Fermo e Lucia/Tomo Primo/Cap VII

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Tomo Primo - Capitolo Settimo
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Il Padre Cristoforo arrivava nell’attitudine d’un buon generale, il quale, perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non iscorato, soprappensiero, ma non istordito, a corsa e non in fuga, si porta ove il bisogno lo chiede, a premunire i luoghi che potrebbero esser minacciati, a dare ordini, disposizioni, avvertimenti.

«La pace sia con voi», diss’egli, entrando, tutto ansante, ma con voce ferma. «Non v’è nulla a sperare dall’uomo: tanto più bisogna confidare in Dio». Benché nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del Padre Cristoforo, giacché il vedere un potente recedere da una soperchieria per preghiera e senza esser sopraffatto da una forza superiore era cosa più inaudita che rara, nullameno la trista certezza fu un colpo per tutti.

Ma Fermo ne prese più sdegno che accoramento. Le ripulse replicate di Lucia, i suoi disegni così ben meditati, e le sue speranze al vento, il non saper più come uscire per altra via d’impaccio, un lungo diverbio, avevano cresciuta e riscaldata la stizza che egli covava già da due giorni: l’amore, però, e il rispetto che Lucia gli ispirava anche rifiutando ciò ch’egli bramava sopra ogni cosa, avevan temperata questa stizza, e impedito ch’ella non iscoppiasse in escandescenza. Ma quando a quella passione compressa si presentò un oggetto odioso per ogni parte, quello che ne era l’oggetto principale, la passione non ebbe più freno.

«Vorrei sapere», gridò Fermo colla bava alla bocca e come non aveva mai gridato in presenza del Padre Cristoforo, «vorrei sapere che ragione ha detto quel cane, per sostenere che Lucia non ha da esser mia moglie».

«Povero Fermo!» rispose il Padre, con un accento di pietà e d’amorevolezza. «Sai tu che se alcuno potesse costringere quei signori a dire le loro ragioni, le cose non andrebbero a questo modo».

«Dunque ha detto il cane che egli non vuole, perché non vuole?»

«Non ha detto nemmen questo. Piacesse a Dio che per commettere l’iniquità gli uomini fossero costretti di confessarla apertamente; l’iniquità trionferebbe meno sulla terra».

«Ma che parole ha dette quel tizzone d’inferno?»

«Io le ho intese, Fermo, e non te le saprei ripetere. Dimmi, se tu dopo un lungo giro uscissi da un sentiero intricato, pieno di oscurità e di spini, sapresti tu descrivere la via che hai percorsa? noverare i tuoi passi, segnare le giravolte e gl’inciampi? Povero Fermo! Le parole della iniquità potente sono come il lampo che abbaglia e fa terrore, e non lascia vestigio. Essa può minacciarti di vendetta perché tu abbi sospetto di lei, e nello stesso tempo farti intendere che il tuo sospetto è certezza: può dirti: guai a te se non mi comprendi, guai a te se mostri di comprendermi: può insultare, e mostrarsi offesa, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere impudente e irreprensibile. Non cercar più altro. Colui non ha proferito il nome di questa innocente, né il tuo, non ha mostrato di sapere che voi viviate, non ha detto di voler nulla; ma... pur troppo quello che voi mi avete rivelato, quello che io non avrei voluto credere, è vero. Mah! confidenza in Dio come v’ho detto: questa è l’ora dell’uomo, ma va passando. Voi, poverette, non vi perdete d’animo, e tu, mio Fermo... oh! credi ch’io so pormi ne’ tuoi panni, ch’io sento quello che passa nel tuo cuore... ma abbi pazienza: io so che questa parola è amara: ma è la sola che ti possa dire un uomo che non sia tuo nemico. Dio stesso, che è onnipotente, non te ne vuol dir altra, per ora. Io parto, e vi lascio nelle mani di Dio... Oh il sole è caduto e arriverò tardi: ma poco importa. Fatevi animo: Dio mi ha già dato un segno di volervi ajutare. Domani non ci vedremo: io rimango al convento; ma per voi. Mandate, Lucia, un garzoncello fidato, che giri vicino al convento, alla Chiesa, e pel quale io possa farvi sapere quello che occorrerà: io sarò avvertito, e vi farò avvertite: avremo dei mezzi che colui non sospetta, che finora non conosco nemmeno io: in Milano ho qualche protezione, e la vedremo. Sento una voce che mi dice che tutto finirà presto e bene. Fede, coraggio, e buona sera». Detto questo s’avviava frettolosamente, quando udì Fermo dire, mormorare con voce contenuta dal rispetto, e velata dalla collera, ma intelligibilmente: «la finirò io». La faccia e l’atteggiamento di Fermo non lasciava dubbio sul senso di queste parole.

«Misericordia!» sclamò Agnese. Lucia si volse supplichevolmente al Padre Cristoforo, come se volesse dire: — ammansatelo —.

