Elogio catodico del quotidiano/Cap. 3

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Cap. 3

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Cap.3 - L’interazione telefonica nella neotelevisione

Di “televisione interattiva” si parla da anni, e in un certo senso è vero che il paleo spettatore evocato-interpellato-complice-mandante-giudice è diventato il neospettatore partecipante-testimone-protagonista: non potendo ideare e produrre separatamente e processualmente tutto il materiale richiesto dalla macchina-superflusso, le emittenti coinvolgono in diretta gli spettatori interfacciati telefonicamente, che diventano così co-autori e co-protagonisti anche nel ruolo strumentale di target pubblicitario (è questa la logica dei neoquiz sponsorizzati) [Bruno 1994, 30].

Uno degli elementi caratterizzanti della neotelevisione è appunto il rapporto prossimo e conviviale tra l’emittente e lo spettatore, che viene coinvolto nella conversazione televisiva proprio tramite il telefono. Curiosamente nonostante sia nelle case degli Happy Few, che negli anni cinquanta e sessanta erano possessori di un televisore, sia nei locali pubblici (bar, circoli, cinema) fosse quasi sicuramente presente una linea telefonica, nella paleotelevisione l’interazione telefonica tra conduttore e telespettatori era di fatto completamente assente. Su questa tematica interviene anche Umberto Eco

La massima notizia che la NeoTv fornisce, sia che si parli di missili o di Stanlio che fa cadere un armadio, è questa: «ti annuncio, caso mirabile, che tu mi stai vedendo; se non ci credi, prova, fai questo numero e chiamami, io ti risponderò [Eco 1983, 163].

Per capire l’importanza del telefono nei programmi della neotelevisione si potrebbe fare l’esempio dei quiz di intrattenimento, che con una terminologia moderna potremmo definire “Quiz Show”. Nei quiz della paleotelevisione, la partecipazione a tali giochi era riservata ai concorrenti presenti fisicamente in studio. Erano quindi i vari Luigi Marianini o Paola Bolognani che all’interno delle anguste cabine dello studio Fiera 2 di Milano da cui andava in onda Lascia o Raddoppia interagivano con l’anchorman Mike Bongiorno. I telespettatori sia gli happy few che possedevano in casa l’apparecchio sia coloro che si recavano con l’abito della festa nei bar e nei cinema creando quindi una sorta di fruizione collettiva del medium non avevano possibilità alcuna di interazione in diretta. Nella neotelevisione cambia tutto: il pubblico a casa è un concorrente a tutti gli effetti se non proprio il vero protagonista. Le diverse telefonate con la rituale presentazione dicendo in rigoroso ordine nome di battesimo, e luogo di provenienza con tanto di provincia, sono la vera attrattiva del programma. La prima trasmissione televisiva che prevede l’intervento del pubblico attraverso il telefono è nel 1976, L’altra domenica, programma d’intrattenimento condotto da Renzo Arbore. Ma è a partire da Pronto, Raffaella? che si è verificato un vero e proprio boom delle conversazioni telefoniche in tv: sotto il pretesto dei quiz, la consuetudine di utilizzare il telefono nelle trasmissioni televisive segnala in sostanza il bisogno dei telespettatori di affacciarsi da protagonisti alla ribalta della piazza pubblica televisiva, anticipa il superamento della tv in quanto medium unidirezionale e contribuisce di fatto a rinnovarne i formati e i generi espressivi [Paci 2000, 195].

Poco importa quindi se il pubblico è chiamato a indovinare il numero dei fagioli contenuti nel vaso di vetro che la Carrà tiene sul tavolo o a dare risposta a un quesito culturale o scientifico; l’importante è offrire al pubblico a casa un’opportunità di interazione fortemente individualizzata, o meglio personalizzata.

Il conduttore alza la cornetta del telefono e proprio come se fosse a casa sua pronuncia in tono interrogativo l’espressione “Pronto?”. Emblematico a questo proposito può essere il fatto che alcune trasmissioni basate sull’interazione telefonica tra pubblico e conduttore, contenessero l’espressione “Pronto?” proprio nel titolo stesso del programma. (Pronto Raffaella?, Pronto chi gioca? Pronto è la Rai? Ecc.)

Ecco allora che assumono importanza le telefonate in diretta: lo spazio della televisione viene messo a disposizione dello spettatore. I giochi con il pubblico costituiscono spesso per quest’ultimo un’occasione o un pretesto per parlare in televisione, per essere stati almeno una volta protagonisti diretti: si salutano così dallo schermo il conduttore gli amici, i parenti [Casetti 1988, 103].

Il telefono è lo strumento principe anche della cosiddetta “Tv di servizio” di RaiTre: programmi come Telefono giallo di Corrado Augias, Chi l’ha visto?, Mi manda Lubrano sono anch’essi basati sull’interazione telefonica dei telespettatori.

E se nella trasmissione di Augias il telefono, ovviamente giallo, tenuto sulla scrivania del conduttore ha quasi una funzione totemica, in Mi manda Lubrano e Chi l’ha visto? quinte di scena sono proprio le cabine telefoniche con le centraliniste che rispondono in diretta alle chiamate dei telespettatori. Avviene quindi una chiara ostentazione di un’attività come il contatto con il pubblico, che non è confinata nel retroscena di un anonimo ufficio o di una redazione, magari quando non è in onda la trasmissione, ma che viceversa diventa parte integrante (e connotativa della trasmissione).

Curiosamente Chi l’ha visto? e Mi manda Lubrano (trasmissioni che sono tutt’ora in onda, tutt’ora con l’ostentazione delle cabine telefoniche) sono trasmissioni considerate “figlie” di Portobello, primo programma che fece uso massiccio dell’interazione con il pubblico e delle cabine telefoniche come quinta di scena.