Discorsi della Società Nazionale per la Confederazione Italiana/Freschi

Da Wikisource.
Francesco Freschi

Relazione di quanto fece fin qui il Comitato centrale per attivare la Società della Confederazione ../Gioberti ../Broglio IncludiIntestazione 1 febbraio 2011 100% Storia

Gioberti Broglio


[p. 15 modifica]

RELAZIONE

DEL DOTTORE FRANCESCO FRESCHI

SEGRETARIO DEL COMITATO CENTRALE




[p. 17 modifica]

Signori,



Questa grande associazione di popoli, di principi e di stati italiani, a cui da pochi giorni abbiam dato mano, e per la quale travagliano oggi spiriti generosi e ardenti, fu il frutto di una bella e brillante idea svegliatasi nella mente di alcuni nostri fratelli, e che apparve loro come l’unico raggio di speranza in mezzo alle dure calamità della patria. Questa prima sublime idea, ancora vergine d’ogni applicazione, fu presentata a quel grande filosofo, che nella storia del nostro politico rivolgimento e delle nostre patrie sventure occupa la più ampia pagina, e la migliore. E’ la raccolse, la coltivò, la ingigantì colla robusta sua mente, le infuse quel vigore e quella vita pratica, che la fanno oggi sentire universalmente applicabile, e verissima in atto. Ma questo svolgimento e questo ingrandimento furono rapidissimi, imponenti, talchè dopo qualche dì, chi avea pel primo generato quel concetto, quasi nol riconosceva più per la sua creatura; tanto s’era disteso e cresciuto nelle proporzioni e nelle forme. E per vero, se noi guardiamo ai primissimi passi del Comitato iniziatore, e ne facciamo confronto con i rapidi avanzamenti fatti subito appresso dal Comitato centrale in cui quel primo si tramutò stabilmente, certo la differenza è tanta, che quasi dir non sapremmo. Se non che la celerità di un tale progresso non è attribuibile tanto al fecondamento della grande idea [p. 18 modifica]ottenuto da robusti intelletti coll’esservisi adoperati intorno vivamente, quanto anche, e forse più, alla lucida e invariabile dichiarazione di quei principii fondamentali, che governar debbono rettamente ogni consorzio di fratelli, ma più specialmente questo, il quale comprender debbe tutti i figli della stessa patria in una grande e medesima famiglia. Sì, i principii fermati nel Programma del 6 settembre, modificati, emendati sebben leggiermente nel dì successivo, come consta dagli atti, non potrebbero essere nè più giusti, nè più ragionevoli, nè più schiettamente italiani. Imperocchè noi facemmo capo dalla assoluta indipendenza di tutta Italia che vogliamo emancipata dalla tutela e dal giogo straniero per riuscire all’unione ed al conquisto della nazionalità. Nè quella, ben s’intende, potremo sperar di ottenere senza l’opera di questa; perchè le forze smembrate addeboliscono i popoli, e i popoli non sono mai potenti se non allora, che per la riunione delle varie loro famiglie costituiscono un solo braccio, una sola potenza. A raggiungere più facilmente questo grande, questo supremo scopo, noi pensammo di propugnare con ogni guisa di mezzi legittimi il mantenimento di que’ fatti compiuti, che il voto libero e solennemente invocato dei popoli creò; fra i quali sta principalmente lo incorporamento in un solo reame di quante terre distendonsi nella gran valle del Po, dall’Isonzo al Varo. Questo fatto è il primo e il più grave, perchè mezzo efficacissimo e non dubbio a mantenere l’indipendenza quando sia conquistata, e a dar forza alla nazione italica di respingere ogni prepotenza oltramontana. Imperocchè per questo forte regno popolare sotto la dinastia di Savoia proclamato in diritto e in fatto può Italia contrastare ad ogni evento od insulto straniero, e trascinare nella comune vendetta le restanti parti della penisola; ciò che non si potrebbe così facilmente sperare dallo scompartimento delle terre italiche in frammenti di repubbliche, o in governi deboli e smembrati.

