Giacomo Leopardi/XXXVII. «Silvia»

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XXXVII. «Silvia»

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XXXVI. Il nuovo Leopardi XXXVIII. I nuovi idillii
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XXXVII

«SILVIA»

Riacquistata la virtù della rimembranza, il poeta riandava sé stesso, e, indietro indietro, gli veniva innanzi la prima età de’ «dolci affanni» e dei «teneri moti», nella quale nazioni e individui sono felici, perché credono alle illusioni, concetto da lui più volte espresso in verso e in prosa. L’immaginazione, uscita più potente dopo il lungo torpore, gli rifà viva la memoria di quella età. Forse, in quella «Via delle Rimembranze», passeggiando tutto solo, dovea dire a sé stesso: — Ero felice allora! e anche lei! e tutto finì — . Il sentimento che accompagna questa memoria, è malinconia dolce, con quella lacrima, che è refrigerio. Perché, se la felicità è passata, pure è un passato vivace, che egli può riafferrare e godere, in immaginazione, quasi presente. Così vengon fuori de’ versi «all’antica e col cuore di una volta».

Riandando anche noi i suoi versi, eccoci innanzi la Sera del dì di festa. La festa è passata:

    ... ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente.

Il motivo è l’eterno sparire nel breve apparire, la fuga delle cose. E, nel breve apparire, c’è lei, creatura ingenua, che è stata alla festa:

    ... e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te.

[p. 269 modifica]Lui aveva allora ventun anno; non gode la festa, e neppure nella sera, la dolce notte e la queta luna: anzi grida e freme:

        Oh giorni orrendi
In cosí verde etate!

C’è qui dentro un tumulto e un ruggito di gioventù, che il sentimento poetico trasforma e raddolcisce nella contemplazione dello sparire universale, con quell’effetto malinconico che ti fa il morire a poco a poco di un canto che si allontana.

In questo sparire universale ci è anche la speme:

        A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.

Quadro fosco, illuminato appena da quella cara giovinetta, che nella cheta stanza dorme, e non la morde cura nessuna, e ha goduto la festa, e, dormendo, sogna la festa. Nel Sogno, quella cara giovinetta è spenta:


    ... nel fior degli anni estinta,
Quand’è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com’è tutta indarno
L’umana speme.

Queste erano le donne poetiche di Leopardi, senza nome, senza contorni, vapori che il vento porta seco e non lasciano orma. Compagne di queste apparizioni efimere, le illusioni svanite, la speranza mancata, la giovinezza spenta, la vanità delle cose: materiali sparsi, che il poeta, giunto a trent’anni, fonde ora nel crogiuolo della vita, e n’esce quella forma immortale, che si chiama Silvia.

Queste illusioni, e la speranza e la giovinezza fuggite, questo sparire di tutte le cose, non ha qui, come per lo passato, espressione d’idea o di concetto; l’idea è divenuta sentimento, incorporato nel fatto. Chi ricordi le canzoni, e anche gli idillii, vi troverà molta copia di sentenze, come nel Sogno: è la forma del pensiero, quando si affaccia nella sua purezza. Ma ora il mondo [p. 270 modifica]non è più per Leopardi quasi un complesso di pensieri; è un tutto organico e vivente, le cui idee sono vita, senso, carne e sangue. E tali sono in questa breve storia di due giovani colti nell’allegra serenità delle illusioni e dei sogni, la cui giovinezza fu spenta nell’una dalla natura, nell’altro dal vero. La fugacità della vita, e della illusione, e della speranza, e della gioventù non è qui concetto, ma impressione, e impressione senza espressione propria: è lacrima della cosa, è sentimento insito quasi in ciascuna immagine.

Tra queste impressioni comparisce Silvia. La giovinetta della Sera del dí di festa, e l’altra del Sogno sono poco più che schizzi, o embrioni: la forma completa è Silvia. Ella è appena entrata nella giovinezza, a quella età che la fanciulla sta per trasformarsi in donna. Quello che sente, non è ancora amore: è un non so che lontano e vago che la rende pensosa, ma non la turba, non le fissa gli occhi, non le dà il lungo sguardo del desiderio. Il riso e il canto esprime l’intima letizia di una vita pur mo uscita dal verde, tutta color di rosa. Il suo vicino, al suono di quella voce, lascia i cari studi e s’affaccia. Era il maggio odoroso. Quel canto, quella natura gli move il core. Giovine anche lui, nell’età della speranza, e sogna d’amore e di gloria:

    Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Ciò che unisce questi due esseri non è amore, è simpatia il vincolo comune della giovinezza. I loro sogni sono diversi. L’una sogna le lodi delle negre chiome e degli sguardi innamorati, e i dì di festa, e le compagne che le favellano d’amore. L’altro sogna:

I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi.

