Gazzetta Musicale di Milano, 1842/N. 1/Delle attuali condizioni delle arti musicali in Italia
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INTRODUZIONE.
Delle attuali condizioni
delle arti musicali in Italia.
ARTICOLO I.
I’ parlo per ver dire.
Coloro, e non sono in picciol
numero, i quali hanno in uso
di giudicar delle cose dalla sola
apparenza e non dall’intima sostanza,
vivono nella molto bella
opinione che l’Italia d’oggidi sia la terra classica
della musica, come tale fu essa ripetutamente
proclamata ai floridi giorni dei Cimarosa
e dei Paesiello, dei Pacchiarotti e dei
Marchesi, delle Bulgarelli, delle Banti, ec. E
per verità, a chi badi menomamente ai clamorosi
trionfi onde ad ogni tratto si onorano
nei menomi nostri teatri lirici le tante cosi
dette celebrità musicali di che è formicolante
questa bellissima penisola; a chi tenga conto
delle tante iperboliche elucubrazioni dei
nostri giornali sempre traboccanti della gloria
immortale onde si incoronano ad ogni
poco non so quante centinaja di esimie prime
donne, di incomparabili primi tenori, di celeberrimi
baritoni e bassi; a chi si fermi
un tratto per le strade maggiori non delle
sole nostre capitali, ma ed anco de’ menomi
borghi, e ammiri nelle vetrine degli editori
musicali, de’ librai, e de’ rivendugliuoli di
intagli, i ritratti in litografia di non so
quante dozzine di dozzine di eccellenze melodrammatiche,
melotragiche e melobuffe,
altre disegnate in sembianza di muse antiche
inghirlandate di fiori, altre di genii
mitologici, altre di olimpiaci eroi colla gran
fronte onusta di allori e riposanti su un
letto di palme; a chi tenga conto dei
nembi di sonetti, canzoni, inni, ditirambi
che tanto spesso veggiam piovere dai loggioni
a ingombrar l’atmosfera delle nostre
platee grandi e piccole; a chi abbia avuta la
santa pazienza di gettar lo sguardo su certe
rapsodie teatrali biografico-panegiriche più
gonfie di superlativi e ridondanti di magniloque
frasi d’ammirazione che nol fossero di
care ghiottornie le botteghe de’ nostri salsamentari
la vigilia delle or passate feste natalizie...;
a tutti costoro, noi diciamo, riescir debbe
certamente molto difficile il non persuadersi
che noi italiani dei correnti anni di grazia viviamo
proprio nell’età dell'oro de’ fefautti
e de' mibemolli! Eppure, che cosa diranno di
noi i nostri lettori se, per conto nostro,
non punto allucinati dal falso orpello che ne
circonda, avremo il coraggio di mettere innanzi
una opinione in gran parte contraria
e di protestarci persuasi essere anzi oggidì
l’arte musicale in Italia in condizione tutt'altro
che invidiabile, minacciato di fallimento
gualche ramo di essa, ed altro, per cagioni
fatali, spinto a volgere alla sua piena decadenza?
