Fede e bellezza/Appendice/Il diario di Giovanni nell'edizione del 1852

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Appendice - Il diario di Giovanni nell'edizione del 1852

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Appendice - Il diario di Giovanni nell'edizione del 18521
Appendice Appendice - Osservazione dell'Autore


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Sacra cosa il dolore; e l’uomo dee con religione appressarglisi, e temere di non essere immeritevole di comprenderlo. Vedesti le lacrime mie, stringesti la mia mano, anche tu lagrimante: ma nel pianto nostro non era viltà. Non l’offeso orgoglio, ma l’amore ferito traggono lagrime dall’anime generose. Pur nelle lagrime in compagnia de’ cari versate, è una virtù sanatrice, che il sorriso de’ fortunati non ha.

Tra le ruine del bene, la viltà dell’uom tristo striscia e s’asconde come serpe in terreno di fango. Morde e fugge; fugge e a un tratto si volta; fugge e fischia di lontano, e aspetta aggomitolata entro una macchia, e improvvisa si lancia, e morde veleno.

Non ci irritino ad ira o a disprezzo le sozzure dell’anima umana contaminata. Piangiamo l’ingiustizia, gl’ingiusti amiamo.


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Riandando coll’anima i luoghi sin dalla mia fanciullezza veduti fin qui, gli è un dolore come sì poche imagini me ne vivano in mente. Il sentimento rimane: ma al desiderio e al bisogno non basta. Vorrei rifare l’educazione de’ sensi miei; vorrei dalle grandi acque della natura dedurre più rivi, che più vivi zampillino nel mio pensiero.


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Il mio cielo natìo mi lasciò delle sue bellezze piuttosto un sentimento indefinito che imagini rilevate e spiranti. Ma questo sentimento primo è il fondo e la forma dell’indole e dell’ingegno. Ora, con la memoria raccapezzo le impressioni tenui dell’infanzia: e più tenui sono, e più la tela che c’intesso mi vien delicata. Quanto ci vuole a formare un’anima! a farla accorta del bello! Quant’è difficile che la bellezza di fuori aggiunga sino in fondo, e, nel passare, non perda!


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L’affetto è a me fede, le lagrime lingua, patria il dolore. Chi soffre è mio congiunto. E abbracciare gli altrui patimenti m’è ristoro de’ miei.


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Corsica.

Il cielo tutto sereno: non sai se più l’oriente o più l’occidente. Le nubi o d’un ranciato allegro, o d’un bianchiccio mondo, o d’un cenerino vivo; altre quasi lasche che guizzano lucenti nel vano. Tra settentrione e ponente nuota nell’alto un’imagine che par della Vergine col Bambino, tutta d’oro: la luna le sorge rimpetto. Le case paiono scendere frettolose e festive verso la riva. L’aria è tranquilla: il mare, quasi affaticato da interno travaglio, flotta e manda larghe e pacate con rumore lento ai lidi le schiume.


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Dalmazia.

Singolare nella schiettezza e nella pace sua, la mia vita, in diverse condizioni, trasportata d’un tratto; come soldato che pernotta, ora sul mare agitato, ora tra i bicchieri ed i canti, or fra i terrori di chi fugge e gli aneliti de’ morenti.

Voglio un mese dell’anno consacrar la mia voce alla povera gente illirica; ch’amo qui rimanga una qualche scintilla della mia fiamma, e questi colli ignudi echeggino alla buona novella dello universale amore del quale vorrei essere e banditore e martire.


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Parigi.

Quel tratto tra di campagnolo e di vecchio, indizio d’anima schietta e forte, fermò gli occhi miei sopra te. Alle prime parole noi due selvaggi fummo insieme domestici: te dal primo presentii amico immutabile. Oh le serate non gaie, ma liete d’intendente sorriso e d’alti desiderii e di lacrime! In te la potente semplicità dell’affetto. Ne’ tuoi colloquii trovai la parola che va rotata e diritta nel segno. Per lodare un concetto e’ diceva: "grande!"; per lodare un’anima, e’ la chiamava fonda. Me non lodava in parole, ma col sorriso, quasi involontario, delle labbra e degli occhi. E i difetti miei tanti pativa, egli sdegnoso. Oh che severa e sicura e candida tenerezza!

Visitai, lui lontano, i suoi be’ colli natii, là dove il Tirolo s’ingentilisce e s’allegra nel baciare l’Italia, ed è, Italia già. Visitai la sua casa; conobbi sua madre: egli, in sapendolo, pianse.

Mentre tu nel tuo villaggio ti pasci della Bibbia e di Dante, o scorri cacciatore ne’ monti, o contempli le patrie colline scendere adagio e salire nell’orizzonte sereno; e mentre io sfango per sentire con ribrezzo le serve parole di qualche professore del Collegio di Francia; mentre beo questo latte ch’è amido, e questo vino ch’è acquavite allungata; e mentre d’un raggio di sole che tra scossa e scossa faccia capolino e dispaia, ringrazio Iddio come di gioia miracolosa; le nostr’anime, spero, si rincontrano in via, e come uccelli da diverso vegnenti, si parlano in loro linguaggio, e volano.


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Val d’Arno.

Vidi da Santa Maria a Monte discendere coll’Arno la lieta campagna, lieta di paeselli e di ville, com’anima gentile di pensieri gentili. E vidi il fiume dall’alto; e passeggiai quindi nella rigogliosa ombra delle sue rive: e pensai gli anni avvenire non così procellosi né ardenti come corsero a me.


