Gemme d'arti italiane - Anno I/Abele moribondo

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Carlo Tenca

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La morte di Marco Bozzari Episodio del diluvio

[p. - modifica]L'ABELE MORIBONDO [p. 159 modifica]

ABELE

MORIBONDO

statua

di Giovanni Duprè

di proprietà di S. M. l'Imperatore della Russia

Un fatto singolare a notarsi e di non poca importanza nella storia dell’arti moderne è l’incertezza e la discrepanza delle opinioni, generata, non come nel passato, da diversità di metodi e di scuole, ma bensì da differenza di gusti, e, quel che è peggio, da leggerezza e da avventatezza di giudizj. Chi badasse alle dispute, alle gare, alle polemiche, al cicaleccio infinito che svegl [p. 160 modifica]iano le pubbliche esposizioni, per poco non crederebbe ritornato il secolo di Leone X, e rinato nei popoli l’entusiasmo dei nostri padri del cinquecento. Sventuratamente quello strepito e que’ dissidj non sono per lo più se non isfoghi di vanità e di personalità, e, peggio ancora, suprema necessità di ozio. Cosa strana e pur vera a’ nostri tempi, che tutti si credano bensì in diritto di spacciar giudizj sull’arte, e nessuno vi porti, non già profondità di sentimento estetico, ma neppure sincerità di convincimento. L’arte è considerata dai più come una professione o come un trastullo: manca nella maggior parte degli artisti la vera inspirazione, manca nella moltitudine l’amor grande ed efficace. E tutti sanno che né le accademie, né i premi, né le associazioni d’arte, né il facile mecenatismo non possono per sé, non dico creare, ma neppur conservare un’arte. E nondimeno tutti sentenziano di pittura e di scultura, come se ognuno possedesse esclusivamente il senso del bello, e si combatte una guerra accanita tra gli artisti, le accademie, gl’intelligenti ed il popolo, tutti arrogandosi particolarmente il monopolio delle lodi o del biasimo.

Che avviene da ciò? Nel cozzo di tante opinioni e di tante passioni contrarie la critica o tace, o si fa espressione d’un sentimento individuale ed isolato.

Talora, e più spesso, discende dalle regioni dell’estetica, e diventa o sfrontata adulazione o basso vitupero. E la moltitudine, avvezza ad apprezzar l’arte poco più che come un abbagliante ornamento, non vede in cosiffatta critica se non che una nuova fonte di trattenimento; e, quando pur qualche voce s’eleva di tanto in tanto severa e dignitosa a ricordare il vero scopo dell’arte, troppo facilmente la confonde con quel mare di ciarle, [p. 161 modifica]che imbratta oggidì tutti i giornali e tutti gli almanacchi. L’arte intanto, senza direzione, senza scuola vaga qua e là, incerta di quel che è e di quel che deve essere, ossequiosa ai capricci dei committenti, espressione di un pensiero che non trova un’eco né esteso, né duraturo. Disgiunta affatto dalla letteratura, colla quale ha pur comuni l’origine e l’uffìzio, procede da sé, operando per debolezza quando imita, per istinto quando crea, quasi mai per sicura e potente intuizione del vero. Non già che manchino gli artisti capaci di sublimi creazioni, bensì manca agli artisti il primo alimento dell’arte, il gusto estetico della moltitudine, in mezzo a cui vivono, manca il soccorso della critica elevata e coscienziosa. Quanti ingegni mossero arditi i primi passi sul difficile cammino, e toccarono sul principio a nobile meta, e poscia, abbandonati a sé medesimi, o si trattennero sfiduciati, o fuorviarono allucinati da una falsa immagine del bello. E quando nell’arte si vedono tanti modi d’espressione quanti sono i di lei cultori, quando si vede il prono giornalismo aver parole di lode per tutti indistintamente, come può l’ingegno, anche il più forte, aver la perseveranza del suo primo convincimento? Fortunati quegli artisti, ai quali fin dal primo loro tentativo venne compagno e confortatore il plauso della moltitudine, non incerto, né cercato, ma spontaneo e concorde: più fortunati, quando la pubblica voce si corroborò col sapiente giudizio degli scrittori, e la critica diede all’artista la coscienza di sé medesimo. Chi può dire che Canova avrebbe toccato a sì gran punto di eccellenza nell’arte, se il celebre storico della scultura non gli fosse stato costante sostegno coll’autorità delle sue parole? [p. 162 modifica]

Questa fortuna parmi abbia toccato adesso all’autore dell’Abele moribondo, al fiorentino Giovanni Duprè. Povero e sconosciuto, ei lavorava d’intagli in una botteguccia di Firenze, sostentando la vita co’ suoi guadagni, e nutrendosi di un sogno che un dì o l’altro doveva essere avverato. Tra gli umili lavori della sua professione egli aveva sempre sentito in sé qualche cosa che chiamavalo a più alto destino, ei sapeva di essere artefice e artefice grande, se la fortuna gli avesse porto occasione di mostrarsi. Ma la fortuna gliene aveva sempre negato i mezzi, ed egli era stato costretto a