- Se non che, prima di tutto intendiamoci
bene nei termini; chè non avessero
per caso a lapidarci coloro, i quali,
per un falso sentimentalismo patriottico,
amano meglio essere pascolati di assurde
adulazioni, anzi che di ardite ma utili verità;
ne ci gridino addietro alla bestemmia
quegli altri cui la superba albagia delle
passate memorie che si stenda a velare i
torti della presente ignavia è più gradita
della voce di chi scuota dal suo sonno involontario
il genio italiano e lo ecciti a
non lasciare che le altre nazioni lo precorrano
sulla strada dei progressi intellettuali
e civili. Noi coll'aver detto che l’arte
de' suoni è ora nella nostra Italia in istato
di scadimento, non abbiamo voluto per ombra
accennare che spenta sia o solo in
parte scemata tra noi quella gloriosa e potente
favilla musicale che accese il petto ai
tanti insigni de’ quali si vanta l'italiana
melopea. Mai no: siamo anzi preparati a
sostenere con ampio corredo di ragioni e
di prove a fronte di chiunque osasse mai
affermare l’opposto, che fra il vivace e
immaginoso popolo nostro più che sotto
qualunque altro cielo è sovrano il musicale
istinto; che la natura, sì generosa de’ suoi
più eletti doni all’uomo italiano, nol fu mai
tanto come dei tesori di che si costituisce
il più puro, il più nobile, il più efficace
tra i linguaggi dell'affetto: che una tal qual
tendenza fisica ad espandere l'anima coi
soavi accenti della musica non venne data
da Dio con tanta esuberanza come a questa
nazione scaldata dal sole che irradiò
le fronti de’ più sublimi interpreti del bello
artistico. L’Italia del tempo presente, altamente
lo proclamiamo, sotto questo particolare
aspetto non ha nulla ad invidiare alle
sue età musicali più trionfanti; ai dì nostri,
come a’ tempi de' suoi più grandi capiscuola,
l’organizzazione italiana è in sovrana guisa
inclinata a riuscir prodigiosa di musicali
prodotti; le doti primitive o, diremo meglio,
i germi di istinto che si richiedono a
costituire i grandi cantanti, i grandi attori,
i sommi poeti e compositori, voi li
vedete largiti a profusione ove solo gettiate
uno sguardo alla innumerevole turba di coloro
che tra noi si addensano al limitare
delle professioni teatrali; i pubblici più colti
d’Europa, con tutta la loro vana pretesa di
giudici inappellabili in fatto di dottrinarismo
estetico e di sapienza musicale, mal reggerebbero
al confronto delle nostre più modeste
platee, ove avesse a darsi la palma
a chi sapesse mostrar meglio di sentir proprio
nel fondo dell’anima il prestigio delle
creazioni musicali, a chi valesse meglio a
palesare di aver sortita dalla natura indole
più propria a simpatizzare, per gusto sincero
e non affettato, coll’arte e coll’artista.
L’italiano, il diciamo con orgoglio, ove lo
si voglia supporre isolato da ogni condizione
estranea alla sua indole naturale, va primo
a tutti i popoli nel genio artistico, va primissimo
nel genio musicale. Ma, poiché abbiamo
voluto proclamare con tanta insistente
pompa questa incontrastabile verità,
ci si vorrà forse negare di affermar ad un
tempo con pari franchezza che, per molte
ragioni finora solo in nube accennate, (e di
queste verremo a suo luogo discorrendo per
esteso) quelle arti stesse e l’arte de’ suoni
non meno dell'altre, per le quali ricevemmo
dalla natura tanta dovizia di istintive disposizioni,
sono al presente nella patria nostra
con limitato senno interpretate, coltivate
con insufficienza di larghi principii, e con
false ed anguste dottrine giudicate[1]? Ad
altri l'ufficio di sostenere questa tesi per
ciò che più particolarmente riguarda la pittura,
la scultura, la poesia ec.; a noi quello
di svolgerla nel proposito della musica.—
Abbiamo più sopra gettato un motto delle professioni teatrali. Ebbene; prendiamo le mosse dal dire alcuna cosa di queste. Chi sa additarne un solo popolo d’Europa, nel seno del quale ribolla come tra noi, e ferva più incomposta, e stiam quasi per dire frenetica, la brama di avventurarsi ad occhi chiusi e a capo basso sul burrascoso oceano della scena melodrammatica? Giovinetti inesperti, mal sortiti in altre umili carriere, respinti dal conteggio, dalla mercatura, o forsanco dalle meccaniche officine, se furono dati per disperati d'ogni mezzo di buona riuscita in altri studii, se ne consolano di leggieri col pensare che rimane loro pur sempre un’àncora di speranza, e un raggio di luce splende pur sempre nel buio del loro avvenire; la carriera del canto! Ed eccoli correre difilati a piantarsi a lato al pianoforte del primo maestruzzo che lor colga tra piedi e a farsi provare a gola spalancata il metallo della voce!- È deciso il nuovo destino: Tizio ha un eccellente diapason di tenore, Sempronio ha un magnifico registro di basso! Detto fatto le lezioni di solfeggio e di vocalizzazione (e sa il cielo quali lezioni!) si succedono e si accavallano le une sulle altre con una specie di febbrile sollecitudine; i tre o quattro spartiti più applauditi della giornata si divorano con una fame di crome da far terrore... Un breve giro di lune, e in quel mercantuzzo abortito, in quel bottegajo sbagliato, in quello studente licenziato senza diploma di laurea, voi avete un novello Assur, un novello Pollione, un Belisario, un Bravo di più ad accrescere lo smisurato catalogo degli Assur, dei Pollioni, de’ Belisarii e dei Bravi che già da un pezzo si alternano, si cozzano, si dimenano sui mille ed un teatro della Penisola a disputarsi i quartali dell’Impresario e gli articoli magniloquenti de' giornalisti. Volete che vi parliamo di celeberrimi primi contralti, di immortali prime donne assolute, e di gloriose prime donne comprimarie(!) improvvisate nel giro di poche dozzine di settimane e sbalzate d'un salto dagli scannetti delle crestaje e delle sartore sulle tavole e tra la polvere olimpica del palco scenico? Ve ne ommettiamo la pittura che potrebbe riuscir troppo bizzarra, e per caso, anche incredibile sebben sincera!