«Tu la finirai!» disse rivolgendosi il Padre Cristoforo, ed appostandosi sulla porta: «no Fermo, tu non sei da tanto: non tocca a te. Dio solo può finirla, e guai a te se tu ardisci di prevenire il suo giudizio».

«Nasca quel che può nascere, ad ogni modo la voglio finire. Sì la voglio finire. È di carne finalmente lo scellerato».

«Fermo, in nome di Dio», disse Lucia.

«Dio! Dio!» disse Agnese. «Voi perdete la testa: non sapete quante braccia egli ha ai suoi comandi? e quand’anche... oh misericordia! contra i poveri c’è sempre la giustizia».

«Non gli parlate di questo», interruppe il Padre: «egli non se ne cura. Ascoltami Fermo: voglio che tu mi ascolti. Io ti leggo in cuore: io so che il tuo pericolo non ti fa terrore; so che in questo momento l’idea della morte non ti spaventa né per gli altri né per te. Ma ascolta. Tu eri nella gioja e nella speranza; un uomo ti si è parato sulla via, e ti ha gettato nella angoscia e nella miseria: tu credi che tolto di mezzo quest’uomo, ti ritroverai al posto dove tu eri prima d’incontrarlo. Povero ingannato! la tua via è cangiata, ti è forza intraprenderne un’altra: guai a te se ti poni in quella dell’omicidio. Poni che tutto ti riesca a tuo grado: ebbene! che avrai tu fatto? l’odio è dolce ora al tuo cuore: ma sai tu... sai...» e così dicendo prese la mano di Fermo e la strinse a segno di dargli dolore... «sai tu come si volge il cuore dell’uomo che ha versato il sangue? Ve n’ha che rimangono quelli di prima; ma tu non sei uno di loro: guai a te! son reprobi. Io ho perduto degli amici cari, ben cari... ma se Dio mi concedesse di poter far rivivere un uomo, credi tu ch’io sceglierei uno di essi? Quegli ch’io vorrei poter risuscitare col mio sangue è un uomo a cui io non aveva mai fatto il torto più leggiero, e che mi ha insultato. Poni che tutto ti riesca, poni che non vi sia giustizia, che tu sposi tranquillamente... che la colomba si unisca allo sparviero. Ma sarai tu Fermo? avrai sposato Lucia? Tu non sarai Fermo, te lo dico io: tu non penserai come ora: in ogni tuo pensiero, per quanto importante egli sia per essere, per quanto lieto, oltre quello che ci sarebbe per tutti, per te ci sarà sempre un morto di più. Avrai tu figli? Guardati dal trovarti in casa quando questa sfortunata farà loro ripetere i comandamenti di Dio, e dirà loro: non fare omicidio. Potrai tu ricordare con tua moglie, le speranze e le traversie che hanno preceduto il tuo matrimonio: potrete voi dire una volta: ma Dio ci ha ajutati? Quand’ella si sveglierà al tuo fianco, penserà tremando che è coricata con uno che ha ucciso; e quando la collera più leggera, un primo moto d’impazienza apparirà sul tuo volto; ella crederà di scorgervi le prime tracce dell’omicidio. No Fermo; vedi: è notte; io già son colpevole di avere indugiato a tornare al convento; ma io non mi parto di qui se tu non mi giuri in faccia a quella Vergine» (e accennò una immagine attaccata al muro della stanza) «di aver deposto ogni pensiero di vendetta».

«Io per lei ho tutta la stima, ma colui...»

«Ti parlo io per me? Che hai tu a perdonarmi? A colui, sì a colui tu devi perdonare. Io te l’ho detto, e tu non hai più scusa: la maledizione del cielo cadrebbe sopra di te. Tu sei giovane e più robusto di me, ma se tu non vuoi gettare a terra un vecchio che non ti ha fatto mai del male, tu non uscirai di qui prima d’aver fatto quel giuramento».

Fermo esitava; Agnese stava attonita ed in aspettazione colla bocca aperta. «Ebbene Fermo» disse Lucia, come costretta, ed in modo che il Padre non intendesse tutto il senso delle sue parole: «fate quel che vi dice quest’uomo del Signore, ed io vi prometto che io farò tutto quello che si potrà, tutto quello che vorrete perch’io possa esser vostra moglie».

«Lo giuro», disse Fermo.

«Chiama in testimonio quella Vergine», disse il Padre Cristoforo, «che tu non attenterai alla vita del tuo nemico, che tu farai tutto per evitarlo».

«Così la Vergine non mi abbandoni», disse Fermo, commosso, ma risoluto.

«E non ti abbandonerà»; rispose il Padre gettandogli le braccia al collo. «Addio: ricordatevi del garzoncello. Dio sia con voi».

Lucia lo salutò piangendo.

