Giacinta/Parte seconda/XVII

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XVII

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XVII.

Giacinta voleva partorire nella casa nuova; ma la vera ragione della sua fretta era stata l’idea che lì si sarebbe trovata libera da ogni soggezione importuna. In casa propria regnava lei: vi avrebbe ricevuto chi le pareva e piaceva; non doveva rendere conto a nessuno.

La inaugurazione del suo salotto fu un affare grosso.

La baronessa Sturini, che stava a capo dell’aristocrazia e non se l’era mai detta con le Marulli, aveva cercato, per ripicco, d’alzarle quella stessa sera un contr’altare. Allora la signora Teresa, smesso quel po’ di broncio che teneva tuttavia alla figlia, ci s’era immischiata un po’ lei, aiutandosi, come diceva il Mochi, con le mani e coi piedi. In quei giorni, era raro che due persone s’incontrassero senza domandarsi:

— Hai ricevuto un invito della Sturini?

— Sì, e uno della contessa Grippa; ma vado da questa. E tu? [p. 163 modifica]

— Chi vorrà andare a morir di noia fra quelle mummie aristocratiche?

Al Caffè della Pantera, mentre il Merli, il Ratti, il giovane Porati, Gessi e il capitano Ranzelli discutevano seriamente se dovevano o no intervenire, era capitato il Mochi, dinoccolato, col suo monocolo all’occhio sinistro, che gli dava l’aria maligna d’un Mefistofele andato a male.

— Come? C’è chi pensa di non intervenire? — egli disse. — Ma è il colmo della sciocchezza! Ah, se avessi metà degli anni che ho addosso! Vedreste! Siete giovani, e abbandonate il campo? Trent’anni fa, o Gerace non avrebbe avuto quella buona fortuna, o essa sarebbe già finita da un pezzo. Trent’anni fa, gli avremmo dato il gambetto in quindici giorni. Ed ora tocca a me, a me che strascico le gambe, servir di sprone alla gioventù! Ma non capite che uno, uno solo, farebbe la vendetta di tutti?

— Viva sempre i veterani! — esclamò il Ratti entusiasmato.

E quel primo mercoledì si trovarono tutti in casa Grippa, come tanti diplomatici venuti lì ognuno per conto del proprio governo, per dare un’occhiata di ricognizione, senza destar sospetti l’uno nell’altro, preoccupati della rivincita.

Mentre la baronessa Sturini era riuscita a raggranellare appena una dozzina di vecchie carcasse e pochi giovani che, per dovere di casta, non si eran potuti esimere dall’andare a sbadigliare discretamente fra loro, in casa Grippa, invece, era accorsa in folla la ricchezza, la magistratura, l’esercito, l’amministrazione, la stampa (rappresentata dal direttore e dall’unico redattore della Gazzetta popolare), la gioventù, le belle donne; insomma quanto la piccola città possedeva di meglio. [p. 164 modifica]

Il palazzo Sturini, da un lato, con le cariatidi del portone, coi mostri che si contorcevano nelle mensole dei terrazzini, e la palazzina fresca e svelta della contessa Grippa, dall’altro, avevano l’aria, diceva l’ingegner Villa, di guardarsi in cagnesco con le finestre illuminate.

Andrea si sentiva come in casa propria, aggirandosi a testa alta fra tutta quella gente, che ora salutava e gli stringeva la mano, per non romperla con la padrona di casa e con la signora Marulli diventata una vera potenza.

— Infine — avevano riflettuto — a loro che gliene importava? Doveva badarci quell’imbecille di marito, che andava attorno per le stanze come una mosca senza capo. La contessa era una donnina gentile, buona, allegra. Faceva tanto piacere il ritrovarsi radunati insieme in casa di lei!

Le signore trovavansi di accordo nel chiudere gli occhi. E se, per caso, quella cattiva lingua del Ratti veniva a metter fuori in mezzo a loro certe allusioni troppo aperte, prendevano l’aria di non capire. La Maiocchi, anzi, protestava indignata, con la Pagani e con la Clerici. E la signora Clerici non protestava meno energicamente, quantunque osservasse, in confidenza con la Maiocchi, che la Pagani aveva dei grossi peccati da farsi perdonare per proprio conto; per questo andava ora spacciando la storiella, messa in giro dalla Teresa, di non so che lascito piovuto a Gerace da un parente lontano, che gli permetteva di vivere del suo e di fare il signore. La Pagani non ne credeva, senza dubbio, neppure una sillaba, ma l’andava ripetendo insistentemente, come se ci avesse creduto, per debito di consorteria femminile!

Sul tardi, Giacinta si era accostata ad Andrea, porgendogli una tazza di caffè nel vano della [p. 165 modifica] finestra, dov’egli se ne stava col Gessi ad osservare le finestre del palazzo Sturini, che si oscuravano ad una ad una.

— Sono morti tutti, di noia! — ripeteva Andrea ridendo. — I carrozzoni dei trasporti funebri già li portano via.

— So che preferisce il caffè — gli disse Giacinta.

Gessi si allontanava prudentemente, diventando un po’ rosso.

— M’ingannavo? Vedi, si sono stancati! — soggiunse Giacinta.

E si affrettò a raggiungere il Gessi:

— Vuol thè o caffè?

— Grazie, preferisco queste — egli rispose, stendendo la mano alle chicche del vassojo che Elisa Maiocchi gli presentava in quel punto.

— Ah! vi servite tra voi altri! Sta bene — replicò Giacinta con malizia.

Gessi diventò più rosso di prima. Elisa, magrissima, diritta come se avesse inghiottito il manico della granata, lo guardava con civetteria e gli domandava, per imbarazzarlo:

— Perchè diventa così rosso?