Diario durante l'occupazione austriaca del 1917-18 a Tesis/1

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Capitolo primo

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Diario durante l'occupazione austriaca del 1917-18 a Tesis 2


Tesis, 21 novembre 1917

La Madonna della Salute! con qual fervore dobbiamo pregarla ora che siamo in mezzo ad ogni sorta di pericoli ed oppressi da mille angustie! Penso con emozione al magnifico tempio che la riconoscenza dei Veneziani offerse alla nostra benedetta Vergine: oggi certo è gremito di persone supplicanti per ottenere la comune salvezza; e mi conforto in questo pensiero perché Iddio non rigetta la prece dei cuori pentiti.

Stamattina, per la prima volta dopo tanti giorni di confusione e timore, il parroco fece dare il segno della Messa con la campana maggiore. Ah, mi si allargò proprio il cuore! E mi commossi fino alle lagrime quando celebrò in forma solenne e comunicò una schiera di giovanette. Ora ricominciamo ad orientarci nel tempo, a riprendere i nostri lavori, obliando un poco d’essere fra i tedeschi. I tedeschi! Non mi posso capacitare di questa verità se guardo il cielo splendidamente sereno, se osservo il sole che penetra come al solito nella mia stanza e scherza sulle pareti bianche. Eppure è vero.

Come fu? Quando? Voglio cercare di riordinare le idee nella mia povera testa frastornata ed indebolita; voglio fare il racconto degli avvenimenti di quest’ultimo mese e sfogarmi un po’ su queste pagine, poiché m’è tolta qualsiasi corrispondenza coi miei, poiché mi forzano a lasciare la penna e passar le ore inoperosa. Sì, riassumerò quanto sì dolorosamente vero m’accadde e quando (faccia Gesù che sia presto) potrò riabbracciare i cari lontani, porgerò loro questi miei scritti acciò dalla lettura di essi si formino un concetto dei tristi giorni che passai. E incomincio rifacendomi dal principio.

Era il 25 ottobre, un giovedì veramente bello. Mi alzai tutta lieta di vedere il cielo sereno dopo tanti e tanti giorni di pioggia seccante: lieta perché dovevo fare una gitarella a San Giorgio e a Provesano per salutare zia Emma. Partii da Vivaro con la posta e condussi per compagnia la piccola Luisa, che era proprio felice. Il viaggio fu ottimo, noi sempre allegre e il cielo più ancora. Giungemmo a Provesano per ora di pranzo e trovammo tutti sani, lieti di rivederci. Il resto della giornata passò fra visita e chiacchiere piacevoli, ma a sera la conversazione volse al serio. Si parlava, cosa del giorno, della pace sospirata, quando la zia mi indicò il giornale che dava notizia di una vasta offensiva austro—tedesca iniziata il giorno prima. Mi feci pensierosa e mi punse il desiderio che giungesse presto l’indomani per tornare a casa e avere notizie di Pietro, che sapevo sul Carso.

Un’offensiva è sempre nunzia di sventure, ma quando si parla anche di tedeschi, mai comparsi sul nostro fronte ... Essi giocano una grossa carta — pensai — poveri i nostri soldati! Quella sera non si parlò più di tanto e l’indomani niente affatto. Verso le dieci salutammo tutti e, con eguale bel tempo, facemmo ritorno a Vivaro, ove ci attendeva Maria. La mia cara collega mi voleva a pranzo, ma non avevo né tempo né appetito; perciò mi accompagnò un bel tratto di strada ascoltando lieta le chiacchiere allegre di sua sorella che interrompevamo tutte e tre con delle buone risate. Ci lasciammo, dopo esserci abbracciate fraternamente, con la promessa di ritrovarci la domenica. Buona e cara Maria! Si volse più volte a salutarmi: non la rividi più ... Solo tre giorni dopo doveva partire in tutta fretta per la sua casa ... Dio sa se e in qual ora ci rivedremo! Ringrazio tuttavia il Cielo che mi concesse di conoscerla e non scorderò mai le belle ore che passammo assieme. Che pace, che quiete e che sogni! Quello fu l’ultimo giorno di bene!

Arrivata a casa non trovai nulla di posta e con l’animo rattristato mi recai alla scuola per la solita lezione alla seconda. Pochi alunni si presentarono poiché mi credevano fuori paese, e fu un bene perchè ero assai svogliata. Alla sera i cugini portarono brutte nuove: l’offensiva tedesca cresceva in forza ed i nostri cedevano Bainsizza e parte della prima linea. Me ne afflissi, ma non prestai fede alle voci allarmanti e mi stupii quando P. raccontò che a Pordenone erano giunti dei camions recanti donne e bimbi fuggiti dalle retrovie. Lo zio ci predisse che il nemico sarebbe giunto al Tagliamento in tre giorni, ma nessuno lo badò. Il dì seguente, era sabato, il tempo cambiò in nuova pioggia ed ebbimo presto il torrente in piena. Posta nessuna.

Alla sera mi recai da Paola Salvadori, per acquistare del vitello, e la trovai assai pensierosa. "Abbiamo qua i tedeschi — mi disse — signorina, come si fa?" Io risi, tanto mi pareva assurda la sua preoccupazione. Pagai e, tornata a casa, mi avvidi che eravamo forniti di troppa carne. Decisi di mandarne sei etti a Maria l’indomani, e preparai il pacchetto. Dopo la funzione solita della sera ci fermammo ad un capannello di conoscenti, fra cui era Anna, che raccontava delle cose strabilianti: bisognava sentire! I tedeschi avanzavano a galoppo: venivano giù dalle montagne a cavallo; quaranta di loro contro tremila: facevano correre tutti, bruciavano tutto, erano a Cividale ... lì li avevano fermati.

Non credetti nulla per questa semplice ragione: le donnicciole ne raccontano sempre di grosse e anche questo fatto aveva molti particolari inverosimili. Nessuno credette del resto e, dopo un’ora di commenti all’aria aperta, corremmo alle nostre case a riposo. La domenica pioveva a dirotto: quanta acqua! Consegnai la carne al postino, ma egli non andò a Vivaro poiché la posta non sarebbe partita. Mi recai solo a Messa sotto un diluvio d’acqua e nel pomeriggio al vespro, ove trovai Anna assai agitata e cercai di persuaderla a non temere, che i tedeschi non avrebbero avanzato. Io ero perfettamente tranquilla, e i miei tutti, tranne lo zio.

Con il 29 ottobre cominciò una settimana che per me fu lunghissima: e credo così per tanti altri ... alla mattina stavo, come al solito, facendo lezione ed ero contenta di vedere i bambini attenti ed attivi quando vidi entrare Anna tutta agitata. Uscii dall’aula e m’impensierirono le nuove che mi portò: arrivavano a frotte a frotte i soldati diretti tutti a Basaldella, ov’era il Comando, stanchi, sfiniti, affamati e raccontavano di una disastrosa ritirata sul fronte dell’alto Isonzo; Cividale e Udine in fiamme ... Insomma, cose impressionanti, e nessuno sapeva come e perchè. Credetti che questi fuggiti fossero disertori, e me ne crucciai ruminando fra me tutta la storia sconnessa. A pranzo parlammo assai: mia zia era incredula quanto me, e si rise del chiasso che già facevano tutti i paesani. Prima di ritornare a scuola per la lezione pomeridiana, vidi due o tre soldati che si lavavano nel torrente, e mi convinsero che erano disertori. Ma a sera Maria mi persuase del contrario. La ritirata era comandata ed i soldati obbedivano all’ordine. Mi sdegnai, piansi, imprecai anche, e Dio perdoni il mio orgoglio ribelle, accettando solo il dolore vivissimo.

Allora cominciai a formarmi un concetto di quel che accadeva, ma era ancora assai vago. Col cuore stretto ci recammo al Rosario: la piazza scura era piena di soldati che domandavano alloggio per la notte. Ci fermammo due minuti a guardare turbate e pensose: poi ci volgemmo alla Chiesa, nostro rifugio ed ausilio; e fu con vero senso di fede che recitammo in coro il Rosario e supplicammo la Vergine di darci la pace. Frettolose percorremmo la via del ritorno ed in casa trovammo due nostri soldati che venivano da Cividale. Essi mi aiutarono a far luce in tanto buio. Era proprio vero: la seconda armata s’era ritirata facendo poca o nulla resistenza. Quelli che erano al telegrafo di Cividale erano rimasti fino all’ultimo: passata la truppa, rotte le linee di comunicazione, raccolto il materiale e caricato su di un camion, avevano lasciato il paese quando già i tedeschi stavano per entrare. Non seppero dar nessuna nuova spiegazione, poiché non erano in combattimento, né potei sapere se l’armata del Carso era al suo posto.

Interrotte le comunicazioni, sospesi i treni, capii bene che di Pietro non avrei saputo nulla e mi coricai assai angustiata, trepidante, incredula ancora contro l’evidenza. Ero cieca? Non so: ma non potevo credere. I due ospiti si coricarono nel nostro fienile e dormirono tranquilli d’un sonno profondo: erano tanto stanchi! Noi non potemmo riposare: avevamo troppa agitazione. Verso le dieci cominciarono a giungere i camions uno dietro l’altro, in fila serrata: passavano a tutta carriera e ci facevano l’effetto d’un invito a fuggire. Fuggire! Dove? dicevano le donne. Io sapevo dove andare, potevo andare (non avevo certezza della sospensione dei treni) ma non ci pensavo, sicura che i tedeschi non avrebbero avanzato dell’altro.

Perché Dio permise un ottimismo esagerato, fino all’assurdo? Perché non m’ispirò a partire? Verso l’alba sentimmo i primi colpi di cannone di là del Tagliamento. Maria si agitò assai e sospirando si lagnava altamente di questa sciagura incombente. Pur tra l’affanno, finivamo col ridere poiché io rimarcavo le sue interiezioni: "ah, tant chi ai fat a nudrì i gne pui, a partai la polenta e dopo a vegnaran chei mostrus di todescas a bevi il brout; tant ca seis maladeta, saveo animis! eh si, ca seis propriu maladeta".

30 ottobre. Sentendo i passi dei soldati per le scale arguimmo che era giorno fatto e ci alzammo. Pioveva a catinelle. I militi erano sotto il porticato che facevano pulizia personale: due buoni e cari giovani, assai simpatici. L’uno, di Ancona, appartenente alla classe del ’91, parlava volontieri della sua casetta, dei fratelli a cui faceva da padre: orfano di entrambi i genitori, li affidava all’aiuto di una zia. Mi piaceva sentirlo ragionare così calmo e savio. L’altro, toscano, era un giovanottino di appena trent’anni; bello era, ben fatto, con due occhi pensosi e dolci ed una chioma folta e ricciuta, proprio come quella del mio Pietro. Parlava poco, sorrideva raramente e addimostrata una viva nostalgia del suo paesello. Offrimmo loro una tazza di latte appena munto e ci trattenemmo a discorrere, in attesa che cessasse la pioggia ed essi potessero incamminarsi per Vivaro. Quando andai a Messa erano ancora là; li salutai augurando loro di cuore ogni bene. Furono gli unici che mi simpatizzassero proprio: quieti, discreti, rispettosi. "Arrivederla signora maestra" disse con deferenza il più anziano. "Arrivederci" risposi. Quando? Dio li benedica e li ritorni ai paterni focolari.

Dopo la Messa andai dal sagrestano per una commissione e mi fermai dinanzi alla sua casa posta sulla via per Basaldella. Passavano di continuo i militari: soli, a due, a quattro, a frotte disparate, carichi di roba, tutti stanchi, bagnati e pieni di fango: si fermavano un istante a domandare la strada, molti chiedevano del pane e ad una risposta negativa riprendevano il cammino sotto l’acqua incessante. Quanta pietà mi prese per questa nostra gioventù tribolata, per i nostri uomini strappati alla famiglia e sottoposti a tante privazioni! Ed ho il coraggio di lagnarmi io che sono al riparo nella mia casa, ho ancora un buon letto e posso lavorare a mio talento?

A scuola rimasi assai poco: gli alunni erano irrequieti e non potevo chiedere disciplina. Alle 10 ordinai l’uscita e mi recai da Anna a prendere notizie. Seppi che la bottega era chiusa: pane non ce n’era, pasta neppure, grano idem. La gente entrava per una porticina dietro la casa ad acquistare la poca roba rimasta. Anna mi diede due uova. Le feci compagnia cercando di rianimarla e me ne venni a casa ove due nuovi ospiti stavano già pranzando un piatto di pasta asciutta. Nulla di preciso seppi neppure da loro. Venivano da Monte San Paolo, accosto al Monte Nero, una posizione buonissima da dove avrebbero potuto opporre ottima resistenza. L’ordine era di lasciare tutto e fuggire. Perché? Mistero che non ho mai risolto. I soldati certo preferirono obbedire e lasciarono là tutto, tutto: cannoni, mitragliatrici, munizione moltissima, viveri, vestiario, scarpe, coperte, bagagli ... tutto. Povera Italia! Non stetti a sentire i commenti perché soffrivo troppo. Dopo trenta mesi di guerra, dopo avere sprecato tanto sangue nostro, aver fatto patire le nostre creature, speso milioni e milioni ... Ah, non voglio soffermarmi neppure io a commentare.