«Padre, padre», gridò Agnese, trattenendolo, «quanto sono mortificata che in grazia nostra Ella torni così tardi al convento». Il Padre Cristoforo pensò che il miglior modo di corrispondere a questo complimento era di non perder tempo in altre parole, e partì.

«Me lo avete promesso», disse Fermo a Lucia.

«Ve l’ho promesso e lo manterrò»: rispose Lucia colle lagrime agli occhi, «ma vedete, come me lo avete fatto promettere. Dio non voglia...»

«Perché volete farmi un tristo augurio, Lucia? Dio sa che non facciamo torto a nessuno».

Agnese voleva riparlare della spedizione, e pigliare i concerti, ma Lucia pregò che tutto si rimettesse all’indomani, e Fermo partì agitato lasciando le donne più agitate di lui.

Intanto il Padre Cristoforo, benché fiaccato e frollo delle corse, dei disagi, delle inquietudini, e delle parlate di quel giorno, aveva presa correndo la via per giungere al più presto al convento; e andava saltelloni giù per quel viottolo sassoso torto, e reso ancor più difficile dalla oscurità; andava il povero frate, parte ruminando gli accidenti della giornata, e quello che poteva soprastare, parte pensando all’accoglienza che riceverebbe al convento giungendovi a notte già fitta. Vi giunse pur finalmente, mezzo sconquassato, e toccò modestamente il campanello, aspettando quel che Dio fosse per mandare. Il frate portinajo aperse, e accolse il nostro figliuol prodigo con quel maladetto misto di sussiego, di soddisfazione, di clemenza, di commiserazione e di mistero, che gli uomini (tranne l’uno per milione) mostrano sempre in faccia di colui che per qualche suo fallo o anche per qualche sventura sembra loro stare in cattivi panni. «Il Padre Guardiano le vuol parlare», disse costui al nostro amico, il quale seguì la sua scorta pei lunghi corridoj e per le scale, rassegnato a toccare una buona gridata e in angustia di ricevere una penitenza la quale gl’impedisse di potere all’indomani trovarsi col servo di Don Rodrigo e fare per gl’innocenti suoi protetti ciò che il caso avesse richiesto.

Giunto alla cella del guardiano, bussò sommessamente, e vista la faccia seria del guardiano, si pose le mani al petto, curvò la persona, chinò la testa sul petto e disse: «Padre son balordo». Era questa, chi nol sapesse, la formola usata dai cappuccini per confessarsi in colpa al loro superiore. Bisogna sapere che il guardiano era contento in fondo del cuore che il Padre Cristoforo avesse commesso un mancamento. Un lettore di otto anni potrebbe qui domandare, perché faceva il volto serio, se era contento; e gli si risponderebbe, che appunto era contento perché il Padre Cristoforo gli aveva dato il diritto di fargli il volto serio. La condotta del nostro amico era tanto irreprensibile che il guardiano non aveva mai avuto occasione di far uso sopra lui della sua autorità, voglio dire della autorità di riprendere e di punire, e alla prima occasione che ne aveva, gli pareva di esser daddovero il padre guardiano. In oltre il Padre Cristoforo, senza fare il dottore, senza disputare, dava però a divedere chiaramente di non approvare alcuni tratti della condotta e della politica dei suoi confratelli e del suo capo, e più d’una volta aveva ricusato di operare di concerto con gli altri; biasimandoli così indirettamente, ma chiaramente: dal che veniva che i frati e il guardiano avevano per lui più rispetto che amore. E il rispetto veniva in parte anche dalla fama di santo che il padre Cristoforo aveva al di fuori; e che apportava al convento onore e limosine. Non è quindi da stupirsi se il guardiano si dilettasse nel vedersi davanti balordo quel padre Cristoforo, e gustasse a lenti sorsi l’umiliazione di lui, e il sentimento della propria autorità.

«È questa l’ora», diss’egli gravemente, «di ritornare al convento?»

«Padre, confesso che dovrei esser rientrato da molto tempo».

«E perché vi siete dunque tanto indugiato? perché avete violata una regola che conoscete così bene?»

«Fui trattenuto da un’opera di misericordia».

Il guardiano sapeva che il reo era incapace di mentire; e vide tosto che se avesse voluto andar più ricercando, avrebbe facilmente fatto rivelare al padre Cristoforo cose che tornerebbero in suo onore: onde gli parve meglio fargli una ammonizione generale sul fallo di cui si era riconosciuto colpevole. Gli disse che preporre le opere volontarie di misericordia all’obbedienza era segno di orgoglio, e di amore alla propria volontà: che non era bene quel bene che non è fatto secondo le regole: che bisogna prima fare il dovere, e poi attendere alle opere di surerogazione; e altre cose di questo genere. Aggiunse poi che egli, padre Cristoforo balordo, doveva conoscere di quanta importanza fosse la regola da lui infranta, e per la disciplina, e per evitare ogni scandalo; ma che per l’età sua, e per esser questo il primo suo fallo contro la regola, e perché si teneva certo che non v’era altro che la violazione della regola, si contentava per questa volta ch’egli prima di coricarsi recitasse un miserere colle braccia alzate; e così lo congedò, e si gittò sul duro suo pagliaccio; più soddisfatto però che se si fosse posto sul letto il più delicato: poiché non è da dire quanta consolazione si senta nel far fare agli altri il loro dovere, e nel riprenderli quando se ne allontanano.

