Giacinta/Parte seconda/XVI

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XVI

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XVI.

Ella sentiva d’amarlo immensamente più, ora che le costava il sagrifizio della sua reputazione e della sua pace. Quella lotta l’aizzava, come l’anno [p. 160 modifica] addietro, quando ogni sua speranza, ogni sua illusione s’era inabissata, e l’orrore dell’avvenire le aveva annebbiato la ragione. Però, si sentiva più agguerrita e più forte.

Se non che ora, di tanto in tanto, la sincerità del suo carattere si ribellava, sordamente, contro l’equivoca situazione dov’ella s’era cacciata. La piena rassegnazione di suo marito le destava un senso di pietà. E se egli la guardava coll’aria di un cane rivolto umilmente verso il padrone che lo caccia via, Giacinta provava un soffocamento, come se ingoiasse, in quel punto, un sorso d’acqua fangosa.

— Oh!... Se fosse stato meno arrendevole, anche cattivo, sarebbe stata più tranquilla.

Ma una sera il conte era tornato a casa con la faccia insolitamente rannuvolata. Presa da viva curiosità, Giacinta se lo lasciò venire dietro nella camera da letto, senza licenziarsi o dirgli nulla. Mentre egli passeggiava da un angolo all’altro, con le mani dietro la schiena, Giacinta pareva intentissima a rovistare i cassetti di un piccolo armadio; ma con la coda dell’occhio, gli vedeva torcere la bocca e alzar le mani per stropicciarsi le gote, con l’abituale gesto di gatto che si lavi la faccia.

— Contessa! — finalmente egli disse.

Giacinta, senza nemmeno voltarsi, seguitò a rovistare. Quella intonazione un po’ brusca l’aveva scossa: attendeva.

Il conte riprese a passeggiare, brontolando in modo inintelligibile:

— Che gli davano a intendere gli amici burloni? Lo scherzo passava il segno... Sua moglie era così serena!... Se fosse stato vero... Gliel’avrebbe letto in fronte, a prima vista.

E si fermava per ammirare quella testina di [p. 161 modifica] donna dove il lume accendeva di rosee sfumature il velluto delle guancie e di riflessi acciaini il nero d’ebano dei capelli.

— Giacinta! — ripetè il conte.

Questa volta la sua voce era blanda, dimessa, e, nel tempo stesso, insinuante, calda di desiderio.

Giacinta, che non s’era avveduta dell’accostarsi adagino adagino di lui, appena sentì sulla nuca il soffio caldo di quel fiato, rapidamente si voltò.

— Che significa? — gli disse con piglio severo. — Queste smorfie, lo sapete, mi dispiacciono.

Il conte, allontanatosi un poco, tornò subito indietro:

— M’hanno detto (ma io non lo credo, oh, punto!), m’hanno detto... che avete un amante... Andrea Gerace!...

Giacinta si sentì venir meno. Quell’accento d’umile tenerezza le aveva sconvolto il cuore.

E lasciò che il conte le passasse un braccio attorno alla vita, e le desse qualche bacio.

— Non lo credo, oh, punto! — egli balbettava, brancicandola lievemente, con insistenza significativa, nella curva dei fianchi. — Come sei bella! Come sei bella!... Senti: resto qui, resto qui! — le ripeteva, serrandola più stretta, ribaciandola con calore.

— Sì: Gerace è il mio amante! — rispose Giacinta con voce turbata, ma ferma.

Si dibatteva per svincolarsi. Ma il conte ormai non voleva lasciarla.

— No, non è vero. Lo dici per celia... Ah, so bene perchè me lo dici!... Come sei crudele!... Resto, resto!...

E le correva appresso, agitando la testa, con le labbra strette e sporgenti, con gli occhi socchiusi e [p. 162 modifica] le braccia aperte, cacciando un flebile urlo, senza parola.

Alla strappata di campanello di Giacinta, Marietta entrò in camera.

— Accompagnate il conte. Buona notte! — indi aggiunse, rivolta a lui, sorreggendosi con la destra alla spalliera del letto.

— Buona notte! — rispose il conte, che non si decideva ad andarsene.

E così era stato rotto anche quell’esilissimo filo che tuttavia legavala a lui.