La lezione pomeridiana fu pure breve. Verso sera arrivarono profughi dei paesi invasi e quello fu uno spettacolo ancor più doloroso. Donne, bambini, ragazze, vecchi impotenti si trascinavano sotto la pioggia scalzi, mezzo vestiti, carichi di bagagli ... Avevano ragione i soldati: era la cosa più impressionante. Tutti offrirono asilo e ricovero nelle case e nelle stalle, allarmati ed afflitti. "Signora maestra", mi dicevano le donne "bisogna scappar via di qua" "Perché ?" rispondevo io senza scompormi. "Bisogna far fagotto, signorina" mi ammonì Lucia di zia Regina, "io preparo un sacco di pane". "Lo faremo" risposi. "Sempre così tranquilla?" osserva la Gigia di Pierantoni. Cosa c’era da fare? "Io se non avessi quattro bimbi scapperei! Ma dove?" supplicava Teresina de Angeli. "Io resto" affermai "perché non ho brutti presentimenti. "C’è tempo per fuggire".

Mi ricordai di Maria Gobba, a cui avevo mandato la carne, e di cui nulla sapevo e, alla sera, le scrissi una lettera. "Partiremo insieme" decisi, anche per tranquillizzare mia cugina che parlava pure di andar via.

31 ottobre

Mi misi in moto per tempo, onde consegnare la lettera al postino, ed andai ad aspettarlo davanti alla cooperativa, trattenendomi a conversare con Teresina de Angeli. Era assai agitata non sapendo la sorte dei fratelli, ed io l’avvisai d’essere a pari condizione. Invano aguzzavo gli occhi sui berretti dei militi che passavano: nessuno del 255° e poco speravo di vederli poichè la III Armata si ritirava da altra parte. Interrogai parecchi e da tutti la medesima risposta. "Non sappiamo nulla, neanche del nostro reggimento. Da tre giorni non si fa che camminare, camminare, camminare!" Passò una carovana con muli e carriaggi: tutti rosicchiavano rape, qualcuno una fetta di polenta. Domandavano da mangiare e, con dolore, si doveva farli proseguire: in due giorni avevano fatto pulizia di quel poco che c’era. Di pane non si parlava più e anche la farina di polenta era poca perché le donne ne avevan fatto dei bei paioli e più volte al giorno; non si poteva quindi offrir nulla. Andai incontro al postino che mi accertò di portar lo scritto a Vivaro sebbene non avesse motivo d’andarci: la posta non funzionava essendo i treni sospesi dalla domenica sulla linea Casarsa—Gemona.

Pensierosa andai a messa e confesso d’aver pregato assai poco. A scuola radunai dodici alunni sicché poco o nulla si poté fare. Stavo assegnando un problema di aritmetica, quando capitarono diverse donne a chiedere se i loro piccoli erano in classe. Dalle loro facce pallide, spaventate, arguii che qualche cosa di grave doveva essere accaduto. Scesi in cortile e ne fermai una di Mariano, dopo averla rassicurata. Era successa infatti una sciagura: tre bambini erano andati a giocare in Colvera, avevano raccolto una bomba e, ignari del pericolo, l’avevano fatta esplodere, rimanendo là sfracellati, irriconoscibili, specie uno ch’era a pezzi. In cinque minuti passarono tutte le mamme; quella di Fausto non si reggeva più sulle ginocchia e non poteva persuadersi che quel monello fosse proprio là: è sempre in giro, dappertutto! Trassi dall’occasione una severa morale agli alunni sbalorditi e li mandai presto alle loro case. Cercai chi mi desse particolari del triste fatto e seppi che i morti erano stati riconosciuti: Sante, un fratello di Angeli Giovanni, Carmelo e quel diavoletto di Bruno a cui avevo già pensato. Uno solo era ancora scolaro, ma frequentava poco: Bruno si diceva troppo "uccel di bosco"! Iddio conforti le povere madri. Cominciai da allora ad agitarmi: era un fatto troppo impressionante. Le donne se ne accorsero e ne trassero brutti auspici.

Dopo il pranzo, ero nella mia camera allorché la zia mi avvisò che c’era un soldato nel cortile che domandava di me. Una subita speranza di avere nuove di Pietro mi fece battere forte forte il cuore e corsi giù. Quale delusione! Il soldato voleva la chiave della scuola requisita dal comando. Lo seguii in piazza e spiegai al comandante come ci fossero due aule: si servisse di una. Accettò e aggiunse sorridendo che ero libera d’andare in vacanza: ribattei che non ne avevo voglia. Andai a scuola pensando fra me che era meglio rimanere, dato che i tedeschi non avrebbero passato il Tagliamento. Rimasi in classe fino a tarda ora: feci pulizia dell’aula intanto che le piccole cucivano.

A sera il paese brulicava di soldati. La casa di Alberico ne era piena poiché l’assessore era partito il dì innanzi con tutta la sua famiglia. Chissà dove saranno ora quei poveri bambini: dieci di loro e una donna debolissima, fresca del parto! Ah, quanto tristi cose fa la guerra! Vari ufficiali mi fermarono a chiedermi alloggio, uno dovetti accompagnarlo altrimenti non mi dava pace. A casa trovai tutto in subbuglio; il cortile ingombro di motociclette, biciclette, due stanze requisite da ufficiali, la cucina piena di soldati e Maria affaccendata a far fuoco fra un tegame di carne, la pentola del brodo e il paiolo della polenta. Mi fermai a un rapido esame. Erano bersaglieri ciclisti venuti da San Daniele, ove avevano fatto resistenza fino a che il nemico era a cinquanta metri da loro. Si rellegravano al miraggio di una discreta cena e di un po’ di riposo dopo tante fatiche e privazioni e chiacchieravano volentieri raccontandoci i particolari della loro ritirata.

"Mi fermai" diceva il caporale "ad una casetta ov’era un vecchio e lo pregai d’un po’ di polenta, poichè avevo fame e di quella buona. Dovetti farmela perchè il vecchio era fuori di sè dalla paura dei tedeschi. Fui cinque minuti fra le loro mani, ma riuscii a svignarmela". Attorno al fuoco dapprima, a tavola poi, rallegravano davvero. Ad ogni tratto entrava uno di nuovo, altri uscivano: un viavai continuo. Si coricarono presto perchè erano stanchi e li fornimmo di qualche coperta. Verso le dieci vennero gli ufficiali, poi un motociclista a prendere la macchina per andare a Pordenone in cerca dei dispersi. Invece di riposare, mettersi in viaggio dopo tanti strapazzi! Partito lui andammo a letto; Maria era spaventata poichè si sentivano colpi di cannone e anche di mitraglia.

Ci preparavamo così alla festa dei Santi. Che festa mio Dio! Al mattino andai in Chiesa per tempo e poi in latteria, ove potei avere un solo etto di burro, e fu l’ultimo. Il latte non si poteva negare ai soldati e gli ufficiali requisirono molto burro. Preparammo il pranzo per noi e per quindici soldati. Facemmo i maccheroni ed io ero affaccendata, confusa dal chiacchierio che facevano i militi sicchè non udii la campana della Messa. Che festa! In un angolo sedeva un giovane padovano, abbastanza serio: si mostrava assai dolente di darci tanto disturbo, come del resto facevan altri. Parlava sincero e si sfogava con noi narrandoci della sua vita militare, dei suoi progetti e speranze per l’avvenire. Fu l’unico che ci mise in guardia consigliandoci a fuggire da casa chè i tedeschi avrebbero passato il fiume, e ce li dipinse come ... come sono! Spaventate, volevamo partire subito, ma la zia non permise.

Al pomeriggio poi egli si rassicurò dicendo esser certo fermata l’invasione, come prova stava il fatto che i motociclisti andavano a San Daniele a prendere macchine rimaste là. Non desideravamo che questo per consolarci. Andammo a cambiar le vesti ed uscimmo a far quattro passi fin lassù da Miutta Gazzetta. Di là andammo un momento in cimitero a visitare i nostri poveri morti da tanto dimenticati. Dopo lo scambio naturale di impressioni con la gente che si incontrava dovemmo ritirarci in casa perchè, essendo il parroco a Basaldella, la funzione era rimessa alla sera. Maria dovette accingersi nuovamente a far da cuoca ed io l’aiutavo come m’era possibile. Sull’imbrunire i soldati si raccolsero in cucina: gli attendenti, il caporale, Ravera, che era stato sempre in casa e mi seccava per un libro da leggere.

Il cannone si sentiva sempre più vicino e il bombardamento impressionava. Ad un tratto la casa tremò dalle fondamenta ed i soldati si guardarono l’un l’altro: era giunta in paese una granata. Ebbi paura, e tanta che nulla poteva rassicurarmi. Infilai il soprabito, presi il velo e andai in Chiesa: recitai il Rosario e a poco a poco ripresi animo. Quando mi preparavo a ritirarmi entrò il sagrestano e m’avvisò che chiudeva tutto. "Viene la fine del mondo" mi disse. Io pensai "domattina parto". Confortata, tornai fra i miei. Era pronta la cena: preparammo un tavolo anche in tinello e i soldati s’ingegnarono a dividere fraternamente bicchieri e posate perchè non ne avevamo a sufficienza. In mezzo al chiasso e al ridere di loro, non sentivamo il rombo del cannone e Maria diceva: "Se ci capita una granata moriamo senza paura".

Giunse l’ordine di oscuramento, poichè giravano aeroplani. Sul tardi arrivarono altri cinque soldati e quelli cenarono zuppa di latte come noi e sedettero in terra. Venivano da Conegliano ove, mi dissero, regnava una gran confusione, assai più che da noi. Mi consigliarono tutti di fuggire e l’indomani stesso; assicurarono che era proprio il momento, perchè cominciavano ad organizzare il servizio dei camion in cambio dei treni. I primi partiti — affermava un sergente lombardo — sono fermi sotto Sacile, ma ora lo sgombero va più per le leste. La notte dormimmo poco o nulla, stante il bombardamento. Io mi preparai a morire, tanta era l’impressione.

2 novembre.

Cari morti! Bramai di essere con voi in quella fredda alba quando decidemmo di partire in compagnia della famiglia di zia Regina. Potevano essere le quattro: raccolte poche robe, salutata la zia, lasciammo la casa mentre tutti dormivano. Per via trovammo Anna col carro e le masserizie, e quattro altre famiglie dirette a Gris. Ci lasciammo a Campagna, non senza qualche lagrima, augurandoci di rivederci. Giunte a Maniago verso le otto mi fu doloroso sentire che i Beltrame erano partiti ancora il lunedì mattina. A chi rivolgermi? Ai Fabruzzo?

Andammo passando per la piazza, ove era una confusione indescrivibile. Truppa che passava in file serrate, camions che giungevano e partivano uno dietro l’altro e gente accucciata sulla propria roba, nella via, in mezzo al fango. Che spettacolo doloroso la vista di tante creature che avevano abbandonato casa, animali, averi e giravano miseramente da un paese all’altro ... Dovremo far anche noi come loro? Forse morire di fame per strada? Era troppo impressionante.

Le Fabruzzo mi presentarono ad una maestra che doveva pure andare a Venezia, però rimetteva la partenza al lunedì, non prima. Era una simpatica signora che si dimostrò contenta di viaggiar meco ed io promisi di farmi vedere la domenica per accordarci definitivamente. Mi fermai con Assunta, poi piano piano ritornammo fino a Campagna. Qui erano varie famiglie da Tesis, fra cui Candido e Gigante. Cercammo una camera per la notte, poichè ivi era un sito quieto e fuori tiro. La Provvidenza ci condusse presso una buona famiglia, che mai dimenticherò, ove passammo proprio bene la serata. Sul tardi giunse uno dei figli militari e ci rianimò assai assicurandoci che i tedeschi non avrebbero passato il Tagliamento, e così più tranquille andammo a letto.

3 novembre.

Giornata eterna di commenti ed indecisioni e discussioni! Fatta colazione e ringraziati gli ospiti, che non vollero nessuna ricompensa, andammo a vedere dei nostri compaesani. Mi accolsero con palese piacere ed insistettero perchè rimanessi a pranzo con loro. La mattina fummo in giro nelle case, cercando profughi di Provesano per avere nuove di zia Emma, e seppimo che era ad Arba con Agnese. Molti di Tesis tornarono a casa. Passò P. di zia Regina che andava a Gris dai suoi, passò Lenardon, e tutti erano contenti. Fra le chiacchiere ci si consolava che non andasse tanto male, ma al dopopranzo cominciò a circolare la voce che i tedeschi avevano passato il fiume. Fino a sera fu tutto un succedersi di notizie contraddittorie: ora arrivavano i tedeschi, ora era certo che fossero respinti poichè inglesi e francesi correvan al rinforzo ... non ricordo certo tante chiacchiere.

Vero è che passava a frotte la cavalleria e anche artiglieria: tutti domandavano la via di Sacile; non era un bel segno ... Parlai con molti giovani e tutti si dicevano assai stanchi e, pur non affermando nulla, ci rincuoravano a non temere poichè i tedeschi non facevano niente di male. Eh, aver inteso! io avevo finito per convincermene, sebbene sentissi assai dolore al miraggio dell’invasione. La sera rimanemmo a Campagna presso una sposa che mi desiderava per farle coraggio. Fu un silenzio profondo e dormimmo benissimo.

4 novembre

Decisione! Aveva ragione Guido Angeli: non c’era più tempo per partire. Tutta la mattina pensai. Poi decisi di andare a Maniago con una lettera pronta per la mamma: se avessi trovato chi gliela desse, sarei rimasta. Fu disposizione di Dio? Per istrada incontrammo il giovane soldato presso la cui famiglia avevo dormito. Mi fermò per salutarmi. Da lui seppi che i tedeschi erano a Clauzetto, che la truppa si ritirava preparando resistenza sul Piave. La zona framezza è abbandonata. Inutile partire per lui, poichè di là dal Piave non si può andare oramai. "Io ci vado oggi stesso e posso telegrafare alla sua famiglia". Era l’unica. Mi fidai del telegrafista poichè era assai serio e dignitoso: persona veramente distinta. Consegnai la lettera ed egli volle avere il mio nome e ci lasciò augurandoci: "Coraggio e sangue freddo sempre, anche di fronte alla morte! Speriamo bene, che male non ne manca".

