Elogi di uomini illustri/Alessandro Farnese

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../Giambatista Marino

../ IncludiIntestazione 7 maggio 2016 75% Da definire

Giambatista Marino Elogi di uomini illustri
[p. 369 modifica]


Io non ho pel’addietro co’ serenissimi Farnesi avuto cagione di chiamarmi servidore per modo che, scrivendo alcuna cosa del duca Alessandro, ad altri paresse che io parte volessi sciogliere degli obblighi miei; e ciò dico recandomelo a disavventura, anzi che no. Ma non posso darmi ad intendere in qual modo anima cattolicamente cristiana, solo s’ella non vive affatto schifa dello scrivere, o non sia senza alcuno talento di ragionare, possa tenersi in silenzio, rimembrando di tal campione, il quale da prima cinse la spada per l’onore della Chiesa di Roma, nè mai se la discinse pure perciò. Nemmeno io sono per la Dio mercede sorpreso da sì sciocca alterezza, che io reputi l’ingegno mio bastante a degnamente rappresentare al mondo un cavaliere adornato di titoli non comparabili; e chiunque ha di me alcuna contezza il si crederà; ma io non posso indivinare, quale sii la persona per nascimento italiana, ed eletta a spirare fra queste aure gentili, che non spinga volentieri la voce, e di buon grado non scioglia la lingua onorando il nome di quel guerriero, per cui Italia eresse i trionfi, e fa maggiore il suo numero degli eroi. Di qui parmi non essere in tutto disconsigliato, e spero di non dovere incontrar biasimo del mio pensamento: bene mi stimerei mal consigliato entrando in isperanza di tutte raccontare le azioni innumerabili di questo signore, e di tutte illustrarle colle mie parole; ed allora confesserei di farmi simigliante allo sciocco boschiere, il quale con una accetta prendesse ad atterrare tutti gli alberi di una grandissima selva. Ma non prendendone io a comporre la storia, o a compilare la vita, sceglierò le cime della sua virtù dando diletto con maraviglia d’immenso valore, e pagherò ragionevole tributo a meriti non comparabili. Laonde avendo egli tratto a fine grandissime imprese, parte con vigor di senno e parte con forza d’armi, io proverommi con due carriere trascorrere lo spazio delle sue lodi, e ciò sarà additando la prudenza e la fortezza con le quali egli volossene al seggio dell’umana immortalità.

E veramente se alla memoria vogliamo ritornare lo stato già delle Fiandre, e di quante fiamme e per quante cagioni accese elle ne ardessero, non può stimarsi, salvo infinito consiglio, avere potuto raffrenare gli sdegni, e rintuzzare le speranze e sollevare le disperazioni e moderare le brame di tanti popoli ingannati e di tanti duci ingannatori. Perciocchè dipartendosi Filippo II e ritornandosene alle Spagne, lasciò nelle Fiandre in sua vece Margarita d’Austria sua sorella, ed ivi un molto grande ministro Antonio Perenotto. Verso costui era malamente disposto Guglielmo Nassao principe d’Orange, ed altri chiari per titoli e per nobiltà: mal disposto era l’animo di costoro per vederlosi molto sublimato, erano non meno annoiati, perocchè le spese, nella guerra aveano fatto grandi e nella pace provavano le mercedi molto leggiere. Percossi da questi stimoli si diedero a maestrevolmente sommovere i popoli, e farli lontani dalla Chiesa di Roma, per farli quindi rubellare al loro re, ed in piccolo tempo con sottigliezza di persuasiva adempierono i loro desiderj. L’uomo reo del peccato è tratto a tuttavia peccare e traboccasi in fondo, creata che fu l’eresia e la ribellione, loro si feciono incontra leggi ed armi, e ciascuna delle parti ostinandosi, in un momento eccitossi la guerra. Fu mandato a maneggiarla Fernando di Toledo duca d’Alva con bastevole esercito, costui adoperò secondo suo senno, ma non pertanto ogni miseria videsi sorgere in quelle provincie: tribunali severi, sentenze mortali, battaglie sul campo, e per offesa e per difesa tutti i regni dappresso sorsero fieramente. Provando che la acerbezza contra loro usatasi arrabbiava i Fiamenghi, provide il re Filippo di governare d’ingegno più mansueto, e fu questi Luigi Rechesense gran commendatore di Cartiglia: sotto costui si perdette Alidelburgo, s’ammottinarono i terzi vecchi degli Spagnuoli dopo la vittoria di Mochi, e si disperse l’armata dappresso Lillò. Alfine si morì il re Filippo; lasciò che il consiglio di Stato prendesse il governo; allora, riacquistata Terisca in Zelanda, gli Spagnuoli si alborottarono in Alosto, di donde venne cagione, che il consiglio armasse incontra loro, e di cui tutti gli Spagnuoli si unirono contra il consiglio, e si vedea non pure perduta la fede al re, ma ogni concordia, ed anco la speranza d’ogni rimedio, ed avvenne, che Anversa fu sforzata e messa a rubba, e di qui i Fiamenghi, per l’odio contra Spagnuoli, si giunsero col principe d’Orange. In questo tempo venne don Gio. d’Austria fratello del re Filippo, ed egli, per soddisfare a’ paesani, mandò gli Spagnuoli e gli altri suoi stranieri soldati fuori di Fiandra, e trasse dal castello di [p. 370 modifica]Anversa Sancio d’Avila, e raccomandollo al duca d’Arescotto, indi, pentendosi de’ modi tenuti, egli procacciò per varie maniere di farsi governatore senza patti e senza accordate convenzioni, riparossi nel castello di Namurre, ed armossi quanto potea, laonde venuta discordia fra lui e gli Stati, non piccolo danno intervenne, anzi grandissimo, ed allora la cittadella d’Anversa si appianò, e quelle di Gante e di Valentiana e di Lilla.