E fu sotto la scorta di questi principii, che noi ci siamo messi nel campo della federazione italiana per fecondarne [p. 19 modifica]e realizzarne l’idea, accomunando insieme interessi e affezioni di popoli e di re. Così ciò che la politica dei gabinetti italiani non poté per anco ottenere, e ancor meno sperare sopra un piano cotanto vasto e interessante, ha fiducia di conseguire questa grande Società, della quale non si può non essere ammiratore e seguace. Non vuolsi però dire con questo, che la esposizione degli articoli del nostro Programma sia tale, che chiuda affatto il varco ai dubbi, alle obiezioni, alle difficoltà. Ciò non potremmo dire mai, massime dopo che un celebre ministro di Roma, il signor Marco Minghetti, si avvisò di sottoporne alcune alla saviezza del presidente; al quale per altro non ricusa l’operoso suo concorso. Ciò però non toglie, o scema la verità, e il patriottismo, ond’è chiara espressione il nostro Programma; il quale, diciamolo pur francamente, non dispiacque al Re, fu bene accolto dal Governo, venne abbracciato da molti, salutato utile, generoso e opportunissimo da tutta la stampa italiana; quand’anche la straniera o si stia ancor muta, o non gli abbia fin qui fatto buon viso. In questo modo noi non fummo né peritosi, né mascherati, né timidi nel pronunciare la fede nostra politica, nel tracciare la strada, che intendiamo battere per giungere alla meta. Ché francamente e lealmente abbiamo detto e chiarito il proposito, indicati i mezzi, senza mistero, senza subdoli raggiri, ma procedendo in pienissima luce meridiana. E se ciò non fosse, se i principii esposti nel Programma nostro sociale non fossero quelli di tutta Italia, avremmo noi potuto parlare al Consiglio dei Ministri, come il Comitato colla bocca del suo preside parlò, non appena si udì l’accettazione della mediazione di Francia e d’Inghilterra per parte dell’Austria? Avremmo noi potuto francamente significare il sospetto nostro, e di moltissimi, che per quella mediazione accettata possa essere violata e distrutta l’autonomia nazionale, e non data l’assoluta indipendenza all’Italia? Sì noi parlammo forte, e chiaro ai depositarii del potere; e li esortammo a tenersi saldi nella politica da essi fermata nel loro programma [p. 20 modifica]scritto, e a respingere qualunque mediazione, la quale non rispettasse nè la assoluta indipendenza della penisola, nè quell’unione delle provincie subalpine e boreali in un solo corpo; perchè unico e potente mezzo a guardarle da straniere invasioni.