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Chi mi dà correre teco, Samuele, la tua dolce Brianza, teco salire il monte che San Girolamo Miani sceglieva a tempio d’intendente carità: e redivivi vedere, tra le ruine di minacciosi castelli, i signori orridi di ferro e d’orgoglio, e lasciare libero il volo (come il cuore lo spinge) all’ardita parola? Tu, Samuele, que’ secoli del medio evo, a me bui, illuminasti sì, ch’io vi lessi tra lampi il nome di Cristo: e per te le voci della natura mi sonarono dentro men gaie ma più profonde: e intesi le torri antiche, e la croce lampeggiante tra l’armi, e le donne struggentisi in amore illibato, e le voluttà selvagge del cacciatore ch’ha il suo cuore ne’ monti. Rammento le sere passeggiate ne’ dolci colloquii sotto la splendida pace del cielo, nel prospetto dell’ampia campagna: rammento la quiete dell’anime riposanti insieme abbracciate alla fede comune, la fede ai misteri insegnatici dalle madri nostre, creduti dalle nostre sorelle: rammento le preghiere da te singhiozzate nella memoria di tuo padre morto, quando nel duomo buio per la notte cadente stavamo inginocchiati, tre anime concordi, io di tutte men pura. E debbo a te se più mesi mi furono consolati dalle cure materne di donna tenera e santa. Oh spirito lamentoso, a cui dall’ingegno cadde ombra sul cuore, pace sia teco!


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Fortunato chi muore prima che mondana viltà gli contamini la dignità dell’affetto; prima che i dolci pericoli gli preparino pentire tardo. Più fredda che la pietra della sepoltura è la freddezza dell’uomo spietato. La morte ti ferisce una volta, la lingua del fratello tuo sette al dì. Che dico: ferisce? Non è la morte scheletro con falce, che miete dal mondo i conforti e semina guai; è vergine che va tra’ fiori, e coglie or questo ora quello e li mette nelle mani degli angeli: noi miseri, aggrappati a una tavola fluttuante, paventiamo la calma del porto. O porto degli addolorati, o degli stanchi riposo, o libertà de’ prigioni, o Morte, io t’adoro.


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Conoscere alquanto a fondo le cose straniere giova a non disprezzare le proprie, e a nazionalmente promuoverle. Io di questa varietà son troppo forse invaghito: ma le varietà sempre più m’innamorano di questa Italia e della possente sua lingua. E dopo lungo errare mi è dolce riposarmi nel seno di lei: e rammentare le gioie rare che, miste agli antichi dolori, andavano in quelli come fiori nel turbine.

L’armonia che esce impensata dalle cadute e da voli, da’ sonni e dalle battaglie, da’ patimenti e dalle meditazioni della vita, vedute nella memoria tranquilla e nella coscienza severa è delle più arcane cose che umilino ed esaltino l’anima. Pare fortuito il riscontro di certe parole e atti e sensi in tempi lontanissimi e in quasi contrarii stati: ed è naturale. Gli è il seme medesimo che si svolge in tronco ed in fiori, e in polloni trapiantati via in altre terre; gli è il medesimo fiume, che or povero or abbondante, va per dirupi, per valli, per piani, passeggia, precipita, si perde, riesce, straripa, s’incanala, impaluda. Ma l’animo si compiace del ritrovare in qualche atto o parola degli anni primi il germe d’una feconda idea; la sorgente d’un proposito generoso; si compiace del sentire il passato echeggiar l’avvenire. Così nel viso infantile sono i lineamenti che sola la morte sfigurerà. E questa gioia è più umile che orgogliosa; perché alla natura, all’educazione, a Dio, reca il merito d’ogni bene; e dallo sforzo che il male ci costò, sentiamo ch’egli è fattura propria nostra! E pensando degli anni ne’ quali le facoltà sue si vennero aprendo, l’uomo talvolta si maraviglia del non rammemorare il luogo né il modo: così la donna innamorata vorrebbe riandare passo passo le rapide vie del suo cuore, e in que’ bagliori tenebrosi si perde con vertigine simile a sogno.


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Da queste tombe solitarie il pensiero vola ad altre tombe calcate la notte da me giovanetto ne’ chiostri del Santo di Padova. Quivi entro i’ avevo una stanza; lieta del fiume corrente sotto coll’onda quieta tra il verde vivo. In essa avevo pensati i primi concetti di filosofia, e in essa i primi d’amore; ivi goduto de’ quotidiani colloquii d’uomo innamorato dell’antica bellezza, che della bellezza il sentimento affinò in me, disgombrandolo dalla nebbia del secolo. E quest’uomo, a taluni dispetto, io l’amai: e una sera ch’e’ mi pareva accasciato, pensando alla sua morte, piansi. Rammento il luogo dove lasciai lui lasso, io intenerito: là presso al ponte alle Torricelle, all’uscire d’un portico. Forse non ama tanto egli me quant’io lui. Ma quando, travolto da un giovanile amore, io correvo risico di perire, e’ mi scrisse lettera senza rimprovero, addolorata, con parole che l’ingegno non crea ma il cuore ha.


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Trovo in vettura una madre che colle solite carezze educa a molli amori sin dall’infanzia la sua bambina e le chiede un bacio, dicendo: "io languisco" — e avuto che l’ebbe: "un solo? Gli è come nulla".

I baci, né le parole, non hanno più valore oramai. Ma il sorriso n’ha più: perché dice più cose, e più indeterminate; che l’imaginazione e l’affetto possono nobilitarle, ampliarle.


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S. Nicolò vicin di Padova.

Il sole scherza con gioia quasi giovanile nell’acque e sull’erba novella; e moltiplica l’erba nelle acque pure, e in esse tuffa i suoi raggi tremoli, serpeggianti, a fasci, a zampilli; e in vortici variati li gira.

Desino nella casa d’un vecchio venerando, che l’esperienza della città vicina congiunge alla semplicità campagnuola. Voce schietta, guardatura serena, canizie lieta, discorso distinto di proverbi e di sentenze; autorità indubitata ed amata sui figli, e sui figli de’ figli. Vita vera.


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Genova.

