Dialoghi sopra l'ottica neutoniana/VI

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Dialogo sesto

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V


Nel quale si confutano alcune nuove ipotesi intorno alla natura de’ colori, e si riconferma il sistema del Neutono.

Non andò molto tempo, da che io feci con la Marchesa di F... quella mia villeggiatura filosofica, che io passai l’Alpi per la seconda volta desideroso di rivedere que’ paesi, dove, per l’ampiezza, ed unità dello stato, fiorisce ogni qualità d’arti, ogni bel costume e viver gentile. Di là presi il cammino a più remoti paesi per vaghezza di veder cose pellegrine, e venni dipoi dove mi fu dato di vedere la più pellegrina cosa di tutte: semplicità di maniere unita a regio stato, instancabilità nell’operare, erudizione nell’ozio, e sul medesimo capo gli allori di Marte e quelli delle Muse. Finalmente tornatomene in Italia, il mio primo pensiero fu riveder la Marchesa. Un giorno adunque, senza farlene altro sentire, andai alla sua villa di Mirabello sulle rive del Benaco; che là, essendo di luglio, seppi ch’ella si trovava; né mi fu di gran dispiacere a non ci trovar compagnia. Molto lietamente ella mi accolse; e vari furono i ragionamenti, co’ quali fu da noi scorsa in picciol tempo quasi tutta Europa. Dalle nuove del mondo, dalle istorielle e dalle mode si venne a ragionar delle venture della filosofia. Ed essendo io entrato a parlare delle riconferme che fannosi tuttodì del sistema che aveva abbracciato la Marchesa: - Per tutto questo - ella prese a dire - non credo già io, che il signor Simplicio vorrà quetarsi. E ben ve ne dovete ricordare del signor Simplicio, che è quel gentiluomo che vedeste qui da me alcuni anni sono, e di poeta è divenuto filosofo. E di tal cambiamento ne foste pur voi la cagione; che dappoiché intese voi ragionar di filosofia, tanto se n’è invaghito, che d’altro quasi mai non parla che di filosofia. - Madama, - io risposi - qual ne sia stata la cagione, o io o altri, mi penso che intrattenendovi egli ora con ragionamenti scientifici, compenserà alle molte seccaggini che egli vi diede già con quelle sue poesie. - Oh s’egli capitasse qua, - disse la Marchesa - come suol fare quasi ogni mattina, e toccasse anche a voi l’udirlo ragionare di osservazioni, di sistemi, di nuove scoperte, ben vedreste il bel compenso ch’è questo. Non entra meglio a proposito un personaggio in scena, quando più ne ha bisogno il poeta, che, secondo il desiderio della Marchesa, venne appunto a capitare il signor Simplicio; il quale, veduto me in compagnia di lei, rimase alquanto sospeso. Ed ella rivoltasi verso di me: - Eccovi - disse - il signor Simplicio; ma di quanto mutato da quel di pria! che di gran petrarchista è divenuto un valorosissimo antineutoniano. - Indi rivoltasi a lui: - E questi (come va il mondo!) è neutoniano più che mai. - Se così è, - egli rispose - troppo gli sarà incresciuto dì abbandonare il norte; al quale, nascendo, fece di sé grazia il Neutono. - Qual miglior ragione, - io risposi - per amar meglio di trovarmi qui che quella che abbiamo amendue dinanzi agli occhi? senza parlar del piacere che mi aspetto all’udire i nuovi pensamenti, ed anche le scoperte da voi fatte nella filosofia. - A confessare il vero, - egli rispose - di filosofia ho voluto avere alcuna particolar contezza anch’io; che non pare oggimai di poter stare nelle gentili brigate chi è digiuno delle dottrine del Neutono e del Cartesio: del rimanente io non presumo di far nuove scoperte;

grazie ch’a pochi il Ciel largo destina.

- Che sono adunque - disse allora la Marchesa - que’ ragionamenti che avete tenuto meco? e mi dicevate di quelle nuove dottrine, che hanno ancora da metter in fondo il sistema neutoniano. - Madama, - egli rispose - quelle cose che vi ho accennate, erano bensì scoperte italiane, ma non già mie. Ma che occorre parlarne? quando le stesse dimostrazioni, se non hanno il pregio di esser forestiere, non sono né meno guardate in viso, dirò così, non vengono punto ascoltate. - Mi giova però credere - soggiuns’io - che voi non pensiate, che io abbia detto in segreto al Neutono: tu sola mi piaci. - Le scoperte ch’io voleva dire, - ripres’egli - ognuno può vederle nel libro delle affezioni del lume, al quale chiunque vorrà giudicar senza passione approprierà i memorabili versi di quel nostro poeta:

Hanno gli altri volumi assai parole:
questo è pien tutto di fatti, e di cose,
che d’altro che di vento empier ci vuole.

E prima di ogni cosa l’autore vi mostra gl’inganni che sono giocati in quelle tanto studiate sperienze, per cui ci vorrebbono far credere che i raggi sono differentemente refrangibili, che i colori sono immutabili e ingeniti alla luce; e procede dipoi a darne il vero sistema dell’ottica. E quivi egli non fonda i suoi ragionamenti sopra vani supposti, ma per via di sperienze facilissime e incontrastabili egli determina puntualmente e descrive in che modo, mischiandosi il lume coll’ombra, ne riescono più maniere di risultati; e secondo che la natura pittrice variamente contempera i velamenti del chiaro e dell’oscuro essa medesima, le cose sortiscono vario colore. - Ben sapete, signor Simplicio, - disse qui la Marchesa - che tal vostra dottrina non mi può riuscir nuova. - No certamente, - diss’io - s’ella pur è una vecchia dottrina, che dalla varia mescolanza della luce e dell’ombra ne nascano i vari colori; e che, con qualche scambietto di parole, è stata nuovamente riprodotta anche in Francia. - Lodato sia Iddio, - disse il signor Simplicio - che sarà ora da sperare che un tal sistema abbia da trovar grazia tra noi dinanzi agli occhi di molti. - Ma finalmente - disse la Marchesa - un sistema di filosofia non è una tabacchiera né una cuffia; e però non è da credere vogliano riceverlo né meno dalle mani de’ Francesi, senza farvi su un poco di esame. Domanderanno, per esempio. quello che mi resta ancora da intendere, perché similmente un pittore con gesso e carbone non possa formare tutti i colori; se vero è che da altro originati non sieno che dal chiaro e dall’oscuro. - Come mai, Madama, - egli soggiunse - potrebbe giunger l’arte dell’uomo all’arte della natura? E l’arte appunto sino ad ora incomprensibile della natura, e da non contraffarsi da noi, viene maravigliosamente svelata nel libro delle affezioni del lume: non già, come io diceva, per via di vani presupposti, ma per via di tali esperienze, che vengono a formare altrettanti canoni, o sia regole infallibili. - Uno de’ canoni - allora io ripresi a dire - di quel libro, non è egli questo? Se un fondo chiaro raggerà per un mezzo scuro, caso che la forza del mezzo sia picciola, nascerà il color giallo; caso che grande, il rosso. - Vedete, signor Simplicio, - disse la Marchesa - che, per l’amor delle cose forestiere, egli non ha rinunziato alle nostre. - E un altro canone, - io soggiunsi - se non m’inganno, è questo: se un fondo scuro raggerà per un mezzo chiaro, caso che la forza del mezzo sia picciola, nascerà il color violato; caso che grande, l’azzurro. - Appunto - disse il signor Simplicio. - Vediamo, - io ripigliai - se potrò ridurmi anche a memoria le sperienze, sulle quali sono fondati cotesti canoni. Si mette un foglio di carta al sole, e, standosi uno nell’ombra, guarda cotesto foglio a traverso una lastra di vetro chiamato girasole, ch’e’ pone dinanzi agli occhi. Se il vetro è sottile, la carta traguardata per esso par gialla, e rossa, s’egli è grosso. La carta bianca illuminata dal sole, è il fondo chiaro; e la lastra del girasole nell’ombra è il mezzo scuro, per cui raggia il fondo chiaro. Se il vetro è sottile, dicesi esser picciola la forza del mezzo, e nasce il color giallo; laddove, se grosso è il vetro, grande è la forza del mezzo, e nasce il color rosso. Non è così signor Simplicio? - Così è - egli rispose. Ed io ripigliai a dire: - Per la prova del secondo canone la carta è nera, e situata nell’ombra; e il girasole, per cui la si guarda, è illuminato dal sole; che tanto è a dire il fondo e scuro e il mezzo chiaro. Se poco ha di grossezza il vetro, e sopra esso dieno soltanto i raggi diretti del sole, nel qual caso picciola dicesi la forza del mezzo, nasce il color violato; ma se maggiore è la grossezza del vetro, e sopra esso dieno i raggi del sole condensati da una lente, e in tal modo si accresca la forza del mezzo, il colore di violato diventa azzurro. - E bene, - disse allora il signor Simplicio - che vi par egli di tali prove? Qui non si fa sforzo niuno per storcere e interpretare a suo favore i sensi della natura:

qui non v’ha luogo ingegno di sofista.

La fisica ha ella dimostrazioni più palpabili, più chiare di queste? A me per altro - disse la Marchesa - saranno sempre inintelligibili, sino a tanto che non mi si dichiari che cosa veramente si vuole intendere, quando dicesi un fondo scuro che raggia per un mezzo chiaro. Per quanto io ci abbia pensato su, non mi è riuscito mai di formarmene un giusto concetto nella mente. - Quale è la cosa - rispose il signor Simplicio - che non rimandi all’occhio nostro dei raggi poco o assai? - Tutte al certo - disse la Marchesa - ne mandano poco o assai; toltone giusto quelle che sono veramente scure. Già altri non vorrebbe per una buia notte avventurarsi a camminare senza lume, o muover passo

se d’aver gambe o collo ha qualche spasso.