Eransi a tale termine condotte quelle basse provincie, macchiate di eresia, intinte di rubellione, gravate di danni presenti, e pasciute di lontane speranze, a’ buoni in odio ed a malvagi in larghissima preda. Sì fatti regni dati furono a governarsi ad Alessandro Farnese, e così fatti prendendo a governargli, egli non disperò. Qui dico io. Se senno fu di don Giovanni morendo lasciarlo in sua vece, e loda di Filippo II, di confermarvelo, fu similmente franchezza d’Alessandro sottentrare a cotanti carichi. E come no? vedevasi il rigore riuscito a rovescio, la piacevolezza indarno tentata, aveano sommi consiglieri errato nel discorrere, espertissimo monarca fallato nel risolvere. Ed un giovine obbligarsi all’emenda di tanti errori, nou fu coraggio ed alta prova disaldo intelletto? certamente egli fu. Nè noi lo vedemmo mentire all’altrui speranze, nemmeno alla sua confidenza, anzi subitamente chiamando i suoi pensieri a consiglio, col disconcio delle cose passate alle presenti egli diede provvedimento, ed armandosi per domare i rubelli seppe con atti d’amore farsegli amici: quinci Henalto ed Artoè, provincie già ripiene di mala contentezza, alzarono la mano, e con nobile pentimento ascoltarono i comandamenti reali, e con esso loro Lilla, Dovai ed Orcie, città di pregio e di non poco momento. Nè meno valse la sua gentile destrezza con esso il conte di Rimberga, ma guadagnosselo dolcemente, e parimente Groninga, terra tanto riguardevole nella Frisia, per tal guisa cangiando le vittorie agli accordi, egli alzò trofei a niuno dannosi, ed a ciascuno disiderabili. Diede poi aigomento di non minore prudenza, quando sorpreso Bruggia, trovando uomini i quali gliele posero in mani senz’armi, e similmente quando schermendo gli avversarj fece le viste di andare altrove, e corse sopra l’Inclusa, e fecesene possessore: ma via più chiaro apparve suo senno allora ch’egli svolse quelle nazioni e quelle terre ad accettare per loro guardia le guarnigioni straniere: azione per verità di singolare maraviglia. Era fra loro il nome spagnuolo in odio supremo; aveano quei senatori e quei popoli consumate infinite preghiere col re Filippo, acciò loro togliesse quella nazione dinanzi, nè compiaciuti, eransi ribellati, e per tal modo che don Giovanni diede bando, diremo, alle squadre spagnuole per acquetare i mal soddisfatti Fiamenghi, ed essi Fiamenghi stimavansi felici col sentirsi quella generazione da lunge: non pertanto ebbe possanza Alessandro di spegnere l’odio, di annullare le memorie, e di assennare quelli intelletti infuriati, e videsi di nuovo l’esercito di Spagna per le campagne di Fiandra, e vi si dispiegarono quelle insegne discacciate, e vi si ascoltarono quegli abbominali tamburi. Queste furono maraviglie vedute, e disperate di doversi vedere, non avvenute per forza d’incanti, nè prodotte con la voce delle sirene, ma col provvedimento di questo signore, e col soave suo comandare e coll’altiero suo sofferire. E via più finalmente manifestossi il suo antivedere nel tempo che navigava l’armata per assalire Inghilterra, perciocchè Alessandro non mai lodò quel cammino, nè commendò quei viaggi; egli sforzossi di persuadere che Zelanda si assalisse, e quindi poi si facesse vela contra Inghilterra; suo consiglio non si ascoltò, ma fecelo apparire ottimo l’universale calamità. Una armata, in cui cotanti anni consumossi tante fatiche, e per cui impiegossi tanto tesoro sciarrossi in un giorno, e si disperse per l’ampiezza dell’oceano, ed in quelle avverse procelle rimase tanta giovinezza sommersa, che tutt’ i regni di Spagna per lungo tempo vestirono a bruno. Tanto costa un buon coniglio rifiutato, ed uno non buono eseguito!