Genova è piacente città: e dalla riviera sua si diffonde letizia sul mare: e gli uomini in essa animosi, e le donne, belle; e pronti con la favella, gl’ingegni: e se l’accorgimento è di molto, molto anche il senno. — Perché mai le corone dell’arte ti mancano? Ma le avrai


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Dell’origine illirica e della italiana un misto era in te che temprasti, Giuseppe, a piacevolezza fra mesta o sdegnosa e scherzevole l’ingegno mio. Tu, ingegno sereno, anima tetra, occhio torbo, labbro arridente: esempio tra tanti, come la facezia sia lampo sovente di nuvola minacciosa. Molto debbo io a te che poco m’amasti. Quando sedevamo alla mensa inornata ma ricca degli eletti doni della terra d’Italia, e sul fiore delle antiche cose e delle moderne volava la parola festevole e snella; o quando con una carrozza guardavamo in Padova i cavalli correnti e gli uomini applaudenti alle bestie; o quando seduti dinanzi a un’osteria di campagna, i raggi cadenti luccicavano nel tuo non avaro bicchiere; o quando a Milano, in vedermi una dolce mattina di primavera entrare nel duomo, tu sclamavi celiando, che questo mio fallo avresti confessato nello scrivere la mia vita, e mi mostravi per tempio la distesa de’ cieli; né tu pensavi né io al torrentello che, non lontano da Trieste, doveva riceverti vivo, e renderti a tua madre cadavere. E tua madre è morta: e nessuno più si ricorda di te se non l’uomo del quale tu sprezzasti in sul primo la fede e le semplici apparenze; del quale poi l’ingegno indovinasti, non l’animo.


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Uno dei più amari desiderii della mia vita viene dal non avere, quant’io potevo, sin da’ primi anni, contemplata la bellezza delle cose, avere di toni fatta siepe alla campagna, ombra al sole. Ma il ronzio delle parole acchiappate ne’ libri non m’assordi in tutto alla modesta favella delle creature mute, maestre grandi di stile. Giovano a questo i viaggi, rinnovando l’aria che il pensiero respira, facendolo co’ paragoni più destro, mostrando l’unità terribile, e l’elegante varietà delle cose. La mente allora dall’osservazione traendo sentimenti, si compiace nella fecondità propria, e osserva quindi con più intento volere. E i templi, i monti, le statue, le nubi, le acque, i visi umani, ogni cenno delle cose e dell’uomo, è loquela. Tra la natura e l’arte scopronsi insperate armonie: e dell’una i diletti con quelli dell’altra s’innalzano e affinano: s’educa il criterio del sentire, il gusto del cuore


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Ha ciascuno stato le gioie sue; tutte di tutti unire, impossibile: e a questo impossibile l’avida anima tende.

L’abitudine ha le sue gioie; ha la novità le sue; questa scuote più forte, quella penetra più profondo. Infelice chi presume godere i beni d’entrambe le vite, cogliere i fiori e gustare le frutta. Io sovente bramai congiungere le dolcezze della quiete e del movimento: ma la nave nella bonaccia non corre, né nella fortuna può il nocchiero sdraiato dormirsene in sulla prua. Allorché siedi a un ruscello che scende per l’erbe novelle, non puoi ritrovarti rannicchiato in gondola nera che voga per la notte serena. Divisi beni io confondo in un desiderio; e quegli che ho, e que’ che mi mancano, sono angustia all’animo dall’agilità soverchia affaticato. Non è veramente il bene nemico del bene; ma le corte braccia dell’uomo non possono abbracciare ogni cosa. Conviene scegliere: e che il cuore insaziato restringa in pochi oggetti la terribile forza sua.

Ma i frutti della quiete insieme e del movimento cogliere in parte si può. Ogni giterella è viaggio, pur che scuota il pensiero. E, fatto l’abito, anco nel luogo medesimo rimanendo, è viaggio ogni passo; viaggi sono le memorie, i colloquii, ogni novello atteggiarsi, innanzi a noi, delle cose.


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Confine turco sopra Knin.

Un assito mal commesso è dunque barriera alla morte? Quel turco ch’io veggo di là grande e bello della persona, e semplice e grave, col fucile a armacollo, e tre coltelle e due pistole in cintola, ha forse la peste; domani forse sarà cadavere nero. Da questa parte salgono il pianoro squallido su brenne e ronzini, portando acquavite e metallo lavorato, e i ciondoli della civiltà: dall’altra scendono l’ignuda montagna, chi lesto a piede; chi lento dietro il passo sonante de’ greggi e degli armenti; chi a tutta corsa in sul cavallo fumante, e non men bello del barbaro cavaliero. Contrattano a cenni, e un cenno al Turco è giuramento: scorre l’acquavite in docciettine di legno: il danaro si purga nell’aceto, i buoi in una vasca. E se la peste non salta il confine, se non distende il suo fiato sulla Dalmazia, l’Italia, l’Europa, ringraziatene... Chi? Il tavolato che la tiene addietro?

Si desina in una baracca. Accanto a un Croato tarpàno, dal viso fegatoso, siede una giovane donna, di grandi forme e belle, di languido candore sparso di lentiggini voluttuose, che, posta giù ogni vergogna, riposa il capo sulle larghe spalle del vecchio, e lo accarezza: ed egli vorrebbe arrossire e contenerla, ma la dolcezza lo vince, e il timore di dispiacere a lei, che addossata all’uomo, rivolge intorno gli sguardi, e par lieta.

Dall’alto di questo colle inameno penso alle ubertose campagne della Bòssina, e alle provincie governate da Milos; e medito i futuri destini di questa parte ignorata del mondo. Poi penso ai monumenti d’Italia: e all’incorrere delle memorie prepotenti si ritirano timide le speranze.


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Non è l’amenità che renda memorabili i luoghi; e né anco i grandi diletti provàtici, o le impressioni gagliarde: ma in un punto di tempo si dà tale una congiuntura d’impressioni di fuori, e di sentimenti dentro, che non ti scuote né ti solletica, ma ti vince. Io vidi, giovanetto, una fonte spicciare modesta mormorando pe’ passi, e non lontano attenderla il mare; e tra il mare e lei l’erba fitta e minata, allegra di bruna verdura; e di qua e di là poderetti posati come su un ciglio, e gli alberi radi, e il sole potente, ma temperato da un ventolino soave; e nell’aria diffuso non so che festa; e l’anima mia senza gioie, ma libera, quasi giovane corpo che tergendosi in chiare acque, si senta più snello. E fu un punto: ma quante imagini fresche e lieve alianti, di là mi vennero nell’alidor della vita; in quanti pensieri forse si rifranse variato quel raggio, e zampillò infaticabile quell’acquicella cortese!