Noi no invece: andammo leste a Maniago nella tema di trovare i tedeschi al ritorno. Salutammo i Fabruzzo che non sapevano se partire o no. Lassù la confusione era al colmo. Povera, povera gente! Come Dio volle tornammo a Campagna, ove pranzammo ed infine prendemmo congedo per tornare a Tesis. Maria aveva una paura matta di trovare i tedeschi e sarebbe tornata indietro, ma io tenni sempre duro. Più ci avvicinavamo al paese e più chiaro giungeva a noi il fragore della battaglia che si svolgeva sul Meduna. Incontrammo vari fuggiaschi e tutti si stupivano di vederci andare verso il pericolo. Era davvero un controsenso.

A Tesis ridevano al vederci arrivare. Solo allora sentii tutta la gravità della situazione; ebbi paura e pensai: "A qualunque costo domattina riparto e vado via di qua". Che squallore e che tristezza dappertutto! Seppimo che era giunto l’ordine di presentarsi a tutti gli uomini dai quindici ai sessant’anni. Anche lo zio era andato a Vivaro, ma ritornò a sera con tutti gli altri perchè non aveva trovato mezzo di partire. Andai dal parroco: egli mi fece molto coraggio invero, sicchè rincasai un po’ rianimata, nonostante fischiassero sempre le granate. A Vivaro ne giunsero parecchie. A notte i soldati che venivano a chiedere da cena ci avvisarono che ci sarebbe stato bombardamento: non osammo coricarci e passammo la notte nella stalla di zia Regina.

Che notte, Dio mio! Non la scorderò più. Fino alle due del mattino fu un andare e venire di soldati: chiedevano polenta e vino, e pagavano. M’intenerivo pensando che eran gli ultimi nostri cari che vedevamo. Erano tutti frettolosi di partire nella tema di essere presi dal nemico che avanzava sempre. Ci rincuoravano, poveretti, assicurando che si ritiravano senza combattere: non ne avevano voglia e fu una fortuna per noi. Le granate che arrivavano scoppiarono negli orti e non fecero danno. Verso le tre sentimmo passare un reggimento di fanteria: era il 500 che si ritirava. Poi l’artiglieria, e P. respirò contento e dichiarò che ormai si poteva dormire. Eh, aveva temuto anche lui, certo: avevano posto i cannoni nel Comunale e le mitragliatrici in Magrimeduna ... c’era d’aver paura proprio. Bastavano pochi minuti per mandare all’aria il paese.

Ci decidemmo a rientrare in casa. Io avevo una gran stanchezza e mi buttai sul letto, ma per poco. Maria venne a chiamarmi perchè giungevano i tedeschi. Scesi: c’era un bersagliere ciclista nel cortile venuto a dar l’avviso. Gli offrimmo del latte e lo salutammo commossi. Passammo nuovamente da zia Regina. L’ultima pattuglia di ciclisti era sul limitare del brolo da dove spararono le ultime fucilate. Non ne vedemmo altri, poveri cari! 5 novembre. Mai scorderò questo giorno! Dalle otto i bersaglieri erano scomparsi ed oramai si attendeva momento per momento l’arrivo dei tedeschi. Maria tremava di paura: io sentivo solo un grande sconforto. Dalla soglia della cucina guardavo il cielo, la campagna tranquilla, i cari siti noti e dicevo: "Possibile che i nemici debbano penetrare fin qua e turbare tanta quiete ed offuscare questo sereno?

O Patria mia, quanto è dolorosa la tua sorte! ... E i tedeschi ridono!" Passarono due ore; lunghe, penose come un’agonia. Entrò Giulio De Zorzi. "Sono qua! Sono giunte ora in piazza le pattuglie di esploratori. Ci salutammo. Ridevano e davano a tutti la mano. Donne, son buona gente: meglio degli italiani". Guardai l’orologio: erano dieci ore. Maria si rassegnò a tornare in casa ed io mi misi al fuoco riflettendo. Meglio degli italiani! Tutti l’avevano detto e lo dicevano: anche il parroco, tutti. Era vero? Non li conoscevo ancora per negarlo, ma sentivo tuttavia di preferire a mille doppi gli italiani. Ad un tratto sentii Albina gridare: "Aiuto! Aiuto! Povera me! Ah, povera me!" ed altre parole che non intesi. Spaventata, corsi fuori poichè in casa non era nessuno. Passava una pattuglia uh, che facce dure, fredde! Tutti i nostri salutarono, istintivamente mi ritrassi e tornai dentro. Anche i nostri rientrarono e seppi che Albina piangeva perchè le avevano rubato roba da mangiare. "Verranno anche qui?" chiesi. "Sì, da tutti."

In quello fu spalancata con impeto la porta, ed entrarono otto, dieci soldati, mentre altri tre scavalcavano il muro che divide il cortile nostro da quello di zia Regina. Due mi furono addosso a prendermi di mano la mela che stavo mangiando e mi fecero capire che ne volevano ancora. Lesta andai a prenderne una grembialata: in men che non si dica empirono le tasche e poi vollero ancora. Spinsero da parte la zia e salirono nelle camere e al granaio. Passai in cucina ove tutti entravano a bere il latte rimasto sulla tavola e domandavano: pane, pane! Vino non ne vollero. Uno solo salutò e andò via subito. Gli altri si volsero a spalancare armadi, cassetti, a scoperchiare pentole, paioli, tutto! Io li guardavo sbigottita e sentivo intanto il rumore che facevano gli altri sopra, in tutte le camere, uno sbattere di porte, uno squassare di cassetti, una confusione ... un vociferare indiavolato.

C’era un giovanotto bello, biondo, roseo: non doveva essere cattivo, ma aveva un sorriso di vincitore beffardo che mi feriva ... E non poterlo mandar via! invero non toccò nulla: si accontentò delle mele e se ne andò. Usciti i primi (con tutte le mele, il grasso, lo strutto) entravano già degli altri. Erano quasi tutti tedeschi: bei giovani forti e ben nutriti. Un biondino che dimostrava vent’anni entrò in cucina rosicchiando castagne e andò direttamente al focolare ove scoperchiò la pentola. C’era una gallina a bollire. Rise e mi disse: "Brot a me!" Coi gesti spiegai che gliene avrei dato una tazza. "Ja!, ja!" Intanto andò a frugare dappertutto e riuscì a trovare quattro mele che avevo nascosto nella fretta. Si volse con prepotenza: non capivo le parole, ma era chiaro che avrebbe voluto le lasciassi fuori per lui. Gliele diedi. Dio mi perdoni, ma quel giovane dovetti maledirlo: meno male che non mi capiva dapoichè brontolavo di tutto. Gli offersi una tazza di brodo. Trovò che era buono e volgendosi ad un compagno gli accennò di far parte assieme. Tolse la pentola dal fuoco, la pose sul tavolo; andò a prendere piatti, scodelle, coltelli, tutto l’occorrente.

Sedettero e bevvero il brodo, poi mangiarono la gallina. Non erano però cattivi a dire il vero: l’altro, un pallido dagli occhi azzurro cupo, mi accennò di bere il resto del brodo e mi diede la punta di un’ala. Mi diceva "Maricke". Mi regalò mezzo cucchiaino di sale e, prima di partire, mi salutò: "Addio Maricke!" Il biondino mi degnò solo di un’occhiata altezzosa. Uscii dietro a loro: scavalcarono il muro invece di uscire per la porta, sebbene fossero caduti due volte ed io avessi fatto loro segno d’insegnare la strada. Che razza ostinata! Nelle camere erano ancora in molti e continuavano ad entrare; dicevo "Avere nicht" e mostravo gli armadi vuoti ... Nulla! Andavano a rimuovere tutto e volevano salire tutti. Se ne vedevano certi ... facce proprio da galera!

Verso l’una cominciarono a radunarsi e uscirono tutti. Povera zia! Fece una corsa alla casa del nonno, ove avevamo tutta la roba di maiale: due quarti di lardo, tre litri di strutto, salami, salsicce, ossocolli. Trovò tutto spaccato, aperto: nulla ... repulisti! Quanto dolore provò ! "Senti" mi disse "le granate non m’han fatto paura, ma questa gente sì. Hanno rubato tutto, non solo, ma con una prepotenza! Avevo la chiave in mano per aprire e loro davan calci ai cassetti e facevano atto di far saltare le serrature. Birbanti e ladri!" Uscii un momento sulla via: varie donne vi facevano conciliaboli lagnandosi altamente. "Avete veduto?" esclamai. "Erano ladri, lazzaroni gli italiani. E questi come sono?" Ah, è una lezione dura, ma ci voleva. Tutte mi diedero ragione. Povere donne. Mi fanno pena, ma certi uomini ... Dovetti rientrare in casa perchè Maria non osava restare sola.

22 novembre

Riprendo il filo della narrazione, troppo lunga per farla in un giorno solo. La sera di quel lunedì doloroso ero, dunque, assieme a Maria, aiutandola a sbrigare vari lavori indispensabili. Alle cinque cenammo una scodella di latte e poi ci ritirammo nella nostra camera a pregare e sospirare. Non saprei descrivere la nostra angoscia: trovarsi fra barbari, prive del necessario, senza conforto, senza nuove dei nostri cari. Come Dio volle ci rassegnammo a coricarci dopo avere supplicato la Madonna benedetta di non farci vedere più le brutte facce tedesche.

6 novembre.

Fin dal mattino non facevo che domandare se v’erano ancora dei tedeschi. La truppa del dì innanzi era partita, ma ne giungevano continuamente degli altri. Io non uscii un minuto di casa nella tema di vederli, ma zia Regina mi raccontò che era pieno il paese e che ne facevano d’ogni erba un fascio. Guai poi se la povera gente protestava! Si voltavano con lo stile a minacciare, quei crudeli! Per grazia del Cielo proprio noi non ne vedemmo nemmeno uno in casa nostra e così, più tranquille, potemmo chiudere tutto alle cinque e coricarci pure assai presto.

7 novembre

Era mercoledì, mia cugina mi fece alzare presto annunziandomi l’arrivo di truppa a cavallo. Spaventata, corsi giù e bevemmo il caffè in fretta e furia, ma per fortuna i soldati non si fermarono in paese. Ne vennero, però, i vari gruppi, sicchè eravamo sempre col cuore sospeso ed ogni volta che sentivamo aprire il portone temevamo di vedere una faccia tedesca. Pranzammo pure assai male, nella tema che venissero a prenderci il brodo. Avevamo tirato il collo ad un tacchino e lo mangiammo in tutta fretta, senza polenta. Che ore eterne! Si bramava solo che venisse notte per chiudere la porta e stare quieti, sicuri di non essere seccati.

8 novembre

Poichè la zia intese che saccheggiavano assai biancheria, tutta la mattina fummo in faccende a tirar fuori la roba dai cassettoni, dagli armadi, e metterla nei sacchi per nasconderla sotto il fieno. Povera zia! Mi faceva assai pena vederla così in affanno! Tutta la notte aveva vegliato a seppellire parte delle patate rimaste ed era proprio stanca. Pensavo con struggimento a quello che sarebbe accaduto della mia casa a Venezia ... alla mamma, a tutti i miei ... Tutti desideravano che i tedeschi andassero avanti. Io sola pregavo che tornassero indietro.

Nel pomeriggio vennero due donne da Basaldella: la moglie di Filippo Pierrot con la nuora e due piccine. Le poverine chiedevano ospitalità poichè avevan dovuto fuggire da casa di tutta notte, stante la scellerataggine degli sbirri tedeschi che non rispettavano neppure la loro camera e le avevano insolentite. Ci raccontarono che a Basaldella e a Vivaro era un passaggio continuo di truppa e avevano saccheggiato tutto: viveri, oro, danaro, biancheria, animali; tutto ... un orrore! Ci facemmo un po’ di coraggio assieme. Cercai d’ispirare loro una viva fede nella divina Provvidenza e le esortai a pregare. Nel ritirarci ringraziammo ancora Iddio che ci aveva favoriti anche quel dì.

9 novembre

Cominciammo a sentire il rombo del cannone sul Piave. In tal dì mi decisi a far qualche cosa: presi il ricamo e sedetti a cucire. Le ospiti nostre ci dettero un po’ di sale e potemmo fare la minestra. A mezzogiorno arrivò la famiglia di zia Regina di ritorno da Gris e con essi Anna e i suoi. Raccontarono che anche lassù i tedeschi avevano fatto strage: dappertutto lo stesso! E si può desiderare che vadano fino al Po? Verso sera eravamo nella stalla quando la zia mi chiamò. Povera me! Erano tre militi tedeschi venuti in cerca di alloggio. Uno, il sergente, che parlava poco italiano, dissemi che si trattava d’una notte sola. Erano duemila nel paese! Scelse tre camere, la cucina, il tinello, il fienile. A noi rimasero le due stanzette sopra la stalla. Presto, presto dovemmo raccogliere e portar lassù tutta la roba dalle stanze requisite altrimenti l’indomani non si sarebbe certo ritrovata.