E per fare motto di alcuna cosa, la quale possa avere riguardo alla gentilezza del vostro ingegno: Che crediamo, o signori, che volesse Omero significare, quando egli ne cantò che Diomede ammaestrato da Pallade impiegò Marte nelle battaglie di Troja? Certamente non altro, salvo che il senno tra’ guerrieri sta sopra la fierezza, e che nelle guerre la prudenza dee sempre avere suo luogo: la qual prudenza se mai non si discostò dal fianco del nostro duce, via meno discostossene allora ch’egli esaminando come darsi dovesse principio agli assalti contr’a’ nemici, propose di moversi dirittamente verso Mastricche, città onde aveano il varco le genti della Germania per entrar nelle Fiandre contra il re cattolico, e donde molte fiate erano trapassate; sì che, serrato quel passo agli eretici, veniva meno il soccorso; e di più, essendo la città molto ampia e ben provveduta e di soldati ripiena, e per altrui stima ad espugnarsi mollo malagevole, atterrandosi ella avrebbe sbigottito ogni altra che mirasse lei atterrata, e così fu. E però deesi il duca Alessandro riputare prudente, tuttochè egli affrontasse l’impresa pericolosa, perchè il principio è la maggior parte dell’opera. Nè quivi fu data occasione al Farnese di rimembrare i popoli asiani, ai quali Cesare giunse, videgli e vinsegli, anzi egli ebbe a fare con uomini guerrieri e forti, e che non solamente cinsero la spada, ma la impugnarono, e nel caldo della battaglia videro in fronte la morte, nè se ne sgomentarono: e così fatti capitani e soldati si accampavano dentro una città ampia, e partila da grossa fiumara ed afforzata con ogni macchina militare, laonde necessario fu, che sangue si ’ spandesse copiosamente, e molti campioni di pregio perdessero la vita infra coloro che assaltavano, e coloro che risospingevano gli assalitori: finalmente, fatta forza ad ogni contrasto, dopo molli mesi vi si apersero l’entrata i Cattolici colla possanza delle destre e col [p. 371 modifica]vigore dell’animo, e si misero lo case a ruba ed i soldati a filo di spada, ed i cittadini con aspra miseria gastigaronsi della ostinata malvagità. Per questa guisa, se nello scegliere la prima impresa ebbe luogo la prudenza del duca Alessandro, nel trarla a fine fece mestiere la sua fortezza e la bravura del core, della quale entrando a parlare io già non lascierò condurmi a registare gli assalti e le difese, ed a numerare gli acquisti, perciocchè assai sono a ciascuno ben manifesti.