A me pare tutt’uno il dire i raggi mandati dalla oscurità, che la vista di un cieco, o la disinvoltura di un goffo. - Feci io qui bocca da ridere; e si storse alquanto il signor Simplicio. - Ancora - riprese a dir la Marchesa - è bisogno mi venga dichiarato che specie di vetro è cotesto, che si chiama girasole. Io confesso non averne udito mai più far menzione da altri, che dal signor Simplicio. - Oh voi, Madama, - io ripigliai - volete sapere il segreto del suo autore. Quel vetro, che serviva altre volte a far guastadette, orciuoli e tali altre miscee, andato giù di moda, egli lo introdusse novellamente nell’ottica: ed è fatto con tal arte e mistura, che riflette i raggi azzurri, e trasmette i gialli; e s’egli è alquanto più massiccio, trasmette i rossi. - Ora ecco, - ripigliò prestamente la Marchesa - che, posto un tal vetro nell’ombra, se uno traguarda per esso una carta illuminata dal sole, non vede se non per via de’ raggi mandati dalla carta e trasmessi dal vetro: e apparirà il color giallo o il rosso, conforme un vuole; il giallo, se il vetro è sottile; e il rosso, se massiccio. All’incontro annerata la carta, e collocatala nell’ombra, che è lo stesso che scartarla dal gioco, e il vetro fortemente illuminato posto tra quella e l’occhio, il vetro è solamente veduto per via dei raggi da esso riflessi, e apparirà l’azzurro. - E cotesto azzurro - io soggiunsi - un po’ men chiaro, come essere pur dee, quando il vetro non è nè così grosso, nè così fortemente illuminato, sarà apparito agli occhi dell’autore de’ canoni un violato, che è il colore più vicino all’azzurro, e insieme più languido di quello. - Non è picciolo, - disse la Marchesa - l’obbligo, che io pur debbo avervi, che in così brevi parole dato mi avete la chiave di un sistema. - Di fatto - io ripigliai - che il produrre tali maraviglie sia virtù tutta propria del girasole si vede a questo, che rifatte le medesime sperienze con vetri o cristalli ordinari, cioè con mezzi puri e innocenti, non nasce alcuna varietà di colori. E però il volere fondar canoni generali o sia regole infallibili sopra esperienze fatte con una viziata, dirò così, qualità di vetro, è lo stesso che se uno avendo l’itterizia prendesse a sostenere che tutte le cose son gialle. - Par che non sappiate, - rispose il signor Simplicio - o finghiate di non sapere, che oltre al girasole l’autore si servì in quelle esperienze di alcuni liquori, e se ne vide sempre risultare il medesimo. - E che altro - io ripigliai - potea risultarne? mentre quei liquori erano tutti in una sola boccetta, la qual conteneva la infusione di un legno americano, chiamato nefritico, che ha la proprietà anch’essa di apparire azzurra a’ raggi riflessi, e rossa o gialla a’ trasmessi, secondo che più o meno panciuta è la boccetta; ed è una specie, diremo noi, di girasole fluido. - Gran cosa - egli rispose - che queste così vittoriose obbiezioni non le facesse l’Accademia di Londra, quando uscì il nuovo sistema a combatter l’inglese. E non è già dubbio non abbiano aguzzato, quanto sapeano, l’ingegno per toglier di mezzo e gittare a terra tutto quello che contraddir potesse il loro Neutono. Ben sappiamo della sua riputazione sieno teneri e gelosi. - Che debbo dirvi? - io ripigliai. - Il vostro autore avea fabbricato il suo sistema sulle rovine dell’inglese. Ben vi ricorderete, come egli a guisa di proemio si mette a negare le sperienze del Neutono, che dimostrano le principali sue dottrine, o almeno a cavillarvi sopra. Che fecero in Londra? furono contenti quegli accademici di rifare quelle medesime sperienze, variando soltanto qualche circostanza in alcuna di esse; e ciò per rimuovere ogni qualunque dubbietà, ogni cavillo. Le sperienze riconfermarono le verità già dimostrate, nè si cercò più là. - Veggo - disse la Marchesa - ch’e’ fecero come Ruggiero, quando, in vece di trar fuori la spada, scuopre lo scudo luminoso dinanzi alla turba che gl’impediva la via, e passa oltre. - Crediate, Madama, - egli rispose - che quello scudo non ha virtù di abbagliare la vista di tutti. Molto ancora ci sarebbe da dire - egli soggiunse rivoltosi a me. - Ma a che mettere in campo altre sperienze ed altri canoni? - A che veramente, - io ripigliai tosto - quando sien frecce del medesimo turcasso, quando sien arme della medesima tempera? - Già voi, - egli continuò a dire - troppo avete in ammirazione le cose inglesi;

Salve o beata oltremarina piaggia,
salve terra felice, o dagli dei
amata terra! A te produr fu dato
colui, cui diè di propria man natura
le immutabili leggi, ond’essa l’ampio
regge universo, a lui solo cortese,
ritrosa agli altri,

con quello che séguita. Credete a me, che quando s’è fatta in cuore la sentenza, è superfluo udir le parti. - Oh qui - disse la Marchesa - ha molto ben ragione il signor Simplicio. La verità non ammette parzialità alcuna; è nimica mortale di qualunque prevenzione paresse la meglio fondata. Orsù, signor Simplicio, esponeteci voi medesimo qualche altro canone di quegli che avete in riserva; e vediamo se ci sarà modo di trovarci la spiegazione, sì o no. - Senza stiracchiatura - egli rispose - credo fosse alquanto difficile trovar la spiegazione di quello, per cui si viene a stabilire che raggiando un fondo scuro per un mezzo prima chiaro e poi oscuro, come si abbattono insieme quelle cose, che producono il colore azzurro e il giallo, o il violato e il giallo, apparisce sempre il color verde. Non so come di questa faccenda ne cavassero i piedi i signori neutoniani. - E quali sono le esperienze - ripigliò la Marchesa - sulle quali è fondato questo novello canone? - Una carta nera - egli riprese a dire - è collocata nell’ombra; e tra essa e l’occhio si pongono due pezzetti di girasole a qualche distanza tra loro. Il più vicino alla carta è illuminato dal sole; il più lontano, e dietro al quale è l’occhio del riguardante, è coperto dall’ombra: e il colore che si vede comparire è verde. - Che dite voi - ripigliò la Marchesa rivoltasi a me - di quest’altro canone? - Dico la prima cosa - io risposi - che scartata anche qui quella carta nera collocata nell’ombra, cioè quel fondo scuro che opera su un mezzo chiaro, il primo vetro illuminato dal sole riflette al secondo raggi azzurri in grandissima copia; ma oltre a questi ne riflette ancora degl’indachi e dei verdi, che sono così gli uni come gli altri, in ordine alla refrangibilità, egualmente vicini agli azzurri. - Ohimè, - interruppe il signor Simplicio - che quel vetro, il quale poco fa rifletteva soltanto i raggi azzurri, al presente ne riflette degli altri ancora, e segnatamente de’ verdi. E non è punto difficile indovinar la ragione perché il fa. - Perché - io risposi - la natura non opera mai per salti, ma gradatamente; perché niun corpo ci è al mondo, che rifletta o trasmetta una sola specie di raggi senza una qualche mistura degli altri; ma i raggi che non sono del suo colore, gli riflette o trasmette più o manco, secondo che sono a quello più o manco vicini nell’ordine della refrangibilità: e ciò lo mostrano all’occhio le cose colorate poste ne’ differenti raggi della immagine solare separata dal prisma. Ora che farà egli, Madama, il secondo pezzetto di girasole posto nell’ombra al ricevere dal primo dei raggi azzurri in grandissima copia, e oltre a questi degli indachi e dei verdi? - I raggi azzurri - ella rispose - gli rifletterà anch’esso come ha fatto l’altro, e similmente gl’indachi; e i verdi parte ne verranno da esso riflessi e parte trasmessi, come quelli che si trovano essere giusto di mezzo tra gli azzurri, che il girasole per la natura della sua composizione riflette, e i gialli che e’ trasmette. E così l’occhio, che traguarda dopo questo secondo vetro, non potrà vedere altro colore che il verde. - Ed io ripresi: - Ella il disse, signor Simplicio; e quando bene a voi desse il cuore di appellare dalla sua autorità, già non potreste opporre alle sue ragioni. Per esse un canone così intralciato, come era questo, col quale pur volevasi da voi toccare il polso a’ neutoniani, diviene una conseguenza pianissima, una riprova del loro sistema; e converrà dire del vostro autore, il più gran rivale che mai sorgesse contro al Neutono, quel che dice Catone nella tragedia inglese: che sino all’istesso Pompeo combatté per Cesare. - Io dirò - egli rispose - co’ nostri italiani,