soffocare in sé quel nobile istinto che lo portava ai più grandi concepimenti dell’arte. E forse soccombeva, se la perseveranza, che vien sempre compagna ai grandi ingegni, non gli avesse fatto vincere quegli ostacoli materiali, che si frappongono sempre ai primi passi. Il Duprè voleva eseguire una statua, e per riuscirvi tesoreggiò sopra i modesti suoi guadagni, non badando né a stenti né a privazioni, finché non avesse posto insieme tanto da comprarsi la creta. Qualche amico, non più ricco di lui forse, gli venne in aiuto nell’impresa, ed egli poté finalmente cambiar i ferri dell’intagliatore nello scalpello dello scultore. E fu non piccolo trionfo per lui, e stupor sommo per tutta Firenze, allorché, presentato il suo modello alla vista di tutti nella pubblica esposizione, ei fu d’un tratto collocato per universale consentimento fra i più grandi artisti moderni. Il povero artigiano, oscuro il dì prima, diventò per la sola potenza del suo ingegno riverito e famoso nella sua città, e vide la sua opera fatta segno all’ammirazione del popolo ed alle lodi de’ più sapienti scrittori. Né gli tardò la commissione di eseguirla in pietra. Maria Nicolajevna, figlia [p. 163 modifica]dell’Imperatore delle Russie, l’ebbe appena veduta, che gliene commise l’esecuzione, insieme colla statua del Caino, che il Duprè aveva ideato dopo aver esposto l’Abele. Ed ora entrambe queste statue sono state portate in Russia dalla granduchessa, la quale ne fece un presente al padre suo.

Basta dar un’occhiata al disegno dell’Abele, perché non sembri esagerato il giudizio dei Fiorentini intorno a questa statua. Il concetto non può essere più felice.

Lo scultore ha saputo tenersi lontano ugualmente da ogni ardita novità e da ogni servilità accademica.

L’Abele è un tipo consacrato dalle più care memorie, un tipo che tutti hanno nel cuore, e che tutti possono comprendere. L’Abele è la prima vittima espiatoria in sulla terra, il simbolo della mansuetudine e della rassegnazione, che attendono la propria ricompensa in un mondo migliore. È la più perfetta immagine dell’umanità soccombente sotto la forza brutale, ma confortata dalla coscienza di un destino migliore. Nella lotta tra Caino ed Abele è rappresentato il cozzo dei due principii del bene e del male, la lotta del libero arbitrio colla prepotenza. E poiché da seimila anni in poi non altro han fatto gli uomini se non che combattere, soffrire e morire, nulla di più adatto a destare commozione negli animi di quello che raffigurare in un personaggio tradizionale questa lotta, questi patimenti e questa morte.

Ma lo scultore, pur trovando un concetto così discorde dall’antico e così in armonia col sentimento attuale aveva ad eseguire un modello, che dava al tempo istesso nelle più severe regole accademiche. Da un lato ci doveva esprimere il più puro sentimento morale, dall’altro, tutte le più studiate proporzioni del nudo. E [p. 164 modifica]questo era vantaggio per lui, giacché, l’occhio educato per sì lungo volger di anni alla bellezza delle forme, difficilmente rinunzia a quel senso di compiacimento che desta sempre l’aspetto di un nudo ben modellato.

Solamente era da aversi cura che la gretta imitazione greca non scemasse verità all’espressione, e che le forme, anziché il pensiero, non predominassero nella statua e non si attraessero intera l’attenzione. Nel che parmi che il Duprè abbia raggiunto perfettamente lo scopo. Perch’egli ha dato un non so che d’ideale alle forme del suo Abele, e nel tempo stesso ne ha fatto, non già un eroe od un semidio, ma un tipo eminentemente umano. Né l’uomo, che moriva vittima mansueta e rassegnata colla parola del perdono sulle labbra, comportava le superbe forme dell’Achille che lotta morendo col fato. Nessuna convenzione quindi nell’Abele, nessun’ombra di stile, ma quella verità semplice e schietta, che ritrae solamente dalla natura.

Natura bella e primitiva, perché vicinissima al tipo creato e non degenerata pel succedersi delle razze, ma pur sempre natura.

Anche l’atteggiamento del moribondo pastore ha qualche cosa che rivela la superiorità del concetto morale.

In quelle membra dolorosamente stanche, in quello sfinimento di tutta la persona scorgesi bensì l’abbandono della vita fisica; ma dagli occhi conversi al cielo, dal volto che spira una tranquilla mestizia, dall’indefinita espressione d’angoscia e di desiderio che gli sta sulle labbra, vedesi il principio immortale che si spicca da quelle forme per ricongiungersi alla sua prima essenza. Nel volto dell’Abele havvi insieme collo sgomento di un male sconosciuto, quell’arcano presentimento della vita novella che lo attende. E l’affanno che provasi alla vista [p. 165 modifica]di quel petto sollevato per lo sforzo della respirazione, di quel ventre contratto per l’intensità del dolore, rimane in certa guisa temperato da quell’aureola di speranza che gli circonda il capo. La rappresentazione del dolor fisico non cade fuori dei confini dell’arte se non quando esso soffoca nell’uomo ogni morale energia. Ora, nell’Abele vedesi l’uomo che soffre sì, ma vedesi pure il principio divino che trionfa dei patimenti.

L’Abele giace supino, un po’ rialzato sul fianco destro, e colle braccia protese al di sopra del capo.

Attitudine naturale in chi è colpito di fronte, e colle braccia vuol tentare di farsi schermo alla percossa.

L’averlo poi voltato un po’ sul fianco fu arte nello scultore, per trovar qualche linea curva nelle gambe, le quali altrimenti avrebbero dovuto cader dritte entrambe.

Il capo è abbandonato come quello di persona moribonda, i capegli liberi e mollemente rappresi come per sudore mortale, la fronte corrugata esprime l’affannoso contrasto dei pensieri. In quanto alla verità delle forme, basterà il dire, che questa statua fu dai più creduta formata sul vero, tanta è la naturalezza e la precisione delle parti.

Queste parole, scritte da lontano e sulla sola vista del disegno, non vanno considerate se non come l’eco fedele di quanto fu detto intorno alla statua del Duprè dai più autorevoli scrittori fiorentini. Però, da quello soltanto che ne appar dal disegno, non parrà soverchia la lode a lui concessa, né esagerata la predizione, che egli sia destinato a stampare un’orma profonda sul sentiero dell’arte.

C. Tenca