E pure una verità deplorevole! Il tirocinio dell'arte del bel canto che ai migliori tempi musicali dell'Italia era considerato estremamente arduo e periglioso e tale che i sommi istitutori della nostra scuola, venerata per classica dall'intera Europa, reputavano non doversi lasciar accessibile che a poche organizzazioni privilegiate cui i doni dell'intelligenza, della cultura e dell'affetto fossero lume e fondamento: il tirocinio dell’arte del bel canto, per la folla dei tanti artisti avventurieri che a' di nostri si lanciano a passo di marcia alla conquista della gloria teatrale colla medesima leggerezza e sbadata indifferenza colla quale noi che scriviamo e voi che leggete ci getteremmo in una carrozza a vapore per ir di volo a far colezione a Monza, questo difficile e complicato tirocinio è diventato poco più che un trastullo, un affar di pochi mesi di studii superficiali, una quaresima di care penitenze preparatorie ad un interminato carnevale di trionfi e di apoteosi a suon di zecchini meritati sa il cielo come!
Or fatevi di grazia a stringere al tu per tu alcune di coteste celebrità da scena, surte d’improvviso dal nulla al tocco della bacchetta magica di questo o quell’agente teatrale od impresario di provincia! fatevi ad interrogarli intorno ai più ovvii rudimenti della musica; invitateli a darvi conto, non già delle alte bellezze estetiche delle difficili parti tragicoliriche che e’ assumono con una disinvoltura che mette raccapriccio a chi sa un po’ addentro ne’ misteri dell’arte, ma solo del valore di questa o di quella modulazione, dell’importanza di questa o di quella successione di accordi, di questa o di quella transizione armonica, e state pur certi che novanta di essi su cento vi rimarranno lì a bocca aperta, come trasognati o confusi, e tutt’al più, i più presuntuosi tra essi, i più ignoranti vi risponderanno voltandovi le spalle «genio, genio vuol essere, e non pedantesca dottrina; buona voce, buoni polmoni e buone orecchie, e il resto è di sopravanzo.» Oh che davvero ben sapreste voi dire a costoro che cosa ci ha di sopravanzo nel fatto delle loro buone orecchie!...