che più tempo bisogna a tanta lite

e che, se questo sistema pur patisce una qualche difficoltà, tutti i sistemi, come si suol dire, sono tagliati a una misura: né già il neutoniano non andò esente, e non va dal patirne di molte e di gravi. - Con questo però, - qui entrò a dir la Marchesa - che ne uscì sempre come gli eroi, d’in mezzo alle calunnie. - Madama, - io ripresi a dire - pigliate guardia che di tutte le difficoltà non potrebbe forse così agevolmente uscirne. E che potreste voi rispondere a quello, che toccò già a me di udire dalla bocca di un valente bacelliere oltre monti? Troppo ha del ripugnante, egli asseriva, e però rinunziava al Neutono e a’ suoi inganni, che da sette cose scure, quali sono, diceva egli, i colori del prisma, riuscir ne possa una lucida, quale è il bianco. E forse anche taluno potrebbe mettere in campo, come un nostro italiano sostiene in istampa, che lo ammettere la diversità de’ colori ne’ raggi della luce è lo stesso che del glorioso corpo del sole farne l’Arlecchino dell’universo. - Il mio pensiero - riprese a dire il signor Simplicio - non andava sicuramente a tali inezie; sì bene a più altre difficoltà mosse, non ha gran tempo, in Francia da un grave filosofo. - Manco male, - io soggiunsi tosto - che voi non intendete dei rancidumi del Mariotto, nè d’altri che già si levarono in Francia contro al Neutono. - Io intendo e parlo del Dufay, - ripigliò egli con impazienza - il quale nell’Accademia di Francia dimostrò novella-mente le molte fallacie di questo Neutono, che con tutto il gran peso della sua autorità non gli venne fatto di darla ad intendere a tutte le accademie del mondo, come a quella sua di Londra. Quivi egli era non meno presidente che tiranno; né gli potea venire in capo così strano concetto, che già non avessero giurato nelle sue parole. - Niente vi ha senza dubbio, - io risposi - che sia di maggior impedimento a’ progressi delle scienze e della ragione, e contro a cui si debba stare più in guardia, quanto l’autorità. Ma ringraziamo Iddio anche per questo di esser nati in Europa. Tra i vantaggi, di ch’ella gode sopra le altre parti del mondo, non è il meno considerabile quello che il contagio della opinione non può così agevolmente appiccarsi da luogo a luogo; che l’autorità o tirannia de’ nomi non vi può avere un così lungo regno, come veggiamo per esempio essere avvenuto nell’Asia, dove gli abiti, i costumi e le opinioni filosofiche sono le istesse oggigiorno che già erano molti e molti secoli addietro. Divisa come è l’Europa da mari, da fiumi e da montagne più che alcuna altra parte del mondo, ella viene eziandio ad essere in vari e distinti governi divisa. E così la emulazione o rivalità che necessariamente nasce tra’ differenti comuni è cagione che sieno rigorosamente esaminate e poste ad angustissimo vaglio tutte le opinioni letterarie, che vi sorgono; che si disperda il falso, e non resti finalmente che il vero. In una parola la piazza filosofica, diremo noi, di Europa fa come le piazze mercantili della Cina, che non ricevono moneta coniata; ma solamente argento, che saggiano e pesano. - Non so poi, - replicò il signor Simplicio - se tutti abbiano sempre la pietra del paragone e il bilancino in tasca, e non vadano assai volte presi alla impronta della moneta. - E non vedete - disse la Marchesa, rivolte a me le parole - che il signor Simplicio vi richiama alle difficoltà mosse contro al Neutono dal Dufay nell’Accademia di Francia; delle quali pare che con coteste vostre riflessioni voi vogliate passarvene? - Di qual peso elle sieno, - io risposi - non sono però tali che vadano al cuore del sistema. - Come non vanno al cuore? - egli rispose - quando il numero de’ colori primari, che secondo il Neutono sono sette, egli lo ristringe ai soli tre, rosso, giallo e azzurro. Dal rosso e dal giallo mescolati insieme nasce il doré; dal giallo e dall’azzurro il verde, come si vede per sensata esperienza; l’indaco e il violato non sono altra cosa che mezze tinte dell’azzurro; e in oltre il bianco, per la cui composizione credeva il Neutono che ci volessero, tutti e sette i suoi colori, il Dufay lo compone co’ soli tre, rosso giallo e azzurro. - A buon conto, - io replicai - vedete che dal Dufay negate non vengono nè la composizione del lume, nè la differente refrangibilità de’ raggi, né la immutabilità de’ colori. Quanto poi al numero de’ colori primari non dovreste ignorare ciò che gli fu risposto. Per qual causa, condensati e riuniti per via di una lente convessa i raggi violati e gl’indachi, non si ha egli il colore azzurro? E sparpagliati per via di una lente concava, che fa un effetto tutto contrario della convessa, e rarefatti i raggi azzurri, non si ha il violato o l’indaco? Se il violato e l’indaco non sono altro che un azzurro men carico e men pieno, non sono altro che mezze tinte, come voi dite, dell’azzurro, per qual causa l’oro posto ne’ raggi verdi della immagine formata dal prisma riceve egli il colore di quelli, e verdeggia? e più tosto non riman giallo, s’egli è vero che in quel lume verde ci abbia una egual dose, o poco minore, di giallo che di azzurro? Parimenti lo scarlatto posto nel doré rimanendosi rosso scoprirebbe que’ raggi rossi, che vi fossero nascosi dentro, e a un tempo istesso l’errore del Neutono. - Che ve ne pare, signor Simplicio? - disse la Marchesa. - Io per me non saprei che apporre alle sue ragioni. - Indi, rivolte a me le parole, così soggiunse: - E chi fu che contro al Dufay prese la lancia a favor del sistema inglese? O non foste voi medesimo anche in Francia, come dianzi in Italia, il campione del Neutono? - Madama, - disse il signor Simplicio - quello che importa è la solidità delle ragioni medesime, non il nome di chi le abbia prodotte. - Il giudizio della loro solidità - io gli risposi - ne sia in voi. Sovvengavi di quella esperienza, in cui posta una lente in mezzo a due prismi nella stanza buia, ov’entra per uno spiraglio il sole, il Neutono ne faceva refrangere i raggi in maniera che uscivano dal secondo prisma paralleli tra loro; e sì egli venne a comporre un raggio da lui detto artifiziale. Refratto cotesto raggio da un terzo prisma, ne ritraeva la immagine colorata simile a quella che per via del primo prisma dal raggio diretto si dispiegava del sole. Sovvengavi ancora che quale de’ colori, e fosse il verde, veniva presso alla lente impedito di passar oltre al secondo prisma, nella seconda immagine dispariva: e dispariva, benché liberamente passassero per la lente l’azzurro e il giallo. Ma se il verde non è altrimenti primitivo, ed è pur composto dalla mescolanza dell’azzurro e del giallo, ond’è che nel raggio artifiziale, pur essendovi in persona l’azzurro e il giallo essi medesimi, non si rifaceva il verde? In quanto a me non so veder maggior contraddizione di questa: che, rimanendo allo stesso modo che prima i componenti, debba svanire il composto. - Ed io - egli rispose - non so vedere maggior assurdo in filosofia, quanto il supporre che la natura faccia in due differenti maniere una cosa medesima. Col giallo e coll’azzurro della immagine solare, mescolati che sieno insieme, non si compone egli veramente il verde? - Mai sì - io risposi. - Che ha dunque bisogno la natura - egli riprese - di fare un verde primitivo, quando con la mescolanza del giallo e dell’azzurro è già bello e fatto cotesto verde? - Dite piuttosto - io risposi -

che è tra le cose di natura strane, e non so se si sa perch’ella il faccia;

come dice il nostro Berni, che non è già sempre bernesco. - Quello che si sa - disse il signor Simplicio - ed è posto fuori di ogni controversia, è che la natura nelle operazioni sue è semplicissima. E questo fu tenuto, in ogni tempo e in ogni scuola, come uno de’ più fondamentali principi della filosofia: intantoché di più sistemi, che soddisfacciano egualmente a’ fenomeni, quello sarà sempre preferito come il vero che sarà il più semplice. E la ragione è in pronto. Chi dice più semplice, dice anche più bello. Che già non è dubbio non sia più bello lo arrivare a un fine ponendo in opera uno o due soli mezzi, che ponendone in opera tre. - Ecco - io risposi - che voi medesimo ci venite a dire come a poter giudicare rettamente della semplicità, o sia bellezza che è nelle opere della natura, fa di mestieri la prima cosa conoscere i fini che nell’operare sa è proposta essa natura. Ma voi sapete che una tal ricerca è d’altri omeri soma che da’ nostri, e quanto un tal volo sia pieno di pericolo. E lo stesso Cartesio lasciò, come per ricordo a’ suoi, a non si volere inframettere de’ fini della natura; egli per altro, che nelle filosofiche imprese diede loro tanti esempi di un animo così risoluto e franco. Chi potrà mai arrivare a sapere per qual ragione, per qual fine la natura abbia fornito di ale alcuni insetti, e alcuni altri gli abbia forniti di gambe; mentre gli uni non ispiegano mai volo, e gli altri non furono mai visti camminare de’ lor dì, ma vanno da luogo a luogo strascinandosi con la schiena per terra. Avrete forse udito, Madama, come tratta la milza d’in corpo a parecchi cani, non per questo si rimasero di mangiare, di correre, di saltare; faceano ogni cosa come gli altri cani. Qual uso si abbia veramente la milza, non si sa. E mi potreste voi dire, signor Simplicio, a qual uso sieno ne’ medesimi cani appropriate quelle parti, che nelle femmine sono fatte per raccogliere il latte e nutrire i loro picciolini? Se adunque sia da procedere con cautele grandissime e con li calzari, come si suol dire, del piombo, a fondare argomenti e discorsi sopra la semplicità e sopra i fini della natura, vedetel voi. Vero è che il Neutono non si mostrò alcun tratto tanto schivo del ragionare sopra le cause finali; ma è vero altresì ch’egli avea spesso in bocca quel detto: o fisico, guardati dalla metafisica; ben sapendo quanto noi fossimo lontani con la veduta corta di una spanna dal poter vedere le ragioni, perché le cose esser debbano in questo piuttosto che in quell’altro modo. - E già egli nel nostro caso - disse prontamente il signor Simplicio - non vorrà per niente concedere che, quando due cose si trovino in tutto e per tutto esser simili tra loro, se ne debba inferire che simile, anzi la stessa ne sia la natura, essendo pur questo un principio metafisico, di cui converrà aver paura, come della befana i fanciulli. - Assai chiaro si comprende - io risposi - che da voi si crede essere una cosa medesima il verde, che si compone col giallo e coll’azzurro, e il verde della immagine solare, perché somiglianti si mostrano all’occhio. Ma vedete non v’inganni l’apparenza. Ne chiarirà sopra di ciò il fatto medesimo: ed anche noi, come dicono facesse, non ch’altri, lo stesso Aristotele, anteporremo a tutti i discorsi le sensate sperienze.

