Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera XIV
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LETTERA XIV.[1]
Parmi aver traspirato, che per ischerzo fu detto a V. S. Illustrissima, che io scriveva contro il sig. Linneo. Molte volte le cose dette per giuoco sogliono passare per vere. Io sono perciò in pericolo di essere tacciato di arrogante, e condannato senza essere ascoltato, e senza che neppure si sappia quale sia la questione, che io potessi avere con quell’illustre professore, per cui ho quella stima, che da tutta l’Europa gli viene con ragione accordata.
La sera, ch’ella mi lesse la dissertazione sopra il Bombice, o sia baco da seta, inserita nel tomo quarto delle Amenità Accademiche di Upsal, mi fece supporre che il sig. Linneo ne fosse l’autore. Fu egli bensì presidente dell’accademia de’ 4 dicembre 1756, ma l’autore della dissertazione fu il signor Giovanni Lyman. Tolto questo equivoco, credo, che sia lecito ad un accademico di Udine, professore nell’arte della seta, di poter questionare coll’iniziato accademico d’Upsal.
Dopo aver egli nella sua dissertazione accennata l’attenenza che ha la Historia Vestiaria con la seta, produce un calcolo di quanto costa alla Svezia ciascun anno la seta, in cui, credo, vi siano molti sbagli. Protesta egli che non è per esporre, se non quanto appartiene alla Storia Naturale; e che si fermerà principalmente in quelle cose, che sono veramente necessarissime nella storia del baco, e del suo nodrimento, cioè del moro.
Dice, che sorpassa sicco pede l’anatomia del baco, ottimamente delineata dal Malpighi, e da altri giudicando, che il volgo possa giustamente restar privo di questa cognizione; mentre anco gli agricoltori ignorano l’anatomia de’ buoi, e di ciò, che a Cerere appartiene. Lascio al di lei prudente umanissimo giudicio il decidere, se possa chiamarsi giusto il lasciare il volgo, e gli agricoltori specialmente, in questa ignoranza.
Se quel pescatore d’Inghilterra, di cui ho detto nella VII. Lettera del tomo I., non si fosse dilettato di fare l’anatomia de’ pesci, non avrebbe ritrovato il modo di castrarli, così felicemente perfezionato in tutti i due sessi; e sarebbero prive di questa nuova delizia le mense inglesi. Non è questo il luogo da trattenersi, per esaminare quanto un così fatto studio converrebbe, e sarebbe utile per la conservazione di una specie (parlando de’ buoi) cosi utile e viva e morta.
Credo essere verisimile (come lo crediamo tutti) che i Chinesi sieno stati i primi inventori della seta, mentre solo in quella parte di mondo si ritrovano i bachi spontanei: ma la pregherò a spiegarmi, che cosa s’intenda per questa nascita spontanea.
Compendia in una pagina la storia della seta, e conchiude, che dalla Sicilia passò in Italia, in Ispagna, in Francia ed in Prussia. Se sia vero che abbia fatto questo gran salto sino nella Prussia, avremo occasione più avanti di esaminarlo.
Stabilisce, che il moro è il cibo del filugello, e che ove quello cresce, ivi ancora sipuò coltivare la seta. Di questo egli stesso si disingannerå, quando non sia a quest’ora disingannato.
Dice (e dice il vero) che il baco può nodrirsi di foglie di lattuca, cicorea, dente di leone, olmo ed ortica; ma che con questo vitto fila una seta molto leggiera. Ma queglino stessi che fecero questa sperienza asseriscono, che se non si nodrisce di foglia di moro, mai non rende seta.
L’erudito accademico descrive, come fanno gli altri autori, varie specie di mori: alba, nigra, rubra, tartarica, indica: ne aggiunge due, che non ho vedute in altri luoghi: papyrifera e tinctoria. Confessa d’ignorare, se queste due conferiscano a’ bachi: ci avrebbe però fatto un beneficio, se ci avesse descritto l’uso, che significa la loro denominazione, per fare della carta, e valersene nelle tinture.
Asserisce, che il moro bianco cresce spontaneamente nella China, che si crede il suolo natale del baco. Anco di questa spontanea nascita delle piante converrà che preghi V. S. illustrissima d’instruirmi, mentre intendo bensì che ogni animale, ogni pianta abbia la sua patria; ma non intendo queste nascite spontanee, perchè vedo che fra noi tutti gli animali e tutte le piante di ogni specie hanno i loro progenitori.
Il sig. Lyman descrive diligentemente i periodi della vita del baco, come fabbrichi il suo sepolcro, la sua trasformazione, la sua propagazione, la sua morte, e poi conchiude:
Sic aetas Bombycum octo circumscribitur hebdomadibus, cum apud nos aestas duos per menses aeque jucunda sit, ac alibi, licet non tam calida; ad colendos tamen Bombyces sufficit, et morus alba nostrum fert clima: per legitimam consequentiam sequitur, Bombyces in patria coli et posse et debere.