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Io conto tra gli amici di mia gioventù, amici nell’alto senso del vocabolo, quattro preti Uno di loro, dall’adolescenza dell’ingegno e dell’anima mi condusse per mano nella gioventù: primo mi fece sentire la santa, l’intellettuale amicizia. Egli tutta consolazione a me, io molta a lui. Io l’intendevo, egli ascoltava me. Parole d’affetto spiattellate non mi disse mai: né a me pareva essergli amico; tanto lo riverivo. Ma stare un giorno senza vederlo m’era tormento: vederlo due volte in un giorno, beatitudine. Passeggiavamo taciti e soletti, e malinconicamente lieti tra i verdi silenzii sul margine delle quete acque. Una sera (memorabile a me sopra ogni gioia d’amore) sedevamo non lontano dal fiume, guardando al cielo candido e caldo degli ultimi raggi, e ci perdevamo levati in quella pace beata. Quand’egli, dopo lungo silenzio, quasi rispondendo a’ miei pensieri, esclamò: com’è bello questo paese! Parole non di letterato ma di donna, e (pronunziate con voce commossa e sommessa, in quel sereno, dopo quel silenzio) sublimi! Ripensandole, piango.

Egli l’anima mia chiusa e mesta aperse e allegrò. Egli mi fece quel po’ ch’io sono. Egli i suoi avversarci, da cui nulla aveva a sperare, nulla a temere, m’insegnava come farmeli benevoli, pur per amore di me. Poi la mia scapataggine e le faccende sue ci divisero, ci raffreddarono un poco: ma io non ho mai pensato altre cose che affettuose di lui; ed egli nel dirmi addio, pianse. E m’ama. — Caro uomo, sia consolata solata da tutte le consolazioni del cielo la tua vecchiezza.


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Venezia.

Sovente la sera io passeggerò solitario la riva che si stende di faccia a San Cristoforo solitaria, di faccia alla muta ultima abitazione nostra, e vedrò il fumo levarsi dalle fornaci ardenti, vedrò le nubi lente ammontarsi sul mare, e la luna dicontro mostrare appena il vergine raggio, e gli astri radi dispersi per il cielo profondo; udrò il mormorio cupo dell’onde, e la preghiera aerea delle campane, e il canto delle barchette adagio adagio voganti, che vien di lontano: e penserò allora ai sepolti, a’ dimenticati dal mondo. [12]


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Cimitero di Pisa.

La terra che copre quest’ossa di forti guerrieri e di tenere donne, di peccatori e di santi, è terra forse toccata dal piede del più amante e del più puro e del più forte tra gli uomini. Da Gerusalemme la tolsero come tesoro le navi pisane: e bene era degno di splendere su questa polvere il sole d’Italia: ben degno di tal suolo era il tempio dagli artisti tuoi, Pisa, eretto alla morte. Il qual pare una preghiera che innalzino gli spiriti purganti già presso a salire; tanto è lieto in sua pace, e agile delle forme, e libero dalla terra, e aspirante a’ cieli, e pieno di loro armonia. Risparmiate, o venti del mare, le care vite dipinte su queste mura: non si dissolvano, quasi corrose dal verme della morte, queste forme, che cantano la serie de’ secoli, le glorie di Dio e dell’ingegno italiano. Oh potesse in questa polve sacra posar la mia polve!


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L’anima pura di lui penetrava nella torbida mia; e senza parole c’intendevamo. Un giorno, così di lancio, con tenerezza accorata mi disse: durum est tibi contra stimulum calcitrare. E ben lo provai: che al male da me fatto, Iddio mandò sempre, non minacciosa seguace, ma pronta e amorosa ammonitrice, la pena. E il dolore ed il tedio mi furono gemelli all’errore.

Egregio uomo, e quasi colonna di luce sul mio cammino. Seco spirai le vispe aure dell’Adige, e vidi la montagna franata di Marco mostrare, quasi giganti, le moli bianchiccie del capo infranto: seco lungo la Brenta che tacita passa tra i portici angusti e l’umili case dell’antica città solitaria: seco mirai sotto al ponte dell’Ammannato viaggiare tra palazzi il fiume che parea bello all’esule irato, il fiume che menò tanti fiori e tanti cadaveri. Ma egli, il raro uomo, sempre diritto andò l’ardua via, e io misero per che tetri declivii precipitai! Tuttavia non in tutto indegno di lui, che pur m’ama.


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Marsiglia.

Questi sentieri che solcano il piano ignudo, contristano il cuore. Imaginavo questo suolo sì povero, frondeggiante di fitta verdura: e la verdura disposta non in quadri e in triangoli come la geometria de’ ricchi ama, ma in grandi e nuovi disegni architettonici, dalla pianura salenti al poggio, e nel lor giro abbraccianti chiese, case, cascine, villaggi. Se nella fabbrica d’un solo edifizio si segue disegno, perché piantare a caso paesi e città? Perché non istendere ad un’intera provincia l’idea creatrice?


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Tolone.

Il cielo italiano tuttavia, la terra già troppo francese. — Algeri è a Tolone ricchezza, e vergogna a tutta Francia, che fa tra’ barbari sprezzata e abborrevole la sua civiltà. Tante forze sprecate, fatte ministre d’ingiuria! Questi vascelli superbi, che sotto alla tettoia che li cova, paiono agitarsi, e chiedere le vele e lo spirito de’ liberi venti; quest’altri che mostrano appena compaginata la forte ossatura; questi che già suonano delle larghe lastre di rame confitte a’ loro fianchi; e questi che, stracchi dall’edace mareggiare degli oceani, riposano a sdraio, aspettando di nuovo battaglia col mare e con gli uomini; potrebbero da’ fianchi profondi ben altro spargere che la morte. O nuotanti castella, o città pellegrine, possiate innalzare benedetta sulle rive deserte, sull’acque ospitali, l’insegna di pace.