Perché predichereste un anno in vano, difenda ogn’uno il suo co’ vetri in mano;

che questo è il brando dell’ottica. Entro ad una stanza buia sopra un picciolo cerchietto di carta fate che sia il verde della immagine solare dipinta dal prisma; e sopra un altro simile cerchietto fate che vi dia l’azzurro, e insieme il giallo. Amendue i cerchietti appariranno verdi; e tra l’uno e l’altro non ci scorgerete la minima differenza. Ma se vi farete a guardarli con un prisma all’occhio, l’uno di essi lo vedrete, quale vi apparisce guardato ad occhio nudo, verde tuttavia quale era prima, inalterabile, immutabile; e l’altro lo vedrete trasmutarsi, e risolversi in due cerchietti l’uno giallo e l’altro azzurro. E simile prova potete fare col doré, che simile ne vedrete l’effetto. - Prova - disse la Marchesa - che è un vero fendente di Durlindana, e taglia netto la quistione, sicché non può rimanere attacco o dubbietà alcuna che il verde della immagine solare non sia colore primitivo e semplice. In fatti troppo avrebbe dello strano, che primitivo non fosse quel colore, che domina nel mondo. Di verde sono rivestiti gli alberi e le piante; di verde sono coperte le campagne e la terra. Perché voler degradare un così bel colore, che si direbbe il colore favorito della natura; di cui ella, per dipinger le sue opere, e per renderle alla vista più piacevoli, si è servita più che d’ogni altro? - E che è il simbolo, si potrebbe anche dire, - io soggiunsi - di una cosa tanto primitiva nell’uomo, com’è quella, che mai non lo abbandona, che è la prima a nascere nel cuor suo, e l’ultima a morire; che tien vivi i nostri desideri, e colla vista lontana di un bene immaginario ne fa scordare mali reali e presenti. Ma buon per noi, Madama, che abbiamo dalla nostra delle sperienze incontrastabili. E un tal modo di ragionare potremo tenerlo in riserva per combattere non il Dufay, ma quell’altro francese che gli contese la gloria della scoperta, che tre soli sieno i colori primitivi, e non più. Asserisce gravemente costui avere il Neutono preso nell’ottica di molti granchi, per essere stato totalmente all’oscuro di quel gran principio che la natura, negli effetti molteplice, è unitaria, e assai sovente trinitaria nelle cause. - Che nuovo linguaggio è mai cotesto? - disse la Marchesa. - Il linguaggio d’un uomo, - io risposi - che sta ora facendo in Parigi la più nuova cosa del mondo. Questa si è un gravicembalo oculare, dove al muover de’ tasti compariranno vari pezzetti di nastri di diverso colore, che saranno tra loro in quella armonia, che ne’ gravicembali ordinari sono i suoni medesimi. Godranno gli occhi su tale strumento delle ariette del Pergolesi e di Rameau; e mercé di esso si potrà anche aver tessuto e copiato in una stoffa un qualche passaggio di Caffariello. Ma torniamo al Dufay; che non vorrei, Madama, avesse da richiamarmici un’altra volta il signor Simplicio. E quanto alla composizione del bianco, il Neutono chiaramente ha mostrato co’ prismi e colle lenti alla mano che, ad avere un bianco affatto simile a quello di un raggio solare, è di necessità riunire insieme tutti i colori componenti esso raggio, dopo che sono stati separati dal prisma. - Di fatto, - prese a dire la Marchesa - se ben mi ricordo quel che già mi diceste, tagliato l’uno o l’altro raggio della immagine, sicché non arrivi alla lente, e sia anche il verde, il bianco subito muta colore. - E il signor Simplicio:

O Donna intendi l’altra parte, che ’l vero onde si parte quest’Inglese, dirà senza difetto.

Il Dufay pur ci assicura essergli riuscito con tre soli colori, rosso giallo ed azzurro, di comporre un bianco. - E chi ci assicura - io risposi - che quel suo bianco fosse il bianco, o sia l’aurino della luce, e non piuttosto un giallo sbiadito? Vi dirò bene che il Dufay confessò esser necessario che quel suo bianco di tre soli colori composto, perché si potesse dire un vero bianco, rendesse tutti e sette i colori della immagine solare; e promise solennemente di farne la prova, la quale non è mai comparita. Ma come mai il rosso, il giallo e l’azzurro potevan dare gli altri quattro colori? quando niuno di essi posto al crociuolo, posto al tormento di qualunque prova, non ci dà altro colore che il suo proprio. E queste tali cose pur le sapeva il Dufay. Ma quello che all’intelletto dovette fargli alcun velo, ed essergli anche occasione d’inganno, fu l’aver udito dire che i pittori con tre soli colori vi sanno fare tutti gli altri. E similmente con tre soli rami, l’uno per le tinte rosse, l’altro per le gialle, e il terzo per le azzurre, impressi dipoi sulla medesima carta, il Blon lavorava quelle sue stampe colorate, che gareggiano cogli stessi quadri: una veramente delle belle invenzioni della nostra età; ma, come avviene delle cose migliori, fu moltissimo lodata da chi dovea favorirla, e quasi niente promossa. - E perché adunque i signori neutoniani - entrò qui a dire il signor Simplicio - non vorrebbono eglino avvertire a quelle verità, che mostra l’esperienza giornaliera di coloro, che non hanno la mente preoccupata da niun sistema? Fu già detto, con gran ragione, che le ordinarie nostre manifatture presentano tutto giorno delle maraviglie agli occhi di coloro che sanno vederle. Ma forse isdegnano i neutoniani, essi che sono sempre in cielo, mirar sì basso con la mente altera.

