portar quel suo vago: e se ben mi ricorda, appunto da questo sasso ei lo ciuffò. Stava il fanciullo presso la greggia e fistoleggiava, Giove di dietro piombagli addosso, abbrancalo con gli artigli lievemente, e col becco tienegli la tiara sul capo, ed ei così traportato tremava, e torceva il collo per riguardarlo. Io allora raccolsi la fistola, che gli era caduta per la paura. Ma ecco il vostro giudice: andiamo a fargli motto. Salve, o mandriano.
Paride.
Salve anche tu, o giovanetto. Chi sei, che qui vieni a noi? E chi sono queste donne che meni? Di così belle non sogliono andare pei monti.
Mercurio.
Non sono donne elle, o Paride. Tu vedi Giunone, e Minerva, e Venere, e me che sono Mercurio; e ci ha mandati Giove. Ma perchè tremi e impallidisci? Non temere: non è male alcuno. Ei comanda che tu sia giudice della bellezza loro, e ti dice: Perchè tu sei bello, e sai tutte a dentro le cose d’amore, io affido a te questo giudizio. Saprai il premio di questa lite, leggendo la scritta che è su questo pomo.
Paride.
Dammi, vo’ leggerla; dice: La bella l’abbia. E come, o potente Mercurio, potrei io, che sono mortale e boscaiuolo, esser giudice di bellezza sì maravigliosa, che neppur cape nella mente d’un mandriano? Piuttosto i delicati cittadini potriano fare questo giudizio; che io per l’arte mia potrei solo discernere tra capra e capra qual’è la più bella, e tra giovenca e giovenca. Ma queste sono tutte egualmente belle, e non so come spiccar gli occhi da una e riguardarne un’altra: non vorrei staccarmi da colei che prima mi viene veduta, ma vi rimango fiso con gli occhi e con la mente, e la mi pare bellissima; e se trapasso ad un’altra, anche questa è bella, è incantevole, come le altre che le stanno vicino: sicchè da ogni parte elle fioccano bellezze sovra di me, e vorrei come Argo aver occhi per tutto il corpo per rimirarle. Io penso che saria una bella giustizia dare a tutte il pomo. E ci è di più, che costei viene ad essere sorella e moglie a Giove, e queste gli sono figliuole. Anche per questa cagione quanto non è pericoloso il giudizio?
Mercurio.
Io non so: ma non si può disubbidire al comando di Giove.
Paride.
Di questa sola cosa falle persuase, o Mercurio, che le due vinte non me ne vogliano male, e credano pure che solo gli occhi hanno sbagliato.
Mercurio.
Elle dicono che così faranno. Ma attendi ora a fare il giudizio.
Paride.
Tenteremo: come posso altrimente? Ma prima voglio sapere se basterà riguardarle così come stanno vestite, o converrà farle spogliare per contemplarle il più accuratamente
Mercurio.
Questo sta a te che se’ giudice, ordina come vuoi.
Paride.
Come io voglio? Vo’ vederle nude.
Mercurio.
Dispogliatevi: tu rimirale: io me ne ritorno.
Giunone.
Bene, o Paride: e prima io mi spoglierò affinchè tu sappi che non ho soltanto le braccia bianche, nè vo superba per aver gli occhi di bue, ma che io sono tutta quanta bella.
Paride.
Spògliati anche tu, o Venere.
Minerva.
Prima che si spogli, o Paride, fa che ella deponga il cinto, che è incantato, affinchè ella non ti ammalii con esso. Per altro non bisognava venir qui tutta parata ed azzimata come una cortigiana, ma mostrar nuda la propria bellezza.
Paride.
Han ragione pel cinto: deponilo.
Venere.
E perchè anche tu, o Minerva, non ti togli l’elmo e non mostri il capo nudo, ma scuoti le creste, ed atterrisci il giudice? O temi che non paian brutti gli occhi cilestri senza la terribilità degli sguardi?
Minerva.
Eccoti tolto l’elmo.
Venere.
Ed eccoti il cinto.
Giunone.
Dispogliamoci.
Paride.
O Giove prodigioso! o vista! o bellezza! o voluttà! o come risplende questa vergine maestosa e pudica, e veramente degna di Giove! Che dolci sguardi ha costei, che soave ed attrattivo sorriso! Ma già mi sono beato a bastanza. Deh, vogliate che io vi rimiri ad una ad una, chè ora io mi confondo, e non so che riguardare, e gli occhi mi sono attratti da tutte le parti.
Venere.
Così facciamo.
Paride.
Discostatevi voi due: rimani tu, o Giunone.
Giunone.
Rimango io. Rimirami prima attentamente, e poi considera se anche è bello il dono che io ti farò. Se tu giudicherai che sono io la bella, o Paride, tu sarai signore di tutta l’Asia.
