Dodici monologhi/L'arte di farsi fotografare

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L’arte di farsi fotografare

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Fra un atto e l'altro Sul marciapiede di Aragno
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L’ARTE DI FARSI FOTOGRAFARE.


[p. 105 modifica] La riproduzione di se medesimo, da qualunque lato si consideri, è un’aspirazione umana e una necessità sociale.

L’uomo ha sempre avuto un desiderio acuto e naturale di tirare sè stesso a uno o parecchi esemplari. A raggiungere tale scopo, un tempo non esisteva che un sistema: quello d’aver dei figli. Ma poi.... non somigliavano. Ora invece si ricorre alla fotografia. La quale, diciamolo pure, ha invaso e sottomesso l’intera umanità, non senza causare frequenti disastri. Anzi, a questo proposito, sono assalito da tremendi ricordi. Anni addietro, ebbi la malattia della romanità, che sarebbe come una specie di mal di denti al cervello. Da principio, il malato non ha che qualche brivido nei musei del Campidoglio, poi un’affezione ai bronchi del Colosseo con chiari [p. 106 modifica]di luna. In capo a un mese, il bacillo archeologico ha fatto progressi spaventevoli. Le guance del malato prendono una tinta Gregorovius, e sente sopra lo stomaco le terme di Caracalla. La malattia fa il suo Corso, anzi, la sua via Appia: e il malato è ridotto a frequentare il palazzo dei Cesari, località pericolosa assai per il cervello umano, poichè è necessario tutto ricostrurre con la fantasia, anche ciò che non è mai esistito. Ricordo un cicerone coscienzioso che diceva a certi inglesi:

— Vedono lì quel magnifico monumento che non c’è? Quello è il monumento di Vespasiano.

Un giorno, mentre giravo per la domus aurea, che non esiste, vidi una signora solitaria la quale ascendeva la scalinata ciclopica della Rocca d’Evandro. Era lei! una lei che non mi conosceva affatto, ma che io adoravo ugualmente. Non era bella, ma d’una eleganza suprema. Un paio d’occhi.... un paio d’orecchi.... un paio di vite.... no, una sola, ma che vita! per quella vita avrei dato la mia.

Ella non mi vide, perchè nascosto [p. 107 modifica]dietro un muricciolo che può essere tanto il muro greggio di un orto, quanto il palazzo imperiale di Tiberio: e piano e pensosa si fermò a quel crocevia dove è fama che Cassio Cherea, desideroso di offrire una tragedia a Raffaello Giovagnoli, abbia trucidato l’imperatore Caligola.

Quando la vidi immersa nelle meditazioni storiche, mi accostai alle sue spalle e le dissi:

— Sì! questo è il punto dell’assassinio!

Ella mandò un grido di spavento, mentre io balbettavo:

Pardon! Si tratta di Caligola.... qui Cassio alla testa dei congiurati.... qui un congiurato alla testa di Cassio.... via, si faccia coraggio; forse non è vero niente.

Basta! mezz’ora dopo eravamo tanto amici che mi permise d’accompagnarla dalla via Sacra al portone meno sacro di casa sua. Anzi, ricordo che nella via Sacra scivolai e mi feci male giusto all’osso che.... da quella via prende il nome (si tasta dietro). Qualche giorno appresso, fui regolarmente presentato al marito, [p. 108 modifica]il quale era tanto una brava persona. Senonchè, una sera, in piazza Colonna si avvicinò un noioso venditore di Ricordi di Roma. Per levarmelo d’attorno, mi venne l’idea di regalare al coniugi uno di quei ricordi, per la modica spesa di sessanta centesimi. Non l’avessi mai fatto! Proprio la prima fotografia era il fatale crocevia di Caligola, in fondo a cui si vedevano due figure di diverso sesso, in attitudine alquanto, forse molto sospetta. La fatalità ci aveva trascinato sotto l’obbiettivo d’un fotografo inconsapevole.

Io mi turbai. Ella si turbò. Il marito si conturbò. Morale: il palazzo dei Cesari è tutto una rovina.... anche per la pace domestica.

Dunque le azioni dell’uomo giusto devono essere tali da potersi impunemente riprodurre in fotografia. Ma non basta neppure essere giusti. Mentre l’arte del fotografo ha fatto progressi enormi, un’arte sorella è rimasta nella barbarie; l’arte di farsi fotografare.

