Federconsorzi: storia di un'onta nazionale/I/3

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Battaglia del grano e consorzi agrari

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Durante il Ventennio consorzi agrari e Federazione perdono l'autonomia per trasformarsi in apparato parastatale. Il Regime ne modifica la strategia. Da strumento di contrattazione il contesto diventa strumento annonario. Tra i gerarchi che si alternano alla guida della compagine spicca Carlo Pareschi


Se colpisce la rapidità con cui, retta da un manipolo di uomini dotati di lungimiranza e ascendente, la Federazione consegue, in un volgere rapidissimo di anni, le più lusinghiere mete commerciali, non produce stupore minore la constatazione del travaglio senza fine che l'organismo conosce appena il Fascismo sostituisce a quegli uomini nuovi comandanti.


I fasti e il travaglio

La prima manifestazione di quel travaglio è la girandola di commissari, presidenti e direttori a vario titolo, generali e centrali, che si succedono alla guida dell'ente: nell'arco dei primi venticinque anni presidenza e direzione generale sono state appannaggio di soli quattro uomini, che hanno condotto, senza soluzione di continuità, la strategia più coerente; nei sedici anni successivi alle due cariche, e a quella di commissario, che sostituisce, ad intermittenza, la prima, si alterna una dozzina di gerarchi e centurioni, pochi tra i quali conservano il ruolo per tempi sufficienti a conseguire la piena padronanza dell'organismo.

Il secondo segno del travaglio sono le difficoltà di bilancio che l'intero sistema registra, con acutezza crescente, al moltiplicarsi degli effetti della Depressione. Dal 1930 il numero dei consorzi che chiedono il supporto finanziario della Federazione si moltiplica in crescendo inarrestabile, fino a quando, nel 1932, il Governo risponde alle invocazioni creando l'Ente finanziario dei consorzi agrari, lo strumento con cui affida alle casse di risparmio il salvataggio di una compagine che nel quadro totalitario, che presto si trasformerà in contesto prebellico, assolve alla funzione fondamentale di macchina frumentaria.

Alla ricerca, nella successione di commissari e presidenti, degli uomini cui attribuire la paternità della metamorfosi, non appaga gli interrogativi il volume con cui nel 1987 ha rievocato la parabola del sistema consortile Renato De Marzi, Grano e potere, che propone il profilo più eloquente di Edoardo Bassi, anima agronomica della Federazione, in cui è difficile scorgere uno degli artefici dei suoi destini politici. Al profilo rassicurante di Bassi De Marzi aggiunge qualche nota di vibrante apologia su Carlo Pareschi, uno degli uomini che delle vicende della Federconsorzi furono arbitri autentici, il cui ruolo impone, peraltro, un esame alquanto più articolato e più critico.


Due gerarchi ferraresi

Se Pareschi emerge dalla girandola di commissari e direttori, il primo titolo che ne impone la menzione deriva dal mandato cui assolve, nel 1927, come vicecommissario: assicurare il controllo dell'organismo, appena sottratto agli amministratori liberali, esautorati per decreto, alla Confederazione fascista degli agricoltori, di cui Pareschi è segretario generale. Il secondo è costituito dalle riorganizzazione del sistema consortile durante la lunga permanenza nel ruolo di direttore generale. Il terzo titolo storico di Pareschi è la legge con cui, assurto alla responsabilità di ministro dell'agricoltura, riforma l'ordinamento dei consorzi agrari stabilito, nella cornice delle istituzioni corporative, dal predecessore, Edmondo Rossoni, con Pareschi coprotagonista della vicenda federconsortile nell'età dei labari e dei gagliardetti.

Giuseppe Medici ricordava come circostanza singolare la contesa che oppone due uomini tanto simili, sottolineava, e tanto lontani: figli della stessa terra, sono dotati di eguale, focosa intraprendenza, che nelle opzioni rispettive assume i connotati della diversa educazione, quella della borghesia terriera per Pareschi, quella sindacalista per Rossoni. Quanto il primo è tutore degli interessi dei ceti possidenti, tanto il secondo è alfiere del sindacalismo populista che del Fascismo costituisce l'anima contrapposta. Se è verace il ritratto di Mussolini tracciato, nella biografia famosa, da Denis Mack Smith, che nel dittatore italico addita il teatrante indefessamente impegnato a cambiare ruolo e parte, non v'è dubbio che Pareschi e Rossoni sono i comprimari delle recite destinate a platee di matrice e di gusti radicalmente diversi.