Paride.
Io non fo questo per doni. Ma ritírati: si farà quello che è dovere. E tu, avvicínati, o Minerva.
Minerva.
Eccomi a te. Se tu, o Paride, sentenzierai che la bella son io, non sarai mai vinto in battaglia, e ne uscirai sempre glorioso: io ti farò pro’ guerriero, e vincitore.
Paride.
Non fanno per me, o Minerva, le guerre e le battaglie: ora come vedi, tutto è pace in Frigia ed in Lidia, ed il regno di mio padre è tranquillo. Non temere però, nè sarai tenuta da meno, benchè io non giudico per doni. Ma rivèstiti, e riponti l’elmo: ho veduto a bastanza. Venga ora Venere.
Venere.
Son qui a te vicino. Rimirami tutta a parte a parte, non tralasciar nulla, contempla le membra ad uno ad uno; ed ascoltami un poco, o bel giovane. Come prima io t’ho veduto così giovane e bello, che non so se in tutta Frigia ci sia uno eguale a te, io ho detto: o che bel garzone! peccato che tu non lasci queste rupi e questi sassi, e non vivi in una città, e fai appassire tanta bellezza in questo deserto! Che piaceri hai tu tra questi monti? che godono della tua bellezza i buoi? A te stava bene di tôrre una donna, non di queste rozze e salvatiche che sono sull’Ida, ma una Greca d’Argo, o di Corinto, o di Sparta, come sarebbe Elena, giovane e bella, nè punto da meno di me, e tutta amorosa. Ella se pur ti vedesse, ti dico io, lascerebbe tutto e si darebbe a te, e ti seguirebbe, e vorrebbe star sempre teco. Certamente anche tu avrai udito parlare di lei.
Paride.
Niente, o Venere: ed ora con piacere t’udirei se tu me ne parlassi, e mi contassi ogni cosa.
Venere.
Ella è figliuola di Leda, di quella bella, alla quale Giove discese mutato in cigno.
Paride.
E che aspetto ha ella?
Venere.
Ella è bianca, perchè nata di un cigno; ella è delicata, perché nutrita in un uovo; spesso va nuda, e si esercita nella palestra: ed è di così fina e ricercata bellezza, che fece nascere una guerra, quando ancor tenerella fu rapita da Teseo. Come prima giunse a fiorire donzella, tutti i migliori Achei vennero a cercarne le nozze, e fra tutti fu scelto Menelao, sangue de’ Pelopidi. Se tu vuoi, io te la darò in moglie.
Paride.
Ma come? S’ella è d’altrui.
Venere.
Sei troppo giovane, e rozzo. So io come aggiustar ogni cosa.
Paride.
E come? vo’ saperlo anch’io.
Venere.
Tu anderai in Grecia, e farai vista di viaggiare: quando sarai giunto a Sparta, Elena ti vedrà: da quel punto sarà cura mia ch’ella s’innamori di te, e ti segua.
Paride.
Questo mi pare incredibile, che ella abbandoni il marito, e voglia venirsene con un barbaro, con un forestiero.
Venere.
Non darti pensiero di questo. Io ho due bei figliuoli, Cupido ed Amore, e te li darò a compagni del viaggio. Amore si porrà tutto in lei, e la costringerà ad amarti; e Cupido verserà su di te tutti i suoi vezzi, e ti renderà desiderabile ed amabile: verrò io stessa in aiuto, e mi accompagneranno le Grazie: e così tutti insieme la farem persuasa.
Paride.
Chi sa come questo avverrà, o Venere! Ma io già mi sento acceso di cotesta Elena, e, non so come, parmi di vederla: già navigo diritto in Grecia, e vo a Sparta, e me ne ritorno menando meco la donna. Oh quanto mi tarda che tutto questo succeda!
Venere.
Ma tu non sarai amato, o Paride, se prima col tuo giudizio non mi farai conciliatrice e pronuba di queste nozze. Conviene che io ci venga vittoriosa per festeggiare le nozze e la vittoria. Tutto puoi acquistare con cotesto pomo, l’amore, la bellezza, le nozze.
Paride.
Temo che dopo il giudizio non ti scorderai di me.
Venere.
Vuoi ch’io tel giuri?
Paride.
No; ma promettilo un’altra volta.
Venere.
Io ti prometto di darti Elena in moglie, di accompagnarti a lei, e di tornare con entrambi in Ilio; io ci sarò, e farò ogni cosa per voi.
Paride.
Ed Amore, e Cupido, e le Grazie le condurrai?
Venere.
Non dubitare: anche il Desio e l’Imeneo io ci menerò.
Paride.
A questo patto io do a te il pomo; a questo patto prendilo.


Note

  1. Tutti sanno che Momo era un Dio motteggiatore, che trovava a ridire in tutto.