Diversi i sogni, ma il sentimento è uno. E pari è il destino. All’una il sogno è troncato dalla morte, e fra breve è troncato all’altro dall’apparire del vero.

Leopardi non aveva mai rappresentato la vita che nella sua fugacità, nel dolore di quella fuga, nella malinconia di quel [p. 271 modifica]mistero. La vita nelle sue gioie, nelle illusioni della giovinezza non è stata per lui altro che un sottinteso, un antecedente o un punto di partenza. Vi si è fermato alquanto nella Vita solitaria, ma è una descrizione brevissima, mescolata di lacrime; non è la pura gioia della vita giovanile e non è una rappresentazione. Qui la giovinezza, nei suoi sogni e nelle sue brevi gioie, è colta dal vero e fissata in una scena drammatica. Pure, questa breve evocazione di una vita gioiosa ha già nel suo seno il tarlo della morte. Questo è passato, questo è rimembranza. E non una volta il poeta cade in oblio, mai non usa tempo presente; quel «vedevi» e «avevi» e «solevi», quei passati in rima che danno l’intonazione, ti fanno venire il brivido.

A nove anni di distanza tornano innanzi al poeta le memorie giovanili, gli torna il mondo quale lo fantasticava allora; e oggi può con ragione dire: «questo è quel mondo?». Il passato, posto come passato, gitta il velo funebre dello sparire su tutta la rappresentazione e vi imprime un carattere melanconico. E discorrere di quel passato con lei, chiamarla, parlare alla morta, come fosse lì, viva, innanzi a lui, aggiunge alla malinconia dolcezza e tenerezza.

Ci è qui dunque tutta quella partecipazione d’anima che e necessaria per dare a questa storia un carattere d’individualità, quel finito, quel contorno ch’è proprio di cosa reale.

La situazione è così chiara come semplice, la formazione è completa.

Ma questa poesia oltrepassa il limite di un fatto individuale e prende proporzioni colossali. Non è questa la sorte singolare di due individui, ma è «la sorte delle umane genti». La natura non ha ingannato solo quei due, ma inganna tutti «i figli suoi». «Non rende quel che promette». Questo è carattere comune a tutta la poesia leopardiana; il senso generale fa stacco a modo di sentenza o di riflessione, e talora raffredda l’impressione che ti viene dal particolare. Ma qui è fusione completa. Il senso umano della poesia è così intimamente fuso col senso individuale che sembra parte di quello e che venga fuori come eccitato e provocato nel vivo della passione, quasi in un crescendo. È un [p. 272 modifica]lampo che splende e passa. Ma, ancorché fuggitivo nella espressione, lo senti sempre presente nella intonazione.

Perché qui non è moto violento e tumultuoso di una passione strettamente personale che fissi la tua contemplazione nella miseria dell’individuo; non ci è l’accento dell’amore o dello sdegno o della disperazione. Il sentimento è pacato e soave; il dolore prende la forma elegiaca di lamento. E quando, in ultimo, la speranza nel suo sparire indica con la mano la «fredda morte ed una tomba ignuda», senti una stretta al cuore con sentimento d’uomo più che di individuo.

Questa personificazione della speranza può parere una freddura; ma non fa cattivo effetto, espressa come è in una forma punto esagerata. Più che di persona, ha l’aspetto di una statua immobile, in una certa attitudine, che esprime il suo pensiero senza parole. Può parere la statua dell’Umanità all’ingresso di un cimitero. Questa è l’ossatura e il congegno della poesia sottoposta al discorso della mente. Ma se la guardiamo nel vivo della ispirazione e nell’atto della creazione, troveremo che la sostanza della poesia è Silvia, e che tutto il resto è accompagnamento. Silvia non è questa o quella donna; è il primo apparire della giovinezza in un cuore femminile, in tratti generali, ma così fissati e precisi e vivi che le danno un carattere e una fisonomia. Di tal natura sono quegli occhi «ridenti e fuggitivi», e quel «lieta e pensosa», e quel «salire il limitare di gioventù», ed il «perpetuo canto» ed «il vago avvenire».

Silvia non ha niente di comune con Elena o Beatrice o Margherita. Ella si mostra pura di ogni elemento soprannaturale o spirituale o simbolico. È la poesia nella verità della natura, nella realtà della esistenza. Non ci è più storia, non ci è più cielo, non ci è più redenzione. Siamo nel regno della natura. Nessuna differenza di famiglia, di nazione o di forma sociale penetra qui dentro. La scena è il mare e il monte in lontananza, il sole che tramonta, gli orti e le vie dorate, bellezza e malinconia di natura. E là si svolge questo idillio della vita, questo mistero della natura.