Questa fu la mercede che il nostro padre Cristoforo ebbe della sua giornata spesa come abbiam detto. Tristo chi ne aspetta altre in questo mondo. Egli recitò il suo buon miserere, e lo concluse dicendo: «Dio, fate misericordia a me, e a quel poveretto che io... toccate il cuore di Don Rodrigo, tenete la mano in testa al povero Fermo, salvate Lucia, e benedite il Padre guardiano. Abbiate pietà dei peccatori, dei penitenti, dei giusti, dei fedeli, e degli infedeli, degli oppressi e degli oppressori, dei cappuccini, dei zoccolanti, e di tutti i regolari, di tutti gli ecclesiastici e di tutti i laici, dei popoli e dei principi, dei carcerati, dei giudici, dei banditi, dei ladri, dei birri, delle vedove, dei pupilli, dei bravi, dei zingari, degli indemoniati, dei vivi, e dei morti. Così sia». Quindi si gettò anch’egli sul suo canile, dove lo lasceremo dormire; che ne ha bisogno.

Ma i nostri tre altri personaggi passarono la notte come sono tutte le notti che precedono una giornata destinata ad una impresa scabrosa e di incerto esito. Agnese appena levata cominciò a spiegare a Lucia tutte le parti del disegno, ad istruirla a puntino sul da farsi e da evitarsi in ogni operazione, e a combattere di nuovo le obbiezioni che Lucia aveva fatte nel giorno antecedente. Ma Lucia ascoltò le istruzioni, promise di eseguirle, e non oppose più nulla. Data la sua promessa, ella stimava inutile ogni parola che tornasse a mettere in questione ciò ch’era stabilito: e non è senza ragione che noi amiamo Lucia come cosa rara non dirò nel suo sesso, ma nella specie.

Del resto non è ben chiaro se nella rassegnazione di Lucia non entrasse anche un po’ il pensiero ch’ella sarebbe stata di Fermo, e se, giacché l’iniquità degli uomini aveva voluto che questa si facesse come per forza, ella non era un po’ contenta che forza le si facesse. La poveretta ad ogni modo era abbattuta, piena d’incertezza, d’angoscia, e di tristi presentimenti: in quella agitazione insomma in cui pone una grande aspettazione, e che è più dolorosa che la prostrazione che nasce dopo la sventura.

Fermo non fu tardo a lasciarsi vedere, e concertò colle donne l’operazioni della giornata, prevedendo ogni contrattempo, parando ogni ostacolo, e ricominciando ad ogni tratto a descrivere la faccenda come si racconterebbe una cosa fatta. Appena partito Fermo, Agnese andò nella casa vicina a cercare un garzoncello suo nipote, chiedendolo ai parenti per quel giorno per fare un servizio. Quando l’ebbe ottenuto, lo introdusse nella sua cucina, gli diede da colazione, e gl’impose che ne andasse a Pescarenico, e si stesse un po’ in Chiesa, un po’ sulla piazza del convento, ma sempre in vicinanza, aspettando che il Padre Cristoforo lo venisse a chiamare. «Il Padre Cristoforo, quel bel vecchio: tu sai: colla barba bianca: quel che chiamano il santo...»

«Ho capito», disse Menico: «quel che accarezza sempre i ragazzi, e che dà spesso qualche immagine».

«Appunto Menico: tu lo aspetterai, come t’ho detto: ma non ti sviare, ve’: bada di non andare cogli altri ragazzi al lago a far saltellare i ciottolini nell’acqua, né a veder pescare, né a giuocare colle reti appese al muro ad asciugare, né...»

«No no, medina mia: non sono poi un ragazzo».

«Bene, abbi giudizio, e quando tornerai vedi, queste due belle parpagliole nuove sono per te».

«Datemele ora, che...»

«No no, tu le giuocheresti. Va’ e portati bene che avrai anche di più».