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Ce n’è di modeste nel brio, modeste negli ornamenti dell’ingegno; modeste nelle virtù, nell’affetto e nell’eleganza; ma non son quelle che più dieno nell’occhio, e che più sappiano di Parigi. Le francesi più veramente amabili o nacquero in provincia, o hanno fuor di Parigi condotta parte della vita, o vivono in Parigi raccolte in sé, facendo del pudore recinto alla grazia. Ma siccome l’alito de’ crocchi raggianti, così, e forse più, l’alito della scienza sfiora con la grazia il pudore, se umiltà non la temperi. Quel che sciupa e uomini e donne, ma queste più, è l’esser messe in iscena, il sentirsi dare grande importanza, il vedere altri dipendere da’ vostri cenni, il potere impunemente comandare, disubbidire impunemente. Un’altra malora delle donne ch’hanno nome d’amabili è non aver nulla al mondo da fare di serio. Più l’anima è forte, più l’ozio la corrompe e tormenta.


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Mompellieri.

Sull’alto del passeggio, là dove l’acqua per lungo corso condotta dall’alte doccie, zampilla dolcemente, e dolcemente riposa, trovo seduto un Polacco che sotto questo lieto cielo sospira alle brume natìe.

Guardavo alla croce ritta su una colonna di contro, e dicevo: Ecco dopo tanti schiamazzi, ecco la croce, sbandita già, nelle piazze adesso nonché nelle chiese, guardare dall’alto i re e i deputati e i giornali che passano.


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In Brera a Milano mi si apersero gli occhi al bello dell’arte. Di Raffaello mi stava ne’ pensieri una lieta idea: ma non vorrei essermi per primo abbattuto a un quadro della terza maniera. Primo fu lo Sposalizio, per grazia di Dio. Quella vita potente perché modesta, quell’armoniosa e pensata schiettezza; quella fanciulla che sposandosi ad un vecchio puro, a tutt’altro pensa che a gioie mortali, ed è pur fanciulla mortale; e non ha il vizio delle donne di Raffaello, e delle più tra le donne, il piacere ad altrui; mi tenevano dinanzi al quadro a guardarlo con lungo amore.


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Sotto l’azzurro luminoso de’ cieli, sulla lussureggiante verdura della terra, che danza ne’ poggi, si riposa ne’ piani, si raccoglie pudica nelle valli, pensosa ne’ seni; sentire scolpiti da labbra affettuose, avvalorati dalla virtù d’occhi arguti e di forme parlanti, i suoni soavi d’un’antica e freschissima favella, gli è troppa felicità. E tanta vena di delizie porre di secolo in secolo, quasi fiume di valle in valle, limpido, profondo, quieto, sia che lo sguardo umano l’ammiri, sia che lo vagheggino sole l’alba e la notte, che antiche piante del margine e l’erba novella.

Anch’io pe’ tuoi monti, o dolce terra toscana, anch’io po’ tuoi monti salii, raccogliendo dal popolo canzoni amorose e modi belli, dal suolo imagini, e dal suolo e dagli uomini affetti; e a nuove fantasie aprendo l’anima.


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Montagna di Pistoia.

Bello seguire la via che di poggio in poggio vien dominando i burroni ed i campi; e lasciar sotto sé l’alte cime degli alberi gialleggianti e frementi sotto il vento d’autunno; e vedere listata di sentieretti biancheggianti la valle, che salgono e svoltano e si nascondono nelle gole del monte, e la Lima sotto gli abeti romoreggiare nel basso! Ma poco di tante gioie gustai; poco e tardi: ché a grado a grado penetrò la luce del bello ne’ miei pensieri. Lente si vennero le imagini accumulando: poi quando la materia fu assai, venne allora lo spirito dell’amor tuo, Signore, e levarono in fiamma.

Apritevi, profondità terribili della bellezza, apritevi all’anima mia: ch’io sorbisca le vostre gioie affannose. Deh che il senso e l’orgoglio non ingrossino il velo ch’è posto tra me e te, santa natura. E se il dolore bisogna a più caldamente e più castamente sentirti, venga il dolore. Ogni fiore ch’io colgo, s’imperli delle mie lagrime.


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A Rimini, mi ricordo, non passai che poch’ore; e pur mi ci veggo tuttavia: nella quale imagine Francesca e Dante entrano, credete, ben poco. Di Forlì non conosco altro che la strada dove si fermò la vettura un istante: ma di lì vidi il cielo in sua pace tanto sereno che ancora me ne brillano quietamente i pensieri.

Le bellezze sono nell’anima del riguardante, messevi e commessevi da Dio: le cose di fuori non fanno che destare l’armonia dell’interno strumento. La natura men bella ti rimanda, ti riconduce alla bellissima che già contemplasti, o nella quale, non sentita, posasti come fanciullo dormente tra’ fiori. E allora un’acqua torba che sotto cielo nebbioso non renda il verde fitto della sponda, una riviera acclive ed ignuda, un’isoletta alberata tutta, una proda qua e là ingiardinata dove nella Loira si guardi la rosa del Gange; allora lo scorrere tacito de’ battelli sulle meste acque; e gli alberi delle barche che alla vista si confondono con que’ della riva, e paiono crescere sul medesimo suolo, e le case sparse che dalla spiaggia vanno salendo il dolce pendio; allora un uomo che seduto su un ponte legga, o guati stupido l’acqua che infaticabile va; allora un lume che nella notte trapeli dalle finestre mal commesse di lontana casupola, e poi dispaia; un raggio di sole che vinca la nube e distingua d’ombre vive e di luce la terra, e saluti la campagna assorgente a quel cenno, com’esule fuggitivo saluta la donna amata e amorosa; allora una scossa di pioggia, e il rusignuolo che sull’umide foglie canta un poco e poi tace; ogni atto, ogni ammiccare a te della santa natura, ti riferiscono di vitali saette l’anima consenziente.


