Filocolo/Libro quinto/75

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Libro quinto - Capitolo 75

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- O singulare amico a me intra molti, a cui le mie avversità sempre furono tue, dove se’ tu? Quali regioni, o Ascalion, cerca testé la tua santa anima? Certo io credo le celestiali, però che la tua virtù le meritò. O caro amico, quanto amara cosa da me t’ha diviso! Ove a te il ritroverò io simile? Chi, se la contraria fortuna tornasse, di vivere mitissimamente mi daria consiglio, come tu facesti più volte, essendo amore di morte nel mio misero petto? Chi alle mie gravi avversità aiutarmi sostenere gli avversarii fati sottentrerebbe, come tu sottentravi? Oimè, che queste cose sempre mi saranno fitte nell’intime medolle, e prima il mio spirito le sottili aure cercherà, ch’elle passino della mia memoria. Alcuni vogliono lodare per amicizia grandissima quella di Filade e d’Oreste, altri quella di Teseo e di Peritoo mirabilemente vantano, e molti quella d’Achille e di Patrocolo mostrano maggiore che altra; e Maro, sommo poeta, quella di Niso e di Eurialo cantando sopra l’altre pone, e tali sono che recitano quella di Damone e di Fizia avere tutte l’altre passate: ma niuno di quelli che questo dicono la nostra ha conosciuta. Certo niuna a quella che tu verso di me hai portata si può appareggiare. Se Filade Oreste furioso lungamente guardò, egli però te non passò di fermezza. E chi fu alla mia lunga follia continua guardia se non tu? E quale più dirittamente si può dire folle, o fa maggiori follie, che colui che oltre al ragionevole dovere soggiace ad amore sì come io feci? Se Peritoo ardì di cercare dietro a Teseo le infernali case, di sé più maraviglia che odio mettendo nel doloroso iddio, gran cosa fece; ma tu non dietro a me, anzi davanti hai tentate pestilenziose cose, e da non dire, per farmi sicuro il passare. E se Achille animosamente la morte di Patrocolo, con cui egli era sempre vivuto amico, vendicò, tu più robustamente operasti, faccendo sì con la tua forza che io non fossi morto. E se Niso, morto Eurialo, volle con lui morire, potendo campare, in ciò singulare segno d’amore verso lui mostrando, e tu similemente potendo te salvare, vedendo me nel mortale pericolo, a morire meco, se io fossi morto, eri disposto, e io l’udiva. E chi dubita che tu ancora, con isperanza che io mai non fossi tornato, non fossi per lo mio capo entrato, come Fizia per Damone entrò, del suo tornare, per la stretta amistà, sicuro? Oimè, che singulare amico ho perduto! Tu quanto più l’avversità m’infestava, tanto più a’ miei beni eri sollecito. Niuna cosa celavi tu tanto che essa a me non fosse aperta, e molte cose al mio petto fidatamente davi a tenere coperte, e tu similemente eri colui a cui io tutti i miei segreti fidava, però che, tu dolce amico, non eri di quelli che così vanno con l’amico, come l’ombra con colui cui il sole fiere, tra’ quali se alcuna nube si oppone che privi la luce, con quella insieme fugge. Tu così nell’un tempo come nell’altro, sempre fosti equale. O nobile compagno, il quale mai la tua volontà dalla mia non partisti, ove pari a te il ritroverò? O discreto maestro, e a me più che padre, i cui ammaestramenti seguirò io? Sotto cui fidanza viverò io omai sicuro? Certo io non so chi mi fia fido duca negli ignoti passi. A cui per consiglio ricorrerò? Non so! Chi mi ripresenterà al mio padre, il quale, sentendo te meco, di rivedermi vive sicuro? Certo s’egli la tua morte sapesse, egli si crederia avermi perduto. Oimè, quanto amara mi pare la tua partenza! Or fosse piacere di Dio che la morte teco m’avesse tratto! Io ne venia contento sì come colui che della sua Biancifiore ha avuto il suo disio ritrovandola, e poi la santa fede prendendo è da ogni sozzura lavato. Appresso con così fatto compagno, partendomi di questa vita, non crederia potere esser passato se non a più felice. Ora io credo che tu in lieta vita dimori, e Iddio nel mondo grazia mirabile ti concedeo, faccendoti tanti anni vivere che alla vera conoscenza tornassi: per che da sperare è che nel secolo ove tu dimori da lui similemente abbi ricevuta grazia, la quale se così hai com’io credo, ti priego che per me dinanzi al tuo e al mio Fattore impetri grazia, che mi lasci, mentre io vivo, nel suo servigio divotamente vivere, e quando a passare di questa vita vengo, costà su mi chiami, ov’io spero che grazioso luogo mi serberai, acciò che, com’io qua giù nella mortale vita sempre fui caro teco, così nella etterna carissimo teco dimori -.