Intanto i primi arrivati si mangiarono la crema del latte con la quale dovevamo fare il burro, e cominciarono a mettere pentole al fuoco. Noi dovemmo bere in fretta un po’ di latte nella stalla e correre nelle camere perchè non andassero a rubare. Alle cinque arrivò la compagnia ed io mi ritrassi spaventata di veder tanta gente. Che notte dolorosa ed eterna! Nella mia camera erano due letti: uno per me e Miutta e uno per le nostre ospiti, in terra. Eravamo in sei, ma né io né Maria levammo le vesti. Nel fienile vicino a noi mandarono i prigionieri: dodici italiani nostri. Uno di essi venne ad avvisarcene acciò non temessimo. Ci sentimmo allargare il cuore e chiedemmo come trattava il nemico. "A noi non fa nessun male per quanto ho potuto vedere: ma non ci lascia che i muri. Noi non trattammo così nelle loro case e fummo davvero troppo buoni. Ma non andrà sempre bene per loro: troveranno l’osso duro, spero".

Ci facemmo un po’ di coraggio. Maria chiese se avevano fame e poichè narrò che mangiavano poco e una volta al dì, avvertì la zia di far la polenta. Recitammo il Rosario anche per quei tanti altri tribolati dalla guerra. Intanto sotto di noi e intorno era tutto un susseguirsi di "ja, ja", un vociare indemoniato, un gridare indemoniato. Poi sentimmo spaccare, spaccare roba: preparavano il fuoco. Uscii un momento sulla terrazza. Che scena! Nel cortile erano accesi tre fuochi e alla luce viva delle fiamme si vedevano i soldati muoversi colle secchie e le caldaie, piene di roba. Ad un tratto "coccodè, coccodè" schiamazzarono le galline. "Fanno buon brodo" dissi rientrando. Dietro a me capitò la zia con due polli nel grembiale. "Prendete": glieli ho presi di mano. "Creature, questa è la distruzione di Attila. Ho dato la legna e loro mi bruciano la tavola, il carretto, fino i mestoli. Mettono al fuoco le secchie, le caldaie. Hanno visto gli alveari e ucciso le api per rubare il miele. In cucina fanno i dolci. Attila! Attila!" e se ne tornò di corsa.

Si sentiva lo zio gridare ed imprecare perchè avevano messo i cavalli nella stalla al posto delle mucche. P., che conversava con i prigionieri, scese a persuaderlo a venire a letto e rimase lui abbasso con la zia. Tornò su a mezzanotte quando i tedeschi cominciavano a coricarsi. Raccontò che avevano ammazzato il maiale di Catina, che avevano consumato la nostra farina di frumento per fare dolci e avevano ben mangiato e bevuto. Fummo un po’ quieti fino alle tre, ma non chiudemmo occhio, anche perchè or l’uno or l’altro dei piccoli piangevano. Alle quattro giunse un improvviso ordine di partenza e tutti furono in piedi. In poco tempo erano pronti. Il sergente chiamò i prigionieri: "Italien avanti!" E via ...

Uscimmo di camera e mi colpì subito l’odorato il tanfo che usciva dappertutto. Andammo a vedere nelle camere ove avevano dormito. Rinuncio a descrivere ... Un porcile: anzitutto un puzzo di selvatico che toglieva il fiato; e poi larghe macchie di grasso sui cassettoni, sui tavolini e sul pavimento, ove avevano versato anche molto vino. In terra piatti, vasi, scodelle, ancor piene di roba; sugli armadi avanzi di carne, ossa, fette di carne cruda, patate che non avevano potuto portar via nella premura. In cucina così e peggio: tutto un fango e un attaccaticcio da non saper come camminare.

Il cortile era una vera latrina. Ah, che razza di maiali. Ringraziammo Dio che fossero partiti presto, poichè non ebbero il tempo di portar via delle altre patate e lasciarono carne e grasso da mangiare due giorni. Tutto il dì lavorammo a lavare pavimenti, pentole, scodelle, piatti, e fummo con la paura che alla sera giungesse un’altra truppa. Invece fummo tranquilli per tutta la notte.

18 novembre

Era domenica, ma non uscii di casa per ascoltare la messa, né per altro. Era una giornata piovigginosa. Facemmo gli gnocchi al sugo e poi ci demmo attorno a pulire la roba. Verso sera, purtroppo, ebbimo un’altra spiacevole visita: due di loro vennero a prendere il maiale. La povera bestia non voleva seguirli: la uccisero con due fucilate. A noi lasciarono le zampe. Eh, era da dir grazie proprio! Malinconiche e rassegnate a tutto ci coricammo pregando Dio che ci concedesse la grazia di tornar presto con l’Italia nostra.

Dal 12 al 19 novembre

Fu una settimana più tranquilla e più ordinata. Il lunedì dopo pranzo capitò una comitiva di sei a chiedere alloggio e legna per fuoco. Andarono a rubare galline, patate, vino, cavoli, tutto l’occorrente. A noi diedero una scodella di brodo. Rimasero fino l’indomani. Furono gli ultimi poichè tenemmo sempre la porta chiusa. Seppi da Galletto che il parroco diceva sempre la Messa e mi sentii sollevata. Il 12 novembre cominciai coll’andare a Messa alle otto assieme alle piccole di zia Regina e vi andai ogni mattina con loro. Fino al giovedì ebbimo le ospiti di Basaldella: in tal giorno tornarono a casa. Il dì seguente mi dissero che i tedeschi passavano il Piave e mi disperai.

Quanto piansi! Mi figuravo la disperazione di papà e mamma nel dover abbandonare la casa, la desolazione che i barbari avrebbero portato nella mia Venezia. Fu per me una mattinata tristissima! Nel pomeriggio uscii un poco con Maria poichè non avevamo volontà di lavorare. Andammo a trovare Anna e ci sfogammo nel racconto dei nostri guai. Il 17 novembre, che era sabato, mi confessai e feci la Santa Comunione, ritraendone una viva fede nell’aiuto di Gesù e una speranza forte di migliori eventi. Quel giorno pure uscimmo di casa e ci recammo da Angela. Trovammo solo le nuore, poichè la povera vecchia è ammalata. Esse, almeno, non han paura di essere derubate perchè nulla posseggono: se ne ridono dei tedeschi e dei loro ladrocini. Per grazia se ne vedevano assai pochi in giro e quelli si accontentavano di una fetta di polenta e di un po’ di patate.

Il 18 novembre era domenica: una giornata assai lunga perchè non avevamo occupazioni. La mattina, dopo la Messa, si fece presto a preparare il pranzo: il sale era terminato sicchè minestra non se ne poteva fare. Latte, polenta, formaggio e ringraziar Iddio! Verso le tredici uscii nella strada a prendere un po’ di sole, ma ben presto risolsi di tornare a casa e non uscire mai più! Erano riunite varie femmine e là ne dissero d’ogni maniera: i tedeschi tornavano indietro, era pieno il Piave di morti, coi cadaveri facevano trincee ... arrivavano francesi, inglesi, americani, giapponesi ... ah, che razza di ciarlone! Poi avevano pensiero di morir di fame, di essere bruciate vive.

Infine venne un uomo da Tauriano a profetizzare che i tedeschi sarebbero andati a Roma, e tutti approvarono ... Disgustata rientrai in casa e feci promessa solenne di non sprecare più il mio tempo a sentire commenti e ciance inutili, ma di iniziare la settimana mettendomi seriamente al lavoro. La sera recitammo il Rosario intero e pregammo più a lungo del solito, per ottenere dal Cielo rassegnazione e coraggio, tanto necessari, ma che qui in terra non si ritrovano. Questa settimana infatti sento che va meglio. Sono un po’ meno triste e mi faccio forza poichè il cannone che tuona sempre nello stesso posto mi avvisa come il nemico sia di qua del Piave.

Lunedì mi sono recata a Scuola. Che stalla quella stanza! I banchi ammucchiati in un angolo, rovesciati i calamai, le penne e i quaderni sul pavimento lordo di fieno, paglia, vasetti di carne e mille porcherie. L’armadio era stato richiuso, ma dentro avevano buttato tutto sossopra. Riordinai pazientemente i libri e i quaderni e poi li portai a casa. Qui presi una cassa ove disposi tutto il materiale scolastico e poi la riposi sul granaio. Avevo pensato di riprendere la scuola, ma mi manca tutto. E queste brutte facce tedesche poi ... No, no.

L’altro ieri, martedì, avevo ripreso il lavoro di ricamo quando capitò un inaspettato ospite: lo zio Brusadini. Io non l’avevo mai visto, epperò fui curiosa di conoscerlo. Di mezzana statura, diritto, un po’ magro, capelli e baffi grigi, due occhietti celesti, un fare compassato: non mi spiacque. Sedette fra noi parlò, sempre calmo e misurato, di questa brutta faccenda. Eh, non c’è pericolo che si riscaldi! ma parlava bene. Mangiò con noi patate e un piatto di fagioli con poco poco sale regalatoci per carità.

Rimase fino alle due. Disse che a San Quirino era appena giunto il Comando che aveva già radunato i disertori e gli abili al servizio militare. Promise di tornare con Teresa e se ne andò accompagnato dallo zio. Io lo guardavo rimuginando fra me come mai un uomo che dimostrava assai criterio e dirittura di mente avesse potuto rovinare così presto il suo patrimonio e ridursi pezzente. Mah! ora così non ha pensieri. Ieri e oggi la zia si dette mano a far pulizia delle camere: io facevo fuoco e lei e Miutta lavavano. Ora la nostra casa sembra nuova: tanto donano la pulizia e l’ordine!

23 novembre

Stamattina mi sono stizzita proprio col parroco poichè difende tanto i suoi amici tedeschi. Ero andata per ordinare la Messa nell’anniversario della morte del povero Giovanni e lo trovai nello studio. Mi domandò se me la passo bene e mi esortò a perdonare. Questo è giusto: ma non mi andava a sangue quell’assicurare che i nostri soldati han fatto così e peggio. Sarà, ma io non credo. Lui è sicuro che andranno fino al Po, vinceranno Francia e Inghilterra. Insomma, mi urtano le sue idee: io non credo che Dio darà la vittoria a questi barbari che fan patire mezzo mondo per scopi superbi, oh no!

L’Italia errò e il castigo lo merita, ma i tedeschi non sono senza colpa e non hanno diritto di trattar come fanno. Il reverendo mi esortò a tornare a scuola promettendomi l’occorrente, ma io ero in collera. "Mai" dissi "fino a che non ripartiranno gli stranieri, neanche se mi pagassero in oro". Non so proprio vincere il rancore. Faccio male, lo so ... Dio mio, perdonatemi, aiutatemi a trovare l’umiltà e la rassegnazione.

sabato 24 novembre

Non sento più il cannone. Tutto è silenzio. Che i tedeschi avanzino? Mi dicono che han passato il Piave nella direzione di Vittorio Veneto. Sarà vero? Quanta tristezza!

Domenica 25 novembre

Non so per chi devo piangere. Per la povera famiglia mia che dovrà abbandonare la casa e più per il mio Pietro, esposto sempre al pericolo. Il mio povero caro sarà triste per causa mia ... Io non lo nomino mai, né di lui qui scrivo, ma l’ho tuttavia nel cuore e il cruccio non mi lascia neppure nella notte. Oggi è un mese che nulla so di lui! Gesù Santo, quanti ne passeranno ancora? Stamattina fummo parecchio tempo in Chiesa. La Messa finì tardi e, tornata a casa, i preparativi del pranzo ci occuparono assai.

Dovevamo fare il burro per condire i maccheroni — senza sale! Nel pomeriggio andammo dalla Guerrina che proprio non ha speranza che i tedeschi si ritirino e mi assicura che presero Feltre, passarono più in là. Vedemmo anche Marianna, alla quale il nemico non fece danni perchè suo padre aveva nascosto già tutto. Meno male!

26 novembre

Dal 22 siamo fra i tedeschi: ancora non posso usarmi. Oggi si sono risvegliate le mie speranze, perchè si sente tuonare il cannone. No, il nemico non avanza. Varie sono le voci che arrivano a noi e dal complesso una cosa credo sicura: gli italiani tengono duro sul Piave. Essi hanno rotto gli argini e l’acqua, inondando la campagna, ha affondato cannoni e anche buona parte di uomini. I combattenti tedeschi hanno il fango fino alle ginocchia e non possono muoversi a loro agio. Di più, tutta la carne di maiale troppo fresca, le galline, i dolciumi che hanno mangiato in abbondanza hanno messo loro una forte diarrea. Sia lodato Iddio! Ne ho piacere!

27 novembre

Stamane mi sono recata in Chiesa assai presto e poichè non avevo fatto colazione potei accostarmi a ricevere Gesù in Sacramento con una grande gioia. Tornai a casa dopo le dieci, sicchè merendai e pranzai ad un tempo: mi sentivo serena proprio. Nel pomeriggio uscii con Maria a prendere i giornali di ricamo da Miutta e passammo due ore lassù in buona compagnia. Stassera poi appresi nuove che mi consolarono davvero. Arrivarono da Galetto due soldati tedeschi disertori i quali venivano dal Piave. Dissero che là è il demonio.

Gli italiani han preparato una linea di resistenza formidabile e han disposto sì bene che i tedeschi si trovano in posizione insostituibile. Col fango alle ginocchia, mitragliate di continuo, cadono a migliaia. Difficile, impossibile è lo sfondamento. Più di uno fuggì da quel macello. Mi spiace che muoiano, ma sono così testardi!