Basta sfogliare un album di fotografie, per rimanere oltremodo inorriditi davanti all’ignoranza di quelle persone [p. 109 modifica]che hanno creduto di farsi fare un ritratto. Tutti artificiosi! tutti posatori! L’uomo o la donna che s’abbandona alla fotografia dovrebb’essere una persona tranquilla e semplice come una figura giottesca. Errore, e dei più gravi, è l’indossare un abito nuovo o raramente usato. L’abito nuovo è un grande nemico dell’uomo. La persona che porta a spasso un abito nuovo ha sempre la fisonomia contraffatta. Egli ha un occhio che ride e uno che piange. L’occhio destro sorride all’abito nuovo e lo ammira specchiandosi nelle vetrine dei negozi: ma l’occhio sinistro ha paura di quella macchia che ovunque pende sui soprabiti nuovi, come quella spada di Damocle che, tanto per cambiare, chiamerei la dama di Spadocle. È inutile! l’uomo oppresso da un abito nuovo, ha un’andatura diversa dalla solita: una maniera diversa di pensare.... Che più? un abito nuovo può cambiare persino, violentemente, il corso fatale della vita d’un individuo. Supponiamo un caso dei più comuni.

È una bella domenica....

(Non so se abbiate notato che la [p. 110 modifica]domenica è bella sempre, mentre un Domenico bello io non l’ho mai conosciuto).

Dunque è domenica: io indosso un abito nuovo e lo porto a spasso. Quando gli è il tocco, vado in trattoria. Il cameriere, che conosce i miei gusti, mi offre un fricandolino squisito, un fricandolino col sugo che schizza. A me che ho un soprabito nuovo?... Fossi matto. Mi rassegno invece a una fetta di arrosto freddo, asciutto e tiglioso, che mi resta sullo stomaco. Il soprabito è salvo, ma la salute è compromessa. La sera vado a trovare, mettiamo, la mia fidanzata: ma un uomo che sta male di stomaco non sa essere galante, e ne segue un ricambio di sgarbi e di dispetti. Per reazione, vado al circolo a giuocare, e naturalmente perdo. Così da una parte disperdo il matrimonio, dall’altra disperdo il patrimonio. Allora divento irascibile. Perchè ho un carattere originale, molto diverso dagli altri: per esempio, quando perdo.... son di cattivo umore!

Nasce una questione con un compagno di gioco: dalla questione nasce una sfida: all’alba si va sul terreno e [p. 111 modifica]l’avversario mi fa cinque o sei buchi sul soprabito che ho salvato dal fricandolino. Un individuo vestito di nuovo, per ciò, è quasi sempre in punto di morte. Come può mai un agonizzante essere in grado di farsi fare un ritratto in fotografia?

Altro sbaglio, non meno grave, quello di consegnar la testa al barbiere prima che al fotografo: sbaglio grave farsi lisciare i capelli, specialmente quando non se ne ha; farsi lisciare o tingere i baffi, procurarsi cioè una faccia artificiale, di breve durata, quasi per mistificare il fotografo, come a dirgli:

— Desidero un ritratto che, fra qualche ora, non abbia più alcuna rassomiglianza con me.

Nel momento supremo poi tutti cadono in uno sbaglio fondamentale: dimenticano di dimenticare che stanno davanti al fotografo, così che il ritratto ha l’impronta odiosa d’un uomo che sa di farsi fare il ritratto.

L’ideale sarebbe di poter dire al fotografo:

— Vi do tempo due mesi, sei, un anno; prendetemi nel momento opportuno e [p. 112 modifica]senza che io me ne accorga, fotografatemi.

Sistema eccellente, ma inattuabile, tanto più per le signore.

Una signora ha sempre dei momenti in cui non desidera essere sorpresa da nessuno, neppure da un fotografo.

Un ripiego ci sarebbe: ossia l’istituzione del.... buco. Mi spiego.

Ogni stabilimento fotografico dovrebbe avere un salone d’aspetto, che chiamerei la sala delle anime inconsapevoli. Mentre il cliente aspetta, da un buco invisibile il fotografo potrebbe ritrattarlo a sua insaputa, col soccorso dell'istantanea. Ma allora tutti i ritratti rappresenterebbero, con desolante monotonia, un uomo che aspetta, e l’uomo che aspetta non ha più la sua faccia, ma la faccia dell’uomo che si rompe le scatole.

Conviene dunque concludere che tra la fotografia e la specie umana esiste ancora un abisso, e in attesa di tempi migliori converrà prendere una via di mezzo: usare della fotografia, ma non abusarne.

Non far, cioè, come quei due [p. 113 modifica]innamorati i quali, per non essere soverchiati uno dall’altro, andarono incontro a una tragica fine.

Lei mandò a lui un ritratto.

Lui si fece fotografare col ritratto in mano. Lei si fece fotografare col ritratto in mano di lui che teneva in mano il di lei ritratto.

Lui si fece fare il ritratto col ritratto in mano di lei, che teneva in mano il ritratto di lui, che teneva il ritratto in mano di lei.

Lei ancora....

Ma basta! tanto amore si spense in un lago d’odio e di collodio.

Pensate dunque ai gravi pericoli, e nel momento supremo del ritratto, prima alzate gli occhi al cielo, raccomandatevi caldamente alla Provvidenza e poi andate a farvi fotografare tutti quanti.