Poi in carattere corsivo, in una linea isolata, in tuono imperioso comanda che ciò si faccia raptim, velocemente, senza perdita di tempo. Adagio, per l’amor di Dio, riveritissimo- signor Lyman, non precipitate i vostri agricoltori ad intraprendere un’opera, che potrebb’essere il loro eccidio. Compatisco il trasporto del vostro amor per la patria; lo sento ancor io quanto voi e quanto alcun fedel cristiano; ma sappiate, che quantunque io sia nato nel paese più ubertoso della più perfetta seta del mondo, ho dovuto fare una continua missione (lasciate ch’io così la chiami) di 30 e più anni, e scrivere de’ volumi prima che io possa persuadere i miei compatriotti a moltiplicare le piantagioni de’ mori, quantunque ne vedessero la loro utilità; nè si è ancora intieramente superata questa ripugnanza mercè il vanissimo dubbio, che la coltura de’ bachi pregiudichi al lavoro della campagna; benchè siamo in un clima temperatissimo a’ gradi 46 di latitudine settentrionale, vale a dire 14 gradi, ovvero circa ottocento miglia più meridionali di voi, con due mesi di primavera, ch’equivale alla vostra state, con una state più lunga e più calda della vostra, e in un terreno in cui le seminagioni del frumento e delle segale sono già fatte d’autunno. Con tutti questi vantaggi vi sono ancora, replico, alcuni, che sospettano ancora, che il moltiplico de’ mori possa pregiudicare all’agricoltura.
Mi rivolgo nuovamente a voi, illustriss. Signore, che invoco per giudice in una questione, in cui dapprincipio vi accennai i motivi, per cui vi sono entrato. Asserisco pertanto, contro la conseguenza che stabilisce il Lyman nel suo discorso, che la Svezia non può, nè deve coltivare la seta.
Concedo ancor io, che per piacere e divertimento possano nodrirsi de’ bachi da seta, e possa raccogliersi della seta nella Svezia, in quella guisa che si coltivano e nodriscono fra noi i più gentili agrumi e gli ananas; ma sostengo, che non possa quella esser mai un prodotto di rendita da porsi tra’ prodotti di commercio.
La sperienza, gran maestra di tutte le cose, deve convincere il sig. Lyman, che fuori de’ gradi 46 circa di latitudine settentrionale la seta non può essere un prodotto utile, nè un capo di commercio: passiamo agli esempi. (Questi si omettono in questo luogo, per non replicare le cose già dette altrove).
Credo che possa valere, per riprova concludente da non lasciar neppure luogo a repliche, una osservazione da me fatta sopra l’instituzione della Società di agricoltura, di commercio e di arti della provincia della Brettagna, stabilita l’anno 1757. In questa, avendosi preso a promuovere la coltura di tutti i prodotti di quella provincia, cioè tele, carta, coperte di letto, praterie artificiali, stoffe di lana, cappelli, miniere di carbone, pietre di mulino, lino, canape e pesca di aringhe, di seta neppure si fa cenno. È mai possibile, ch’essendo quest’accademia composta di soggetti i più cospicui, tanto ecclesiastici che secolari, tutti illuminati, accesi tutti nel più alto grado di giusto amor della patria, e infervorati a procurare alla loro provincia i possibili beni, avessero negletto il più nobile, il più prezioso, il più ricco prodotto che sia nel commercio? Essendo la Breltagoa posta fra’ gradi 47 e 49, fatti tutti gli sperimenti, avranno conosciuta l’impossibilità di possederla.
È vero che il sig. Lyman asserisce constare, per le osservazioni meteorologiche, che gl’inverni io Pekin, ove il moro bianco spontaneamente nasce, sono egualmente freddi che nella Svezia; onde (dic’egli) facilmente concludiamo, che il moro stesso può soffrire il clima svezzese. Ma dato ancora che possa il moro soffrir questo clima, non segue però che possa soffrirlo anche il filugello: e qui sta tutto l’inganno. Aggiungo, che vi sono de’ climi paralelli, ove si vede e si sente una differenza potabile, cosi nel freddo, come nel caldo. Si parogoni per esempio Londra a Dresda, e si vedrà quanto più freddi sono gl’inverni di Dresda di quelli di Londra. Ma che gl’inverni di Pekin a’ gr. 40 sieno eguali a quelli di Svezia a’ gradi 60, è cosa molto difficile da credersi.
Se V. S. illustrissima mi ricercasse, con quali fondamenti io neghi, che i paesi oltramontani, cioè quelli di là dei gradi 46 di elevazione di polo, non producano seta, io replicherò nuovamente la mia proposizione, fondata sopra tante sperienze. Non nego, che per diletto non riesca dappertutto, come lo abbiamo veduto, perfin nella Svezia; ma nego bensì, che possa rendersi prodotto naturale e di commmercio, com’è tra noi.
Ognuno sa che Amsterdam è l’emporio di tutte le merci che sono in commercio in tutte le 4 parti del mondo. Credo che alcuna volta vi sieno più sete ne’ suoi magazzini, che in tutti quelli d’Italia. Per ordine dei borgomastri si stampano ogni mese i prezzi di tutte le merci, che sono in vendita.