Nel rimanente di quella lunga mattina, accaddero alcune cose che posero in sospetto ed in agitazione l’animo già conturbato delle donne. Un mendico più rubesto e di più florido viso che non fossero per l’ordinario i suoi confratelli, con qualche cosa di coperto e di sinistro nell’aspetto, entrò a domandare per Dio, gettando gli occhi qua e là come per ispiare. Quand’ebbe ricevuto un pezzo di pane, lo ripose con molta indifferenza lasciando quasi travedere che quello non era il suo fine principale. Si trattenne anzi con una certa impudenza e nello stesso tempo con esitazione, facendo molte inchieste, alle quali Agnese si affrettò di rispondere sempre il contrario di quello che era; e finalmente, congedato se ne andò. Di tempo in tempo poi passavano figure sospette, come di bravi travestiti, di servi oziosi, di contadini che girandolavano, e giunti dinanzi alla porta allentavano il passo, e sogguardavano nella stanza, come chi vuol guatare, e non dar sospetto. Le donne socchiusero la porta, per togliersi da questa persecuzione che dava loro molto da pensare. Ma questa precauzione fu causa che il sospetto divenisse più serio e più nojoso: perché avendo Agnese un tratto visto che tra le due imposte socchiuse s’era fatto un po’ di spiraglio, guatò più attentamente, e vide attraverso la picciola fessura un uomo che stava adocchiando nella stanza: ella si alzò, e l’uomo sparì.

Finalmente all’ora del pranzo la persecuzione cessò. Agnese rincorata non udendo più pedate sospette, si alzava di tempo in tempo, si metteva sull’uscio, guardava nella via, a dritta e sinistra; e non vide più nulla che le desse da pensare. Nullameno ne rimase alle donne, e particolarmente alla timidetta Lucia, una perturbazione indeterminata, che le tolse una gran parte della risoluzione di che ella aveva bisogno in una tale giornata.

Alle ventitrè ore tornò Fermo, come era stato convenuto, e disse: «Tonio e Gervaso son qua fuori, noi andiamo all’osteria a cenare, come siamo intesi, e al tocco dell’avemmaria, verremo a prendervi. Coraggio, Lucia, tutto dipende da un momento». Lucia sospirò, e rispose: «oh sì, coraggio»: con una voce che smentiva la parola.

Fermo e i due suoi compagnoni trovarono questa volta l’osteria più popolata. Sul limitare stesso, colla schiena appoggiata ad uno stipite, colle mani sotto le ascelle, coll’occhio teso, e con una faccia tra l’annojato e l’agguatante, stavasi un uomo, che non aveva cera né di contadino, né di viaggiatore, né di benestante; non pareva uno sfaccendato, ma non si sarebbe potuto immaginare che faccenda egli s’avesse. Un uomo più sperimentato di Fermo, guardandolo attentamente l’avrebbe detto un servo travestito. Questi non si mosse, e mirò fisamente Fermo, il quale si torse entrando per fianco nella picciola apertura lasciata da quella cariatide. I suoi compagni l’imitarono se vollero entrare.

Ad un deschetto stavano seduti due facce di scherani, giuocando alla mora, gridando quindi tutti e due ad un fiato come si farebbe in una controversia fra due dotti: fra i due giuocatori stava un gran fiasco di vino dal quale andavano essi versando a vicenda. Questi pure adocchiarono Fermo con una curiosità molto significante. Finalmente ad un altro desco erano tre vestiti da contadini, ma con un contegno che indicava abitudini più guerresche che casalinghe. E questi pure gli occhi addosso a Fermo: quindi occhiate da un crocchio all’altro, dai crocchj alla porta. Fermo insospettito, e incerto guardava ai suoi due compagni come se volesse cercare nei loro aspetti una interpretazione di questo mistero: ma quelli non indicavano altro che un buon appetito. L’ostiere stava aspettando gli ordini dei sopravvenuti, Fermo lo fece venire con sè in una stanza vicina; e comandò da cena.

«Chi sono quei forastieri?» chiese Fermo a voce bassa all’ostiere che stava stendendo sul desco una tovaglia grossolana.

«Chi sono? Che m’importa chi essi sieno?» rispose l’ostiere. «Non sapete che la prima regola del nostro mestiere è di non impacciarsi dei fatti altrui? Tanto è vero che fino le nostre donne non son curiose. Quel che ci preme si è che quelli che frequentano la nostra casa sieno galantuomini; come sono certamente questi di cui mi chiedete».

«Ma se non li conoscete, come sapete che sieno galantuomini?»

«Le azioni, caro mio: l’uomo si conosce alle azioni. Quegli che bevono il vino e non lo criticano, che mostrano sul banco la faccia del re, senza taccolare, e che non fanno questioni con gli altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo aspettano fuori e lontano dall’osteria per non far torto, quelli sono i galantuomini».

Fermo non ne potè cavar altro: la cena fu servita, ma l’umore diverso dei convitati fe’ sì ch’ella non fosse molto lieta. I due fratelli avrebbero voluto assaporarne tranquillamente e prolungarne le delizie; e a Fermo parevano mill’anni di uscirne, e per andare a fare il fatto suo, e perché la presenza e gli sguardi di tutti quegli ospiti gli avevano posta addosso, o per dir meglio, cresciuta l’inquietudine.