Ma quando ne’ suoi primordii il Comitato centrale della società volgeva così franco e leale discorso al Potere costituito, offrendole anche il suo appoggio, l’idea della federazione s’era già fatto largo nella città, cominciava a spandersi nelle provincie, e a penetrare le varie parti della penisola; essa fu come la scintilla che accese l’incendio delle maggiori speranze, perché in essa si concentravano tutti gli affetti e gli interessi futuri della patria comune. Il Comitato però lasciando che l’idea madre facesse il giro d’Italia a suscitarvi l’entusiasmo soffocato, ma non ispento, dalla sventura, curava la organizzazione sua stabile, e rapidamente stabiliva l’impianto fondamentale della società. In pochi dì una commissione di eletti presentava un progetto di Regolamento provvisorio, il quale letto, discusso, emendato, cresciuto nel seguito di sole quattro sedute, uscì poco stante alla luce, ed è oggi non dubbia prova del senno e del valore di quelli, che gli diedero vita. Intanto i più accreditati giornali di questa città gareggiarono nel desiderio di entrare a parte della federazione; vollero assumere le insegne nostre sociali, inalberare lo stesso nostro vessillo, sul quale l’occhio curioso del patriota italiano osserva con compiacenza simboleggiato nel fascio di verghe sormontato dalla croce quell’unione politica, civile e religiosa di idee, di principii, di forze, che rese grande e potente un tempo l’Italia, e che sola può restituirle ancora l’antica maestà e potenza, e darle diritto di sedere al banchetto delle nazioni sorelle. E noi facemmo plauso e accogliemmo nel seno nostro i direttori e redattori del Risorgimento, della Concordia, dell’Opinione, del Messaggiere, del Conciliatore torinese, della Cronaca, del Mondo illustrato e della vispa [p. 21 modifica]Gazzetta del popolo1; periodici, i quali quantunque procedenti nelle loro polemiche e nelle loro politiche per istrade diverse, perché più o meno consecrati alla difesa del principio democratico in accordo colle istituzioni costituzionali; pure si congiunsero insieme nel propugnare con noi il grande principio dell’indipendenza e dell’unione federativa. Questo loro esempio fu seme fruttifero alla società: dappoiché altri giornali della penisola nel corto spazio di pochi dì ci offrirono la loro adesione; e i due accreditatissimi di Firenze la Patria e la Rivista indipendente, e quell’altro di Bologna l'Unità, e quello di Napoli il Telegrafo, ed altri del regno subalpino si affrettarono di sposare il nostro principio, apersero soscrizioni, proclamarono nell’unione federativa dei popoli italiani quel mezzo potentissimo, legittimo, santissimo, che Iddio offre loro per risorgere dalla oppressione, rinfrancare gli animi, e respingere gli attentati brutali dello straniero contro la loro nazionalità. Oh! sieno grazie alla stampa periodica italiana, che ci aiuta con tanta operosità, con tanta lealtà nel propugnare questi supremi interessi della patria nostra; oh! duri essa nel santo proposito; fecondi, svolga e ingrandisca la grande idea del patto federativo che noi cerchiamo di stringere fra noi, e costringerà allora anche il giornalismo forestiero o troppo geloso o sospettoso del nostro progresso a piegarsi colle sue ingiuste o false sentenze innanzi alla forza di quella pubblica opinione, che oggi è la sovrana assoluta dei popoli e dei re. E veramente andiamo debitori ai giornali di questa città nostri confederati della rapidità e dello slancio, che in [p. 22 modifica]pochi dì prese quest’associazione. Personaggi cospicui per dottrine, per opere, per amore di patria chiesero di entrarvi; uomini che tennero gli alti seggi del potere, che rappresentarono o rappresentano la nazione al Parlamento, che militarono sui campi di battaglia, figurarono subito nel novero dei primi fondatori della società. In pochi giorni noi ci trovammo in mezzo al miglior senno politico d’Italia, dall’estrema Sicilia all’alpi. La Venezia, questa infelice regina dell’Adria, nelle cui mani sventola ancora il vessillo della redenzione italiana, ci diede i Paleocapa, i Castelli, i Negri, i Tecchio, i Bonollo, i Freschi, i Giustiniani, ed altri, che ci porsero da fratelli la mano, e si unirono a noi promotori e propugnatori della grande impresa. Lombardia ci diede quanto di più patriottico vi ha nella Consulta lombarda, e nella lunga schiera di quegli esuli, che questa città e queste provincie subalpine raccolsero dopo i fieri disastri dell’armata. I Ducati, sui quali l’aquila grifagna ficcò gli artigli, e domina feroce, ci diedero nel Comitato qui residente quanto di più schietto sentire italiano potè raccogliere questa città ospitale. Toscana ci allegrò col concorso dei Lambruschini, dei Salvagnoli, dei Giusti, dei Bartolini, dei Fenzi, e d’una lunga schiera di deputati, professori, artisti d’ogni maniera. In Roma e Bologna trovammo sublimi per tutti un Mamiani e un Carlo Pepoli, del cui patriottismo italiano niuno è di voi che non sappia. Tacciamo di Napoli, cui le non mai spente ire borboniche tengono ancora incerta fra la vita e la morte2, ma diremo che Sicilia, la eroica, la valorosa Sicilia fu prima a recare il soccorso del suo affetto e dei suoi concetti alla effettuazione della nostra impresa. Noi la salutammo sorella alleata nelle persone dei Paolo Amari, dei Perez e dei Ferrara, deputati al parlamento siculo, perché essi seppero più d’una volta col fuoco delle