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Domare il pensiero sotto questa lingua, m’è noia. E pure può giovarmi, per il paragone, a pensare più schietto e dominare più forte la mia. E anche tu nel francese ti compiacesti, o sereno intelletto e ornato di grazia sublime, o Cristiano, che a me passeggiante nel vestibolo, desti le chiavi della bellezza, ed entrai.


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Narbona

Ho compagno tra gli altri un ingegnere di Tarbes, come la sua bazza diceva: che dopo vent’anni di lavoro s’era guadagnato un assegnamento di seimila franchi, e una moglie mercantessa con franchi dugentomila: e pareva strano al brav’uomo, ch’egli che pur si sentiva quel desso, avesse poc’anzi a essere nulla, e a un tratto, in grazia della moglie, diventare elettore di deputati, e non so che altro. E a proposito delle elezioni, mi raccontava la sorte misera de’ prefetti a’ quali è forza o andarsene, o mentire. All’atto dello eleggere, promesse grandi: un collegio a tale città, a tal comune una fonte, a tal provincia una strada. E gli elettori che fra pochi dì si vedranno burlati, la piglieranno in silenzio, per poi ricadere nel medesimo lacciuolo: razza ricanzonabile in infinito.


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Tolosa.

Lo studio di Tolosa è cosa meschina. Qui almeno la gioventù non tanto quanto a Parigi dissipata né tanto spoliticante. Ma le università dove si spiega la legge, e la non si subordina a principii religiosi e storici, saran sempre misera cosa.

Tolosa è città d’antiche memorie, e di sempre rinfrescatasi civiltà: che meno di tutte quasi le maggiori città della Francia ritrae di Parigi. Serbata forse col tempo ad alti destini.


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Auch.

I tre secoli che dalla metà del sedicesimo vengono alla metà del presente, e forse cencinquant’anni ancora, per infino al dumila (che un diluvio d’acque o di disgrazie o d’idee o di soldati purgherà parte delle mondane miserie) debbon pur fare la trista figura nella storia dell’arte. Guardate quel ch’aggiunsero i begli ingegni moderni alla cattedrale d’Auch, se volete che i pensieri vi stuonino.


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Tarbes.

Rincontro il mio ingegnere che dopo vent’anni rivede i suoi luoghi, e nessuno lo conosce: soggetto di scene serie e giocose. Ma gl’ingegneri non amano la patria loro d’amore cieco. Al vedere un ussero il mio sclamò: "Ils ne manqueront pas des femmes ces gaillards là". "Le vostre donne sono dunque amorose assai?" "Enragées.". Se un Francese avesse raccolto di bocca a un Italiano confessione simile, che trionfo!


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Mentre stavo attendendo la vettura, mi misi a scrivere a una buona settatrice del Fourrier, la qual vuole e spera bandito dalla terra il dolore. Ma il Fourrier non pensò che, cacciato il dolore, due mali rimarrebbero, e la loro atrocità crescerebbe in insopportabili modi: la morte e la noia.


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Bagnères de Bigorre.

Bel paese, brutta razza: gente garbata ne’ modi, ma secca, che specula sui complimenti. E con ogni sorriso vedete spuntare di bocca la domanda di qualche centesimo. I sorrisi, potete ben credere, sono frequenti.


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Se amate la civiltà (e chi non l’ama? chiamiamola civilizzazione alla francese, e l’adoreremo: e mi maraviglio che le dee Ragioni non fossero tante dee Civilizzazioni, che n’erano degne), se amate la civiltà, ne troverete qui la sua parte. Fino un teatro. E io l’ho veduto pieno; e ho sentiti gli applausi patteggiati proprio come a Parigi, e visti i sorrisi delle dee Civilizzazioni, arridenti per abito e per istituto. Gli attori del teatro grande di Bordeaux eran venuti apposta per castigare ridendo i costumi del paese, e recitare le parti create (diceva il cartellone), create (i comici in Francia creano) da loro.


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A Bagnères incominciasi a vedere la vivida, ricca, elegante bellezza dei Pirenei. L’ombre e l’acque congegnate, per guisa che ogni albero, ogni altura, ogni seno, e il gialleggiare de’ campi, e il verde fremente per vento, diresti dalla cura d’un dipintore sovrano composti a bellezza. Con tant’arte di natura, paziente e franca, delicata e possente, vedi curata ogni particolarità; e dalla gentilezza finita risultare il sublime. Ne’ Pirenei senti l’anima di Virgilio.


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Chi della poesia ne sentisse in corpo troppa, vada a un luogo di bagni: discorra un’ora al dì co’ bagnanti: e gli passerà. Dico i bagnanti di proposito. Ma se volete non isperdere al vento quel po’ di fiammolina di poesia che Dio buono vi mise nell’anima, guardatevi da’ bagnanti illustri, dalle signore punto punto corteggiate, e da quella gente sempre ammalata e sempre sana, che non hanno né quaranta né sessant’anni, ma che n’ha trenta insieme, e sessanta, i capelli dubbi, la barba sempre fatta; e le guance colore del burro rancio.


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Campan.

Ora dirò in qual maniera io venga ad essere cugino del signor d’Arabiac. La parentela deriva dall’avere io lasciato a casa l’ombrello. Il signor d’Arabiac è parente delle tre fanciulle dell’albergo, dolci e leggiadre e disgraziate figliuole d’un padre che ganza a Bigorre. La pioggia sovrasta. La mia guida, senza ch’io lo sappia, si pensa di darmi fratello a questo signor d’Arabiac: ma le ragazze sapevano ch’e’ non aveva fratelli. — Dunque cugino. — Credettero: ed ebbi l’ombrello. Non mentii, ma dell’altrui bugia ebbi il profitto: e scampai da un’annaffiata solenne. Non era egli meglio tornare addietro, e dire: "Sappiate ch’io non sono il parente del signor d’Arabiac: ripigliatevi, se volete, l’ombrello"? L’avrei fatto: ma non mi venne al pensiero.