In questa lista si vede, che sette sono le piazze che spediscono sete lavorate in orsoj, e tutte italiane. Bologna a’ gradi 44, Torino a’ gradi 44, 50, Bergamo a’ gradi 46, Milano a’ gradi 45, 20, Cartignano, villaggio che usurpò il nome a Bassano, a’ gradi 46, Venezia a’ gradi 45, 33, Modena a’ 44, 38, Rimini pure e Pesaro, città della Romagna, a’ gradi 44, ne spediscono; ma non sono poste nella nota, come potrebbe riporsi anche Udine a’ gradi 46. Se qualche città oltramontana, o del nord, ne avesse in copia tale, da poterne mandar alle altre nazioni, le avrebbe certamente fatte conoscere in Amsterdam.
Che se questo non bastasse a convincere qualche intelletto ostinato nella contraddizione anche di quelle cose, che ridondano in onore e vantaggio della nostra nazione, giovar dovrebbe almeno a far conoscere, quanto ristretti sieno i limiti, che la divina providenza ha conceduti alla più perfetta tra tutte le merci; mentre tutte le piazze che ho enumerate, sono ristrette tra i gradi 44 e 46, ch’è indubitatamente l’ultimo confine di questo prodotto. Gode questa vantaggiosa situazione, felice per tutti gli altri prodotti, tutto lo stato di Terra Ferma di questo serenissimo dominio.
Giovar dovrebbe ad incoraggiare di nuovo ognuno alla piantagione de’ mori, l’essersi sparse le notizie della nuova industria degli oltramontani, ed il vedere coperte alcune delle loro provincie di queste piante. Si teme l’avvilimento de’ prezzi delle nostre sete, quantunque da 20 anni in qua, tuttochè moltiplicato il prodotto, sieno cresciute circa 20 per 100 più di quello che valsero tutti gli anni antecedenti: fatto altrettanto vero, quanto degno di molte riflessioni; la prima delle quali dev’essere, che dell’importo di questo prodotto, che grezzo ascenderà a circa tre milioni, 84 per 100 e più va direttamente in mano de’ contadini, che lo dividono co’ proprietarj de’ mori; e la seconda, non meno importante riflessione, si è, che lo stato non ne consuma forse la decima parte: tutto il resto si vende, colla giunta di nuove industrie, alle altre nazioni per belli e buoni contanti. Il solo Veronese cava ciascun anno, di sete vendute agli stranieri, più d’un milione di ducati.
Io le replico qui una proposizione renduta abbastanza evidente dal fatto; cioè, che quanto più ci allontaniamo da’ paesi meridionali, e ci accostiamo a’ settentrionali, tanto più perfetta è la seta, cosi nelle intrinseche, come nell’estrinseche sue qualità: si eccettuano alcuni paesi, e questi sono quelli, il cui terreno è umido e grasso, come il Polesine ed il Padovano.
Dalla perfezione della seta dipende la perfezione delle stoffe e di ogni altro lavoro. Delle più fine e sopraffine si lavorano gli orsoj, che sono quelli che formano l’ordimento e la superficie delle stoffe. Questi non si possono avere, se non dall’Italia, e precisamente dalle accennate piazze. Sarebbe troppo lunga la digressione, se io volessi entrare in un più minuto esame. I Francesi non raccolgono nelle loro provincie, quante sete bastino per le loro manifatture, e proveggono gran parte di orsojo dall’Italia: gl’Inglesi, gli Olandesi, i Fiamminghi, i Tedeschi, ed ora anche gli Svezzesi e i Moscoviti si proveggono dall’Italia. Ma è tempo che ritorniamo al nostro argomento, concludendo con più legittima conseguenza di quella pronunciata dal sig. Lyman: che la Svezia non può coltivare i bachi, per trarre da essi un prodotto di negozio; ma che quand’anche il potesse, non deve farlo, per non avventurare i villani a qualche fatale disgrazia, come accadette a quelli dell’Ukrania.
Se anco la Svezia fosse il paese più felice della terra, coperta da cielo così benigno, che mai le stagioni non soffrissero alterazione veruna, sempre nelle stati spirassero venti soavi e salubri: essendo queste per legge eterna ed inalterabile sempre più breyi di due mesi, l’economia mai non permetterebbe, che le coltivazioni delle biade, ed altri prodotti di prima necessità s’intralasciassero, per occupare tutti o la maggior parte de’ villani intorno la seta: nè può mai la buona politica del sovrano permettere che si avventurino intere popolazioni alla riuscita sempre incertissima di questa raccolta, che ad un soffio di aquilone o d’austro può ad ogni momento interamente perire.
Con tutto che ne’ paesi nostri abbiamo lunghe primevere e lunghe stati, col favore di clima che ci seconda; pure que’ coloni che lavorano più di 25 campi, non vogliono neppure sentirsi a parlare nè di filugelli, nè di bozzoli. Opera è questa di que’ fittajuoli, che in pochi campi sono occupati, o di altre persone applicate ad altri bassi mestieri. Ma è tempo ch’io termini, e co’ più vivi sentimenti dell’animo mio le dichiari, che sono veramente ec.
- ↑ Fu scritta questa lettera dall’autore al signor Leonardo Sesler, medico, e celebre professore di Botanica nel mese di dicembre l’anno 1761.