«Che bella cosa», disse Gervaso, «che Fermo voglia pigliar moglie, e abbia bisogno...»

«Zitto, zitto», disse tosto Fermo, «per amor del cielo».

La cena divenne somigliante ad un pranzo diplomatico; e ci crediamo dispensati dal farne la descrizione. Diremo soltanto che Fermo, osservando per sè una rigida sobrietà, largheggiò nel mescere ai suoi convitati, per metter loro addosso del coraggio per ogni evento.

Terminata la cena dovettero i tre compagni passare un’altra volta dinanzi a quelle facce sconosciute, le quali tutte si rivolsero a Fermo come la prima volta. Quand’egli ebbe fatti pochi passi fuori dell’osteria, si volse addietro, e vide che due lo seguivano: sostette allora coi suoi compagni, piantando gli occhi in faccia a quelle ombre, come se dicesse: — vediamo che cosa vogliono da me costoro. — Ma i due quando s’accorsero che Fermo si era accorto di essi si fermarono un momento, si parlarono sotto voce, e tornarono indietro. Se Fermo fosse stato tanto presso da intendere le loro parole, avrebbe inteso che uno di essi diceva al compagno: «s’è addato di qualche cosa: torniamocene per non guastar tutto: è troppo per tempo: non vedi che il paese è pieno di gente? lasciamoli andare tutti al nido».

V’era infatti quel movimento, quell’andare e venire, quel trambusto che si sente in un villaggio al cader della sera, e che dopo pochi momenti dà luogo alla quiete solenne della notte. Le donne venivano dal campo portandosi in collo i bambini, e traendo per mano i figliuoletti più adulti, ai quali facevano ripetere le preghiere della sera: giungevano gli uomini colle vanghe e colle zappe sulle spalle, si vedevano qua e là fuochi accesi per le povere cene: si udivano saluti di quelli che s’incontravano, e colloqui brevi e tristi sulla scarsezza del ricolto e sulle sventure di quell’anno tristissimo. Frattanto, si udiva il tocco misurato e solenne della squilla che annunziava la fine della giornata.

Quando Fermo vide che i due indiscreti s’erano ritirati, continuò la sua strada fra le tenebre crescenti, ripetendo a bassa voce ai fratelli gli avvertimenti sul modo di condurre a buon termine l’impresa. Quando giunsero alla casetta di Lucia, era notte fatta.

Fra il primo concetto di una impresa terribile e l’adempimento, ha detto un barbaro che non era privo d’ingegno, l’intervallo è un sogno pieno di fantasmi, e di paure. La povera Lucia era da molte ore nelle angosce di questo sogno: Agnese, la stessa Agnese così risoluta, e disposta all’operare, era sopra pensiero, e trovava a stento le parole per rincorare la poveretta. Ma al momento in cui l’azione comincia, e l’animo che fino allora tollerava i pensieri che gli passavano sopra, cacciandosi a vicenda, e tornando, è costretto a comandare una risoluzione e a dirigere le azioni del corpo, allora egli si trova tutto trasformato: al terrore e al coraggio che lo agitavano succede un altro terrore, e un altro coraggio: l’impresa si affaccia alla mente come una apparizione nuova, inaspettata, si scoprono mezzi e ostacoli non pensati: ciò che sembrava più difficile si trova talvolta fatto quasi da sè, l’immaginazione si ferma spaventata, le membra niegano il loro uficio ad un passo che era sembrato il più agevole: il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza.

Un matrimonio clandestino era per Lucia Zarella quello che l’uccisione di un dittatore per Marco Bruto. Quando s’intese bussare sommessamente alla porta, Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento di soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da Fermo piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo entrato disse: «son qui, andiamo»; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa già determinata, Lucia non ebbe spazio né cuore di far contrasto e come strascinata, prese tremando un braccio della madre, e un braccio di Fermo, e s’avviò senza far motto colla brigata avventurosa.

Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato, giunsero in vicinanza della casa del nostro Don Abbondio il quale era ben lontano, pover’uomo! dal pensare che una tanta burasca si addensasse sul suo capo. Qui si separarono come erano convenuti: Lucia, Agnese e Fermo presero per un viottolo tortuoso che girava attorno all’orto del curato, e sdrucciolando poi sommessamente dietro il muro di fianco della casa vennero a porsi presso all’angolo di essa, Fermo e Lucia per trovarsi nel luogo più vicino alla porta ed entrare quando il destro verrebbe, Agnese per uscire ad incontrare Perpetua nel momento opportuno. Toni destro col disutilaccio di Gervaso che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.

«Chi è, a quest’ora?» gridò una voce alla finestra che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. «Malati non ce n’è: dovrei saperlo: è forse accaduta qualche disgrazia?»

«Son’io», rispose Tonio, «con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato».

«È ora da cristiani questa?» rispose agramente Perpetua: «che discrezione? tornate domani».