E chi non sa, che Alessandro Farnese entrò vittorioso a Tornai, in Odenardo, in Lira, in Dieste, in Venderlò, in Doncherche, in Sanminocco? io certamente non voglio qui nominare Disimonda, Viste, Assele, Rupermonda, Alosto, Ipri Dondermonda, Valtendone, Dimberga, Inclusa, Bruggia, Guante, Bredà; con sì fatti racconti suolsi dar loda a ciascun guerriero, ed in ogni guerra veggono di simiglianti azioni, ma io non rischiaro un campione, anzi celebro un eroe, e però sono per attenermi alle piove sole, che da lui fatte furono con maraviglia dell’universo, e me ne vengo con animo lieto ad Anversa; Anversa città per ogni parte ben chiara ed adorna di condizioni singolarissime, ma che ne’ suoi pregi assai sormonta per essere dal Farnese stata soverchiata con maestria di valore incomparabile. Onesta città, spaziosa e cinta di forti muraglie, chiudeva a sua difesa oltra venti mila combattitori, ondie a vincersi per assalto chiedeva la morte di via troppi soldati, fece dunque proponimento di strettamente steccarla, e farla cadere per lungo digiuno. Era ciò grande opera, a lato le corre una molto ampia riviera, e la marea dell’oceano crescendo trapassa oltre alla città, e gli Olandesi, abbondantissimi di vascelli e di uomini esperti, aveano modo di spesso porgerle soccorsi; giungasi, che la campagna tutta acquidosa si trascorre per argini colà appellati dicchi, e questi rompendosi, aprono via di navigare in sul terreno qualora per arte viene; inondato. Era pertanto necessaria cosa spargere quei Campi di forticelli a gran numero per guastare ogni disegno degl’inimici, ove essi si provassero sulla campagna, ma la fiumara era da serrarsi con navi e con travate, e formare un ponte sì saldo che contra la rapidezza del fiume potesse durare: sì fatto pensamento mostravasi ardito a dismisura, e da tutti i grandi uomini veniva condannato, ma l’animo di Alessandro, il quale non mai lasciossi vincere da malagevolezza ninna, ebbe a schifo le altrui paure, e mise le mani all’opra e trassela a fine, ed immortalmente s’incoronò. Ordinò dall’una e dall’altra riva dello Scalde mole di travi fortissimi, e nel mezzo di loro allogò schiera di navi bene ancorate ed insieme incatenate, e di sopra e di sotto piantò un gagliardissimo palancato, ed ogni cosa fornì di valorosissimi soldati. Con tale provvedimento resse all’impeto delle acque, anco nella maggiore asprezza del verno, e non meno all’ostinato ardimento degl’inimici, i quali per molti modi nel fiume, e sopra i dicchi fecero singolare sforzo moltissime volte, ma finalmente, riuscendo ogni opera contra speranza, Anversa per diffalta di nudrimento abbandonossi, ed accordò le sue voglie con la magnanimità di Alessandro. Questa vittoria mettemi la mano sul freno, e ferma il corso del mio sermone.

Ed in qual luogo, e per qual tempo s’accese in petto di cavaliere vaghezza di asserragliare una larga fiumara, la quale viene sovente un seno di mare? Perciocchè non solo si adoperavano spade e lancie, non solo moschettoni e bombarde, non solo la virtù de’ soldati; ma l’industria de’ maestri ingegneri per disperdere e mettere in fondo il ponte maraviglioso. Empierono gli Anversani due ampie navi di foco talmente regolato, che a suo tempo avvampando spandeva copia e di ferri e di sassi con offesa mortale e con spettacolo formidabile: queste vennero giù per lo Scalde raccomandate alla corrente delle acque, e percossero nella steccata; all’ora diventavano mongibelli, e vidersi in un momento per la campagna le fiamme d’Etna; scossesi il terreno d’ognintorno per molto spazio, ed i sassi sospinti in alto ricaddero in giuso con spaventosa sembianza di pioggia. Ciò fu vista di grande orrore; ma narrarsi a parole come è possibile? io per me di molte cose ho veduto, di molte ho sentite, di molte ho lette; nulla di somigliante per alcuna stagione dell’universo non ho raccolto. Per lo strano rimbombo l’onde del fiume sorsero fuori del letto, ed i macigni, tempestando, dall’aere si profondavano nel terreno dopo aver triti gli uomini e macinati. Il duca Alessandro era posto in mezzo di tanti pericoli, ed a’ piedi morti gli caddero suoi sergenti; e per l’aere tenebrato di foltissimi fumi non scorgeva cosa niuna; non pertanto con brando in mano, e con gridi magnanimi mantenne in fede i suoi guerrieri, e non lasciolli perdere coraggio, onde finalmente tempo ebbero e modo di ristorare le macchine guaste e fracassate. Qui infinite cose potrebbonsi porre innanzi, ma perche? Non è menzogna cotanto maravigliosa che minore non sia di questa verità; e certamente fu prodezza grande, e che malagevolmente chi verrà dopo noi condurrassi a crederla, ma, creduta, con infinite lodi fia celebrata; ed io non spenderò più parole; solamente dirò, che favellare di quest’impresa, altro non è salvo calpestrare tutte le glorie degli uomini antichi.