28 novembre

È arrivato il Comando. Che razza di comandanti! Han preso alloggio da Alberico e han già bruciato due balconi! Vanno per le case a sequestrare roba per mangiare e bere: e basta. Abbiamo avuto paura quando dissero che notificavano gli averi di ciascuno. In fretta e furia nascondemmo tre sacchi di granturco sotto il fieno e il frumento. Invece si accontentarono di guardare abbasso e nelle camere. Il sergente domandò quanti componenti la famiglia e scrisse: notò pure il numero delle stanze e notò le mucche e i vitelli. Verranno a prenderli? Si teme e pur si spera che non sia. Vedremo. Intanto han riunito i disertori nostri e domattina li porteranno con loro.

29 novembre

Stamattina venne meco Maria alle esequie del povero Giovanni e facemmo la Comunione pregando il nostro caro morto di intercedere per i vivi. Nella mattinata finii di mettere all’ordine la mia roba, aggiustando tutte le calze di cotone che ora bisogna riporre fino a primavera. Mangiammo un buon piatto di patate, formaggio e un po’ di latte e trovammo di star bene anche senza sale. Dopopranzo tornò fuori la diceria che i tedeschi si ritirano e tutti dicono che il cannone è più vicino. Vorrei credere, ma ... Tuttavia non mi manca la fiducia in S. Antonio. E non è essa il mio sostegno?

30 novembre

Addio novembre! Non ti rimpiango, tristissimo mese, se non altro perchè in questo tempo nulla feci di utile a me e ad altri. Cominciasti dolorosamente e terminasti pure con pianto per noi. Stassera lo zio ci torturò proprio con le sue scenate. Egli peggiora ogni dì e ciò mi affligge soprattutto per la zia. Oh Signore, quando terminerà questo amaro esilio? Pur bello dev’essere il Cielo se tanto ne costa il guadagnarlo! e son pur acute le spine che intralciano la via che ivi conduce!


1 dicembre

Quanta tristezza anche oggi! Sempre colla tema che lo zio venisse in cucina a fare una scenata ... Ne ha fatte d’ogni generazione dentro e fuori casa. Ha finito col pranzare coi tedeschi: guarda un po’ se c’è sale in quella zucca! Stassera sono giunti Candido, Piero, Vincenzo di Nicola, Berto e altri due, scappati ai gendarmi da Pordenone: pieni di fame, povere creature. Nessuno aveva pensato a dar loro da mangiare in due giorni. Nulla di nuovo ci raccontarono. Spero domani di avere qualche notizia.

domenica 2 dicembre

Prima domenica di Avvento. Se Natale portasse la pace, quale letizia! Lo disse anche il parroco oggi dopo la Messa. La giornata era nebbiosa assai e triste. Pure ebbimo un po’ di pace essendo lo zio tranquillo. Non si sentì mai il cannone, ma non mi persi di fiducia. Le donne mi raccontarono che i tedeschi han ordinato lo sgombero a tutti i paesi fino ad Arzene. Questo sarebbe segno di ritirata, ma io non credo ... Mi basta sapere che non vanno di là dal Piave.

3 dicembre

Anche oggi silenzio profondo, sulla linea di battaglia. Cosa significherà? Il mio cuore è muto: quello di Maria è titubante nella tema che i tedeschi abbiano avanzato. No, io non ho questa paura. Le voci che circolano sono sempre relative ad una ritirata. Beniamino era a Maniago e parlò con alcuni prigionieri dei nostri. I poverini non sono certo informati, solo seppero dire quanto intesero da un tenente: cioè che sul Piave è un vero macello per loro, che da tutte le parti sparano, mentre non si vede né un cannone né un uomo. Signor Iddio, vi ringrazio. Il genero di Angelica parlò a Gradisca con un capitano e questi gli disse che ora c’è un armistizio per seppellire i morti e che può darsi una ritirata, ma che non dobbiamo temere d’essere presi nel pericolo.

Molti narrano di litigi sorti fra tedeschi e austriaci, poichè ognuno vuol comandare ed essere sopra dell’altro. Intanto il Comando ha preso nota della quantità di granturco esistente in ogni famiglia ed ha ordinato il razionamento in ragione di duecento grammi di farina al dì. Ah, questa è grave davvero! Pensare che i contadini strepitarono quando il nostro governo ordinò la razione di cinquecento grammi! Mah, ognuno faccia come crede. Io per me stabilisco questa regola di vitto: a colazione caffelatte con una fetta di polenta, a pranzo minestra di latte e pasta con quattro patate e a cena come al mattino. Con ciò credo di non consumare più di duecento grammi.

4 dicembre

Oh, quali ore dolorose di alternativa crudele fra una speranza fulgida di soavi eventi e il dubbio angoscioso di nuovi stermini! I tedeschi retrocedono o avanzano? Stamane non andai alla Messa; il freddo mi risvegliò la pigrizia. Mi rifugiai in cucina accanto al fuoco a rammendare le calze di lana. Maria era sempre inquieta causa il silenzio prolungato che durava sul fronte. Io tacevo e pensavo ai miei cari lontani. Poi venne la zia a darci notizie del nonno che da due giorni dà a pensare. Tutta la notte ha vaneggiato e detto mille stramberie e ha fatto tribolare la povera zia perchè ad ogni momento saltava fuor del letto. Non c’è da stupirsi, povero vecchio! Gli anni, il freddo e il cattivo nutrimento sono coefficienti invero troppo gravi per le sue deboli forze.

La zia andò in cerca d’erba per i tacchini e tornò con una nuova strabiliante: i tedeschi si ritirano! Eh, non potevo credere proprio. Eppure ella ci credeva, tanto vero che mi chiamò ad aiutarla a riporre certa roba. Ma era proprio vero: ad Arba li aspettavano, il Comando nostro era partito lasciando ordine che non si facesse loro nessun oltraggio ... si sentiva il rumore di cavalli e carrettoni che venivano dal Piave. "Sarà" dicevo, ma non potevo adattarmi ad un fatto cotanto straordinario. Maria era felicissima. Ahimè, la gioia non durò mezz’ora. Venne lo zio a sgridarci affermando che non era vero nulla. Ad Arba non volevano estranei perchè non avevano le carte; il Comando si stabiliva a Vivaro, l’ordine affisso in piazza datava dal 25 novembre ...

Insomma, non era vero proprio niente! Ah, delusione amara! Sedemmo silenti a lavorare. Verso le tre la zia mi mandò a chiamare il parroco perchè visitasse il nonno. Andai sollecita nella speranza di sentire da lui qualcosa. Aveva premura d’uscire a sbrigare un lavoro ordinatogli e non mi trattenni più di un minuto. Seppi poi da lui stesso di che si trattava, quando venne a vedere il nonno. Il Comando lo aveva pregato di fare una nota di tutte le persone del paese dai 16 anni in su. Ei benedisse il nostro vecchio e partì subito. "Vedete?" disse lo zio. "Altro che ritirata! Andremo tutti a lavorare con loro!" Altra amarezza ed altra preoccupazione! Ma io rimetto tutto nel Cuor di Gesù.

Verso sera capitò P. con altre nuove che ci rianimarono proprio. Erano giunti due russi, fuggiti dal Piave, stanchi dalle fatiche e affamati. Dissero che i morti tedeschi erano a cataste sulla riva del fiume alte come le case: un milione! Spiegarono che non si sente il cannone perchè si battono con la mitraglia ed aggiunsero che gli italiani sono usciti all’assalto ad arma bianca. Non vollero fermarsi perchè avevan fretta di proseguire. Nuove speranze di ritirata e nuovi conforti. Circa mezz’ora dopo, altra notizia: arriva da Maniago una truppa tedesca e, data l’ora, si sarebbe certo fermata a dormire in paese. Presto, presto allora a far da cena ... a riporre il burro, le patate, la biancheria in vista.

Uscii nel cortile e Iole m’assicurò che erano passati avanti in grazia di P. che spiegò non esservi alloggio. Seppi che non avevano voluto dire la provenienza. Tutti eran sulla strada ad ascoltare un rumore confuso che veniva dal Piave e che dicevano mitragliatrice. "Domani gli italiani son qua" dicevano; ed io me la ridevo di gusto. Cenammo tutti presi dal piacere nuovo ed io cominciavo proprio a credere e sperare certamente. Ma prima di coricarmi mi aspettava una nuova angustia. P. mi chiamò a vedere i riflettori: erano assai lontani, si sentiva pure un rombo, ma assai lontano esso pure. Allora come va? Vanno o ritornano? In questo dubbio angoscioso debbo finire la giornata, ma non sarà esso che varrà a farmi disperare. La mia fede è viva, il mio cuore è in alto: mi rimetto a Dio e la forza e l’amore dell’Onnipotente saranno mio valido scudo e mio aiuto.

5 dicembre

Oggi un mese entrarono i tedeschi! Possibile che presto non escano di qua? Ahi, che debbo perdere la speranza di rivedere il grigioverde italiano! Stamattina Maria mi persuase che la battaglia era di là dal Piave perchè il cannone si sentiva assai debolmente. Verso mezzogiorno, però, tuonò ben forte nella direzione di Belluno e tuonò così tutto il pomeriggio, tanto che ci convincemmo esser sempre la stessa posizione. Verso il basso, nella direzione di Venezia, il silenzio era tuttavia perfetto, cosicchè temevo ...

Purtroppo stassera mi dissero che un giovane triestino, ospite di Paolo, aveva affermato che i nostri si erano ritirati anche dal Piave. Oh cara Venezia mia, quanto ti ho in cuore stassera! Un’amarezza profonda mi strazia e non so darmi pace. Due guerre ci tormentano, poichè lo zio è una bestia e si gode a torturarci, dicendoci che i tedeschi avanzano e che mai più saremo italiani. Abbiamo dovuto venire a rinchiuderci qui in camera, nonostante il freddo. Dio mio, Dio mio siate con me, perchè la mia povera testa si perde.

6 dicembre

"San Nicolò, no so se ghe sarò" dicono i friulani a proposito del freddo. Stavolta c’è certamente ed è invero rigido. Andammo a Messa stamane; vidi l’acqua dei fossi e del torrente lastricata di ghiaccio. Mi sento assai stanca oggi. Stanotte non ho potuto riposare perchè il pensiero che Venezia mia era in pericolo mi travagliava troppo. Mi giravo e rigiravo nel letto tentando invano di liberarmi da tanti tristi presagi. Che cosa accadrà nella mia casa? Partiranno o no? Mi pareva di vedere il volto afflitto e pensoso del babbo, le lagrime desolate della mamma. Se restano, pensavo, il babbo dovrà presentarsi e lei, poverina, come farà a difendersi e a difendere i figli contro quei barbari? Sofferente e debole com’è dovrà soccombere forse! E poi patire la fame ...

Se partono, poi, la nostra casa va in completa rovina. La roba non si può nascondere. Ah, qual notte di affanno! Il cannone cominciò a tuonare verso mattina, ma il rombo era così lontano che mi persuasi che partiva da Venezia. A tratti però si sentirono colpi così forti che ne tremò tutta la casa e tutti si svegliarono. Lo zio disse "Questa è a Marghera" e noi ne fummo persuasi. Oggi la gente diceva: "Che paura stanotte! Ma ringaziamo Dio perchè il Piave non l’han passato". Io non credevo. Poichè il freddo era rigido e poichè nella nostra stalla c’era lo zio che imprecava, noi passammo da zia Regina coi nostri ricami, e ivi trascorremmo con tutta calma la mattinata.

Paolina mi raccontò che il triestino non sapeva nulla della battaglia e che era voce di tutti che il Piave non l’avevano passato. Quasi a conferma, vari colpi di cannone fecero tremare i vetri. Che debba rifiorirmi la speranza? È la terza volta che piango la mia Venezia: che anche questa sia in fallo? Magari! Nel pomeriggio lo zio andò a dormire e restammo nella stalla nostra, così pure la sera, e fummo proprio in pace, con la grazia di Dio. Il nonno sta un po’ meglio, non ha più febbre, ma è assai debole e non domanda mai nulla. Credo che non sia lontano il giorno in cui ci dirà addio.

7 dicembre

Dovevamo far vigilia oggi, invece abbiamo mangiato più degli altri giorni. Andando a Messa incontrai Paolo che mi offrì il sale pur che comperassi un chilo di vitello. Come non accettare? Al ritorno dunque lo comperai e Maria lo mise subito al tegame: ne avremo anche per domani. Durante il mattino si sentiva così bene il cannone che mi persuasi proprio essere stata vana la mia paura e ringraziai Iddio. La zia ha fatto una cesta di pane con un po’ di sale regalatole, così stassera potemmo fare una buona zuppa col caffelatte. Poi andammo a veglia da Fratta, perchè lo zio non si può sopportare. Anche a mezzogiorno ci fu una scenata tremenda: meno male che poi andò a dormire e fummo in pace dopo pranzo.

Ebbi, poi, una consolazione: venne a salutarmi Catina di Nando. Era venuta con sua cognata a vedere i suoi e venne un momento da me. Ci parlammo in piedi perchè aveva fretta di tornare a casa prima di notte! Ci abbracciammo commosse fino al pianto e ci rivolgemmo la stessa domanda angosciosa: dove saranno le nostre creature? Papà e Nando sono spesso assieme: benedetti! "Coraggio" mi disse "mi duole vederti così giovane sottoposta a tante dure prove, soprattutto senza i tuoi. Coraggio!" La ringraziai tanto tanto e mi sentii più sollevata. Vado a letto più serena ora che so Venezia libera.

