Fosca/Capitolo XXX

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Capitolo XXX

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XXX.


In quel frattempo, prevedendo il dolore che avrebbe cagionato più tardi a Fosca una mia gita a Milano, mi v’era recato furtivamente, e nel giorno stesso in cui ella mi mandava questi ultimi cenni sulla sua vita, riceveva da Clara la lettera seguente:

«Ti ho accompagnato col pensiero fino a***. Sono le tre dopo mezzanotte, e tu vi arriverai in questo momento. Ho voluto coricarmi subito appena ti ho lasciato, e alzarmi adesso per scriverti e per veder spuntare il giorno. Dico che ho voluto accompagnarti col pensiero, perché dormendo ero sicura di sognarti. Oramai vi sono sì avvezza, [p. 129 modifica]e mi par cosa sì naturale, che se passassi una notte sola senza sognarti ne sarei spaventata.

«Non puoi credere la strana impressione che mi fa questo trovarmi alzata in quest’ora. Che silenzio, che raccoglimento! Pensare che mai nella mia vita ho passato quest’ora svegliata! È una cosa semplicissima; pure è un’idea che mi colpisce. Io vivo adesso in un istante che era venuto migliaia di volte nella mia esistenza, e in cui non aveva mai vissuto. Sono anche contenta di poterti scrivere in questo momento, perché ora tu dormi e mi pare che tu mi appartenga di più. Non so cosa pagherei per vederti dormire! Non ho mai potuto comprendere perché si trovi sì gran piacere a veder dormire una persona che si ama; forse perché possiamo vederla, guardarla, pensarci liberamente, senza bisogno di dissimulare le sensazioni che ne proviamo; perché la vediamo come disarmata, mansueta, migliore? O piuttosto non avviene egli perché in quell’abbandono apparente della vita materiale, vi è una trasparenza che ce ne lascia veder l’anima? Quando vedo dormir mio figlio ne sono quasi sicura.

«A proposito di mio figlio, ho trovato mezzo di inserire anche il tuo nome nelle orazioni che gli faccio dire tutte le sere. Giorni fa, passando con lui presso un venditore di immagini di chiesa, ecco lì una litografia colorita di ruggine di ferro e di rosso di mattone, che rappresentava S. Giorgio a cavallo in atto di combattere il drago. Quel cavallo, quel drago lo hanno colpito vivamente. Glie l’ho comprato, e gli ho detto che essendo quello il santo il quale uccide i draghi che mangiano i cattivi fanciulli, conveniva ricordarsene tutte le sere nelle sue orazioni. Se le sue preghiere hanno un valore, Iddio ne terrà conto lo stesso; del resto io sono già felice di sentirlo pronunciare il tuo nome. [p. 130 modifica]«Voglio andare domani a passeggiare lungo la via che va a Loreto, dove abbiamo fatto colazione insieme ieri l’altro. Come siamo stati felici! Dio mio! Ma veramente io sono sempre stata felice. Davvero, Giorgio! Sono nata così. Un’altra donna, col mio passato si reputerebbe miserissima: io no, sento che sarei ingiusta a lagnarmene. Prima che ti conoscessi ero felice di una felicità mesta, passiva, inconsapevole, felice come lo sono i fanciulli, ma nondimeno lo ero. Te lo dico perché quel debito di gratitudine che io n’ho al cielo mi par quasi che lo esiga. Ho piacere che tu, che altri lo sappiano, come si ha piacere a far conoscere, e a conoscere una buona azione.

«Sai! Oggi a pranzo mi furono date alle frutta delle piccole pesche muscate, simili a quelle che ci avevano dato a Loreto. Figurati, ne ho mangiato un profluvio! Un orrore! Assaporandole, e chiudendo un poco gli occhi, mi pareva di esserti ancora vicino.

«Lui mi ha detto: «Che diavolo! Tutta quella frutta ti farà male!» Se avesse saputo! se avessi potuto mandartene una! Ma veramente — l’avrai rimarcato ieri l’altro — io sono ghiotta come i ragazzi, io mangio troppo, io divoro!

«Voglio mandarti le primizie della mia età senile!

«Ieri la pettinatrice mi ha detto: «Oh, signora, un capello bianco!» — «Possibile! strappalo» —. Era veramente un capello d’argento, e te lo mando perché tu lo veda e lo conservi come la data di un’epoca.