V’ha parecchie centinaja di così detti virtuosi da cartello che ad ogni rinnovarsi di stagione si tramutano da uno ad altro dei tanti teatri lirici d’Italia facendosi preannunziare sulle Gazzette e salutare sugli affissi sesquipedali per esimii e celeberrimi professori di canto, e con modestia proprio da camerino a chi vuole e a chi non vuole udirli si spacciano per consumati dottori nella difficile arte musicale; e per poco che sappiate solleticar con malizia la loro vanità vi intrattengono de' prodigi operati su questa e su quella scena, dell’entusiasmo a cui furono rapiti i tali e tali maestri allo sperimentare la vasta potenza del loro ingegno!... Or volete sapere entro a quali poveri confini è circoscritta la tanto millantata loro enciclopedica sapienza musico-teatrale? Una dozzina delle più acclamate partizioni di Rossini, di Donizetti, di Bellini ec. più presto appiccicate alla memoria meccanicamente, anziché studiate, meditate e sentite; un’altra dozzina di arie e di duetti da baule; una sufficiente provvista di volgari aforismi e di trite sentenze intorno alla così detta arte di mettere la voce, di filarla, di sostenerla, ec. i soliti luoghi comuni, i soliti epifomeni di ammirazione esclusiva riguardanti il così detto canto spianato italiano (quel bel canto che tanti de nostri virtuosi si vantano impudentemente di possedere, ma che sì pochi conoscono davvero), otto o dieci passi d’agilità e volate con trillo, otto o dieci gesti teatrali di convenzione, otto o dieci pose eroiche imparate allo specchio col maestro di mimica al fianco o colle Lezioni del Morocchesi alla mano, e potete ben voltarli e rivoltarli a vostra posta codesti sedicenti baccalari del mestiere, che non vi vien fatto di spremerne altra stilla di sapere!
Avremmo il più marcio torto del mondo se questa patente di ignoranza e di limitata capacità materiale che crediamo poter largire in tutta coscienza ai tanti e tanti merciaiuoli di fiato che nell’Italia d’oggidì costituiscono il volgo della professione melodrammatica, volessimo estenderla a tutti indistintamente i viventi italiani cantanti. Mai no: discerniamo ora d’un sol tratto e ad un fascio, e a suo tempo distinguere sapremo colle debite parole d’onore le poche sommità eccezionali cui veramente si debbe per diritto il titolo d’artisti, presa questa parola nel vero e più ampio suo significato; ma chi voglia essere schietto e ardito proclamatore di una verità che a tanti farà suonar male le orecchie, ne dica, se gli basta l’animo, di quanto oltrepassano la ventina tra le centinaja i contemporanei cantanti italiani cui sieno famigliari veramente le più recondite discipline dell’arte del canto, cui l’intelletto, educato alle alte indagini del bello musicale, sappia avvalorarsi con sapiente criterio degli elementari doni della natura, e il cuore caldo di schietto entusiasmo, e vivace lo spirito ed educato da nobili studii, giovino a rendere fecondi di alti risultamenti le migliori nozioni fondamentali apprese, non alla scuola di una mercenaria pedanteria, ma alle più pure fonti della scienza, alle più elette dottrine dell'arte.
In un prossimo articolo faremo di delineare il tipo perfetto dell’artista cantante quale pare a noi dovrebbe volersi a degnamente interpretare il genio musicale moderno, considerato nella maggiore ampiezza de’ suoi ultimi progressi; quindi studieremo ad osservare fino a qual punto sia limitata la schiera di coloro i quali, ammessi a calcare le primarie nostre scene melodrammatiche, a quel tipo perfetto si assomigliano; indagheremo per ultimo le cagioni di tanta nostri povertà e accenneremo ai mezzi che ne parranno più atti a richiamar tra noi l'arte del canto al primo suo onore sovrano[2].
- ↑ Avvertiamo i lettori che parliamo dello stato dell’arte in genere, e che non saremo tardi a dedicare il nostro culto alle gloriose eccezioni per altro in troppo piccolo numero.....
- ↑ Ci terremo sommamente obbligati a chiunque ne sarà cortese di que’ consigli dela pratica osservazione che potranno giovarci a rendere meno imperfette queste nostre indagini. Ammetteremo in questa stessa Gazzetta le obbiezioni che ne verranno fate, quando non escano dai limiti di una savia polemica. Quanto scriviamo e scriveremo non è ne mai sarà detato che dal più schietto convincimento e amor dell'arte; ma questo non sempre può tener luogo di dottrina; ci chiameremo per tanto fortunati ogni qualvolta potremo avvantaggiarci di quella de’ molti più di noi esperti.
B.
- Testi in cui è citato Francesco Petrarca
- Testi in cui è citato Domenico Cimarosa
- Testi in cui è citato Giovanni Paisiello
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- Testi in cui è citato Vincenzo Bellini
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