Del resto se le parole più franche non vengono sempre al pensiero, questa è colpa di falli più vecchi: e le colpe che paiono inevitabili, son la peggio delle pene. Fatto è che la guida, che questa volta mentì a servigio mio, altre mentì a disservirmi: e allora mi fece rabbia: ma mi chetai pensando al mio silenzio di prima, complice della menzogna sua.


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Lieta valle Campan: radi gli alberi, e posti nel luogo appunto che più s’avviene all’eleganza del tutto: eleganza accurata, limata quasi. E l’acque correnti consuonano gaiamente alle fronde: e l’Adorno sotto al rustico ponte fugge tra l’ombre spumoso, poi si spande allegro nel sole, come cavallo che all’aspetto de’ luoghi diletti scuote il collo ed accelera il corso. I campi biondeggianti paiono aiuole di giardino: tanto diligentemente li tiene, più felice d’ogni arte, l’amorosa natura: poi s’allargano nella valle, e poggiano per l’erta con soave acclività, e l’uno all’altro conserti: dilettosa armonia di colori e di forme.


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Penetrai curvo col lume entro la grotta che pulita si forma di pure stille. Le nitide colonne vedi, non gocciolanti ma umidite, luccicare dell’acqua che vien giù senza suono. Non mota, non melma, non fradiciume. E dopo stropicciate le mani alla bianca parete e al suolo inuguale, n’esci come se terso nel fiume.


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Le nubi s’addensano, e fasciano il capo de’ monti, ne velano le spalle; si levano come fumo. La pioggia scende sonando. Un pastore m’accompagna, che fa vita lì presso alla sorgente dell’Adorno, e col suo bastone appuntito sdrucciola pe’ declivii, balza pe’ massi come in libero piano. E’ mi domandava d’Algeri: "noi, in quest’angolo del mondo, bramiamo nuove di guerra, amiamo la guerra, e di guerra e d’amore cantiamo canzoni".

Inzuppato d’acque è il terreno, che si raccolgono in ruscelli fuggenti all’Adorno: e ponticelli li accavalciano, che traballano sotto il passo. Dalle rupi rimbalza l’acqua romoreggiante, e battendo alla pietra, spuma, e fuma, e precipita giù; lieta fretta, spedito concento. Dai monti intorno vedi venir le cascate quasi striscie di bianco pendenti e tremule: e sempre nuov’onda, e nuovi sprazzi, e uguale il suono, e infaticabile l’impeto.


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Strana sorte d’un foglio! Ordito su un telaio di Lombardia, merce in un fondaco del Piemonte, vestito indosso a un viaggiatore di Napoli, cencio in un albergo di Romagna, foglio in una cartiera del Pistoiese, scorbiato a Venezia, corretto a Parigi, riletto in Bretagna, copiato in Provenza, ricopiato in Corsica, va a finire stracciato sui Pirenei. Di quant’opre testimone, di che veglie e di che gite compagno, con che pensieri diversi ripreso; quante memorie con lui vanno al vento! Spariscono le memorie, ma i sentimenti rimangono, assonnati, commisti nell’anima con altri diversi od opposti: quasi atomo che nuotante nell’aria, trapassa nella pianta, nell’animale, nell’uomo, e muor con esso più morti e più vite.


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Argelès.

Il mercato distinto di cappucci rossi fiammanti, qual piegato in quadro sul capo, quale scendente fino alle spalle, e raccolto alle gote: e n’escono gli occhi vivi e i visi asciutti e composti e sereni di donne non d’altro sollecite che di comprare e di vendere. Nelle città sei sì stucco di femmine che e ruminano e biascicano l’amore, che trovarne che a questo non pensino, foss’anche in un mercato, refrigera.


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Mercanti che vanno alla fiera di Beaucaire, empiono la vettura: grossa gente, non trista, né cercatrice d’arguzie parigine, ma schietta nella sua semplice e antica giovialità. Sarebbe buono computare quanti tra i negozianti minuti, quanti tra’ ricchi vincano più fortemente le tentazioni del duro mestier loro, avuto riguardo alla proporzione del numero, e alla forza delle tentazioni altresì.

Passando da Saint-Pons mi viene ripensato alla vanità della gloria mondana. Domandai se lì abitasse il signor Lamartine. Si strinsero nelle spalle. Uno, più dotto, rispose che uno di nome consimile c’era, ostiere. Non occorreva che il poeta oratore andasse in oriente a cercare una terra dove il nome suo fosse ignoto. La fama ha più orecchi che penne.


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Mompellieri.

Trovo quattordici lettere che attendono risposta: e chieggono ed offrono consolazioni, dolori, inviti, consigli, teorie, fatti, affetti. - E di qui, dopo quattro mesi di soggiorno, poche memorie e languide porto meco; se non quanto il tempo con l’ombre e la luce delle distanze le avviverà: e più del tempo, i nuovi tedii e i dolori.


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Egli è morto; e, sebbene lungamente sentita, non si preparò alla sua fine. Io, pregato di fargliene cenno, ricusai: memoria di rimorso. Pareva a me non avere nell’animo suo assai potere né d’autorità né d’affetto; e gli vedevo accanto una parente pia, affettuosa, che, come donna e familiare e confortatrice del suo lungo languire, poteva opportunamente tenergli parola di Dio: donna di bontà italiana, e d’assennata semplicità, che nelle chiese di Parigi orava, accorata, orava ardentemente per l’anima del giovane suo nipote consunto. Ma s’ella, non avendo il cuore di dirgliene, pregava me? Se me faceva degno di tanto? Io temetti irritarlo. Ma forse la vista pietosa della zia buona, una parola di lei, il silenzio suo stesso, gli avrà rischiarate le tenebre estreme, e scortatolo a luce.

