Donne e Uomini della Resistenza/Mario Caracciolo di Feroleto

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Mario Caracciolo di Feroleto

Nato a Napoli nel 1880, deceduto a Roma nel 1954, generale.

Ufficiale di carriera, alternò il comando di reparti (partecipando alle due guerre mondiali) agli studi e all'insegnamento di storia e arte militare. Diresse per alcuni anni la Rivista di artiglieria e genio. Nel corso della Seconda guerra mondiale ebbe il comando della IV, della II e, da ultimo, della V Armata. L'8 settembre del 1943, Caracciolo di Feroleto fu tra i pochi generali che cercarono di sopperire alle carenze degli alti Comandi. La zona affidata alla sua armata, comprendente la Toscana, l'alto Lazio e La Spezia, fu quella che resistette più a lungo e più efficacemente ai tedeschi. A La Spezia gli Alpini impedirono ai nazisti di raggiungere la calata del porto prima che le navi dirette a Malta prendessero il largo. In taluni casi (Siena, Orvieto), l'iniziativa del generale - il cui centro operativo era a Viterbo - non ebbe apprezzabili risultati, ma in altri settori, come l'importante nodo ferroviario di Chiusi, venne seguita da una resistenza salda e organizzata: elementi della Divisione "Ravenna" tennero Chiusi fino all'11 settembre '43 e sino a quel giorno resistettero anche le posizioni di Radicofani, Abbadia San Salvatore e Piancastagnaio. Nella lotta clandestina, la vicenda di Mario Caracciolo e del suo comando fu movimentata. Trasferendosi verso Orte, nei pressi di Amelia, il generale si vide tagliata la strada da un reparto della III "Panzer" tedesca: nella scaramuccia che ne seguì, Caracciolo di Feroleto si trovò a combattere a fianco delle forze popolari. Respinti i tedeschi, ripiegò su Firenze, dove si fece promotore di un ultimo, ormai impossibile, tentativo di difesa della città. Era il 12 settembre: le notizie provenienti dal resto d'Italia e l'assenza di disposizioni dall'alto lo indussero a sciogliere il Comando. Quello stesso giorno Caracciolo di Feroleto, raggiunta Roma, si pose a disposizione del generale Caviglia. Il 24 settembre riuscì a stento a sottrarsi ai tedeschi. Passato nella clandestinità (sul suo capo pendeva una taglia di 20.000 lire), entrò in contatto con il colonnello Montezemolo . Il suo contributo alla organizzazione del Fronte militare clandestino, che egli cercò di sviluppare anche in direzione dei "volontari" civili attraverso contatti con alcune personalità politiche antifasciste (tra le quali Giovanni Gronchi), gli ottenne la proposta da parte di Montezemolo di assumere il comando delle forze clandestine operanti nell'Italia Centrale. Ma ancora prima che la proposta si concretasse, gli uomini della banda Koch lo arrestarono nel monastero di San Sebastiano dove era rifugiato. Dalle mani dei fascisti, il generale passò in quelle delle SS tedesche nelle carceri di Verona, poi di Venezia e infine di Brescia, dove fu processato. Il Tribunale speciale fascista, sulla base di uno scritto durante la cui redazione era stato catturato (e che Mario Caracciolo di Feroleto pubblicherà dopo la Liberazione col titolo E poi? La tragedia dell'esercito ), lo condannò a morte, pena commutata in 15 anni di carcere perché Caracciolo era mutilato di guerra. Nel periodo di detenzione, prima e dopo il processo, il generale ebbe contatti con la Resistenza, tramite reclusi politici e cappellani delle carceri, finché il 25 aprile del 1945 fu liberato dai partigiani. Nel dopoguerra pubblicò vari saggi, tra cui Tradimento italiano o tedesco? (1946), Le sette carceri di un generale (1948), L'ultima vicenda della V Armata , studio apparso postumo sulla Rivista Storica Italiana.