- Eglino avvertono - io risposi - che, siccome a’ pittori conviene per li chiari i più alti servirsi di biacca, in quelle stampe del Le Blon vi si lascia, per li medesimi chiari, scoperto il fondo della carta; segno manifesto che con tre soli colori non si può veramente fare il bianco. Il Neutono, a cui non erano ignote simiglianti cose, tentò di farlo in più modi mesticando insieme polveri di vario colore; e il più passibile, che gli venisse fatto, era composto di orpimento, di porpora, di cenere turchina e verderame. Ma poco o nulla giovano cotali curiosità, come disse egli stesso, ad intendere gli effetti naturali: e voi pur sapete, signor Simplicio, quanto i nostri colori, in comparazione de’ prismatici, sieno impuri e fecciosi. Talché colui il quale, vista per esempio la diversa refrangibilità de’ colori ne’ raggi del sole, volesse darvi la prova con ogni sorta di tinte nostrali, e cavillarci contro, se le sperienze non riuscissero, sarebbe simile al Caco di Virgilio, allora che, per la virtù di Ercole vinto in quella sua caverna dallo splendore del giorno, caccia fuori d’in gola vapori e fumo, per oscurare il giorno medesimo. - Dove vada - disse il signor Simplicio - a percuotere cotesto strale, ognuno può vederlo. I neutoniani vorrebbono a un tratto dar l’esclusiva a tutte quelle sperienze, che potessero fare contra di loro. Ottimo provvedimento è pigliar da largo le difese, e accattar similitudini e prove anche dalle favole, per vie maggiormente confermare e ribadire la verità. - Prendete guardia - io risposi - che io ho detto di ogni sorte di tinte nostrali, come han voluto fare taluni per mettere a cimento la diversa refrangibilità. E perché in certi casi la non si manifestò, presero a negarla. Che direste voi a uno, il quale negasse che l’urto fa uscire i corpi di luogo, perché da un fanciullo non può essere smosso un pietrone? A questi tali non è da far risposta. Per altro la diversa refrangibilità si manifesta e si comprova anche ne’ colori nostrali, chi li prende più vivi e più netti che un può, come se ne ha esperienza certissima. E chi dipinge a spicchi una palla di bei colori, imitando quelli del prisma, e la giri rapidamente intorno, ella apparisce tutta bianca: salvoché, per pochezza di lume, quel bianco è languido ed ottuso, rispetto a quello che si genera rimescolando insieme i colori del sole separati dal prisma. E se la cenere turchina e la polvere del giallolino si meschino bene insieme, se ne fa una polvere in apparenza verde che guardata con un buon microscopio apparisce come un granito di punti gialli ed azzurri; dove la polvere della terra verde guardata col medesimo microscopio apparirà verde, tal quale si è: come avviene guardando col prisma i due cerchietti verdi, l’uno semplice e l’altro composto, di cui parlammo poc’anzi. - Parmi - disse qui la Marchesa - vedere il cuore al signor Simplicio. - E non siete voi fatta - ripigliò egli subito - per vederlo negli occhi di tutti? - Dall’una parte, - continuò ella a dire rivoltasi a me - si sente mosso dalle vostre ragioni; ma dall’altra, come mai vincere quella opinione che l’ha già vinto? - A dire come la sento, - replicò egli - le semplici parole in simili quistioni me non toccano gran cosa. Né io mi affaticherò a trovar risposte a sperienze, che prima di tutto si vogliono vedere co’ propri occhi; che non so quanto dritto vegga chi vede cogli occhi altrui. - Troppo gran dura legge - ripigliò la Marchesa - voi imponete alle persone: che non debba niuno quetarsi in ciò che fu fatto e rifatto, veduto e riveduto, non già da un uomo solo, ma da molti e molti. Non sarebbe allora lecito ragionare di ottica, se non dentro alle stanze buie co’ vetri alla mano: e là ancora si potrebbe insistere che quanto si vede è un inganno de’ vetri; che sarebbe la via più spedita a liberarsi d’ogni difficoltà. Ma certi filosofi - ella seguitò a dire rivolte a me le parole - non sono eglino simili a quegli uomini di ventura, che altro non vorrebbono negli stati che confusione, onde avere la lor volta, e almeno per qualche tempo farvi un personaggio anch’essi? - Madama, - io risposi - così credo anch’io. Sebbene farebbe torto al vero chi mettesse in questo numero il Dufay. Anzi io sono d’avviso, se così breve termine non avessero avuto i suoi giorni, che, riconosciuto l’error suo, volto si sarebbe a corredare, se è possibile, l’ottica neutoniana di nuove sperienze, come avea fatto dianzi le scoperte inglesi sopra l’elettricità: e noi gli avremmo avuto grand’obbligo; da che egli è pur vero che coloro ne procurano in certo modo di novelle cognizioni, i quali ci somministrano nuovi argomenti per confermarci nelle antiche. - Se veramente - disse il signor Simplicio - dovesse vedersi questa conversione del Dufay, non so; so bene che nell’Accademia di Francia ci sono stati e ci sono tuttavia di molti increduli del Neutono. - Poiché sento - io risposi - poter tanto nella vostra mente l’autorità di quell’Accademia, dove tuttavia non manca de’ vecchi zelanti delle dottrine cartesiane, mi penso che i principi del vostro filosofare saranno i vortici, la materia sottile. - Ed egli mi tagliò la parola dicendo: - Ancoraché io tenga per fermo che molto debba al Cartesio la filosofia, non per questo ogni sua opinione la credo una verità. E quando io dovessi seguitare in ogni cosa un qualche filosofo, sarebbe il nostro Galilei primo maestro, come debbono tutti convenire di color che sanno. - E verisimilmente dopo lui - qui entrò la Marchesa - l’autore del novello sistema d’ottica. - Basta, - rispose il signor Simplicio - ch’egli abbia saputo apportare un qualche lume nella filosofia; benché né di lui né d’altri oramai è bisogno. Chi non sa che la natura era involta in profonde tenebre; venne il Neutono, e fu luce ogni cosa? - Ma come è mai, ripigliai io - che voi vi siate dichiarato antineutoniano, e non anche antigalileano? Se persona nel suo filosofare non si dipartì punto dalle vie del Galilei, il Neutono è desso: purché voi non gli apponiate di averselo lasciato di gran spazio indietro, e di aver toccate le più forti cime del sapere. - La verità è, - diss’egli - che in Francia degli oppositori del Galilei non se ne trova alcuno; ma ben moltissimi, come io vi diceva, e voi dovete pur sapere, se ne trovano del Neutono. - Al quale io risposi: - Le ultime novelle che per me posso darvi della Francia, sono che quanti con la geometria o co’ prismi alla mano aveano attaccato il Neutono han dovuto cantar la palinodia. Se non che non saranno mai per mancare di coloro che vanno tuttavia ripetendo le medesime obbiezioni, ille quali fu già fatto diffinitiva risposta; e tutto che atterrati dalla forza del vero, non si vogliono mai dare per vinti. In fine dopo molta guerra è rimasto padrone del campo il Neutono; e la moda si già dichiarata in Francia a favore della filosofia inglese. Le sperienze dell’ottica neutoniana si fanno giornalmente in Parigi; e le donne gentili vanno a vedere dal Nollet refrangere diversamente i raggi, come vanno alla Zaira del Voltaire. - E questo istesso Voltaire - disse la Marchesa - non ha egli, per amore del Neutono, cambiata per un tempo la lira col compasso? - Sì certo; - io risposi - e quegli che poteva essere il Lucrezio di questa filosofia amò meglio di esserne il Gassendo. - Vorreste voi adunque - entrò qui a dire il signor Simplicio - ch’ egli ci avesse cantato e messo in rima la proporzione diretta delle masse, la reciproca dei quadrati delle distanze, con altre simili gentilezze? - Chi meglio di voi - io risposi - potrebbe giudicare dei soggetti convenienti alla poesia? Fate pur ragione che ho avuto il torto io. La ultima precisione e la fantasia sono in fatti quelle due gran nemiche da non si potere aggiungere insieme. E sembra così poco suscettibile di locuzione poetica una proposizione di geometria, che sarebbe di mossa pittoresca l’attitudine di un equilibrista. Ma quanti altri non si possono contare, oltre il Voltaire, che con illustrazioni e con chiose entrarono in lizza per il Neutono? De’ quali è capo il Maupertuis, che primo piantò il neutonismo nell’Accademia di Francia, non ostante tutte le opposizioni ch’egli ebbe a combattere ed a vincere. Che già a niun partito non vi avrebbono voluto tal pianta esotica, quasi prevedessero l’aduggiamento, che ne doveano patire le loro piante natie. E tra i frutti che, trapiantata nel terreno di Francia, ella portò, furono di molto belle speculazioni che fece il medesimo Maupertuis sopra alcuni particolari effetti dell’attrazione. - Ora so ben io, - disse qui il signor Simplicio - che noi entriamo nel più cupo pelago della filosofia. - Come sarebbe - continuai io a dire - l’origine dei satelliti, che fanno corona ad alcuni pianeti, e il modo con che si venne a formare quel maraviglioso anello onde è ricinto Saturno. I satelliti erano ab antico altrettante comete, le quali ne’ lunghissimi loro corsi passarono troppo vicine di alcun pianeta, entrarono nella sfera della sua attrazione, furono distolte dal loro cammino; e così di corpi primari, che giravano intorno al sole, divennero secondari, che girano intorno e ubbidiscono a un pianeta. Tali mutazioni di stato, così fatte catastrofe debbono singolarmente essere cagionate da quei pianeti, che sono i più grossi degli altri e i più lontani dal sole. E ben, Madama, ne vedete il perché. Dove è più di grossezza, ivi ancora è più di attrazione; ed essendo in una gran distanza dal sole rallentato di assai il moto delle comete, che presso al sole è velocissimo, vengono esse a sentire per più lungo tempo l’attrazione del pianeta che costeggiano. In effetto vedete come alla nostra terra, né molto grossa né molto dal sole lontana, non è sortito di far conquisto che di una sola cometa. Al contrario Giove tanto più grosso, e più dal sole lontano di noi, ne ha conquistato quattro; e cinque ne sono state rapite da Saturno, grosso anch’egli la parte sua, e più lontano di tutti dal sole. - Cotesto Saturno - disse la Marchesa - è un mal passo per le comete; e dovrà essere per esso loro ciò che per li nostri navigatori era altre volte quel grandissimo Capo, tanto difficile da superare che gli diedero il nome, secondo che ho udito a dire, di Tormentoso. - E oltre all’aversi rapito - io soggiunsi - quelle cinque comete, venne anche fatto a cotesto Saturno di spogliarne un’altra di una bellissima coda, di che, tornando dal sole, erasi arricchita; che ben vi è noto, Madama, come vicino al sole le comete s’infuocano, e quasi altrettanti vesuvi mandan fuori que’ torrenti di vapori e di fumo, che corrono in cielo tanti milioni di miglia. Avvenne adunque che la coda di una cometa costeggiò Saturno, intantoché la testa o il nocciolo di essa faceva assai dalla lungi suo cammino. E però la coda soltanto venne a restar presa nella sfera dell’attrazione di quel pianeta. E secondo le leggi della medesima attrazione, combinate col moto che avea la coda, mostra il Maupertuis come ella dovette cinger Saturno, condensarsi, stiacciarsi, prendere la forma di quel maraviglioso anello che gli sta sospeso d’intorno. - Quale è mai la sorta di personaggio, - disse qui il signor Simplicio - che a coteste loro comete non facciano fare i neutoniani? Ecco che in Francia le trasformano in altrettante lune, e le loro code in anelli, per rendere più allegre le notti de’ pianeti; mentre in Inghilterra fanno loro negli stessi pianeti commettere incendi, diluvi, ogni maniera di tristizia, e sì danno a loro abitanti il mal giorno. Si vuol egli riparare alle perdite che il sole, mandando fuori da sé tanta luce, fa di continuo? Vi troveranno così su due piedi un bel paio di comete, che egli a un bisogno una mattina o l’altra si tranghiottirà. E se temono per avventura non qualche pianeta, per li troppi vapori che ne esalino, venga a patire il secco, vi spediscono detto fatto una cometa, che vi pioverà su della rugiada. L’albero del coco, donde si cava di che far tante e tanto varie cose, da coprir casamenti, da tessere stoie, da filare, da mangiare e da bere, non può essere di tanto pregio agl’Indiani, di quanto a’ neutoniani esser debbono le comete. Comoda veramente e benigna filosofia, che, predicando agli altri il più stretto rigorismo in materia di ragionare, lascia che i suoi seguaci si abbandonino al più scorretto libertinaggio. - Signor Simplicio, - disse qui la Marchesa - vedete non si risenta un po’ troppo de tempo antico cotesta vostra austerità. Perché non vorreste voi concedere anche a’ neutoniani una qualche ora, dirò così, di ricreazione? - Tanto più - io soggiunsi - che in que’ sfoghi della mente non depongono in tutto la gravità geometrica, né possono recare scandalo a coloro che conoscono il sistema del mondo. Le comete, benché regolatissime ne’ loro moti, e soggette alle medesime leggi di attrazione che i pianeti, movendosi però per ogni verso e per ogni piano in ovali lunghissime, ed ora trovandosi vicinissime al sole ed ora in una distanza da esso sterminatissima, ber paiono fatte apposta per cagionare le più strane vicende, ed anche le più opposte tra loro: incendi o diluvi ne’ pianeti a cui passassero dappresso, cangiamenti di situazione nelle orbite loro o ne’ poli onde poi venissero a variare maggiormente le stagioni di quelli oppure vi facesse una primavera eterna. Potrebbono ancora le comete esser distolte dal loro cammino e rapite da’ pianeti, a cui passano d’appresso, se sono piccioline; ovvero condur via seco esse tal pianeta, se avviene che sieno più grosse e le più possenti.