loro [p. 23 modifica]parole strappare dal nostro ciglio più d’una lagrima di sdegno e di pietà al racconto degli strazii e delle carnificine ivi ordinate, ivi eseguite da un governo famoso per i suoi spergiuri e per la sua slealtà. Piemonte e Liguria ci offrirono gli Azeglio, i Ricci, i Plezza, i Petitti, i Ratazzi, i Gian Carlo di Negro, e quanto di più utile al progresso civile della nostra patria offrono qui il parlamento, le accademie, i circoli. Dalla Sardegna ci stese la mano il figlio del celebre Santorre Santarosa intendente generale del Governo; e da Roma il Rosmini manifestava la sua simpatia per la nostra intrapresa; ond’è che noi ci rallegrammo d’esserci un bel giorno trovati insieme convenuti nella medesima idea. Questi preziosi acquisti noi dobbiamo principalmente alla suprema influenza che il Preside nostro esercita sul popolo italiano: sì, noi dobbiamo pur confessarlo, non per sentimento di blandizie o di bassa adulazione, ma per debito di verità; perché egli, uomo del popolo e nato fra il popolo, s’accinse di spingerlo su quella via della civiltà, del progresso e della indipendenza, da cui non avrebbe forviato mai, se non lo avessero smembrato le discordie, e abbrutito i secoli della straniera dominazione. Noi dobbiamo al preside nostro tutti i concerti presi in questi ultimi dì, perché nelle principali città d’Italia sorgano Comitati affigliati al centrale; in Roma, Napoli, Palermo, Bologna, Firenze, per dire solo di quella parte di penisola, che non è calpestata da piede tedesco. Ma non solo in Italia, ove, non vi ha dubbio, vedremo sorgere gigante, fra breve, questa grande opera nazionale; anche in Francia noi avremo Comitati affigliati, o secondarii, dappoiché richieste ci vennero, onde istituirli, da Marsiglia, da Lione e da Parigi. E potrebbe un’opera di tanto momento, ideata con tanto senno, salutata con sì favorevoli auspicii, diretta da Vincenzo Gioberti, fallire allo scopo, quando nella brevissima vita di poco più che quindici dì prese tanto ampliamento, che niuna ebbe mai? E fu anzi per questo rapido ingrandimento, per questa già ottenuta cooperazione de’ più illustri uomini che vanta la patria nostra, che il [p. 24 modifica]Comitato centrale accolse favorevolmente il pensiero di aprire in questa Capitale nel prossimo ottobre un Congresso nazionale politico; il primo che si presenti in Italia con questo nome e con questo scopo, perché prima la politica nazionale era nulla, ed era tutto quella del dispotismo e della spada. Oh! la storia dirà certamente, che noi cittadini esuli dalle domestiche mura, qua balestrati da prepotenza straniera, avemmo il coraggio di proporre ed attuare una grande congregazione de’ più veggenti pubblicisti ed economisti italiani, acciò progettino e formino quella legge elettorale che dovrà essere comune a tutti i popoli d’Italia; e diano vita a quel patto federale, che dovrà vincolare in uno diritti, interessi e bisogni di ciascun popolo, volgendoli alla difesa della comune patria, e della nazione. Oh! certamente si ammirerà dagli avvenire quest’opera nostra, il cui solo attentato, o il pensiero soltanto avrebbero un tempo costato patiboli e catene. Ma e che possono i pericoli a fronte di cittadini risoluti a difendere la patria, a salvarla con ogni legittimo mezzo dai mali della schiavitù che la minacciano? Noi non abbiamo temuto di affrontarli, checché incogliere ci possa ove il successo non risponda, ciò che non crediamo, alle grandi nostre speranze. Noi abbiamo a quest’ora chiamati fra noi con invito speciale più di cento illustri italiani, chiari per opere e per ingegno, i quali non vorranno privarci del loro aiuto in sì gravi contingenze della patria. E i giornali già corsero annunziatori a quanti in Italia coltivano la scienza del giure, e la politica, e militare economia a convenire in questa città apportatori di lumi, di cognizioni, e di fatti speciali; ed essi non mancheranno, speriamo, alla chiamata, perché sanno che qui ora si agitano le supreme fortune d’Italia. Che più? Noi non volemmo che alla grande opera mancasse l’appoggio morale dell’ingegno e della scienza oltramontana; epperò mandammo lettere particolari d’invito a quanti più riputati intelletti illustrano Francia, Inghilterra, Spagna, Belgio e Alemagna, persuasi che la scienza essendo cosmopolita, [p. 25 modifica]non v’ha differenza di lingue, o di geografiche posizioni, che debba circoscriverne i confini, o impedirle di fare il giro del mondo. Noi abbiamo fiducia che una gran parte di questi illustri ingegni e italiani e stranieri concorreranno all’opera per noi iniziata; ma perché essi possano essere, nel caso, testimonii dello indefesso zelo nostro nello attivare questo grande concetto italiano, il Comitato centrale disponeva anticipatamente una schiera di eletti ingegni allo scopo di appianare con preliminari studii la via a quel lavoro di Costituzione federale, che dovrà essere il subbietto d’una grande Assemblea nazionale costituente, appena Italia avrà colla cacciata dello straniero vendicate le recenti e le antiche offese. E questo lavoro gravissimo prosegue ogni giorno sempre maggiore pel concorso e per lo zelo degli eletti commissarii; i quali, non atterriti dalle rinascenti difficoltà, mirano allo scopo di far sì, che coloro i quali dovranno e cribrarlo e pesarlo con severa lance, poco abbianvi a togliere o ad aggiungere per renderlo applicabile e perfetto.

