Fioretti di San Francesco/Capitolo quarantunesimo

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Capitolo quarantunesimo

../Capitolo quarantesimo ../Capitolo quarantaduesimo IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Cristianesimo

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Come il venerabile frate Simone liberò di una grande tentazione un frate, il quale per questa cagione voleva uscire fuori dell’Ordine.

Intorno al principio dell’Ordine, vivendo santo Francesco, venne all’Ordine uno giovane d’Ascesi, il quale fu chiamato frate Simone, il quale Iddio adornò e dotò di tanta grazia e di tanta contemplazione e elevazione di mente, che tutta la sua vita era specchio di santità, secondo ch’io udii da coloro che lungo tempo furono con lui. Costui rarissime volte era veduto fuori di cella e, se alcuna volta stava co’ frati, sempre parlava di Dio. Costui non avea mai apparato grammatica, e nientedimeno sì profondamente e sì altamente parlava di Dio e dell’amore di Cristo, che le sue parole pareano parole soprannaturali. Onde una sera egli essendo ito nella selva con frate Iacopo da Massa per parlare di Dio e parlando dolcissimamente del divino amore, istettono tutta la notte in quel parlare, e la mattina parea loro essere stato pochissimo ispazio di tempo, secondo che mi recitò il detto frate Iacopo. E ’l detto frate Simone sì aveva in tanta soavità e dolcezza di spirito le divine illuminazioni e visitazioni amorose di Dio, che ispesse volte, quando le sentiva venire, si ponea in sul letto; imperò che la tranquilla soavità dello Ispirito Santo richiedeva in lui non solo riposo dell’anima, ma eziandio del corpo. E in quelle cotali visitazioni divine egli era molte volte ratto in Dio e diventava tutto insensibile alle cose corporali. Onde una volta ch’egli era così ratto in Dio e insensibile al mondo, ardea dentro del divino amore e non sentia niente di fuori con sentimenti corporali, un frate vogliendo avere isperienza di ciò, a vedere se fusse come parea, andò e prese uno carbone di fuoco, e si gliel puose in sul piede ignudo: e frate Simone non ne sentì niente, e non gli fece nessuno segnale in sul piede, benché vi stesse su per grande spazio, tanto che si spense da se medesimo. Il detto frate Simone quando si ponea a mensa, innanzi che prendesse cibo corporale, prendeva per sé e dava il cibo ispirituale parlando di Dio.

Per lo cui divoto parlare, si convertì una volta un giovane da San Severino, il quale era nel secolo un giovane vanissimo e mondano, ed era nobile di sangue e molto dilicato del suo corpo. E frate Simone ricevendo il detto giovane all’Ordine, si serbò li suoi vestimenti secolari appo sé, ed esso istava con frate Simone per essere informato da lui nelle osservanze regolari. Di che il demonio, il quale s’ingegnava di storpiare ogni bene, gli mise addosso sì forte stimolo e sì ardente tentazione di carne, che per nessuno modo costui potea resistere. Per la qual cosa egli se ne andò a frate Simone e dissegli: «Rendimi li miei panni ch’io ci recai del secolo imperò ch’io non posso più sostenere la tentazione carnale». E frate Simone, avendogli grande compassione, gli dicea: «Siedi qui, figliuolo, un poco con meco». E cominciava a parlargli di Dio, permodo ch’ogni tentazione sì si partia, e poi a tempo ritornando la tentazione, ed egli richiedea li panni, e frate Simone la cacciava con parlare di Dio.

E fatto così più volte, finalmente una notte l’assalì sì forte la detta tentazione più ch’ella non solea, che per cosa del mondo non potendo resistere, andò a frate Simone raddomandandogli al tutto li panni suoi secolari, che per nessuno partito egli ci potea più stare. Allora frate Simone, secondo ch’egli avea usato di fare, li fece sedere allato a sé; e parlandogli di Dio, il giovane inchinò il capo in grembo a frate Simone per malinconia e per tristizia. Allora frate Simone, per grande compassione che gli aveva, levò gli occhi in cielo e pregando Iddio divotissimamente per lui, fu ratto e esaudito da Dio; onde ritornando egli in sé, il giovane si sentì al tutto liberato di quella tentazione, come se mai non l’avesse punto sentita.

Anzi essendosi mutato l’ardore della tentazione in ardore di Spirito Santo, però che s’era accostato al carbone affocato, cioè a frate Simone, tutto diventò infiammato di Dio e del prossimo, intanto ch’essendo preso una volta uno malfattore, a cui doveano essere tratti amenduni gli occhi, costui, per compassione se ne andò arditamente al rettore in pieno Consiglio, e con molte lagrime e prieghi divoti addomandò che a sé fusse tratto un occhio, e al malfattore un altro, acciò ch’e’ non rimanesse privato d’amenduni. Ma veggendo il Rettore e il Consiglio il grande fervore della carità di questo frate, si perdonarono all’uno e all’altro.

Standosi un dì il sopradetto frate Simone nella selva in orazione e sentendo grande consolazione nell’anima sua, una schiera di cornacchie con loro gridare gl’incominciarono a fare noia, di che egli comandò loro nel nome di Gesù Cristo ch’elle si dovessono partire e non tornarvi più. E partendosi allora li detti uccelli, da indi innanzi non vi furono mai più veduti né uditi, né ivi né in tutta la contrada d’intorno. E questo miracolo fu manifesto a tutta la custodia di Fermo, nella quale era il detto luogo.

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.