Facil cosa dire una parola che ad uomo moribondo rammenti l’eternità: non la dissi. Perché a spirito non puro, ogni bene, per leggiero che sia (giusta pena), è difficile. Possa io, in compenso, far consolata di santi pensieri altra morte!


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L’arte del consentire, più che alle gioie, a’ dolori altrui, non è in tutto negata al mio cuore. Ignoto non vissi, se qualch’anima penetrò nella mia: questa è fama.


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Degli umili ed alti, e nel sorriso mestissimi, e facondi, e dal silenzio avvalorati colloquii ch’i’ ebbi, o diletti, in varie terre, in varii tempi, con voi, ricevete le benedizioni dell’anima mia. La gioia quasi stillata che in me infusero le ore con voi discorse, fu tesoro che nei giorni della solitudine mi mantenne ricco e d’imagini commosse e di parole penetranti per l’anima. Voi mi faceste insopportabile il consorzio de’ tiepidi, non già de’ semplici: ché l’accento dell’affetto le più comuni parole impreziosì agli occhi miei, le fece germe di concetti novelli. Voi mi rivelaste le cime del vero, e del mio proprio cuore il tenebroso profondo. Benedizione alla vostra memoria: e se v’offesi, perdono!


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Uno ch’i’ non posso chiamare col nome d’amico, veduto per pochi mesi, e pur memorabile al mio pensiero, m’è dalla morte non tolto ma più avvicinato che mai. Francese, e altero della patria sua, la mia lingua ignorava, conosceva di me più i molti difetti che i pochi pregi; cogl’impeti austeri suoi contrastava di fronte agli affetti raccolti della mia impaziente natura: e ciò non ostante m’amò. Nel pensiero del separarsi da me, pianse lagrime forti, vere lagrime e generose, perché nessuna speranza né vanità le moveva. Io forse in lui appurai la fiamma della fede; egli certo in me ringrandì l’imagine della bellezza: io resi forse l’anima sua più mansueta, egli certo la mia più severa. Mirabili mutamenti che fanno pochi colloquii, pochi atti, nell’anime preparate. Quel che anni di studio e d’esercizio non possono, possono brevi parole commentate dal silenzio meditante. L’edificio di false dottrine penosamente costrutto, crolla, quasi castello incantato, all’impero d’un nobile affetto.

Il grande arcano de’ secoli di mezzo, e le austere altezze del bello cristiano, e la profonda ingenuità delle tradizioni del popolo furono rivelati a me da questo francese architetto. Rammento la gita di due dì fatta seco alle rive dell’Oceano, gita più memorabile di lunghi e chiusi sbadigliati viaggi: rammento il suo correre agile in punta agli scogli ne’ quali veniva quasi ansante ed affaticata ad infrangersi l’onda con altero muggito: rammento il suo sguardo sereno che dalle bellezze severe attingeva la gioia; rammento i colloquii alternati su quelle sdrucciolevoli punte precipitose, sulle quali il piè danza con la morte: rammento la nebbia piovosa che dilatata alle ampie foci della Loira faceva più mesta la solitudine delle sue acque morenti ne’ flutti; e per la nebbia il suono delle campane che annunziavano la preghiera, altro fiume mettente in altro oceano immenso: rammento dopo la pioggia ruinante, i colloquii di quieta ilarità, pieni delle antiche memorie, e delle future speranze, e dell’arte e di Dio. Ne’ quali pur tuttavia sobbollivano e sdegni e orgogli. Ma gli sdegni e gli orgogli un nuovo affetto quietò. Egli credette in intero, e morì. Morì domenicano in Italia, sconosciuto.

Di tante prepotenti speranze che il giovane animoso schierava d’intorno a sé quasi esercito armato, di tanti sdegni baldanzosi contro l’inerzia altrui, e contro l’operosità languida o trista, di tanta fede in se stesso e nelle dottrine degli amici suoi, non resta che l’elegante disegno ineseguito d’un tempio, e una tonaca bianca intorno a un cadavere. Pensare allorché, accanto al lieto foco della mia cameretta egli assegnava all’umanità i suoi destini, come l’Eterno i suoi limiti al mare; chi gli avrebbe detto che fra men di quattr’anni quel dito imperioso infradicerebbe in terra italiana; che le squille d’Italia suonerebbero preghiera per l’anima sua; e che alla lingua d’Italia aveva ad essere affidata forse l’unica memoria che di lui rimarrebbe nel mondo! Oh anima non invano ardente, se della tua fiamma qualche scintilla sopravvive alla tua parola, muta senz’eco per sempre; ricevi le benedizioni estreme d’un infelice che invidia al letto non imprecato de’ tuoi santi riposi.

Che avrebb’egli fatto nel mondo? Nell’ore dell’agonia e’ si riconosceva atto a nulla, e la morte sentiva un dono. Atto a nulla, perché di molto capace, di troppo voglioso. I suoi desiderii magnanimi si sarebbero infranti agli ostacoli della vita, infranti in ischiuma. Meglio guardare dall’alto l’umana tempesta, e pregare pe’ naufraghi l’onda meno vorace, meno inospito il lido.


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Note

  1. Il diario di Giovanni fu corredato di qualche aggiunta nella seconda edizione di Fede e Bellezza (Venezia, 1840), ma presenta pressoché triplicato nell'ultima edizione (Milano, 1852). Il numero tra parentesi indica la posizione del passo nella numerazione progressiva del diario della prima edizione. Sono riprodotti solo i passi aggiunti ex-novo: segnando coi due soli numeri, non seguiti da testo, i passi esistenti nella prima e nell'ultima edizione.
  2. Nel romanzo, parte quinta.
  3. Nel romanzo, libro quinto.
  4. Nel romanzo, libro terzo.
  5. Nel romanzo, libro quinto.
  6. Nel romanzo, libro terzo.
  7. Nel romanzo, libro quinto.
  8. Nel romanzo, libro quarto.
  9. Nel romanzo, libro terzo.
  10. Nel romanzo, libro quinto.