8 dicembre

La Vergine Immacolata, di cui ricorre la festa oggi, mi ha mandato una consolazione: la visita di zia Emma. Appena alzata mi son recata con Maria a far la Santa Comunione e ringraziar la Vergine d’aver liberata Venezia mia, non solo, ma tanti altri paesi dalla minaccia nemica. Tornata a casa, facemmo colazione e ritornammo in Chiesa per la Messa. Eran quasi le undici quando, essendo noi in cucina attorno al fuoco, giunse zia Emma con Agnese, venute principalmente per avere notizie di Amedeo. Dopo i saluti usuali, entrammo subito a parlare dei nostri invasori di cui anche Agnese è assai malcontenta.

A Provesano han requisito gli animali, il grano, le patate, il vino: ora danno duecento grammi di farina al giorno. Razza proprio di cani! Zia Emma naturalmente li difende ed in ciò la compatisco, ma non posso compatire che ella detesti e maledica tanto gli italiani perchè, infine, è la sua gente. Averla intesa quando andammo dai Del Moro e Vittorio le chiese se è contenta dei tedeschi! Dico il vero: mi sentii offesa. Cara Italia mia, quanto ti avvilisce il contegno dei tuoi figli che non sanno amarti! Dopo le 15 dovettero ripartire per arrivare prima di notte a casa, e siccome non avevano trovato nessuna nuova di Amedeo, promisi di andare a portargliele ed esse in cambio promisero il sale. Han sempre avuto sale loro, per fortuna! Le accompagnai fino al Colvera e poi venni a sedermi qui, accanto al fuoco, riflettendo ai miei casi.

Non posso udire oltraggiare la mia patria da chi dovrebbe compiangerla. Ma ne parleremo con la zia, e le dirò quanto ho in cuore. Le dirò che io non insegnerò mai ai miei alunni ed ai miei figli (se il Cielo me li concederà) a odiare i tedeschi, oh no! Insegnerò loro tuttavia ad amare sempre e soprattutto la propria patria, a rispettarla anche quando i suoi figli indegni l’hanno avvilita, ad onorarla colla saviezza dei costumi, col valore delle opere; insegnerò loro, infine, a combattere la concorrenza straniera, a lottare perchè la nazione si fortifichi e viva libera dal dominio tedesco. Ho visto quanto merito abbiano questi perfetti figli del nord: sono uomini deboli come noi, errano quanto noi e se abbondano in costanza e tenacia mancano, purtroppo, di cuore.

9 dicembre

Ringrazio la Provvidenza che non manca mai di prestare soccorso al momento del bisogno. Da qualche giorno la zia era decisa ad ammazzare i tacchini e farne buon brodo ma, non trovando il sale, sospirava per ciò. Stamane, dopo la Messa, giunsero due ragazzetti da Provesano, mandati da Agnese, a comperare della carne, e mi portarono un cartoccio di sale. Così per due o tre giorni berremo brodo di quello buono. Potemmo pure salare la minestra e quel piatto di pasta e latte lo trangugiai in due minuti. I ragazzi acquistarono nove chili di carne e ripartirono subito. Consegnai loro due righe per la zia, la quale mi ha chiesto scusa per essersi lasciata "trasportare dalle sue convinzioni". Belle convinzioni! Basta, non voglio ripensarci!

Andammo a Vespro, poi lassù da Miutta. Là ne udimmo di curiose. Mi dissero che c’era un mago nel Dandolo che indovinava proprio tutto. Questo mago assicura che domani o alle 11 o alle 16 i franco—inglesi sono a Udine e che il 19 sera sarà la pace. Che ridere! Maria incaricò una ragazza del Dandolo di domandare notizie di Gigi e di Basilio. Sentiremo. Io non ho volontà di sapere a mezzo di quell’uomo che ha certo amicizia col diavolo. No, no! Stassera Mariettina di Battistuccia, reduce da San Martino, mi raccontò che la gente della bassa si prepara tutta a fuggire una seconda volta. Il cannone ha tuonato e tuona tuttora sì forte che trema tutta la casa. La gente torna a opinare che i tedeschi si ritirano. È la seconda volta che si dà l’allarme.

10 dicembre

Comincia una nuova settimana: spero che sia migliore della scorsa. Oggi, intanto, abbiamo mangiato bene: pasta in brodo e carne lessa con il sale, per grazia di Dio. Durante la mattina ho badato al fuoco, ho scritto il diario: insomma ho fatto varie cosette abbastanza di buon umore perchè Anna mi raccontò che due disertori assicurarono che se facciamo un venerdì sotto i tedeschi non ne facciamo due. Vedremo.

Nel pomeriggio lo zio portò a macinare a Basaldella e tornò di gran corsa con una nuova: a Vivaro arrivarono migliaia di soldati, camions carichi, ed era una confusione indescrivibile. Si ritirarono, dicevano tutti. Io non potevo credere. Tuttavia Toni da Gradisca mi assicurò che laggiù arrivano in ventimila stassera: si fermano una notte e poi proseguono. Lo zio pure comincia a credere ci sia ritirata. Io non so, il cuore non mi dice nulla.

11 dicembre

Stanotte e oggi un bombardamento terribile proprio. Stamane all’uscita di Chiesa Anna mi chiamò per raccontarmi una nuova: per la bassa stanotte è passata assai truppa che tornava in Germania. Mi narrò di Piero dei Vons che tutta la notte dovette correre per comodo d’un comandante tedesco il quale volle che andasse a cercare un veicolo a Vivaro e poi lo conducesse a San Leonardo e a Spilimbergo. Che indizio è questa ritirata di truppe? Nessuno lo sa, io penso, in questa zona, ma circola la voce che i francesi avanzino e che in Germania occorra rinforzo. Che sia stata già consumata la riserva? Uhm, ci metto i miei riveriti dubbi! Su questa faccenda sono molto scettica, mentre lo zio è tutto persuaso che fra tre giorni gli italiani son qua. Ah, che marionetta è lui!

La mattina è passata benino, ma dopopranzo avevo assai melanconia anche perchè il cielo era grigio e scuro. È venuta Regina a narrarci che stassera sarebbero arrivati cinquemila soldati e ci spaventò, ma per fortuna è un falso allarme. Sono stata da zio Vittorio, ma era a riposo e mi sono trattenuta poco con sua sorella. Ora abbiamo nella stalla Gigi di Fratta, che va d’accordo con questo compare per contarle e belle grosse. Sentiremo domani come andrà con le novità.

12 dicembre

Pioggia, oggi, e continua come in pieno autunno. Stamattina credevo proprio che il parroco non dicesse più la Messa, invece diede il segno verso le nove. Mi vi recai proprio volontieri, munita del mio vecchio ombrello. Passò la mattina assai presto: un po’ a scrivere, un po’ a cuocere patate. Dopopranzo la zia girellò sempre a prendere notizie, ma di positivo non raccolse nulla. Il fatto è che furono chiamati a Maniago i rappresentanti del Comune a ricevere ordini: di che natura? Sentiremo.

È certo pure che non danno sale. Buono o cattivo segno? Difficile rispondere! Non sentimmo mai rombare il cannone. Buon segno? Altro enigma! Stassera mi dissero che anche oggi passò truppa tedesca che si ritira e va a difendere la Germania minacciata dai francesi. Vorrei essere sicura che è vero, vorrei poter parlare con persona seria. Intanto ci facciamo coraggio assieme. Dopo la cena siamo state in filò con Ida di Fratta proprio bene.

13 dicembre

Come volano i giorni anche nelle angustie! Ecco tornata Santa Lucia, "la zornada più curta che ghe sia". Oggi a un anno, Dio mio, come ero felice! Avevamo qui il mio Pietro ... Una giornata piovosa era, mentre oggi è serena, ma assai bella, allegra, mentre oggi è lugubre e triste. Povera me! Il mio caro sarà ... non so concepire come e dove ... mentre allora lo vedevo sano, forte. Quanti ricordi graditi del bel tempo trascorso! Ed ora ... addio! Non si sentono che sospiri. Ho voluto entrare da Anna per sapere quanto disse Vico al ritorno da Maniago. La trovai nella stalla e mi trattenne un bel tratto. A Maniago, radunati tutti i sindaci del mandamento, il Comando ha fatto una bella predica: "Lavorate" ha detto "lavorate e fate economia della vostra roba, altrimenti vi ridurrete a morire di fame perchè fino al nuovo raccolto non ce n’è. Non crediate di venire da noi, che la Germania non ne ha da darvene, l’Austria neppure e la vostra Italia non ve ne provvede. Dunque, mettetevi a razione subito, economizzate e lavorate di più la vostra terra che è lasciata sterile. Inteso? Sulla vostra campagna deve vivere la montagna e qualche altro".

I malcapitati tornarono a casa poco contenti e con la paura di dover pagare anche una tassa: a Maniago l’hanno imposta per cinquemila lire. Certo non è una bella prospettiva che ci si affaccia, ma non dobbiamo avvilirci. Dio provvederà. I tedeschi sono stati furbi, certo: visto che nel mandamento di Maniago c’è poca roba e che sarebbe per loro un rompicapo amministrarla (poichè invece di guardagnarne avrebbero dovuto provvederne) si sono lavati le mani. Vedremo se potranno stare proprio fino all’estate! Lo zio non ha perduto l’illusione che si ritirino. Mi dice che anche stassera ne ha visti passare di ritorno e Piero Fratta li ha svergognati. Han detto che si ritira solamente la Germania e resta l’Austria. Stassera abbiamo avuto i Fratta nella stalla con noi, e abbiamo fatto del buon lavoro, fra le chiacchiere.

14 dicembre

Insomma, i Tedeschi battono in ritirata! Oramai lo credo poichè lo ha detto anche il Comando, lo crede P. ed anche il parroco. Sia perchè la Francia avanza, sia perchè temono i nostri cannoni, certo è che lasciano l’Austria ad arrangiarsi. Eh, gente furba proprio! Sono venuti in cerca del bottino e, visto che ci sono anche botte, si prende quello e si lasciano agli altri queste. Andranno mai via di qua? Si ritirano saccheggiando come loro uso e tutto è buono per essi che non hanno più nulla a casa. Bisogna sentire alla Bassa cosa fanno e come passano carichi: li han visti da Basaldella passare!

Oggi il cannone s’è fatto sentire. A mezzogiorno poi è passato un aeroplano nostro ed ha esplorato lungo la Meduna: vari altri dei nostri, poi, han mitragliato la truppa in ritirata. Stassera siamo uscite, io e Miutta, fino al Cimitero, così abbiamo pregato per i nostri morti. E i vivi? Ah, in quale angustia saranno per noi! Io me ne sogno ogni notte. Cara mamma mia, sarà anche in collera con me! Oh Signore, mandateci presto la liberazione!

15 dicembre

Ricomincia la scuola! Un dolore e pur una consolazione per me. Un dolore e vivo, perchè è il Comando Germanico che impone il ritorno al lavoro e ciò significa che non se ne va. Una consolazione perchè tornando alla mia scuola ritrovo lo scopo della mia vita, ritrovo la mia letizia in mezzo ai miei bimbi. Quante volte ho pensato con nostalgico desiderio alla mia corona di scolaretti tanto cari al mio cuore! Benedetti! Mi doleva l’animo di saperli abbandonati in questa tristezza.

È venuto Vico, l’assessore, a darmi l’avviso che presto ricominceremo. Pare però che questa idea parta più che tutto dai paesani e dal parroco: egli l’ha sempre avuta per la scuola. Io me l’immagino che han cominciato loro a soffiare ... Vico mi disse che il sindaco non è persuaso per la questione del denaro, ma che ci arrangeremo lo stesso. Eh, non ho pensiero per quello! Stassera è cominciata la novena di Natale: la Chiesa era gremita di gente ... Madonna Santa, esaudite le nostre suppliche!

16 dicembre

Avevamo tanto in mente di uscir nel pomeriggio a camminare per sentire novità, ma la passeggiata in programma non potè andare in effetto. Eravamo uscite subito dopo il pranzo poichè nella mattinata Maria era stata sempre a casa ed io in Chiesa. Camminavamo lungo la via per Basaldella, quando vedemmo venir su un camion. Maria, spaventata, proprio senza causa, si diede a gridare che ha paura e fuggì via come matta per modo che dovetti tenerle dietro e tornar a casa. Il bello era che quel camion portava il triestino, amico dei Salvadori. Andai correndo a prendere la lettera che zia Emma mi lasciò per Iurza e la consegnai ad E. raccomandandogli di farla spedire. Speriamo possa averla in breve!

Poi ricercai Maria e di nuovo ci incamminammo, ma stavolta andammo poco in là davvero, meno della prima, poichè in fondo alla stretta c’era uno che ci fermò. Al vederlo lì piantato, ebbi un po’ di paura, lo confesso: invece Maria gli andò vicino e rispose alle sue domande. In che stato era poverino! Una giacca troppo grande per lui, un paio di calzoni di velluto logori e consunti, una scarpa marrone ed una giallo chiaro, un cappelluccio di panno; soprattutto una cera sì scura e misera che in tempi normali si sarebbe fuggiti temendolo un brigante. Invece ha ragione Maria: poteva immaginarmi che era un povero prigioniero, fuggito per fame. S’informò se v’era comando e poi che l’ebbimo avvisato, gli indicammo la casa di Galetto come il posto più sicuro per ristorarsi, essendo essa fuori di mano.