Ciò però non impediva che il Comitato centrale pensasse ad un tempo al modo più agevole e sollecito onde far sorgere nella rimanente Italia altri centri secondarii di associazione, a cui rivolgere le minori fila di questa vastissima tela federale. Il che chiaro apparisce dalla istituzione di ben nove così dette Giunte di Corrispondenza, destinate ad aiutare la istituzione dei Comitati principali, ad essere organo intermedio fra questi e il centrale, a dare anima e moto insomma a tutti quegli stromenti e congegni della grande associazione federale, pei quali si può ottenere il suo consolidamento tanto dal lato dei popoli, quanto da quello dei governi.

Ma questi lavori interni, queste organizzazioni, o incominciate, o attuate per dar vigore e sostegno alla società non distolsero però il Comitato centrale della medesima dal tener dietro attentamente a tutti i pericoli, che attorniano la patria nostra. Esso li conobbe e li misurò, né vedeva molto lontane le tante e tristi conseguenze, che seco trae [p. 26 modifica]sempre peggiori un dì più dell’altro una politica misteriosa, fonte continua di dolorose incertezze, fomento di partiti lottanti a vicenda, figlia della impopolarità, nata sotto gli auspicii malaugurati della straniera diplomazia, alla quale se molto stanno a cuore gl’interessi politici dell’Europa minacciati da una guerra generale, non del pari le stanno quelli dell’indipendenza assoluta e dell’unione italica, che essa non amò giammai. Partecipi della comune ansia, e a questo generale mal essere, che ci allontana poco a poco da quella grande speranza che ci brillò nell’animo di vedere realizzato il più sublime concetto dei popoli italiani, noi non potevamo stare muti in faccia al pericolo, e alla cupa tristezza, che poco a poco infonde nel cuore d’ognuno l’idea dell’oscuro, e incerto nostro avvenire. E poiché volle sventura, che Italia abbandonata da’ suoi migliori, ridotta a pugnare con un braccio solo, avesse a ricadere sotto la protezione delle potenze straniere, che le si dicono amiche, non esitammo a fare noi pure appello alla loro forza, alla loro dignità, alla loro giustizia; noi chiedemmo il soccorso del loro braccio a vendicare contro Austria la santità del diritto nazionale orrendamente violata, e calpestata sul nostro suolo; a difendere la santa causa dei popoli da noi rappresentata; a non far sì, che una guerra dichiarata santa nel suo principio sia sorgente di diabolici assestamenti nel suo fine, per mezzo di una pace vergognosa, non accettabile, non duratura. Noi parlammo alla Francia, all’Inghilterra, all’Alemagna parole degne di noi, degne di loro; non furono le parole nostre codarde, né vili, ma quali si addicono ad una nazione prostrata solo per un momento dalla sventura, non già vinta; tale insomma che può ancora rinfocare il primo entusiasmo, pronta da un dì all’altro alla riscossa, d’una nazione infine, che ha ancora una armata, ed un Re parati a rifare il cammino perduto, a rinnovare i fatti luminosi di Goito, di Peschiera, e di Pastrengo, a riprendere colla forza quello che per diritto le si compete. Ma per aggiugnere questo grande scopo [p. 27 modifica]nazionale, perchè il soldato possa ripigliare l’usato valore noi avevamo necessità, che il Re, che il loro magnanimo Capitano ripetesse a lui quella magica parola, che sola può essere pronunciata da Chi ne’ supremi momenti della patria sfidò i pericoli delle battaglie, e primo corse avanti alle palle tedesche, anelante di vendicare antiche ingiurie, e riporre sul capo d’Italia l’alloro immortale. Il Comitato centrale recò innanzi al Re la sincera espressione del voto comune; e la sua voce fu da Lui udita cortesemente e confortata da belle speranze. Perchè Egli ben vede il grande scopo a cui mira la Società nazionale, che è quello di fare al trono Sabaudo sodo sgabello della pubblica opinione, col raggrupparle intorno tutte le disperse forze della nazione, tutte le intelligenze, e i voti d’ognuno, onde sia centro e sostegno di quella unione, che dovrà fruttare l’assoluta indipendenza della nostra patria.