- Perché no? - disse la Marchesa. - Largo campo di filosofare danno veramente agl’ingegni speculativi coteste comete, largheggiando come fanno, ne’ loro movimenti. Peccato solamente che per la tanta varietà appunto de’ loro moti la mente si viene a perdere in certo che d’indeterminato e di vago. Né si sa precisamente quello se ne abbia a temere o a sperare. - Noi siamo ancora ben lontani - io risposi - dal sapere ogni particolarità di quella strana generazione di corpi celesti; e pare che abbia ardito di troppo chi ha voluto predire il ritorno di alcuno di essi. - Come? - entrò qui a dire il signor Simplicio in atto di maraviglia - non è dunque arcisicuro il ritorno di quella cometa, che tra pochi anni apparir deve in cielo a far fede alla terra della verità delle dottrine inglesi? La si dava pure, non è gran tempo, per certissima una tal nuova. Ma ora che i signori neutoniani sentono stringere il tempo, che ismentire potrebbe i loro prognostici, pigliano il tratto innanzi e gli tacciano di troppo arditi. - Qual torto - io risposi - venisse a ricevere il sistema neutoniano se la cometa non tornasse così per appunto, io non saprei dirlo. Dinanzi agli occhi di chi dritto estima, lieve sarebbe certamente, e da non ne fare niun caso; sarebbe come dire un punto di perfezione di meno. Ma se la cometa tornasse mai al tempo prognosticato, confessate pure, signor Simplicio, che si mostrerebbe ad evidenza come a’ neutoniani è dato quello che troppo è al di sopra della condizion dell’uomo: il potere indovinare. Cotal ritorno sarebbe forse la più bella giornata, e la più gloriosa di quante mai ne avesser vinte. - In tal caso, - replicò egli sorridendo - io vi prometto che dietro al carro trionfale pur mi vedrete del gran Neutono. - Piacesse a Dio, - io risposi - che un uomo tale qual sete voi fosse ancora de’ nostri; lasciate che io vi dica, come già disse un Persiano, se non erro, a un Greco di gran valore. - E lasciate - soggiunse la Marchesa - che io mi rallegri d’avanzo del nuovo conquisto che è per fare la Inghilterra. - Del rimanente, Madama, - io continuai a dire - poco in là risale la vera storia delle comete, perché vi si possano fondar su delle giuste predizioni. Non sono ancora cencinquanta anni passati che il Keplero, astronomo per altro chiarissimo, sosteneva ch’elle erano le balene e i mostri dell’etere, e per via di una facoltà animale venivano a generarsi, diceva egli, dalla feccia di quello. Quegli stessi, che stando alla sentenza di qualche antica scuola le credevan corpi durevoli, e non altrimenti passeggieri o meteore, l’ordine del tutto ignoravano de’ loro movimenti; e avvisavano che fossero in molto maggior numero che in fatti non sono; siccome all’opera una cinquantina di comparse ch’escono, entrano, e ritornano in scena, i fanciulli le prendono per uno esercito. Ticone fu il primo alla fine del Cinquecento ad osservarle con esattezza, a mostrare che si doveano veramente riporre tra i corpi celesti, a tenerne un registro fedele; e solamente dal Neutono in qua si sanno le leggi alle quali ubbidiscono anch’esse. Ma atteso la lunghezza delle loro orbite, alcune delle quali superano di gran lunga l’età dell’uomo, non se ne troveranno i periodi né il numero, se non coll’andar de’ secoli; e le Marchese che verranno di qui a due mila anni potran forse sapere più precisamente di voi, Madama, quello che si avrà da temere o da sperare di ciascuna di esse. A ogni modo noi avrem fatto non picciolo guadagno assicurandoci che non sono poi sempre di tristo augurio; e se possono inondarci d’acque, o mandarci in vampa, ne possono anche arricchire di qualche novella luna, e forse anche di un bell’anello. - Certamente, - ripigliò la Marchesa - si vuole saper grado al Maupertuis di una novella speranza, di che ci è stato cortese. La nostra vita è più nell’avvenire che nel presente, e si pasce più d’immaginazioni che di realità; e colui, che senza punto offendere la ragione ne sa mettere più in gioco la fantasia, convien dire che non poco abbia meritato degli uomini. - Quello - io continuai - onde il Maupertuis meritò assai più, ed ha fatto più che mai sonare il suo nome, è la conferma che ne diede col fatto della dimostrazione che avea data il Neutono della figura della terra. - Non so - disse il signor Simplicio - che dimostrazioni sien queste, che han mosso tante liti. - Sopra le quali per altro, - io risposi - fu già data sentenza. - Della figura della terra, - disse qui la Marchesa - mi ricordo già essersi tenuti vari ragionamenti; che è ben naturale che ognuno ami di sapere come è fatto il luogo ch’egli abita. Ed ora, poiché il discorso è caduto su questo, sono entrata in curiosità di sapere in fatti che ne sia; né dovrà increscere al signor Simplicio di sentir fedelmente rapportate le particolarità di questo affare. - Come è del piacer vostro, - io allora dissi - Madama. Ma sapete voi che questo non è affare da sbrigarsene così presto; e converrà incominciare alquanto da largo le parole? - Tanto meglio - ella rispose. Ond’io dopo un poco di pausa ripresi a dire in tal modo: - Fra i matematici, che ad oggetto di perfezionare l’astronomia furono dalla munificenza di Luigi XIV mandati in varie parti della terra, toccò al Richerio andare alla Caienna, che è un’isola francese nell’America situata quasi sotto l’equinoziale, o vogliam dire la linea. Appena giunto si mise a far sue osservazioni. Né molto andò che si fu accorto che ritardava considerabilmente il suo oriuolo a seconda di cui avea regolato il pendolo in Parigi, e che avria pur dovuto, come faceva in Parigi, andar benissimo anche alla Caienna. Provata e riprovata la cosa, e lo stesso mantenutosi sempre l’effetto, si diede a cercarne la ragione. Si credette da principio averne colpa il calore, assai più grande alla Caienna che non è in Francia. Tutti i corpi, anche i più densi, crescono alquanto di mole, riscaldati che sieno. E però il metallo, di che è fatto il pendolo, venendosi ad allungare un tal poco sotto la linea, dovea far tardare l’oriuolo; mentre ognuno pur sa che a maggior lunghezza del pendolo corrisponde nelle sue vibrazioni lentezza maggiore. Si esaminò la faccenda con tutta la immaginabile sottigliezza, e si trovò che troppo era picciola cosa l’allungamento del pendolo cagionato dal calore, perché ad esso attribuir si dovesse quel considerabile ritardamento, che pur si osservava nell’oriuolo. Talché finalmente fu forza conchiudere la gravità sotto la linea esser minore che qui da noi. E la ragione è questa. Non per altra causa vibrando il pendolo dell’oriuolo, e scendendo a batter le seconde che per virtù della gravità stessa, la gravità dovrà ivi appunto esser minore, dove nella medesima lunghezza di pendolo più tarde si troveranno essere le vibrazioni di quello. - Una libbra adunque d’oro - disse la Marchesa - dovrà nel regno di Ghinea non solo valere, ma anche pesar meno che qui da noi! - Non ha dubbio; - io risposi - ma ben vedete, Madama, che l’assicurarsene con la bilancia è impossibile, da che tutti gli altri pesi calano in proporzione. Accorgersene al senso è altresì impossibile: i nostri sensi non sono fedeli, non sono sempre nel medesimo uomo della medesima attività: nè da noi si può paragonare una sensazione presente con una sensazione ricevuta alcun tempo addietro. Bensì la gravità essere in fatti minore sotto la linea che nelle nostre regioni, ce lo mostra indubitatamente la esperienza del pendolo: e che così esser debba, lo dimostra il moto che la terra ha intorno a se medesima. Nè già crederei che sopra il moto della terra si potesse oggimai aver da niuno la minima ombra di difficoltà. - La Marchesa ponendo mente in viso al signor Simplicio; - Già vedete - disse - che a cotesto moto egli non ha che apporre. Quanto a me, non mi cadranno mai di mente le ragioni, ch’ebbe quel Prussiano, di far man bassa sopra il sistema degli antichi, quando spirato da un nobile estro astronomico, diè di piglio alla terra, cacciolla lungi dal centro del mondo, dove s’era intrusa, e a punirla dell’ozio, in cui da tanto tempo avea quivi marcito, le addossò quasi tutti quei movimenti che venivano da noi attribuiti a’ corpi celesti che ne sono d’attorno. E molte volte mi sono figurata anch’io di trovarmi sospesa in aria e immobile, in compagnia della Marchesa del Fontenelle, intantoché mi si rivolgea sotto a’ piedi la terra. Pareami vedere prima di ogni altra cosa le sabbie ardenti dell’Affrica, coperte d’un formicaio di gente, che paragonano la carnagione delle lor belle all’ebano, come da noi si paragona quella delle nostre all’avorio. Poco appresso veniva quel mare sparso qua e là di navi, che da ogni parte della terra recano superfluità in Europa tanto necessarie alla vita. E quindi mi passavano in mostra que’ fiumi del nuovo mondo, che menano diamanti, con quelle montagne che sono come gli scrigni delle nostre ricchezze. E dopo passato quell’altro vastissimo mare, in cui sono cosa ignota le tempeste, io vedeva le isole felici di oriente; e m’era avviso sentir l’alito di noce moscata e di garofani, di che impregnano l’aria dintorno. E finalmente io vedeva le coste di quel paese, dove per cosa del mondo non si torcerebbe un capello a una farfalla, e hannosi per niente le vite degli uomini; e dove la usanza vuole che le mogli abbiano da morire insieme con un marito, che, naturalmente parlando, non amarono gran fatto in vita. Ma, ohimè, ora mi accorgo della leggenda che narrata vi ho, e dello avere troppo lungamente sospeso il ragionamento vostro e il piacer mio. - Né da voi, Madama, - io ripresi a dire - veder poteasi il giro della terra in miglior compagnia, nè a noi poteasene udire un ragguaglio migliore. Ma perché meglio possiamo conoscere ciò che girando ha da succedere alla terra, fermatela per un poco. E già vedete che per la vicendevole attrazione della materia, ond’è composta, si conformerà nella figura di una palla, dove le parti della superficie avranno tutte un peso eguale verso il centro. Ma non sarà già così se ella si rivolge, come pur fa, intorno a’ suoi poli nello spazio di ventiquattro ore. Le parti di essa, a guisa di altrettanti sassolini girati nella frombola, acquistano in tal caso una forza detta centrifuga, e fanno sforzo di scappar per linea diritta e allontanarsi dal centro: lo che pur farebbono, se la gravità comune, o l’attrazione insieme unite non le ritenesse. E questa forza centrifuga tanto è maggiore e tanto più toglie alla gravità, quanto maggiori sono i cerchi, che in ventiquattro ore vengono corsi dalle varie parti della terra. E perché fra tali cerchi il maggiore di tutti è l’equinoziale o la linea, la forza centrifuga è quivi nel suo colmo, ed è niente ne’ poli, che sono immobili. Con che, avendo quivi le parti della terra un minor peso che altrove, verranno come a rigonfiare levandosi un poco in alto; un po’ meno il faranno di qua e di là della linea; meno ancora secondo che più se ne dilungano; e niente sotto a’ poli, dove il loro peso non è diminuito per niente: e così la terra di perfettamente rotonda ch’era da prima, viene ad acquistar la forma, diciam così, di una melarancia colma sotto la linea e sotto a’ poli stiacciata. Ora avendo il Neutono, mercé della sua geometria, combinate le leggi dell’attrazione con la quantità della forza centrifuga ricavata dalle sperienze dei pendoli, determinò di quanto per appunto la terra è stiacciata, cioè di quanto i poli sono più vicini al centro che i punti del cerchio equinoziale o della linea. E la verificazione del suo calcolo in misure itinerarie dipendeva dalla diseguaglianza dei gradi della stessa terra. - Oh qui - interruppe il signor Simplicio - s’incomincia a intorbidar la cosa. - Dichiaratemi - ripigliò la Marchesa - come cammini la faccenda di cotesti gradi, che io ho creduto sempre fossero perfettamente eguali. - Nella supposizione - io risposi - che la terra abbia perfettamente la forma di una palla non è dubbio alcuno che il sono; ma se la terra è quale la fa il Neutono, non è possibile che il sieno; e dovranno con certa proporzione trovarsi alquanto più lunghi nelle parti polari che nelle meridionali. La terra essendo ivi stiacciata, che è lo stesso che dire più piana, avverrà, che uno, camminando da tramontana a mezzodì, debba fare un più lungo tratto di via, perché una stella, per esempio la polare, lasciandosela sempre più alle spalle, siasi abbassata di una certa determinata misura, come sarebbe di un grado. E il contrario avverrà nelle parti meridionali, dove la terra è più tonda; come avviene a uno che cammina lungo una costa di monte. Sino a tanto che la costa è diritta, egli non perde di vista gli oggetti del piano, che gli sono da lato; ma secondo ch’ella volta, se gli lascia alle spalle. Ora avendo il Picardo astronomo francese misurato per via di punti di stelle un grado da Parigi verso tramontana, e avendo dipoi il Cassini misurato i gradi della Francia da Parigi verso mezzodì, confrontati gli uni cogli altri, i gradi meridionali furono ritrovati alquanto più lunghi de’ settentrionali. - E qui la Marchesa mostrando di forte maravigliarsi: - Non dubitate, Madama, - disse il signor Simplicio - che ben sapranno trovarci la via di assestare ogni cosa a’ loro computi e alle loro teorie. - In niente - io risposi - non daranno la tortura ai computi; come non negheranno in niente i fatti, bene avverati che sieno. Ma ben saprebbono mostrarvi, se bisognasse, che non è da rigettare un ben fondato sistema, perché alcuni effetti non rispondessero in tutto alle teorie, ovvero paressero contraddirle. Non è egli tenuto communemente per vero la causa del calore che feconda e avviva la terra essere il sole? E con ragione, son sicuro, direte voi; mentre una tal teoria è fondata su quelle sperienze immutabili e perpetue, che fannosi non dagli uomini, ma nel gran laboratorio della natura. Ciò posto, quei paesi che sono sulla terra situati in modo che ricevano egualmente i raggi del sole, pur dovrebbono sentire un egual grado di calore; e quelli... - Stiamo a vedere - qui m’interruppe il signor Simplicio - che si è novellamente discoperto come sotto il polo ci si muore di caldo, e sotto la linea di freddo:

cose sovra natura altere e nuove.

- Egli è da gran tempo - io risposi - che a tutti è noto che al Perù il caldo è senza comparazione più rimesso che non è al Brasile, con tutto che sotto la medesima parte della zona torrida sieno posti amendue que’ paesi, e il sole gli vegga egualmente a diritto e in maestà: il che nasce da altre cause particolari, dalle quali modificata viene e alterata l’operazione della causa prima. L’effetto del sole al Perù è bilanciato dalle nevi di quella immensa catena di montagne, che soprastanno a quel paese di verso oriente e tengono perpetuamente rinfrescata tutta intorno l’atmosfera. E i caldissimi venti orientali che regnano nel Brasile, e corrono il continente dell’America, sono altresì da quelle istesse montagne tenuti in collo e impediti di giugnere sino al Perù. Ecco, signor Simplicio, come si va differentemente modificando la natura, senza mai contrariare a se medesima; ed ecco come alla causa prima della rotazione della terra e dell’attrazione delle sue parti si potrebbono aggiugnere tali altre cose, che la impedissero di stiacciarsi sotto i poli. E se voi domandaste quali cause potessero esser queste, non vi par forse che a ciò bastassero la non intera e perfetta cedevolezza delle parti della terra e la costruzione interna della terra medesima? Sicché, quand’anche ella non fosse stiacciata sotto i poli, non per questo a rigettare si avrebbe il sistema neutoniano. - Non vel diss’io, Madama, - egli rispose - che co’ più bei ragionamenti del mondo vi farebbon vedere il nero per bianco, vi scambieranno ogni cosa in mano? E che non si ha egli da aspettare da cotesti filosofi, che a un bisogno vi mettono in campo la interna costruzione, la più secreta notomia della terra; che simili a Teseo e ad Enea possono penetrare sino a’ regni di sotto, sino al centro del mondo, e minutamente osservarvi quello che al restante de’ mortali è negato di vedere? - Fatto è, - io ripigliai a dire, calmato che si fu un poco il signor Simplicio - che in onta de’ computi le osservazioni facevano la terra stiacciata sotto la linea e non sotto i poli: della figura di un limone, come dicevano, e non di una melarancia. E tanto più ciò si ebbe per fermo, quanto che, ripetute più volte in Francia le osservazioni, riconfermarono sempre l’istesso. Non ostante tutto questo, ad alcuni sembrava strano di dover abbandonare la sentenza di un filosofo fondata finalmente sopra indubitate esperienze, sopra gli stessi effetti di natura ridotti ad esame geometrico; la quale era avvalorata dal vedere che notabilmente stiacciato sotto i poli è anche il pianeta di Giove, che pur rivolgesi sopra se stesso, come fa la terra: e così tenevano sospeso il loro giudizio. - Anzi sapevano - disse il signor Simplicio - per quello che aveano osservato viaggiando per le interne bolge della terra, che nella terra doveva appunto succedere il contrario che in Giove. - Ultimamente - io continuai a dire - la Francia sotto un altro Luigi, che gloriosamente cammina dietro alle tracce del bisavolo suo, vedendo quanto importa ne’ viaggi di mare conoscer la vera figura della terra, della cosa cioè sopra cui si naviga, risolse di mandare due compagnie di matematici espertissimi, l’una al Perù sotto la linea, l’altra in Laponia al cerchio polare, acciocché, per la grandissima distanza de’ luoghi, la differenza tra grado e grado avesse da apparir più sensibile che non avea potuto apparire ne’ gradi della Francia misurati dal Picardo e dal Cassini. La compagnia adunque mandata in Laponia, di cui fu capo il Maupertuis, dopo le più accurate osservazioni fatte con istrumenti esquisitissimi, trovò che il grado al cerchio polare veniva ad essere sopra mille e cinquecento piedi più lungo di un grado mezzano di Francia; né più né meno, quanto da simili operazioni meccaniche si può aspettare che lo richiedessero i calcoli deI Neutono. Tornato il Maupertuis a Parigi col mondo stiacciato in mano, trovò effettivamente parecchi in quella Accademia, che non sapevano acquetarsi alla decision sua: e grandi vi furono i romori, come ha detto il signor Simplicio. Ma in ultimo, dopo i più scrupolosi esami, ed anche rifatte di nuovo in Francia le osservazioni, apertissima si mostrò la verità; ed ebbero a ritrattarsi questi stessi, da’ quali era stato più acremente sostenuto il contrario. Che se pure qualche ombra di dubbio poteva in alcuni esser rimasa, venne a disgombrarla la compagnia del Perù, che ritornò alcuni anni appresso. Di modo che si sta ora correggendo le carte da navigare, rettificandole alla norma della vera figura della terra. E il Neutono e il Maupertuis saranno da qui innanzi i due astri gemelli, che camperanno la vita a molti e molti naviganti. - I Francesi in ultimo, - disse la Marchesa - con le loro osservazioni, e con i loro viaggi hanno trovato quello che il Neutono avea già veduto senza metter piede fuori di stanza. - Non resta però - io risposi - che molto obbligo non debba avere il Neutono a’ Francesi, che, lasciato il bel Parigi, si avventurarono per paesi inospiti, affine di testimoniare della verità; e insieme co’ gigli d’oro portarono il suo nome così da lungi. - A somiglianti conti, - soggiunse la Marchesa - egli ha anche loro l’obbligo che il suo nome sia salito tant’alto tra’ suoi compatrioti medesimi. Per me crederei che nella sua patria lo mettano in cielo principalmente per questo, ch’egli fu il distruttore della filosofia di quella nazione, contro alla quale, se non combattono sempre coll’armi, disputano sempre dell’ingegno. - Senza dubbio, - io risposi - Madama, il Neutono tiene a Londra nel mondo filosofico lo stesso grado, che tiene nel politico quel Malborougho, che fe’ sentire all’opposto continente il nerbo inglese, che non pose mai assedio a piazza che non la espugnasse, non fece mai giornata che non la vincesse. Del rimanente ben si può dire che senza i Francesi non avrebbe mai costrutto il Neutono il bello suo edifizio dell’attrazione. Quando egli prese a confrontare il moto della luna col moto de’ gravi cadenti qui presso alla superficie della terra, per chiarirsi se anche nell’attrazion della terra si verificasse la legge della proporzione inversa dei quadrati delle distanze, gli sarebbe stato necessario conoscere la precisa distanza della luna dalla terra: né ciò si poteva senza avere il preciso del diametro della terra, che è il passetto degli astronomi, col quale misurano le distanze celesti. Non aveasi a quel tempo il diametro della terra, che per coniettura, fondata sulle stime dei piloti, che lo facevano più picciolo che non è. E con esso, poiché altrimenti non poteasi, fatte sue prove, non trovò il Neutono che la sua teoria tornasse così bene con le osservazioni, come sarebbe stato necessario per metterla in seggio col vero: ed egli immantinente la rigettò, o almeno lasciolla dormire. - Credete voi, signor Simplicio, - disse qui la Marchesa - che un altro filosofo in simil caso avesse tanto patito gli scrupoli e non avesse piuttosto cercato un qualche mezzo termine, un qualche aggiustamento col cielo? - Non molto tempo dipoi, - io ripigliai a dire - fu intrapresa, e bravamente eseguita d’ordine di Luigi XIV la misura della terra: e il Neutono, fornito allora del vero diametro che gli bisognava, poté rifar sue prove; e sotto alla legge inversa dei quadrati delle distanze si ridusse puntualmente anche l’attrazione della terra. Così, mercé i Francesi, il Neutono prese con franchezza il lancio a quegli ammirabili voli, che fecero dire al Pope che gli angioli, vista tanta scienza in forma umana, lo guardano del medesimo occhio che noi guardiamo quello animale tanto simile a noi. Ma che mi scordava io di dirvi, Madama, - io ripresi di li a poco - che nel viaggio novellamente intrapreso da’ Francesi alla linea hanno pur essi trovata e mostrata al mondo l’attrazione, dirò così, in persona? - Che è quel che io odo? - disse la Marchesa. - E in qual miniera del nuovo mondo, - soggiunse subito il signor Simplicio - fu mai, che trovassero cosa che vale veramente un Perù? - Se anche qui - ripigliò la Marchesa - voi non ci recate delle osservazioni in bei contanti, mi penso che non sarà per darvene credito il signor Simplicio. - Ed io: - Il Neutono dimostrò che l’attrazione delle più alte montagne, delle Alpi, de’ Pirenei, del Pico di Tenariffa, posto ch’elle fossero tutte massiccie, che non è credibile il sieno, non deve esser sentita da’ corpi circonvicini, per la tanto e tanto maggiore, onde sono attratti dal gran corpaccio della terra. Le montagne sono come altrettanti granelli di sabbia sparsi qua e là sulla superficie di un gran pallone: e noi le reputiamo grandi, perché picciolini siam noi. Con tutto ciò due de’ matematici francesi che andarono al Perù non poterono non esser smossi alla vista delle montagne della Cordeliera, e singolarmente del Chimborazo, che, non ostante i caldi della zona umida, è in gran parte coperto di neve perpetua, e in comparazione alle stesse nostre Alpi e de’ Pirenei si direbbe un gigante; tanto co’ gioghi e colle spalle si spigne verso il cielo. Essendo adunque quella montagna di così eccessiva e disonesta grandezza, avvisarono di calcolare quanta esser dovesse l’attrazion sua verso un corpicciuolo che le fosse d’appresso. Il calcolo mostrò loro che dovea essere pur tanta da rendersi sensibile. E in fatti lo fu. Sentilla il piombino de’ loro strumenti, il quale in ogni altro luogo tenendo esattamente il perpendicolo, trovossi averne deviato presso alla montagna, inclinando ad essa per il valore di sette in otto minuti secondi. - E tal deviazione - entrò qui subito il signor Simplicio - batteva talmente, già ne son sicuro, co’ calcoli neutoniani, che non ci era pure il minimo divario di un capello. - Nel vero, - io risposi - quella deviazione si trovò minore che non avrebbe dovuto essere. Ma se qui io vi dicessi, col vostro Petrarca,