Con questo tenore di virtù governò Alessandro Farnese le Fiandre, e guerreggiovvi per servizio di Dio. Ora è da vedersi in qual maniera si portò nella Francia, e nelle ardenti discordie di quei grandi, ove non meno in gravissimi travagli dimorava la Chiesa di Roma; perciocchè Arrigo di Borbone, allora non re per colpa di malvagia fede, ed indi regnatore chiarissimo per giustissimo pentimento, teneva affamato Parigi, ed aveagli posto assedio ben folte, fu questa città correva pericolo lutto il reame; quinci Filippo di Spagna fece al duca comandamento che senza alcuna dimora marciasse e lesse soccorso. Era talmente prezzata la virtù di Alessandro, che ciò che non si [p. 372 modifica]comandata alla sua prodezza riputavasi come caduco e ruinoso. Egli dunque si mosse, ma circondato da gravi malagevolezze. Faceva mestieri di lasciare le Fiandre guernite; provvedersi contra re e guerriero famosissimo; di soldati egli pochi avea sotto le insegne, e di moneta trovavasi povero; ma ad uno eccelso valore tutte le cose ubbidiscono. Misesi in via ron dieci mila fanti e tre mila cavalli: sì fatta mossa non la si credette mai Arrigo di Borbone, nè la si credette perciocchè egli era espertissimo maestro a menar guerra, e comprendeva di qual momento fosse cotale deliberazione; ma l’alto coraggio di Alessandro il fece discredere. Quinci lasciò Parigi disciolto, e con cinque migliaia di cavalli e quattordici di fanti fece incontro al Farnese colà vicino di Mea, e disfidollo a battaglia. Rispose il Farnese, ch’egli non era usato ad accettare consiglio di nemici; poscia in riva di Marna diede assalto a Lagni, terra diligentemente guernita, ed espugnolla sotto lo sguardo degli avversarj; quivi tagliati furono ottocento soldati, cento di nobile magione rimasero prigionieri, e con esso loro il governatore della terra; ed in quel punto il grido degli uccisi feriva l’orecchio del buono Arrigo di Borbone principe di Bearnia, il qnaie. vergendosi non uguale all’inimico, sparse sue schiere per diversi alloggiamenti, e non tenne più campo. Il duca allora, seguendo il cammino lasciatogli aperto, si condusse a Parigi, e fecelo lieto della salute, ed abbondante di ogni cosa dianzi vietatagli, ed indi riprese sua strada verso le Fiandre; e nel ritorno non ebbe assalto che non fosse dannoso agli assalitori. Ora qual’arte si desidera? in che luogo hassi da impiegare eloquenza? Non basta egli sporre le imprese di questo campione, e porle sollo l’altrui memoria? Per sè stesse non parlano di loro condizione, e mostransi maravigliose? Ma se pure le opere eccelse hanno bisogno, e ripongonsi in guardia della fama, dee questo cavaliere dolersi, che ella bocche non abbia a bastanza a celebrare ed eternare le sue azioni. Fu dunque lo scampo di Parigi azione dalle altre ben singolare; ma l’avere mantenuto Roano non fu punto di pregio minore.

Era questa città nobilissima steccata ben fortemente, e poco lunge al cadere in mano degli avversarj; ed ecco al Farnese s’impone, che uscendo di Fiandra studiasse il passo, e si affrettasse a difenderla. Era da farsi novanta miglia di cammino per paese tutto nemico; doveansi varcare quattro fiumare, e tutti ciò fornirsi nello spazio di sei giornale. Posti dunque in acconcio che miglior si potea i Paesi Bassi, venne il Farnese alla volta di Normandia. Il marciar suo era sì fatto: P artiglieria alla fronte, i cavalieri al lato de’ fanti, ed i carri fiancheggiavano i cavalieri: in tal guisa vennesene ben fermo di dare battaglia, se Arrigo faceva vedersi all’incontra. Arrigo, alle novelle della venuta, amò di abbandonare l’assedio; e si ritrasse verso il ponte dell’Arn: allora Alessandro fecesi padrone di Codebecco, ed indi provvide Roano, e fornillo largamente di vettovaglia. Intanto Arrigo aveva di molte parti richiamate sue genti sotto le insegne, ed ingrossato l’esercito, non senza l’aiuto degli Olandesi e degli Inghilesi, mossesi a ritrovare il Farnese. Posti a fronte fecersi alcuni atti di guerra; ma Arrigo non mai volle avventurarsi al fatto dell’armi; finalmente il duca, posti in buono stato gli amici, uscendo da Ivetta e’ tragittò Senna, e conducendosi nella Bria, paese il quale ogni bene avea a dovizia, ristorò pienamente sue schiere, e glorioso tornossene in Fiandra. Quivi non dopo molto di tempo in Arazzo pose fine alla vita.