Non senza il suffragio di qualche indizio seducente, De Marzi addita in Rossoni il fautore della filosofia totalitaria che vuole l'apparato consortile, Federazione e consorzi provinciali, strumento funzionale dello Stato, in Pareschi il difensore dell'autonomia di un'organizzazione creata dagli agricoltori per tutelare, autonomamente, i propri interessi. Per sottolineare la divaricazione l'antico funzionario federconsortile esalta il fossato che separerebbe l'"ente morale" in cui converte la Federconsorzi la legge di Rossoni, e la "persona giuridica" in cui la trasforma, successivamente, la legge di Pareschi. La distinzione appare verbale: è' difficile non riconoscere una coerenza alquanto più solida alla lettura proposta, nel saggio ricordato, da Angelo Ventura, che addita nella trasformazione dell'apparato consortile, alla data del decreto che estromette Morandi associazione di libere cooperative, in entità parastatale, un processo continuo, conseguenza necessaria, al di là delle propensioni dei protagonisti, del trionfo di un regime proteso a soggiogare ogni attività economica al proprio disegno totalitario.

La grande svolta nella vita della Federconsorzi sarebbe stata, suggerisce Ventura, la conquista autoritaria: la definizione del volto nuovo dell'organismo nel quadro totalitario sarebbe stata questione rilevante solo per i teorici della dottrina corporativa. Prova l'esattezza del giudizio l'argomentazione con cui il figlio dello stesso Pareschi, Giancarlo, ha riassunto, in una brillante tesi di laurea, le sottili ragioni con cui dottrina e giurisprudenza hanno tentato di individuare, con risultati sempre incerti, la scriminante tra le due discipline. La conferma la considerazione delle vicende della Federconsorzi dopo il ripristino delle libertà politiche, quindi di quella di associazione economica: comunque si affronti l'esame di quelle vicende, non è possibile sottostimare il problema del ripristino dei connotati associativi in quanto condizione della vitalità dell'organizzazione, il problema la cui mancata soluzione dell'organizzazione segnerà il destino.


La battaglia del grano

Durante la Grande Guerra la Federconsorzi ha assicurato al Paese l'unico apparato frumentario in grado di conservare nel tempo e di trasferire nello spazio le scorte che le contingenze belliche impongono di dosare per soddisfare i bisogni essenziali, civili e militari, alle latitudini diverse della Penisola. Tutti i governi dell'antichità hanno disposto, si può ricordare, di granai pubblici, la cui gestione ha costituito preoccupazione preminente dei Cesari, cura assidua delle consulte comunali, degli ufficiali delle signorie, dei ministri delle monarchie. Non dispone di un apparato annonario, invece, lo Stato ottocentesco, creatura di quella dottrina liberale che nel corso del Settecento ha lanciato la prima grande sfida combattendo e remore controlli al libero commercio dei grani.

Nei frangenti di una guerra che ricalca, ingigantite le proporzioni, un grande assedio medievale, il grano ha riacquistato il ruolo di condizione cardinale della vita collettiva, di cui i governi si sono impegnati a regolare l'uso servendosi degli strumenti di cui abbiano potuto disporre. L'Italia in guerra ha identificato l'apparato più idoneo ad applicare una politica delle scorte nella Federconsorzi di Morandi, e della Federconsorzi di Morandi si è avvalsa.

Dopo l'insediamento di un gerarca al vertice, di esecutori obbedienti ai federali alla testa dei consorzi provinciali, l'apparato granario di cui hanno collaudato l'efficienza le impellenze della guerra è lo strumento naturale per la grande battaglia che il Regime affronta, in coerenza ai propositi bellicosi, sui campi della Penisola, la battaglia per l'autonomia frumentaria. Se ripugnava ai governi liberali farsi negozianti e mugnai, la gestione dei granai nazionali è, invece, aspirazione coessenziale a un regime che vuole ricalcare le glorie dei Cesari, solerti dispensatori di frumento alla plebe osannante.

Coltura chiave nel quadro di un'economia, quale quella italiana, ancora preindustriale, non è solo in termini di gestione delle scorte che il frumento è stato al centro dell'azione della Federconsorzi, la cui prima attività, il commercio dei fertilizzanti, si è imperniata sul perfosfato, in quantità preminente destinato ai campi di grano, il cui secondo impegno, quello sul terreno della meccanizzazione, si è sviluppato sul perno delle mietitrici e delle trebbiatrici, la cui attività sementiera ha corrisposto agli acquisti collettivi di grano da seme delle prime razze selezionate, prima tra tutte il Gentilrosso.