«Sentite: tornerò o non tornerò: mi trovavo alcuni pochi soldi ed ero venuto per pagare al signor curato quel debituccio che sapete: ma se non si può aspetterò un’altra occasione, questi so come spenderli, e verrò quando ne abbia guadagnati degli altri».

«Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perché venire a quest’ora?»

«Se l’ora potete cangiarla, io non m’oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado».

«No no: aspettate un momento; torno con la risposta».

Così dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi, e detto sotto voce a Lucia: «coraggio: è un momento; come a far cavare un dente», venne a porsi dinanzi la fronte della casa, aspettando che Perpetua aprisse per far vista di passare.

Perpetua venne infatti tostamente, aperse la porta, e disse: «dove siete?» Quando i due fratelli si mostravano, Agnese passò dinanzi a loro, e salutò Perpetua fermandosi un momento sui due piedi.

«Buona sera, Agnese», disse Perpetua, «donde a quest’ora?»

«Vengo dalla filanda», rispose Agnese, «e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra».

«Oh perché?» rispose Perpetua: indi rivolta ai due fratelli: «entrate», disse, «ed aspettate che vengo anch’io». Quegli entrarono.

«Perché», ripigliò Agnese, «una donna, pettegola! non sanno le cose e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che non vi siete sposata con Beppo perch’egli non vi ha voluto. Io sosteneva che voi l’avete rifiutato...»

«Certo sono stata io, ma chi è costei?»

«Questo non fa... ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper ben bene tutta la storia per confonder colei».

«Bugiarda, bugiarda», disse Perpetua. «È una bugiarderia, la più nera. Sentite, come andò la faccenda: e ho testimonj, vedete. Ehi, Tonio, socchiudete la porta, e salite pure ch’io verrò poi». Tonio rispose di dentro che sì. Perpetua cominciò la sua storia, e Agnese si avviò passo passo verso l’angolo della casa opposto a quello dietro cui erano in agguato i due giovani, e quando pur passo passo vi fu giunta, lo voltò seguita da Perpetua: e voltatolo tossì per dar segno. Il segno fu inteso, e Fermo traendo Lucia la quale correva come un leprotto inseguito, in punta di piè vennero fino alla porta, l’aprirono delicatamente e si trovarono nel vestibolo coi due fratelli che gli stavano aspettando. Chiusero sommessamente il chiavistello per di dentro e salirono insieme, mentre Agnese moltiplicava le inchieste per trattenere la fante. I quattro congiurati tutti diversamente commossi ascesero le scale, e posati che furono sul pianerottolo: Toni disse ad alta voce: «Deo gratias», ed entrò col fratello, mentre Don Abbondio che gli aspettava rispose: «Avanti». Fermo e Lucia ristettero dietro la porta: senza moversi, senza alitare: l’orecchio il più fino non avrebbe potuto ivi intender altro che il battito del cuore di Lucia. Toni entrato socchiuse la porta dietro di sè. Don Abbondio convalescente della febbre, e non guarito della paura stava seduto su un vecchio seggiolone, ravvolto in una vecchia zimarra, coperto il capo d’un vecchio camauro, sotto il quale si vedeva uno sguardo sospettoso e teso, un lungo naso, e fra due guance pendenti una bocca quale ognuno l’ha dopo d’aver sorbita una ostica medicina. Aveva dinanzi a sè una vecchia tavola e sulla tavola una picciola lucerna che mandava una luce scarsa sulla tavola e sui dintorni, e lasciava il resto nelle tenebre. Presso alla lucerna era il breviale, e aperto dinanzi a Don Abbondio il Quaresimale....

«Ah! ah!» fu il saluto di Don Abbondio.

«Il signor Curato dirà che siamo venuti tardi», disse Toni inchinandosi, come pure fece più goffamente Gervaso.

«Venite tardi in tutti i modi», rispose Don Abbondio. «Basta, vediamo».

«Sono venticinque buone lire di quelle con Sant’Ambrogio a cavallo», disse Toni cavando un gruppetto di tasca.

«Vediamo», replicò il curato: le prese, le volse e le rivolse e le numerò, e furono trovate irreprensibili.

«Ora signor curato mi darà gli orecchini e la collana della mia povera Tecla».

«È giusto» rispose don Abbondio; e andò ad un armadio e cacciata una chiave, guardandosi intorno come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d’imposta, riempì l’apertura colla persona, introdusse la testa per guardare e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l’armadio, svolse la carta dov’era il pegno, e guardatolo, «c’è tutto?» disse, indi lo consegnò a Toni.

«Ora», disse Toni, «mi favorisca di una riga di quitanza».

«Non vi fidate?» rispose bruscamente Don Abbondio. «Ecco volete darmi anche quest’incomodo».

«Che dice ella mai? S’io mi fido, Signor Curato: ma dalla vita alla morte...»