Povera creatura! Più lo guardavo e più leggevo su quel viso emaciato e negli occhi stanchi una storia di patimenti. E sentirlo narrare, poi, la sua storia! Disse bene: un’odissea di tribolazioni che si può raccontare in filò. Era stato fatto prigioniero il 24 ottobre e fuggito il 28 novembre, non già perchè fosse maltrattato, ma per la fame. Che giorni, mio Dio, di girovagare, e sempre nella tema d’esser preso! Lo mandammo da Galetto e poi vi andammo anche noi a portargli polenta e formaggio. Oh, quanto ci fu riconoscente! Lì sedemmo tutti nella stalla e mi godevo a sentirlo parlare.

Arguii dal modo di discorrere che era una persona distinta, ma qual non fu la mia meraviglia quando mi disse che aveva fatto l’Istituto Tecnico: sapeva tutte le lingue, era primo macchinista dei vapori al servizio dello Stato e guadagnava bene. Dissi che anch’io studiavo e mi chiese dove. Seppi così che era stato a Venezia col vapore al servizio dei Gonzaga di Padova e guadagnava settecento lire per viaggio. È palermitano, vedovo con un bambino. Povero diavolo! ed ha trentun’anni appena! Mentre stavamo ascoltando capitò Catina ad avvisarci che era suonato il Vespro, sicchè prendemmo commiato augurando al povero uomo di arrivare felicemente in Claut, ove contava di fermarsi presso una famiglia a lavorare.

Uscita di là, la zia mi chiamò per dirmi che era stata Assunta con sua mamma a salutarci. Presi la corsa e le trovai poco più avanti. Ci abbracciammo commosse e rinunciai alla funzione per andare ad accompagnarle fino al Molinat. Ci raccontammo le nostre sventure e le solite storie che circolano. Erano venute in cerca di burro e formaggio, ma qui fanno affari magri! Fui proprio contenta di rivederle. Anche esse sospirano il ritorno dei nostri e ci lasciammo con la speranza che sia presto. Venni a casa a cambiarmi e poi mi recai dal parroco a portare la lista degli animali di casa nostra. Lì mi fermai fino a notte. Era con Vico e fu visibilmente lieto di vedermi per parlare assieme della questione scolastica che a lui preme assai. Mi parlò assai cordialmente e con premura, assicurandomi con garanzia che avrei avuto tutto il mio stipendio fino all’ultimo centesimo, e che non abbia timore se adesso mi pagano solo in parte.

Il sindaco non è contento perchè a Vivaro non c’è scuola, ma intanto pagherà ottobre per intero e poi un tanto per ogni mese fino a che, riordinato il mondo, la provincia penserà per il resto. Chiacchierammo diverso tempo, ma in pieno accordo proprio. Io comincerei anche domani, ma bisogna che sia fatta pulizia dell’aula. È proprio il Comando che si occupa, essendo giunto l’ordine di rimettere a posto la cittadinanza e riattivare tutto. Difatti a Maniago domani riapre la scuola e sono chiamate anche Assunta e Bianca. Lo stipendio è di una corona e mezza al giorno. Ah, ah! Basta, io non temo, perchè mi fido del parroco, anzi son contenta. Non so, mi pare che vado rassegnandomi a restare fra i tedeschi ... se venisse la Croce Rossa a Udine e si potesse scrivere!!

17 dicembre

Una novità che fa piacere solo ai bimbi: la neve! Meno male che è poca, cosicché la pioggia la spazzerà via ben presto. Il freddo è diminuito e si può tollerare. Zia Emma si è ancora ricordata di me e mi ha mandato a mezzo Berto di Spin un altro cartoccio di sale. È giunto proprio propizio, perchè abbiamo terminato ieri l’ultima presa e non sapevamo come fare. Così anche questa settimana mangeremo bene, anzi meglio della scorsa, perchè ho comperato, per fare una carità, circa due chili di vitello da Giuditta, e avremo carne a mezzodì e sera. Ho terminato il mio ricamo e non ho più nessun lavoro.

18 dicembre

Dico di rassegnarmi, ma è pur dolorosa questa vita d’esilio! Quando saprò qualche cosa di mamma e Pietro? Ahi, temo lontano ancora il momento! Per scacciare i tristi pensieri sono uscita nel pomeriggio e sono andata dalla zia di Amedeo, poi dal parroco ad ordinare una messa nell’anniversario della morte di Rosina nostra. Anche il Reverendo è preoccupato e assai stanco per l’eccessivo lavoro di cui l’han incaricato. Invero è penitenza servire questo Comando che dà centomila ordini. Ora si deve preparare sgranato il granoturco per il ventidue: avremo la razione di quattrocento grammi.

Sono usciti i prezzi delle merci e alimenti: un uovo quindici centesimi, un litro di latte cinquanta centesimi, un chilo di burro seicentocinquanta lire, un chilo di mele sessanta centesimi, un chilo di radicchio settanta centesimi, un chilo di verze cinquanta centesimi. Non ci sarebbe male, ma ... Ho la testa piena. Stassera abbiamo anche Piero Fratta nella stalla: un altro che predica sempre le stesse cose e mette di malumore!

19 dicembre

Oggi han chiamato per la seconda volta i militari, e pare debbano passare la visita. Sono partiti a mezzodì provvisti di viveri per 48 ore. Mi duole per Piero, cugino di mamma: è veramente un bravo e buon uomo, in tutto il senso della parola. Basta, Iddio l’aiuterà! Ho cominciato a preparare il registro d’iscrizione e ne ho fatto una buona parte. Poi mi sono recata a scuola per vedere come era riordinata, ed ho lavato un po’ gli arredi. Mi sono trattenuta anche con Anna Fratta, la quale è oramai persuasa che quest’inverno saremo sempre tedeschi. E sono persuasa anch’io. Siamo state alla novena di Natale prima di cena. Ma nel cuore impera sempre l’angoscia. Che sarà dei nostri cari?

20 dicembre

Mal comune mezzo gaudio, dicono. Veramente è così, perchè ci si conforta l’un l’altro. Sono stata a trovare i Del Moro, i quali, come me, potevano andare a Venezia e qui non hanno nulla affatto. Perchè non partirono? Per le stesse ragioni che adduco io: in fondo, per troppa buona fede. Vittorio mi diede due giornali triestini che riportano i comunicati tedeschi e dell’Intesa, dai quali si può dedurre che la battaglia si immobilizza sul Piave. Fino a primavera non c’è da sperare di meglio; così crede il parroco e così i Del Moro. Allora certo verrà una decisione e in aprile torneremo italiani. Coraggio! Passeranno anche questi tre mesi. Intanto spero di poter scrivere almeno una volta. Vittorio andrà un giorno a Maniago a informarsi e forse otterrà una buona risposta.

21 dicembre

Oggi han distribuito il sale: cinquanta grammi per persona! Io ho aspettato tutta la mattina e non ho mai fatto nessun lavoro nemmeno di minimo valore poichè ero sempre col pensiero di dover andare in piazza. Fino a mezzogiorno attesi proprio invano e nel pomeriggio andai alla Canonica ove ricevetti 300 grammi per una settimana. Fui l’ultima servita e mi trattenni col parroco fin dopo le tre: conversazione davvero poco lieta, anzi triste poichè pure il parroco è assai pensieroso e avvilito. Egli s’avventurerebbe su di un aeroplano se potesse e se la vede proprio brutta. Anch’io mi sento accorata e melanconica: rimpiango la mia casa, la mamma, Pietro ...

22 dicembre

Credevamo di far Natale almeno con la quiete della casa, invece ... invece abbiamo la casa gremita di soldati! Stamattina ero a scuola e mi godevo a riordinare tutto e fare pulizia, pensando ai miei scolaretti, quando giunse l’avanguardia per trovare quartiere. Al ritorno avvisai la zia, la quale volle sincerarsi e andò da Anna. Era vero: arrivavano in mille e tutti a Tesis. Non ebbimo pace di terminare il pranzo e corremmo a riporre il grano e le patate. Venne un sergente a requisire una camera per l’ufficiale e scelse la nostra perchè la più bella. Io e Maria la preparammo a dovere e verso le tre giunse la truppa. Nevicava. Ah, che ore memorande! Una fila di cavalli invase il cortile e tosto lo zio principiò un litigio terribile perchè li volevano alloggiare nella stalla.

23 dicembre

Ho interrotto il mio diario iersera: non era possibile trovare tempo e pace per scrivere. Verso le tre, dunque, arrivò la compagnia preceduta dal tenente in divisa di guerra, che salì subito alla camera da lui scelta. I cavalli erano tutti carichi di roba, soprattutto quello dell’ufficiale, che portava due valigie di paglia ben ricoperta, e altre cose, ed era affidato a due attendenti. Lusso in Germania, proprio! Io sono rimasta assai sorpresa. Gli uomini collocarono i cavalli nella stalla, dopo aver litigato a lungo con lo zio, ma egli chiamò il Comando e dovettero sgombrare quasi tutti cedendo il posto alle mucche.

Intanto gli attendenti scaldarono il brodo in cucina e mangiarono. Subito compresi che erano assai buoni, affabili. Poco dopo scese il tenente a mangiare: a vederlo così composto, azzimato, pensai che doveva appartenere a nobile famiglia, e lo credetti superbo. Invece non è affatto vero. Venne vicino a noi e cominciò a parlare: poi che comprese che non capivo domandò se conosco il francese. Si dimostrò assai lieto della mia risposta affermativa ed intavolammo una conversazione abbastanza animata per quanto fossimo poco svelti nell’esprimerci e ci imbrogliassimo più volte. A cena gli offrimmo un po’ di latte, ma non l’accettò. Bevette invece parecchio caffè nero, poco buono proprio, e mangiò del formaggio assai fresco. Mangiano poco, ma più volte al giorno.

Dopo la cena sedemmo attorno al fuoco e chiacchierammo assai. Il tenente mi espresse la speranza che giunga presto la pace, disse ch’egli la desidera ardentemente e tutti i tedeschi la desiderano. Combattè le mie idee avverse alla Germania e, ragionando assai imparzialmente, ammise che non sarà proprio l’Inghilterra l’unica e vera causa della guerra, e che la giustizia non esiste quaggiù. Insomma mi pareva d’essere con un buon italiano: la sua bontà valse a spegnere buona parte del mio rancore verso i tedeschi. Domandò quando volevamo coricarci ed andammo a letto tutti assieme verso le dieci.

Oggi sono stata sempre in cucina. Alzatami di buon’ora, non sono uscita per andare in Chiesa poichè dovevo sorvegliare i soldati nel cortile. Sono stata a Messa verso le nove: era semplice, sicchè dopo mezz’ora ero di ritorno. Il tenente rimase quasi sempre in cucina; uscì un’ora prima di pranzo a visitare il comandante che abita da Paola. Al ritorno mi raccontò che il suo superiore è assai geloso perchè egli ha trovato da noi la più bella camera. È felice di dormire nella nostra cameretta, che è la più graziosa di tutte in paese! Dopo pranzo venne a sedere vicino a noi, malgrado avesse freddo, e s’interessò ai nostri lavori. Oh, è un giovane proprio di cuore: non sembra tedesco!

Stassera, poi, ci ha tenuti allegri poichè conversava con la zia, cui diceva: "Signora nonna!" Mi disse che vuol imparare da me l’italiano, un’ora al giorno di lezione. Mi parlò pure delle condizioni germaniche dal lato economico: un uovo costa quaranta centesimi, un litro di latte una lira, un chilo di burro ventiquattro lire, un chilo di lardo sedici lire, un chilo di carne dieci lire, formaggio niente! Tutto è a razione settimanale: ognuno riceve settimanalmente un chilogrammo e tre quarti di pane, mezzo chilo di patate, mezzo chilo di carne, un uovo. La povera gente muore di fame. In verità gli inglesi sono crudeli, poichè la guerra si fa contro i soldati, e non contro le donne, i vecchi e i bambini.


24 dicembre

Vigilia di Natale! Si può pensare all’allegria degli anni scorsi senza piangere? Ancora ringrazio il buon Dio che mandò in casa nostra dei buoni soldati. Bisogna vedere quello che fanno in paese! Rubano a piene mani e bruciano tutta la legna. Questa gente sente assai il freddo e perciò i soldati vanno nei boschi e tagliano e spaccano a tutto andare. Poveri noi! Sono stata solo mezz’ora stamane fuori, ma ne ho intese d’ogni maniera, e tutte brutte nuove. Mi dispiace assai che han tornato a buttar sossopra la scuola, e stavolta han fatto peggio. Pensare che io l’avevo preparata con tanto amore! Non giova!

I soldati han fatto esercizio militare nel nostro brolo, poi gli ufficiali sono andati a caccia. Dopo mezzodì prepararono l’albero di Natale in molte case. Il tenente ci condusse da Beniamino Salvadori, ove era quello della terza Compagnia che ha quartiere nel nostro borgo. Più tardi suonarono anche la musica. Stassera presso il comandante gli ufficiali si radunarono a cena e rimasero con noi gli attendenti.

Intavolammo una conversazione alquanto comica poichè tutta a gesti: che ridere! Era venuto un altro attendente, quello che porta ordini, e ci domandava quanti anni abbiamo, qual è il nostro nome. Uno di loro si chiama Oddone, uno Gustavo, uno Fritz; ah, che commedia questa conversazione! Verso le dieci tornò il tenente: egli ci disse che non si trova bene col comandante, meglio con noi. Povero giovane! Non vuole andare a casa perchè c’è troppa miseria. Promise d’impostarmi una lettera per Venezia quando parte. Signore vi ringrazio e vi benedico se mi è data questa grazia!