Ecco, o Signori, in poche parole epilogato il molto, che operò, e divisò in poco più che due settimane di vita il Comitato centrale d’una Società, che speriamo di vedere fra breve giganteggiare per potenza di intelletti, per numero di fratelli, per concorrenza d’opere, e di affetti. Il fatto fin qui vi sia arra più che bastevole a sperare del suo meglio per l’avvenire. Nata l’idea di essa fra le sventure della patria nostra si farà più robusta contro le avversità, sperando nel sorriso di tempi migliori, i quali non sono nè impossibili, nè remoti. L’affetto, lo zelo, l’intelletto, le passioni generose, gli ardenti desiderii, l’onore nazionale, l’amor della gloria sono i nobilissimi eccitamenti che agitano il cuore di que’ vostri fratelli, che in gran parte voi vedete al vostro cospetto, ansiosi di vedervi partecipare a questa grand’opera italiana. Essi non dimetteranno, credetelo pure, il pensiero che li governa: essi non risparmieranno nè fatiche, nè consigli, nè sagrificii per toccare alla meta prefissa. Soccorreteci, o concittadini, del vostro braccio, del vostro intelletto, dell’opera vostra; ingrossiamo con nuove acque questo ruscello, che diverrà ben presto un rovinoso torrente e poi [p. 28 modifica]fiume regale per travolgere, e spingere nel gran mare della pubblica opinione tutti gli avanzi de’ vecchi errori, e pregiudizii, per rovesciare col suo impeto ogni fatta d’ostacoli, che la insipienza civile degli avversi, la ipocrisia politica dei sedicenti moderati, potessero suscitare lungo il suo corso. Fratelli d’ogni paese d’Italia, uniamoci tutti in una grande famiglia: mostriamo ai popoli vicini, che vogliamo, e sappiamo essere concordi per avere diritto di entrare con essi nel consorzio delle nazioni europee. Non è, che per questa via, che noi potremo stracciare in Italia quanto si operò, e si concluse a Vienna nel 1815 con una politica infernale; e quanto si tenta forse di rinnovare oggi dai propugnatori di quella politica stessa, che ci credono ancora quelli, che eravamo allora, senza pensare che 34 anni di dura servitù furono una grande scuola per noi; e che se avemmo incatenate le mani, certamente il cuore non lo fu mai.

Note

  1. Potute avremmo aggiungere a questi anche il giornale la Democrazia italiana, ma egli non ne assunse per anco le insegne, né fece al Comitato centrale alcuna dichiarazione, comecché il suo redattore, e collaboratori figurino nel Comitato stesso. Così si dica del Costituzionale subalpino, che oggi (29 settembre) per la prima volta inalberò il vessillo federale con meraviglia di tutti, e il Giornale degli Operai, dopo aver mal giudicato della nostra Società, oggi fece onorevole ammenda, e protesta di volere seguire i principii nostri.
  2. Oggi possiamo di Napoli contare il celebre Pier Angelo Fiorentino, e l’avvocato Pietro Paolo Massarella; ma attendiamo una lunga schiera da quella terra classica per memorie antiche, e per crudeli sventure.