Favole (Fedro)/Libro secondo/V - Cesare al custode dell'Atrio

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Libro secondo: V - Cesare al custode dell'Atrio

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Fedro - Favole (I secolo)
Traduzione dal latino di Giovanni Grisostomo Trombelli (1797)
Libro secondo: V - Cesare al custode dell'Atrio
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FAVOLA V.

Cesare al custode dell’Atrio.


CErta di Faccendier’ razza evvi in Roma,
     Che nulla fa, e in mille cure immersa,
     Qua e là senza ragion corre affannosa,
     Onde reca a se pena, onta ad altrui.
     5E difficil’ impresa; pur m’accingo
     Con non finto racconto ad emendarla:
     E degno è ben che orecchio gli si appresti.
          * Nel viaggio, che fe’ Tiberio a Napoi,
     A la sua Villa di Miseno giunto,

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     10Che in erto colle fabbricò Lucullo,
     Sicchè il Mar di Sicilia a sua veduta
     Ha soggetto, e da lunge il Tosco mira;
     Fra gli alto-cinti servidor de l’atrio,
     Un, cui fascia d’Egitto, da le spalle
     15Tratta, la veste tal raggruppa e strigne,
     Che dal suo nodo sien le falde sciolte:
     D’acqua ripien preso un orciuol di legno,
     Onde al Padron si mostri ufficioso,
     Che per verzure amene iva a diporto,
     20Il terren caldo inaffia. Ma il Padrone
     Punto nol cura; indi per noti giri
     In un altro vial il suo Signore
     Precorre, ed ivi pur la polve ammorza.
     L’astuzia di costui comprende il Duce,
     25E quale nel suo oprar fin si proponga;
     Ma vuol, che speme lo lusinghi indarno:
     Poscia a se il chiama. Ei pronto si presenta,
     E lieto attende la guanciata amica,
     Che libertade apporti. Sorridendo
     30Così scherzò la maestà del Prence:
     Poco hai tu fatto, e ciò l’hai fatto indarno;
     Assai più care le guanciate io vendo.