per lo migliore al desir tuo contese?

Cotesto stesso divario mostra in sostanza la verità de’ computi. - Ed egli rispose: - Odi nuova forma di sillogizzare, che si mette ora in campo. Gli effetti smentiscono i calcoli; e si ha da credere che i calcoli tornino a maraviglia cogli effetti e col vero. Io per me, sia detto con pace de’ neutoniani, ho preso di volermi attenere alla loica che s’insegna di qua de’ monti. - Pur non vi gravi, signor Simplicio, - io ripigliai - stare ad udire questo sillogizzare de’ neutoniani. Pare a voi che sia da prestar fede a’ matematici, quando dimostrano che l’acqua portata da’ condotti risale alla medesima altezza da cui scende? - E chi ne dubita? - egli rispose. Ed io: - Ma effettivamente, se ben guardate, non troverete già che la loro teoria si verifichi a puntino. Né altrimenti può essere, perché tra le altre ella considera tali risalimenti, come se dovessero farsi non nell’aria, che pur loro resiste e contrasta, ma nel voto. E però l’acqua nel risalire non arriva mai a toccare il segno a che la fanno arrivare i computi. Nei computi, che si fanno dell’attrazione delle montagne, non potendo noi conoscere quali e quante sieno le interne loro cavità, benché si sappia che pur ce ne hanno da essere, conviene pigliarle come se fossero massicce: a quel modo che nei conteggi, quando non si possono sapere i rotti, si mette un numero tondo in vantaggio di chi ha da avere. E così fu fatto dal Chimborazo, quantunque per le pietre calcinate che vi si trovano alle falde senza parlar della tradizione che corre nel paese, si vede manifestamente essere già stata un’ardente fornace simile al nostro Vesuvio, e però avere dentro di sé di cavità grandissime. - Assai chiaro comprendo - riprese la Marchesa non lasciandomi dir più avanti - che, siccome il risalimento dell’acqua scema di tanto, quanto vi toglie la resistenza dell’aria, così minore sarà l’effetto dell’attrazione del Chimborazo di quanto sarebbe da togliere al massiccio di quella montagna, chi la interna sua struttura ne potesse appieno conoscere: onde l’errore di difetto che si trovò in pratica mostra in effetto la verità, come voi dite, della teorica. - Chi desse fede - disse il signor Simplicio - alle tante maraviglie che ne raccontano i neutoniani, converrebbe dir con loro che

...se il vero è vero, a veder tanto non surse il secondo;

che il problema proposto da Dio agli uomini nella formazione dell’universo, il Neutono lo ha sciolto. Tuttavia sia a me lecito il credere che

con tutta quanta la sua matematica

egli avverrà del sistema del Neutono quello che è avvenuto di tanti altri ne’ tempi addietro; e quello che pur veduto abbiamo, si può dire a’ dì nostri, dei sistemi del Gassendo e del Cartesio. S’essi avessero lunga vita, bene il sapete; non ostante i tanti applausi ch’ebbero da principio nelle scuole, non ostante che si predicasse, come si fa ora, aver essi finalmente levato il velo, con che a’ guardi de’ mortali si asconde la natura. Le opinioni filosofiche si succedono nel corso del tempo l’una all’altra, come fa onda a onda nell’ampiezza del mare. Appena una ne è insorta ed è fatta un monte, che si spiana ben presto per far luogo ad un’altra, che presto si spianerà anch’essa, non lasciando di sé altro vestigio che un po’ di schiuma nell’acqua. Così sempre, con buona vostra licenza, io credei, credo, e creder credo il vero.

Ed io ripresi: - Signor Simplicio, credereste voi ancora che l’aria pesi? - Se io il credo? - egli rispose. - Intorno a cose tali io non ho credenza, ma scienza. Del resto non vedo dove vogliate riuscire con tale vostra domanda; se già non intendeste cavare dal peso dell’aria una novella pruova della vostra attrazione. - E cotesta scienza - io soggiunsi - sarà fondata, son certo, sopra di ben salde ragioni. - E chi non sa - egli rispose - la tanto famosa sperienza del nostro Torricelli? L’argento vivo resta sospeso nel barometro a ventisette once d’altezza per la gravità dell’aria, che gli contrasta discender più basso. Recato il barometro in cima di una montagna, si vede alquanto discendere esso argento vivo, perché minore è ivi l’altezza della sovrapposta atmosfera. Ma a che tutto questo proemio? - Per dire - io risposi - che quantunque si convincano di false le ipotesi del Cartesio, del Gassendo, e quante altre immaginate ne furono ad ispiegare la gravità, resterà sempre vero che l’aria pesa; e voi non rimarrete dal creder l’effetto, e di cavarne di molte utilità, comunque si fantastichi sulla causa. E perché? perché la sperienza del Torricelli, con quante altre vanno insieme, mostreranno sempre il medesimo a qualunque tempo, in qualunque clima, in qualunque region della terra. E perché adunque non vorreste voi credere a quanto vi dice il Neutono? perché vorreste voi essergli avaro di fede? quando le sperienze intorno alla immutabilità de’ colori, intorno alla diversa refrangibilità de’ raggi della luce mostrano sempre il medesimo; quando i pianeti percorrono sempre intorno al sole aie proporzionali ai tempi; quando in somma invariabili sono le leggi della natura, delle quali il neutonianismo altro non è, a propriamente parlare, che il codice matematico. Né già voi, signor Simplicio, vorrete confondere i sistemi antitetici, come il cartesiano e suoi compagni, che accomodano, secondo il detto del Galilei, l’architettura alla fabbrica, col sistema del Neutono, il quale ha costrutto la fabbrica conforme ai precetti dell’architettura. Che sarebbe tutt’uno col mettere in un fascio la poesia del Seicento con la greca, i secreti degli empirici cogli aforismi d’Ippocrate. E dove la filosofia fantastica, erronea nelle sue conclusioni, come ne’ suoi supposti, è totalmente disutile nelle operazioni della pratica, la filosofia sensata e matematica, a cui per la certezza de’ suoi principi è dato d’indovinare, si trova esser mirabilmente feconda per gli usi della vita. Da tutta la scuola dell’ardito Cartesio che altro è mai uscito, se non che dicerie e strepito di vane parole? Quale utilità, qual comodo è derivato mai alla civile società dal giro de’ vortici, dal premere della materia globulosa o della sottile? Laddove il modesto Neutono, mercé le nuove proprietà da lui viste nella luce, ha con un nuovo cannocchiale perfezionato i nostri sensi; mercé l’attrazione da lui discoperta nella materia, ha veramente assoggettato a’ nostri computi i pianeti e le comete; ne ha fatti in certa maniera cittadini del cielo; ed ha reso agli uomini più sicure e più facili le vie per uno elemento, da cui pareva gli avesse esclusi la natura, e per cui i suoi compatrioti distendono il traffico, le armi e l’imperio in ogni lato del mondo. Non aveva io ancora posto fine alle mie parole che il signor Simplicio, sotto colore di non so che faccenda domestica che gli era venuta in mente pur allora, prese commiato dalla Marchesa. Ed ella, come è del suo costume, gli diceva, ed anche nel pregava a volere almeno rimanere a pranzo con noi; ma non ci fu via di ritenerlo. E così dopo che noi fummo rimasi soli, la Marchesa riprese a dire: - Da voi io pur debbo riconoscere d’essere stata due volte liberata dal signor Simplicio, prima in qualità di poeta, e poi di filosofo: e l’obbligo che vi ho al presente è tanto maggiore dell’altro, quanto i falsi ragionamenti riescono più incomodi che i cattivi sonetti. - Madama, - io risposi - perché voler riconoscere da altri quanto avete principalmente operato voi medesima. Voi foste già la Venere, che prestò il cinto alla Minerva neutoniana per renderla dinanzi agli uomini graziosa: ed ora da Minerva stessa preso avete l’armi per difendere anche contro a’ filosofi la verità. E ben pare che le belle donne esser sanno tutto quello che lor piace di essere.