25 dicembre

Natale! È il secondo che passo fuori di casa, ma è terribilmente triste. Sono stata alla prima Messa, ho fatto pure la Comunione. Povera Chiesetta nostra sì mal illuminata! Poi non sono più uscita di casa: faceva assai freddo, Maria non aveva volontà d’uscire. Una giornata assai, assai triste! Stassera, dopo la mensa, il tenente ci offrì dei dolci col vino brulè; avevamo anche Gigi di Fratta con noi ed egli ci teneva allegri raccontandoci un mondo di storie. Ma la mia casa, il mio Pietro ... Ah, Madonna Santa, pietà di noi!

26 dicembre

Stamane la Messa suonò assai per tempo perchè poi la Chiesa doveva essere a disposizione dei soldati. Vidi parecchi militi cattolici, ma nessuno di casa nostra: tanto il tenente come gli attendenti sono Evangelisti. Rimasi in casa fino all’ora del pranzo: poi Miutta si decise a cambiarsi ed andammo al Vespro, e di là dalla Gazzetta a prendere carta da disegno. Anche là c’erano dei soldati, ma molto antipatici. Ritornando ne incontrammo molti per istrada, e a tutti rispondevamo con tanto di broncio.

Il tenente andò in Chiesa e tornò verso le sei: anche Gustavo andò a Messa e ci lasciò l’incarico di fargli il caffè. Un bravo soldato è Gustavo! La zia gli ha detto che vuol tenerlo per figlio d’anima e lui ride di gusto.Per fortuna non abbiamo qui lo zio a farci inquietare con le bestemmie: egli ha portato le mucche nella stalla del nonno ancora domenica ed ora è sempre lassù. La sera stiamo quindi abbastanza in pace. Stassera, però, l’ufficiale era assai di malumore e noi avevamo pena. Chissà che cosa c’è in aria! Almeno fosse qualche cosa di buono per noi!

27 dicembre

Ora ho capito perchè il tenente aveva il broncio iersera: gli era entrato in mente il sospetto che Fratta (il quale viene da noi ogni sera) fosse una spia. Ma guarda un po’ che razza di pensieri gli frullano per la testa! E glielo disse in faccia iersera; io non capivo, tuttavia lessi sul suo volto ch’era sdegnato con Luigi. Stamattina poi mi spiegò tutto e mi disse che non ha confidenza in quest’uomo: con ciò, a dir il vero, ha avuto buon naso. Siccome sa il tedesco, gli fa ombra vederlo qua ogni sera. Anche a me garba poco e, da una parte, sono lieta così non tornerà mai più. Stamattina, poi, il tenente mi domandò scusa se s’era lasciato trasportare dal malumore, assicurandomi che per noi ha ogn’ora il massimo rispetto e tutta la stima. Era assai dolente di averci contristati. Tutto il giorno andò avanti e indietro per ordini e manovre, ma fu quasi sempre a casa.

Io andai dal parroco e richiesi la tessera per macinare il grano: ventisette chili in quindici giorni, vale a dire trecento grammi individuali al giorno. A casa del Reverendo è tutto un viavai di soldati: padroni assoluti sono ed il prete mi ricevette in camera. Oh, pasticci! Dalle undici e mezza alle dodici e mezza suonano anche la musica, tutti i giorni: la si sente stando nel nostro cortile. Dopo pranzo abbiamo fatto conversazione con Gustavo, di cui siamo buoni amici, tanto che l’ufficiale stesso se n’è accorto e ne rise, specie stassera.

Maria rammendava le calze dell’attendente che diceva: tutto "caputo" (rotto). Che tipo! Poi canzonava Gustavo e ammiccava a lui e Maria che erano vicini. Quanto rideva! Dopo la cena portò seco un vecchio ufficiale cui offerse un liquore tedesco: un buon uomo, di quarantadue anni, ammogliato. In Germania sono quasi tutti militari? Verso le nove il collega partì, il tenente offrì anche a noi un bicchierino di liquore con dei biscottini. Ogni sera l’attendente gliene porta uno o due scatole mandategli da casa. Chiacchierando facemmo anche tardi e venimmo in camera dopo le dieci. Ora contiamo fra noi i giorni che dobbiamo ancora passare con i tedeschi: mi pare siano qua da un secolo.

28 dicembre

Stamattina Gustavo si alzò presto perchè l’ufficiale doveva essere di servizio alle otto. Quando io scesi aveva già fatto colazione. Dalle otto alle dieci rimase fuori, poi tornò a sedere vicino al fuoco ove fece mettere il tavolino. Egli chiacchiera volontieri con noi e mi perdona se gli dico che i tedeschi son tutti cattivi e rubano tutto. La zia gli ha nominato tutto ciò che avevamo ed egli disse che facciamo bene a nascondere tutto.

Nel pomeriggio venne il Comandante a trovarlo, un giovanotto anche bello, ma altero, quello che abita da Paolo. Ah, il nostro ospite non è per niente contento d’andare là a mensa, perchè ci sono troppi bambini, sono maleducati e regna una confusione terribile. Tutto il tempo bisogna gridare "Serra la porta! Serra la porta!" Ah, ridemmo per il modo comico con cui parla. Stassera mi fece un gran favore: s’informò presso il Comando se si può scrivere a mezzo la Svizzera e venne a darmene ragguaglio, offrendomi il suo aiuto. Davvero gliene sono assai grata! Io scrissi in francese: egli tradusse e poi inviò la lettera ai suoi pregandoli di passarla in Svizzera da dove partirà per l’Italia. Mi disse esser certo che arriverà e, nella speranza, mi rallegrò.

29 dicembre

Anche stamattina i soldati furono in moto assai presto. Dalle 8 alle 11 furono di servizio tranne cinque minuti di riposo; andai a trovare Anna per acquistare del vitello e, al ritorno, il tenente era attorno al fuoco. Noi facemmo gli gnocchi ed egli se la rideva del nostro maneggio: stette tutto intento a guardare quando li cuocemmo perchè in Germania non ne fanno mai. All’ora del pranzo, però, andò subito in camera, sicchè non potemmo offrirgliene un piatto. Gli dissi, tuttavia, che ciò sarà per un’altra volta, e la zia lo forzò a mangiarne due o tre: li trovò buoni.

Nel pomeriggio tornò agli esercizi e noi restammo con la gaia compagnia di Gustavo, cui facciamo sempre sberleffi. È proprio un buon ragazzo. Leggeva la rivista che mi spiegò l’ufficiale l’altra sera ed io lo minacciavo quando rideva. In verità gli italiani ne hanno fatto di peggio e non si può aversene a male se questi canzonano ora i nostri. Anche stassera l’ufficiale ricevette dolci e ce li offrì. In seguito domandò mezzo litro di vino ed era comica la scena fra lui e la zia: la zia diceve che attendesse a pagare, che c’era tempo, e faceva un mondo di gesti, mentre l’altro insisteva che non avrebbe dormito se non pagava, e ribatteva.

Sull’imbrunire però si fece triste assai. Era l’ora del crepuscolo, l’ora propizia ai ricordi, che "intenerisce il core a quei che han detto ai dolci amici addio". Seduto accanto al fuoco sospirava al pensiero di ritornare al fronte. "Credetemi" disse "sarò triste lasciando questa casa: mi ci trovavo bene come nella mia. Qui c’è la quiete interna, la pace: qui sono felice. Ancora due settimane e poi dovrò lasciare Tesis ... un mese forse e... la vita è finita. Ah, la guerra! Ho visto molto in quaranta mesi di guerra, ma gente buona come voi poca, oh, ben poca!" Andò a mettersi vicino alla finestra e stette immobile.

Credo che piangesse ... Povera gioventù, mi fa assai pena. Tutta la sera fu triste e non volle andare a letto: rimase solo un pezzo accanto al fuoco. Dio mio, com’è travagliata l’umanità e che tortura è questa! Compiangiamo e sentiamo l’affanno del nemico: e i nostri? Oh, il mio diletto quanto soffrirà e come sarà!

30 dicembre

Sono stata a Messa con un po’ di pace. Al ritorno fui sempre attorno al fuoco. La zia è una donna assai di cuore e si doleva di vedere il tenente triste. Insisteva che gli parlassi perchè fuorviassi i pensieri ed io mi studiavo di assecondarla, sebbene avessi io bisogno di distrazione. Egli si meraviglia soprattutto perchè, sebbene nemici, li trattiamo bene: faccio apposta acciò si formi un buon concetto degli italiani.

Dopo pranzo obbligò Gigi di Fratta a dargli il fucile ed io m’interposi a convincere il cacciatore che, infatti, consegnò l’arma. Poi uscimmo un poco io e Maria, ma assai poco. La sera chiacchierammo molto della scuola italiana, della condizione degli insegnanti. Il tenente parlò degli usi della Romania, della Serbia: disse che là c’è della gente assai sudicia, assai cattiva, e parlò pure dei falsi costumi. Ci coricammo verso le dieci, tutti assieme.

31 dicembre

L’ultimo giorno dell’anno. Lo festeggiarono proprio i tedeschi, sebbene avessero in cuore il dolore per la prossima partenza. Ancora stamattina ci raccontarono che gli ufficiali erano stati a caccia ieri e avevano preso undici lepri per la cena di stassera. Furono tutti a far manovre fino alle undici e trenta. Pranzammo assieme assai allegri perchè finalmente è tornato Willy, l’attendente che partì il giorno di Natale. Oh, tutti gli facemmo festa quando entrò in cucina! È un tipo un po’ originale giacchè fa mille smorfie e moine e noi perciò ce la godiamo. Raccontò all’ufficiale che fu fino a Villach, e che in Austria c’è molta neve.

Il tenente era felice perchè gli aveva portato la sua divisa nuova ed altra roba. La portò a Maria perchè la stirasse: era ridotta in uno stato deplorabile, pressata in una valigetta. Ma la gioia durò poco, perchè alle due giunse l’ordine che dopodomani devono partire. Lo seppi da Miutta Gazzetta, presso cui mi recai per acquistare due uova. Quando venni a casa lo dissi a Willy e a Gustavo, che stavano facendo il caffè, ma Gustavo non voleva credere.

Verso le quattro tornò il tenente dalle manovre e mi comunicò subito la nuova per loro assai triste, aggiungendo che qui verranno i soldati d’artiglieria. Ah, poveri noi! Non possiamo proprio aver la minima parte di pace: ora che ci comprendevamo un poco, conoscevamo gli uomini e potevamo fidarci di loro perchè seri e buoni, ora bisogna salutare questi e aspettare degli altri, chissà che gente dispettosa! Buoni come questi certo no: è così difficile trovar buone creature! Questo caro Gustavo che chiama la zia "mamma" e il tenente "signora nonna" con mille motti arguti, ci fanno compagnia poco discomoda.

Ma gli altri! ... Ah, vita, vita di guai! L’ufficiale fece colazione e poi andò a far toeletta. Scese di camera verso le cinque e fu assai triste tutta la sera, assai triste tanto che ne avevamo pena. Con voce commossa ringraziò tante volte la "nonna" di tutto quanto fece per loro. Io cercavo di animarlo dicendo che verrà presto la pace, ma era troppo avvilito. "Ho fatto tre anni a mezzo di guerra" diceva "ed ho visto molto: voi non conoscete le lotte della vita, ma io sì. Ho visto molte cose cattive e poco di buono. Qui stavo assai bene: avevo la pace, la gioia, tutto; e di tutto ciò non mi resterà che il ricordo, ma un ricordo eterno". Volle il mio indirizzo e lasciò il suo.

Chissà se scriverà più, poverino! Ho paura che in Francia ... Eppure sarei contenta di ricevere un suo scritto e sapere che è vivo dopo la guerra: con ciò non credo di far torto a Pietro. M’insegnò in tedesco gli auguri per il nuovo anno che vogliamo fare a Gustavo ed io li ridissi in italiano. Alle sette andò a Messa presso il Parroco, ove sono radunati tutti gli ufficiali. Noi restammo sole e pensavamo di coricarci presto, ma Gustavo ruppe i nostri disegni, perchè venne a sedersi attorno al fuoco col cuciniere e un altro collega, e disse che voleva attendere mezzanotte.

Che fare? Stare in buona compagnia e aver pazienza per tutta la sera. Sedette vicino a Maria e ci offrì della torta, liquori, vin brulé e dolci. Poveri giovani! Si capiva che cercavano di farsi animo, ma avevano in cuore un gran rammarico ... E Gustavo lo disse, un po’ a gesti, un po’ a parole: "oggi, qui insieme beviamo e ridiamo perchè domani in Francia bum, bum, e allora ... caput!" Ci commoveva assai. Verso le dieci venne un momento l’ufficiale e sorrise vedendoci riuniti. Aveva fatto un po’ di coraggio e ci augurò "buon termine" dopo aver ringraziato "Signora nonna" ancora una volta.

Poco dopo ripartì e venne Willy, il quale è assai allegro. Volevamo andare a letto, ma ci ha trattenuto fino adesso perchè vedessimo i loro fuochi di mezzanotte. Allo scoccare preciso dell’ultima ora del 1917 spararono i mortaretti, poi le campane annunciarono l’anno novello! Anno nuovo, portaci la pace, portaci un po’ di gioia, che ne abbiamo bisogno! Tutti i soldati furono nel cortile a cantare, correre e sparare colpi. Gustavo e Willy dalla terrazza, altri dalle case vicine, iniziarono i fuochi, mentre la banda suonava e si sentivano mille voci di canti diversi. Io mi inginocchiai in un canto del cortile e pregai: "Gran Dio, benedici l’Italia, benedici noi misere creature!"