Ora di questo cavaliero, se Italia ferma il pensamento in su la morte, dovrebbe, non meno che madre disconsolata in su la bara del figliuolo, radersi le chiome; ma se volge la mente allo splendore delle vittorie, dee esaltarsene come di suo veracissimo eroe, e dei suoi alti meriti non mai dimenticarsi, anzi farne a ciascuna ora nobilissima rimembranza. Io per me godo, Signori, di averlo lodato; ma vergognandomi di avere ciò fatto indegnamente,sento noia del mio godimento; tuttavolta già non dee l’umano intelletto prendere speranza di pareggiare con forza di dire le lodi di Alessandro Farnese, il quale tutti quanti ha superati di lode: i savi di senno, i forti di franchezza, i pietosi di clemenza, i fortunati di felicità; il quale, per la fierezza dello spirito potevasi riporre fra’ guerrieri terribili, per la dolcezza del core fra’ principi amabili; ma dovunque fia ponto, ivi ricorderassi come sovrano, di cui erasi manifestamente la prodezza provata, che udendo ch’egli si movea a combattere sapeasi che già egli era pervenuto alla vittoria. E tenere campo contra di lui, era cotanto splendore di guerra, che altri rimanendo senza sconfitta, se ne andava in sembianza di vincitore; e vedendolo in arme i nemici perdeano il coraggio per modo, che egli fu spesso vittorioso senza avversarj; e là dove altri innalzano trofei con la possanza degli eserciti, egli li acquistava con la sola fama del nome: laonde meglio non potevansi sperare buone avventure, che per mezzo di lui, nè meglio che per mezzo di lui potevansi adempiere le speranze. Ora in pelago di tanti pregj ingolfarsi è affogare, rimanersi è non servire: non pertanto non vuolsi venir meno a cotanto Signore: egli, specchio della milizia, egli, norma del valore, egli, disgombratore della viltà, egli, eccitatore della fortezza, gli spaventi a disprezzare, le fidanze a nudrire ne ammaestrò. Domò l’orgoglio degli eretici, e del Vaticano le ragioni sollevò; tale apparve guerriero, quale il chiedevano le cagioni del guerreggiare; la Fiandra corresse siccome errante; alla Francia sovvenne, siccome a languente; e questa ne paventò come di invitto nemico, e quella ne gioì come di fedele custode: ma l’Italia pregiossene e pregierassene eternamente come di suo postato, i cui lampi crescono il moderno splendore e non lasciano menomare le auliche chiarezze.

Io pur direi, o Signori, ma sono in forse in me medesimo’ travio colle parole o favello [p. 373 modifica]secondo ragione? tocco il segno de' suoi meriti, o pure mie forze non sono bastanti? Tale ve lo presento, qual me l'imagino. A me sembra vederlo ordinare le squadre, confortare i soldati, porre il destriero in carriera pieno di vigore insuperabile; miro, che abbassa la lancia, che vibra la spada, che disperde i nemici ferocemente; odo le lagrime degl'infelici, scorgo il sangue, veggio la polvere; e lui fra voci che lo ripongono su le stelle, cosparso di gloria, quale Scipione in Roma, e quale Alessandro in Macedonia. Veggolo, Signori.... ma lo parole non mi ubbidiscono, nè sono forti a seguitarmi; e sono tanto sublimi le vittorie di questo guerriero, che altri non pena meno in lodarle di ciò che si facesse egli in acquistarle. Ma se non saranno ben celebrate, basta che sieno credute, e per sè stesse appariranno maravigliose.