Filocolo/Libro quarto/23

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Libro quarto - Capitolo 23

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Sedea appresso Filocolo un giovane cortese e grazioso nello aspetto, il cui nome era Longanio, il quale, sì tosto come Filocolo tacque, così cominciò a dire: - Eccellentissima reina, tanto è stata bella la prima questione, che la mia appena piacerà, ma non per tanto, per non essere fuori di sì nobile compagnia cacciato, io dirò la mia -. E così parlando seguì: - E’ non sono molti giorni passati, che io soletto in una camera dimorando, involto negli affannosi pensieri porti dagli amorosi disii, i quali con aspra battaglia il cuore assalito m’aveano, sentii un pietoso pianto, al quale, perché vicino a me la stimativa il giudicava, porsi intentivamente gli orecchi e conobbi che donne erano. Laond’io, per vedere chi fossero e dove, subito mi levai, e, rimirando per una finestra, vidi a fronte alla mia camera in un’altra dimorare due donne sanza più, le quali erano carnali sorelle, di bellezza inestimabile ornate, le quali vidi che questo pianto solette facevano. Onde io in segreta parte dimorando, sanza essere da loro veduto, lungamente le riguardai; né però potei comprendere tutte le parole che per dolore con le lagrime fuori mandavano, se non che l’effetto di tale pianto, secondo quello che compresi, per amore mi parve. Per che io sì per la pietà di loro, sì per la pietà di sì dolce cagione, a piangere incominciai così nascoso. Ma dopo lungo spazio, perseverando queste pure nel loro dolore, con ciò fosse cosa che io fossi assai dimestico e parente di loro, proposi di volere più certa la cagione del loro pianto sapere, e ad esse andai. Le quali non prima mi videro, che vergognandosi ristrinsero le lagrime ingegnandosi d’onorarmi. A cui io dissi: "Giovani donne, per niente v’affannate di ristringere dentro il vostro dolore per la mia venuta, con ciò sia cosa che tutte le vostre lagrime mi sieno state, già è gran pezza, manifeste. Non vi bisogna di guardarvi da me né di celarmi per vergogna la cagione del vostro pianto, la quale io sono venuto qui per sapere, però che da me mal merito in niuno atto ne riceverete, ma aiuto e conforto quant’io potrò". Molto si scusarono le donne dicendo sé di niuna cosa dolersi; ma poi che pure scongiurandole mi videro disideroso di sapere quello, la maggiore di tempo così cominciò a parlare: "Piacere è degl’iddii che a te li nostri segreti si manifestino: e però sappi che noi, più che altre donne mai, fummo crude e aspre resistenti agli aguti dardi di Cupido, il quale, lunga stagione saettandoci, mai ne’ nostri cuori alcuno ne poté ficcare. Ma egli ultimamente più infiammato, avendo proposto di vincere la sua puerile gara, aperse il giovane braccio, e con la più cara saetta, nel macerato per li molti colpi avanti ricevuti, ci ferì con sì gran forza, che i ferri passarono dentro e maggiore piaga fecero, che, se agli altri colpi fatta non avessimo resistenza, non avriano fatta: e per lo piacere di due nobilissimi giovani alla sua signoria divenimmo suggette, seguendo i suoi piaceri con più intera fede e con più fervente volere che mai altre donne facessero. Ora ci ha la fortuna e amore di quelli, come io ti dirò, sconsolate. Io, che prima che costei, amai, con ingegno maestrevolemente credendo il mio disio terminare, feci sì che io ebbi al mio piacere l’amato giovane, il quale io trovai altrettanto di me quanto io di lui essere innamorato. Ma certo già per tale effetto l’amorosa fiamma non mancò, né menomò il disio, ma ciascuno crebbe, e più che mai arsi e ardo: il quale fuoco, tenendo lui nelle braccia e tal volta vedendolo, come io poteva il meglio mitigava tenendolo dentro nascoso. Avvenne, non si rivide poi la luna tonda, che costui commise disavedutamente cosa, per la quale etterno essilio della presente città gli fu donato: ond’egli, dubitando la morte, di qui s’è partito, sanza speranza di ritornare. E io, sopra ogni altra femina, ardendo più che mai, sanza lui sono rimasa disperata, onde io mi dolgo; e quella cosa che più la mia doglia aumenta è che io da tutte parti mi veggo chiusa la via di poterlo seguire: pensa oramai se io ho di dolermi cagione". Dissi io allora: "E quest’altra perché si duole?". Quella rispose: "Questa similmente com’io innamorata d’un altro, e da lui similmente sanza fine amata, acciò che i suoi disii non passassero sanza parte d’alcun diletto, per gli amorosi sentieri più volte s’è ingegnata di volergli recare ad effetto, a’ cui intendimenti gelosia ha sempre rotte le vie e occupate: per che mai a quelli non poté pervenire, né vede di potere, onde ella si consuma stretta da ferventissimo amore, come tu puoi pensare se mai amasti. Trovandoci noi, adunque, qui solette, de’ nostri infortunii cominciammo a ragionare, e conoscendoli più che d’alcuna altra donna maggiori, non potemmo ritenere le lagrime, ma piangendo ci dolavamo, sì come tu potesti vedere". Assai mi dolfe di loro udendo questo, e con quelle parole che al loro conforto mi parvero utili le sovenni, e da loro mi partii. Ora mi s’è più volte per la mente rivolto il loro dolore, e alcuna volta ho fra me pensato qual doveva essere maggiore, e l’una volta consento quello dell’una, l’altra quello dell’altra: e le molte ragioni per le quali ciascuna mi pare che abbia da dolersi non mi lasciano fermare ad alcuna, onde io ne dimoro in dubbio. Piacciavi che per voi io di questa erranza esca, dicendomi quale maggiore doglia vi pare che sostenga -.