«Quella donna mi ha raccontato che il primo capello bianco, gettato in un lago, si cambia in un’anguilla, e si è incaponita a sostenere questa tesi. Vuoi credere che questa superstizione mi fa ribrezzo, e non avrei il coraggio di fare questo esperimento? Ma sarei pazza di sapere perché e in che momento questo capello è [p. 131 modifica]diventato bianco! È un’idea che mi tortura il cervello senza rimedio.

«Se potessi incanutire interamente in un giorno! Se tu, venendo qui un’altra volta, mi trovassi invecchiata ad un tratto… una vecchietta, tutta bianca, tutta rugosa! Come ne sarei felice!

«Voglio che tu mi faccia fare una chiave della nostra stanzetta, voglio andarvi qualche volta intanto che tu sei lontano, voglio andarvi a pregare. E non credere che te lo dica per celia: davvero, Giorgio, se v’è un luogo dove io sento che potrei pensare al cielo, e sentirmi più buona, e pregare proprio con fervore, gli è quello. È bene di avere sulla terra un luogo dove potersi ricordare del cielo: di là la felicità vi ci ha già avvicinati. E poi, sei tu che vieni a visitarmi, e son io che dovrei apparecchiare pel tuo ricevimento. Vorrei gareggiare con te in questo sfoggio di apparecchi. Vedresti che ordine, che abbondanza di fiori, che assortimento di confetti!»

«Riprendo a scriverti dopo una mezz’ora d’intervallo. Sono stata sul balcone a veder spuntare il giorno. Che spettacolo delizioso!

«Non l’aveva osservato chi sa da quanto tempo. Credo che un uomo disgustato della vita non avrebbe che ad assistere allo spettacolo di un’aurora per riamarla; almeno sono ben certa che in quel momento non avrebbe il coraggio di morire. Una cosa orribile, una raffinatezza di crudeltà mostruosa, è l’abitudine che si ha di giustiziare i delinquenti al mattino. Morire alla sera non deve esser per metà sì doloroso. Ma non parliamo di questo, io amo la vita, Giorgio, io l’amo in qualunque momento; io sono felice.

«Sono rientrata perché spira un’aria acuta, frizzante, e non ho indosso che una camiciuola sottile quanto una ragna. Se vedessi gl’inchini che si fanno i miei fiori sotto [p. 132 modifica]le carezze di questo venticello balsamico! Vi sono certe formiche colle ali che vanno su e giù per uno stelo di geranio, con una furia, con una premura da non dirsi. Vanno, tornano, s’incontrano, ripartono, tornano ad incontrarsi… che faccende sono mai le loro? che affari le occupano? Qual è lo scopo di questo strano lavorio? La gente che va e viene sulla strada quanto è lungo il giorno, e che io guardo spesso dal mio balcone, mi fa lo stesso effetto.

«Io rido sovente di queste loro preoccupazioni. Io domando a me stessa: «Quella gente amano?». Tutto il resto mi par vano.

«Vedi questa farfalluccia? Ho voluto mandartela; ronzava già da un’ora attorno al mio lume allorché io sono andata sul balcone. Ne l’aveva cacciata mille volte colla mano. Ora tornando l’ho trovata qui agonizzante. Ha urtato nella fiammella ed è caduta sulla carta con un’ala bruciata. Sarei pur curiosa di sapere il segreto di questa attrazione che la luce esercita sugl’insetti alati. Amano la luce e muoiono di quest’amore. Che cosa sublime! Ma veramente… quando si hanno delle ali, come non amare la luce e l’azzurro? Hai mai osservato? Le farfalle sono molto migliori di noi. Quando si abbracciano muoiono.

«Ho raccolto questi fiori che ti mando, e che ho baciato uno per uno, perché tu faccia altrettanto. Non è poca cosa ciò che ti mando oggi: un capello bianco, una falena morta d’amore e un piccolo giardino. Non ti puoi lagnare. Ho anche posto un mio bacio in un punto di questo foglio che non ti dico, e tu devi saperlo trovare. Nella tua prima lettera mi dirai dov’è che le mie labbra hanno toccato. Non te ne dimenticare. Ci tengo a questa prova.

«Addio per ora, o caro Giorgio. È giorno fatto, e posso essere sorpresa. — Mi ami? Dimmi, mi ami ancora? Non [p. 133 modifica]ti sarai mutato in questa eternità di dieci ore che ci divide? Io non sono più quaggiù che per te. Sai dirmi se esiste qualche cosa fuori di noi, qualche cosa che possa dar piacere o dolore? Se vi è una vita fuori del nostro affetto? Come ti amo, Giorgio! Dio mio, come ti amo! E si può tanto amare? Può il cuore umano sentir tanto?»