Etica/Libro Quarto/III

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III. - Le cause della schiavitù

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Baruch Spinoza - Etica (1677)
Traduzione dal latino di Piero Martinetti (1928)
III. - Le cause della schiavitù
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III. — Le cause della schiavitù.


1) Il libro quarto può dividersi in quattro sezioni. Nella prima (prop. 1-17) ricerca il perchè della schiavitù umana all’ignoranza ed alle passioni. Nella seconda (prop. 18-37) ricerca come sia possibile alla ragione la vittoria sulle passioni. Nella terza (prop. 38-58) passa in in rassegna le passioni dalle quali deve guardarsi chi vuole progredire nella perfezione. Nella quarta (proposizioni 59-72) espone sotto l’aspetto positivo quale deve essere la condotta di chi progredisce nella perfezione. Chiude il libro un’appendice, in cui Spinoza riassume come in un chiaro quadro le norme ideali della vita.

2) Nelle prime otto proposizioni Spinoza raccoglie i principi capitali del meccanismo delle passioni, in quanto per esso debbono essere possibili la schiavitù e la liberazione.

Prop. 1. Nulla di ciò, che l’idea falsa contiene di positivo, è soppresso dalla presenza del vero, in quanto vero.

La prima proposizione si richiama alla teoria dell’errore (parte 2a, VI, 3). L’errore non è che privazione parziale di conoscenza: la falsità non è nulla di positivo che la verità annulli: il vero non fa che completare quel nucleo di verità che già preesiste nell’errore. Nello scolio Spinoza chiarisce la sua esemplificazione già riferita in Et., II, 35, coroll. Anche nel caso delle illusioni dei sensi la conoscenza del vero non distrugge se non ciò che le erigeva in conoscenze reali, ma lascia sussistere l’impressione sensibile ridotta al suo vero valore, in quanto cioè esprime più la nostra natura che la costituzione della causa agente.

La rappresentazione sensibile è un’idea, la quale esprime più la costituzione presente del corpo umano che del corpo esterno: non distintamente, ma confusamente: onde l’errore [p. 104 modifica]della mente. Per es., quando vediamo il sole, ce lo rappresentiamo circa duecento piedi distante da noi: nel che ci inganniamo fino a tanto che ignoriamo la sua vera distanza: ma conosciuta questa, è tolto bensì l’errore, non invece la rappresentazione sensibile, cioè l’idea del sole che esplica la sua natura solo in tanto in quanto il corpo ne è affetto: onde, sebbene ne conosciamo la vera distanza, tuttavia ce lo rappresentiamo sempre come vicino. Perchè noi (come ho detto in P. II, prop. 35) non ce lo rappresentiamo così vicino perchè ignoriamo la sua vera distanza: ma perchè la mente così concepisce la grandezza del sole, come il corpo suo ne è affetto. Così quando i raggi del sole vengono riflessi ai nostri occhi dalla superficie dell’acqua, noi ci rappresentiamo il sole come se fosse nel l’acqua, sebbene ne conosciamo il vero luogo: e così le altre rappresentazioni sensibili, da cui la mente è tratta in errore, in quanto esprimono o la costituzione naturale del corpo o l’accrescimento o la diminuzione della sua potenza d’agire, non sono contrarie al vero, nè per la sua presenza svaniscono. Accade, quando temiamo falsamente un male, che il timore svanisca all’annunzio del vero; ma accade anche, quando temiamo un male certo, che il timore svanisca ad un falso annunzio: dal che si vede che le rappresentazioni sensibili non svaniscono per la presenza del vero, in quanto vero, ma perchè intervengono altre più forti, che escludono l’esistenza presente delle cose rappresentate. (Et., IV, 1, scol.).

Prop. 2. Noi intanto patiamo in quanto siamo una parte della natura, che non può essere esplicata senza le altre parti.

È un richiamo alle def. 1-3 del libro terzo. L’uomo patisce, è passivo in quanto è parte della natura divina, che si è isolata dal resto, non apprende la vera essenza sua, nè la concatenazione sua col mondo divino e perciò, trovandosi in opposizione col resto, non può trovare in sè solo il principio e le ragioni della sua attività.

