Galateo insegnato alle fanciulle/Lezione XI - Esagerazione

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Lezione XI - Esagerazione

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LEZIONE XI.

Esagerazione.

Sono virtù soprammodo commendevoli la riservatezza, l’onestà, la modestia; biasimevole assai è l'esagerazione. In ogni cosa, Mariuccia mia, ci vuole un giusto limite, e chi eccede, [p. 52 modifica]erra. È un bisogno, è un dovere che tu compi verso il tuo corpo quando mangi con temperanza, epperciò è un bene il mangiare. Se tu mangi troppo però, fai indigestione e converti quel bene in male. Il tuo corpo ha d’uopo di moto per isviluppare le membra, distendere e render elastici ed obbedienti alla volontà i muscoli, organi del movimento. Se tu proporzioni la ginnastica, la passeggiata alle tue forze, tu adempi ad uno dei doveri che hai verso te stessa. Se però tu esageri, cioè passeggi troppo lungamente o fai esercizi ginnastici superiori alla tua età, alla tua complessione, tu ti stanchi eccessivamente, corri rischio di slogarti un braccio od una gamba, ed invece di un benefizio, vai incontro ad un danno; non è vero? — Ebbene, lo stesso accade nel mondo morale.

La virtù ha anch’essa il suo limite; chi lo oltrepassa, cessa di essere virtuoso.

Geltrude, fanciulla di raziocinio debole, non comprendeva, nè conservava il suddetto giusto limite, epperciò, invece di pudica, dignitosa, modesta, pia, veniva giudicata bacchettona, finta, affettata e peggio. Ella rispondeva sempre con durezza ai complimenti e con serio cipiglio ad un sorriso. La poveretta non osava alzare gli occhi in presenza di un uomo, rifiutava di stringere la mano ad un amico, vestiva sempre abiti di colore oscuro e di forma sgraziata, per timore di attrarre gli sguardi di compiacenza sul di lei individuo. [p. 53 modifica]

Ella si chiudeva gli orecchi colle mani, inorridendo ai discorsi un po’ liberi, agli scherzi un po’ arrischiati, e qualificava subito anima dannata, o per lo meno scandalosa, senza principii, senza educazione, chiunque non intendesse la virtù a modo suo.

Geltrude era sfuggita come una noiosa, derisa come una stupida presuntuosa e dai migliori compatita come una strana, una pinzocchera, una pazza.

Sii adunque riservata e disinvolta ad un tempo stesso, figliuola mia. Nè Iddio, nè la società ci comandano di vivere impettiti, imbronciati, silenziosi come trappisti per seguire la virtù. Anzi entrambi ci desiderano onesti, buoni, probi, pronti a fare il bene anche con nostro sacrifizio, ma ilari, disinvolti, come lo è chi sentesi la coscienza pura, chi gode la stima dei giusti, chi ama ed è riamato. Dice il proverbio: Cuor contento il Ciel l’aiuta. Guardati da chi tanto facilmente si scandalezza degli errori altrui, sospettando sempre il male, da chi troppo spesso vanta la sua virtù, da chi con tanta severità giudica il suo prossimo! Spesso è un birbo ed un ipocrita. Collo stesso metro con cui misura gli altri sarà misurato quando si presenterà al trono di Dio. — L’anima buona compatisce, perdona sette volte settantasette, come ci comanda Gesù Cristo, cercando le circostanze attenuanti e non mai le aggravanti.

L’esagerazione è un difetto comunissimo tanto [p. 54 modifica] nell’uomo, quanto nella donna, carina mia; e tu devi stare in continua avvertenza contro di esso. Dicesi che la perfezione sia nella via di mezzo. Procura di non iscostarti mai da quella. Non esagerare mai nel parlare o nel tacere, nella gioia o nel dolore, nell’ilarità o nella tristezza, nel gestire, nell’interrogare, nel muoverti, nell’espanderti, nello scherzare, nel piangere, nel ridere, nelle lodi, nel biasimo, nè in ogni altra cosa. Tra Democrito che rideva di tutto ed Eraclito che di tutto piangeva, tra Frine ed una bacchettona v’ha un largo passo.

Vi sono persone eccellenti di cuore, piene d’intelligenza, che diventano antipatiche, pesanti, solo per le continue loro esagerazioni. Esse sono giudicate stravaganti, semi-pazze, e non godono la fiducia della gente seria, solo perchè esagerano vizii, virtù, ciò che fanno ciò che dicono od ascoltano, ciò che pensano, ciò che sentono, epperciò si mostrano incapaci di dare un’esatta importanza alle cose. Si direbbe ch’esse non ragionano o vedono gli oggetti cogli occhi di bue, i quali, come sai, di molto li ingrossano.

L’esagerato ha per lo più anche smodati desiderii, e potendoli difficilmente soddisfare, è più infelice di un altro. Esso, guidato più dal sentimento che non dalla ragione, è schiavo di molteplici passioni, e l’intemperanza in ogni cosa lo conduce a fatale rovina. Se ama e non è corrisposto, si dà la morte come Saffo. Se odia, diventa un Nerone, un Caligola per crudeltà. Se [p. 55 modifica] l’amor di gloria lo anima, sacrifica sostanze, parenti, amici, patria, religione per ottenere una onorificenza o diventar celebre, e qual novello Erostrato darebbe il fuoco al tempio di Delfo per immortalarsi. — Alessandro il Macedone, Giulio Cesare, Napoleone I, per esagerato amor di conquista, per l’eccessiva loro ambizione, si perdettero. Una fanciulla esagerata poi facilmente diventa o una Messalina, o si chiude in un chiostro, non già per vera vocazione, ma per momentanea esaltazione di spirito e spesso, dopo aver perturbata la santa calma delle sue consorelle, di essersi mille volte pentita dei voti fatti, d’aver sofferto il soffribile, muore sul fior degli anni, senz’aver fatto fruttare i talenti che da Dio aveva ricevuti a vantaggio suo ed altrui. Ben a ragione Senofonte diceva: La temperanza è la base di tutte le virtù. Lo sciagurato, schiavo dei suoi piaceri ha il corpo e l’anima ugualmente corrotti! — Figlia mia, se vuoi esser sana di corpo e d’anima, sii adunque temperante in ogni cosa; cioè non esagerar mai nulla. Il cibo, le bevande, il lavoro, il riposo, lo studio, il divertimento le speranze, i timori, gli amori, gli sdegni, i desiderio, le indifferenze ed ogni atto della tua anima, del tuo corpo abbia un giusto limite. Gli eccessi si toccano, dice il proverbio; e l’eccesso d’un bene spesso confina col male.