Filocolo/Libro secondo/53

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Libro secondo - Capitolo 53

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Libro secondo - Capitolo 53
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Biancifiore avea perduto il naturale colore per la paura e per lo digiuno; e il suo bel viso era tornato palido e smorto come secca terra; ma ancora il nero vestimento le dava alle non guaste bellezze gran vista. E udendo ella il miserabile giudicio contra lei dato sanza ragione, forte incominciò a piangere e a dire fra se medesima: "Oimè misera, or convienmi elli morire? Or che ho io fatto?". E se non fosse che le sue dilicate mani erano con istretto legame congiunte, ella s’avrebbe i biondi capelli dilaniati e guasti, e ’l bel viso sanza niuna pietà lacerato con crudeli unghie, stracciando i nuovi drappi significanti la futura morte, e avrebbe riempiuta l’aere di dolorose e alte voci; ma vedendosi impedita e circundata da innumerabile popolo, costretta da savio proponimento, raffrenò le sue voci, e sanza nullo romore fra sé tacitamente ricominciò a dire: "Ahi, sfortunato giorno e noiosa ora del mio nascimento, maladetti siate voi! Oimè, morte, quanto mi saresti tu stata più graziosa nelle braccia di Florio, com’io credetti già che tu mi venissi! Deh, ora mi fossi tu almeno venuta in quell’ora ch’io chiamata fui a portare il male avventuroso uccello per me, però che io allora sarei morta onestamente e sanza vergogna d’alcuna infamia. Ahi, anime del mio misero padre e de’ suoi compagni e della mia dolente madre, i quali per me acerba morte sosteneste, rallegratevi, che io, stata di sì crudel cosa cagione, sono punita degnamente. Niuna altra cosa credo che nuoccia a me misera, se non questa, insieme con l’aver portata troppa lealtà e onore a colui che ora mi fa morire. O crudelissimo re, perché mi rechi a sì vile fine? Che t’ho io fatto? Certo niuna colpa ho commessa, se non che io ho troppo amore portato al tuo figliuolo. Deh, or che mi faresti tu, o più crudele che Fisistrato, se io l’avessi odiato? Quale tormento m’avresti tu trovato maggiore? Io, misera, mai nol ti dimandai, né lui pregai ch’egli di me s’innamorasse. Se gl’iddii concedettero al mio viso tanta di piacevolezza che il suo gentile cuore fosse per quella preso, ho io però meritata la morte? Se io avessi creduto che la mia bellezza mi fosse stata agurio di sì doloroso fine, io con le mie mani l’avrei deturpata, seguendo l’essemplo di Spurima, romano giovane. Ma fuggano omai gli uomini i doni degl’iddii, poi che essi sono cagione di vituperevole fine. Io, misera, avrei già potuto con le mie parole tirare Florio in qualunque parte la volontà più m’avesse giudicato, o congiugnerlo meco per matrimoniale nodo, se io avessi voluto, se non fosse stata la pietà che ’l mio leale cuore ti portava. O vecchio re, per l’onore che io da te ricevea non ti volli mai del tuo unico figliuolo privare, e io del bene operare sono così meritata. A questo fine possano venire i servidori de’ crudeli, che io veggio venir me! O sommo Giove, il quale io conosco per mio creatore, aiutami. Tu sai la verità di questo fatto, e conosci che io non fallii mai: non consentire adunque che le pietose opere abbiano tale guiderdone. La mia speranza chiede solo il tuo aiuto, fermandosi nella tua misericordia. Non sostenere che oggi il nome degli effetti del tuo cielo ricuopra la iniquità del re Felice contra di me, ma manifestamente fa nota la verità. E tu, o santa Giunone, nel cui uccello tanta falsità fu nascosa per conducermi a questo fine, vendica la tua onta, fa che questa cosa non rimanga inulta ma sia letta ancora tra l’altre vendette da te fatte, acciò che la tebana Semelè o la misera Ecco non si possano di te giustamente piangere. E tu, o sacratissima Venere, soccorri tosto col promesso aiuto; non indugiar più, però che, non vedendolo, a me fugge la speranza delle tue parole da tutte parti, però che io al fuoco mi sento condannare. Veggiomi i feroci sergenti dintorno armati, come se io fierissima nimica delle leggi mi dovessi torre loro per forza, e veggo il siniscalco, a me crudelissimo nimico, sollecitare i miei danni con altissime voci e con furiosi andamenti, né più né meno come se egli della mia salute dubitasse. Né veggio che per pietà di me cambi aspetto. Tutte queste cose mi danno paura e tolgonmi speranza. Dunque soccorri tosto, che io dubito che se troppo indugi, io non muoia di contraria morte che quella che apparecchiata m’hanno costoro, però che la molta paura m’ha già sì raffreddato il cuore, che egli gli è poco sentimento rimaso".