Le prop. 3-6 svolgono l’assioma. L’uomo, come essere empirico, considerato extra Deum, è sempre una parte limitata, della quale è possibile pensare qualche cosa di più grande e potente: perciò è inevitabilmente [p. 105 modifica]travolto nel conflitto perenne delle cose: nulla lo assicura contro i turbamenti che nell’essere suo può introdurre la realtà che lo circonda e lo sorpassa indefinitamente. Ora la passione non è altro che un’energia straniera, la quale sopraffà il nostro essere: dalla soggezione alle energie straniere nasce la schiavitù delle passioni. L’uomo non nasce libero.

Prop. 7. La passione non può essere nè combattuta, nè tolta se non per una passione contraria e più forte della passione da combattere.

Prop. 8. La conoscenza del bene e del male non è che la passione della gioia e della tristezza in quanto ne siamo consci.

La schiavitù delle passioni non può essere tolta nè dall’arbitrio di una volontà onnipotente, nè dalla semplice conoscenza, in quanto conoscenza; «la semplice conoscenza del bene e del male, in quanto vera, non può comprimere alcuna passione, ma solo in quanto anch’essa è considerata come passione» (Et., IV, 14). Ogni passione non è solo una cecità od una pura passività; pur essendo, di fronte alla nostra essenza per fetta, uno stato di diminuzione, per cui essa appare come passiva di fronte alla realtà, essa è in sè un’affermazione dell’essere nostro, che può essere tolta solo da un’altra affermazione contraria e più forte. Quindi il processo della schiavitù e della liberazione è un processo causale di realtà spirituali attive, che noi dobbiamo analizzare nella sua genesi necessaria, come abbiamo fatto per le passioni. Spinoza mette in evidenza questa verità richiamandosi al lato fisico della passione in quanto è un’affezione corporea, che può essere tolta solo da affezioni più forti. Anche la conoscenza liberatrice non può essere, sotto questo aspetto, che un movimento affettivo, ossia (in senso improprio) una passione.

3) Nelle prop. 9-17 Spinoza ci spiega il perchè della schiavitù. Perchè, egli si chiede, la conoscenza del bene supremo, che dovrebbe essere il movente più forte di qualunque altro, non riesce il più delle volte a liberare [p. 106 modifica]l’uomo dalle passioni? Perchè, risponde Spinoza, la forza d’una passione non dipende soltanto dalla potenza dell’oggetto che la suscita, ma anche da altre circostanze che qui appresso vengono analizzate. L’immagine d’una cosa presente è più viva di quella d’una cosa passata o futura: quindi la passione corrispondente è più intensa (prop. 9). Così una cosa prossima nel passato o nell’avvenire ci muove più che una lontana (prop. 10). Una cosa necessaria ci affetta più che una cosa possibile o contingente: una cosa possibile più che una cosa contingente: una cosa passata più che una cosa contingente non attualmente esistente (prop. 11-13). Ora la conoscenza del bene e del male per sè non basta a soffocare la passione: essa libera soltanto «quatenus affectus est» (prop. 14). Ma anche sotto questo aspetto la conoscenza del bene e del male non è ai suoi inizi onnipotente e può essere vinta da passioni procedenti da energie più veementi: siccome riguarda una cosa futura e contingente, può essere vinta dalla seduzione delle cose passate o presenti.

Credo con questo d’aver mostrato la causa per cui gli uomini sono più mossi dall’opinione che dalla ragione e per cui la vera cognizione del bene e del male suscita delle commozioni del l’animo e spesso cede ad ogni genere di libidine: onde il detto del poeta: Video bona, proboque, deteriora sequor1. Ciò che sembra aver avuto in mente l’Ecclesiaste quando dice: Qui auget scientiam, auget dolorem2. Ed io dico questo non per concludere che è meglio essere ignorante che sapiente o che lo stolto non differisca dall’intelligente quanto al frenare le passioni, ma perchè è necessario conoscere e la potenza e l’impotenza della natura nostra affine di poter determinare che cosa possa la ragione nel disciplinare le passioni e che cosa non possa. (Et., IV, 17, scol.).


Note

  1. Ovidio, Metam., VII, 20
  2. I, 18