Dilettissima figlia, al mondo sola

Da Wikisource.
italiano

Antonio da Castello San Niccolò XV secolo D poesie letteratura Dilettissima figlia, al mondo sola Intestazione 18 settembre 2008 75% poesie

Empty.png
Questo testo fa parte del "Progetto letteratura". Premi sull'icona per saperne di più.
Dilettissima figlia, al mondo sola
XV secolo

 
– «Dilettissima figlia, al mondo sola
degli eccelsi trïunfi e della gloria
ch'i' ebbi in giovinezza giusta erede,
inacrescibil fior, la cui memoria
5dell'universo per ciascuna scola
celebrata sarà con degna fede,
impirio occidental, che dentro rede
per mia vecchiezza quasi vilipenso,
per te farò ritorno,
10tenendo fuor quel ponderoso corno,
a cui già tutto 'l mondo rende censo.
Né vede 'l sol col suo bell'occhio adorno
terra là dove no' impera disio;
in cielo intorno intorno
15['l] sol volgerà sopra 'l tenitor mio.

Tu sola in me notabili vestigi
vai seguitando, e sempre con etterni
costumi alla tua possa ti conforme,
sì che a mia simiglianza si prosterni
20populi orïentali egregi e stigi
e faccian reverenti alle tue orme;
ma nel tuo viso l'usato disforme
color mi par, se io discerno il vero.
Tu lagrimi e sospiri:
25è cagion che dentro ti martiri,
sì che di for si scopre el tuo pensiero,
per questi segni incredibili e miri.
Non mi celar l'amaro tuo concetto,
e' bramosi disii
30fa' rimaner contenti col tuo detto –.

– Madre d'impirî, venerabil chioma,
che per le tue incredibili opre
propio t'è dato 'l general nome Urbe,
la fama tua vecchiezza mai non copre,
35donna del mondo, lustrissima Roma,
come bramasti; or meco ti conturbe.
Non pon tu mente alle felici turbe
d'i miei figliuoli in quanta afflizïone
condotti hanno se stessi,
40né per scherma forza mai soppressi?
Esser potessi per donna offensione
di loro oltra grandigia in basso messi!
Ma, come invidïosi di suo stato,
per infiniti eccessi
45l'hann'umilmente in terra soppiantato.

Parmi che Giove, Appolline e Minerva,
congiunti a soppremer tutte mie forze,
sien discesi all'infernali stagni,
e le tre Furie e serpentine scorze,
50tutte coperte di rabbia proterva,
dentro affocati e presi per compagni,
e tutti e mie figliuol piccoli e magni
han sì di lor veleno attossicati
che l'un l'altro divora,
55sott'ombra di duo nomi, che 'n malora
fùr per guastare Italia fabbricati:
e mia semenza più ch'altri n'accora.
O settima figura in alfabeto,
non se tu spenta ancora,
60bagnata in tanto sangue e in tanto fleto?

O lettera infilice di principio,
da te discendon duo maligni nomi
che di mio sangue saziar non si ponno,
e fiorat'hanno a me sì cari pomi
65che, se la verità dentro concipio,
in tutto 'l mondo pari a que' non sonno!
O principe del ciel, maestro e donno,
sterpa del mio orto questa pianta,
ch'è con due rami iniqui,
70che tutti gli altri mi fa stare obbliqui,
né altro che mal frutto se ne schianta
e pe' tempi moderni e per gli antiqui!
E voi mie figli, seguendo virtute,
distruggansi i reliqui,
75que' che 'mpediscon la vostra salute!

– Erati novo ancor, cara mie figlia,
de' mondan beni la volubil rota,
che per natura sua non può star ferma;
l'usanza di Fortuna a tutti è nota:
80contra a sua forza indarno si consiglia,
secondo che 'l Poeta tuo conferma,
dicendo con sua forza niun si scherma.
E se di questo vuoi veder più chiara
ancor la sperïenza,
85recati a mente tutta mia semenza,
e vedrai quanta turba diè amara;
sopra me si mostrò la suo semenza,
come per le tue scole ancor s'impara,
e ne' tuoi fondamenti puoi vedello:
90ché vil discordia e gara
uccider fece l'un l'altro fratello.

Lungo sarebbe a contar quanti e quali
fùr le discordie e le divisioni,
or fra 'l sanato, popolo e tribuni,
95or fra' consoli e regi, e le quistioni
e gli omicidi tradimenti e mali
che ne seguiro, privati e comuni;
e perché tutti e miei pensieri aduni
settecento anni, ch'è da Tulio Ostilio
100fino a Cesere Augusto,
non fu stato tranquillo né venusto,
se non solo una state al mio concilio.
Non creder dunque che 'l tempo vetusto
sie piu filice che 'l presente essilio:
105l'etterno Imperador sì ti martella,
per che 'l nostro concilio
dal temporale amor tutto ci svella.

E se non che 'l mio cor delle mie plaghe
nella memoria ancor mi si spaventa,
110i' ti direi di più crudeli eccessi:
prima di Mario, che sì turbulenta
tempesta seminò con tante plaghe
sopra a' mie figli, nella sua man messi,
acciò che più diletto non prendessi
115(per tutta la città fece appiccare
teste del popol morto);
e Silla scelerato a maggior torto
n'uccise, per volersi vendicare,
venticinque migliaia a simil porto,
120ed a Porta Colina più m'offende,
ché, per darmi conforto,
ottantamila di vita ne spense.

Poi dentro a' muri miei sì crudelmente
usò la sanguinosa sua vittoria
125che' suoi ministri, attenti [a] uccisioni,
pregaron sua testabile memoria
ch'almen si riserbasse tanta gente
che bastasse a servire e suo baroni.
Or taccio l'altre suo condizïoni
130e 'l numero de' nati e de' presenti;
quant'esser su ti pensi
gli altri mie danni e' pericoli immensi,
di che furon continuo trafitti
que' miei figliuoli, in tanta gloria 'scensi
135ch'a loro imperio il mal non fu ribelle,
e, di virtute accensi
terminaron la fama colle stelle.

Però, dinanzi, figlia, al sommo Padre
gli occhi dello 'ntelletto umilemente,
140pregando lui ch'un poco ti riposi,
spera che l'afflïzione presente
farà le tue bellezze più leggiadre
e' tuo figliuoli al mondo più famosi,
se coloro che son or vittoriosi,
145avendo i lor nemici soggiogati,
colla mente tranquilla
non vorranno immitar Mario né Silla –.
Vattene canzon mia a quel felice
e glorioso popol di Firenza,
150se fia pien di piatà, com'esser suole,
e, combattendo, di' non si disdice
esser molt'aspro, ma sol la clemenza
sopra que' son vicini usar si vuole.
Poi dolcemente di' in tutto piatosa:
155– Non sia vostra vittoria sanguinosa –.