Se il vistoso aumento della produzione di frumento, che tra il triennio 1921/23 e il triennio 1939-41 passa da 5,0 a 7,3 milioni di tonnellate, costituisce l'unico successo della politica agraria del Regime, quel successo è, in grandissima parte, successo della Federconsorzi, che all'incremento della produzione di grano assicura il supporto della capillare distribuzione di concimi e di sementi, della più vasta rete di assistenza tecnica per l'impiego delle macchine, del sistema di ammasso che del raccolto garantisce la conservazione liberando gli agricoltori delle coazioni che indurrebbero, per carenza di ricoveri o per necessità di contante, a vendere ai prezzi avviliti delle settimane del raccolto.

L'apparato di magazzini di cui la Federconsorzi si dota durante il Ventennio è il frutto, si deve annotare, delle singolari doti organizzative e dell'ascendente umano di Carlo Pareschi, che si avvale del capitolato stabilito col Governo per la gestione dell'ammasso per ottenere dalle banche i crediti necessari a realizzare l'imponente maglia di granai.

I critici imputeranno alla monolateralità dello sforzo frumentario il mancato decollo, in Italia, di una zootecnia moderna, il segno di distinzione dell'agricoltura dei paesi evoluti: al di là del giudizio complessivo cercando di discernere quanto, nella "battaglia del grano", sia stato successo effimero e quanto sia stato più duratura conquista agronomica, non v'è dubbio che vanta il secondo titolo la diffusione realizzata, in un contesto agricolo polverizzato e arretrato, delle sementi selezionate, quei grani che, frutto delle ibridazioni di Nazareno Strampelli, ebbero nell'apparato di promozione, vendita e assistenza tecnica diretto da Edoardo Bassi il fulcro del successo. Come deve reputarsi espressione di autentico progresso agronomico la diffusione delle concimazioni azotate, che agronomi valenti, ricordiamo Dante Gibertini e Alfonso Draghetti, convinsero gli agricoltori a praticare sfruttando l'emulazione alimentata dai concorsi promossi dai capitani della "battaglia".


Esportare ortofrutta

Se sul terreno granario la Federconsorzi fascista non ci propone, peraltro, che la brutta copia della creatura di un manipolo di coraggiosi spiriti liberali, v'è una sfera operativa in cui la dirigenza in camicia nera assume, con coraggio, l'iniziativa, spingendosi su un terreno sul quale Raineri era stato titubante a cimentarsi, ricordando a chi denunciava l'assenza di impegno le alee da affrontare. Il terreno nuovo è quello delle vendite collettive dei prodotti agricoli, al primo posto quegli ortofrutticoli nella cui produzione l'Italia vanta antichi primati, all'alba del secolo oggetto di un flusso di esportazioni consistenti, che i responsabili della politica agraria vorrebbero ampliare, siccome fonte delle uniche entrate valutarie possibili ad un'agricoltura che nelle produzioni cerealicole e zootecniche non è in grado di sfamare l'appetito del Paese, che in quelle ortofrutticole gode di condizioni privilegiate rispetto a tutti i paesi europei, condizioni che appare improvvido non trasformare in fonte di valuta.

Verificata la disponibilità di alcuni solidi consorzi dell'Emilia Romagna, la decisione si traduce nella creazione della Fedexport, un organismo al cui decollo vengono dedicate cure ed energie, che conseguirà successi non privi di rilievo, che sopravviverà faticosamente, dopo la guerra, a causa del vizio di origine, la mancanza, tra i conferenti, di autentico spirito cooperativistico, la peculiarità che ne farà il parafulmine di ogni crisi mercantile, sulle piazze ortofrutticole evento non infrequente, che le impedirà di recuperare nelle congiunture favorevoli, quando i conferenti saranno pronti a cedere il prodotto agli esportatori concorrenti, le perdite di quelle sfavorevoli.

Convertendola nello strumento della propria politica granaria il Fascismo ha fatto della Federconsorzi organismo agrario a propria immagine e somiglianza, coerente a un regime la cui ispirazione bellicosa porta, inevitabilmente, allo scontro militare, quello scontro durante il quale l'organismo assolve ancora ai compiti frumentari risultandone trasformata in apparato a preminenti finalità annonarie. Nato come compagine di cooperative autonome operanti per l'approvvigionamento di soci liberi di usufruire dei suoi servizi, altrettanto liberi di acquistare da altri, il contesto consortile uscirà dalla guerra rimodellato nello strumento di una politica annonaria coattiva, la peculiarità che caratterizzerà l'apparato che i primi ministri repubblicani si proporranno di riformare per restituirgli la fisionomia originaria. Saranno propositi perseguiti con energia decrescente: l'esito dell'impegno segnerà il corso della parabola dell'organismo nato a Piacenza l'anno 1892.


Terra e vita n.10, 6 marzo 1993