«Bene, bene, come volete. Oh che seccatura! Bisognerà ch’io ponga inchiostro nel calamajo. Perpetua, dov’è costei? Perpetua!»

«Perpetua era da basso, tutta affacendata a prepararle da cena: la lasci stare, Signor Curato: cerchi il calamajo che farà più presto».

Così brontolando tirò un cassettino del tavolo, ne tolse carta, penna e calamajo, e si pose a scrivere, dettandosi col capo sulla carta ad alta voce la composizione. Frattanto Toni, e Gervaso com’era convenuto si posero dinanzi allo scrittore in modo da togliergli la veduta della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar agio ai di fuori di venire avanti senza essere intesi. Don Abbondio tutto nella sua quitanza non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi che era il segno convenuto, Fermo strinse la mano di Lucia per darle risoluzione, la pigliò con sè, e pian piano entrarono nella porta, Lucia più morta che viva, e si collocarono dietro i due fratelli. Don Abbondio finito ch’ebbe di scrivere rilesse attentamente, da sè, quindi fatta lettura ad alta voce, e prima di alzare gli occhi dalla carta: «sarete contento?» disse, e preso il foglio lo porse a Toni. Toni allungando la mano per pigliarlo, si ritirò da una parte, Gervaso dall’altra, e i due sposi apparvero in mezzo come all’alzare d’un sipario. Don Abbondio intravvide, vide, si spaventò, si stupì, s’infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Fermo impiegò a proferire le parole magiche: «Signor curato, in presenza di questi testimonj, questa è mia moglie».

Le labbra di Fermo non erano ancor tornate in riposo, che Don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza, fatto un salto, afferrata colla manca e sollevata la lucerna, e tirato colla destra a sè un tappeto che copriva il tavolo, gettando a terra il breviale e il quaresimale, e balzando tra la seggiola e il tavolo s’era avvicinato a Lucia; la poveretta con quella sua dolce voce tremante aveva appena potuto dire: «e questo...» che Don Abbondio gli aveva gettato scortesemente il tappeto sulla testa e sul volto e tenendoglielo colle mani ravvolto e stretto sulla bocca perch’ella non potesse proseguire, gridava a testa come un toro ferito: «tradimento! tradimento! ajuto! ajuto!» Il lucignolo della lucerna che Don Abbondio aveva lasciata cadere a terra, si moriva mandando un ultimo chiarore, e la povera Lucia appoggiata a Fermo, coperta così di quel ruvido velo pareva una statua sbozzata in creta, cui un rozzo fattore dell’artefice copre, da testa, con un umido panno. Cessata ogni luce Don Abbondio lasciò la poveretta la quale già per sè non avrebbe più potuto proseguire, e pratico com’era del luogo, trovò tosto a tentone la porta della stanza vicina, v’entrò, vi si chiuse, e continuò a gridare: «tradimento! Perpetua! accorr’uomo! gente in casa! clandestino: tre anni di sospensione! una schioppettata! fuori di questa casa! fuori di questa casa! Perpetua! dov’è costei!» Nella stanza tutto era confusione: Fermo, inseguendo come poteva il curato, aveva trascinata con sè Lucia alla porta, e bussava gridando: «apra apra, non faccia schiamazzo: apra, o la vedremo»: Toni curvo a terra, girava le mani sul pavimento per trovare la sua quitanza, e Gervaso spiritato gridava, e andava cercando la porta della scala per porsi in salvo.

In mezzo a questo serra serra, non possiamo a meno di fermarci un istante per fare una riflessione. Fermo il quale strepitava in casa altrui, che vi s’era introdotto frodolentemente, che assediava il padrone in una stanza, pare un soperchiatore, un torbido; e pure gli era un poveretto a cui si negava la ragione la più limpida, la più sacra. Don Abbondio impaurito, minacciato mentre tranquillamente attendeva ai fatti suoi pare l’oppresso, la vittima, l’uomo onesto, e pure era egli in realtà il soperchiatore. Così va il mondo; o... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.

Don Abbondio, vedendo che il nimico non voleva sgomberare, si fece ad una finestra che dava sul sagrato, a gridare accorr’uomo. Batteva la più bella luna del mondo, e l’ombra della chiesa e del campanile si disegnava sulle erbe lucenti del sagrato: per quell’ombra veniva tranquillamente con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano il sagrista, il quale dopo suonata l’avemaria era rimasto a scopare la chiesa e a governare gli arredi dell’altare. «Lorenzo!» gridò il curato, «accorrete, gente in casa! ajuto». Lorenzo si sbigottì, ma con quella rapidità d’ingegno che danno i casi urgenti, pensò tosto al modo di dare al curato più soccorso ch’egli non chiedeva, e di farlo senza suo rischio. Corse indietro alla porta della chiesa, scelse nel mazzo la grossissima chiave, aperse, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della più grossa campana, e tirò a martello.