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../C ../E IncludiIntestazione 26 febbraio 2009 75% Proverbi

C E


 
Doppia vittoria acquista, chi se stesso vince.
Dannoso è il dono, che toglie la libertà.
Di due mali, elleggi il minore.
Dal falso bene, viene il vero male.
Di ciò che fai, non del far d’altri, cura.
Don di consiglio, assai più val, che d’oro.
Dal riso molto, conosci lo stolto.
Disparità de gl’anni, fà gl’huomini dispari.
Del caso auuerso, nel felice pensa.
Doue non è virtù, fortuna puote.
Doue virtù guida, fortuna è compagna.
Di tutto il corpo, il capo regger deue.
Doue è più turba, il falso ha maggior luoco.
Disdice a spirito bello, cura seruile.
Discordia è un fuoco, ch’arde ogni buon’vso.
Dannoso è l’vtile, che callunnia apporta.
Desio di preda, è spron d’ingiusta gloria.
D’inuidia manca la miseria sola.
Dio coglie in tempo, il frutto della vita.
Doue lega ragione, conscientia punge.
Dopo il giuoco, cosi va nel sacco il Re, come il pedone.
Del’error nel camin, colpa ha la guida.
Disauantaggio, muta pensier nel saggio.
Difetto & occasione, togliono rispetto.
Di due cure, curar’ la maggior pensa.
Diffetto altrui, non torni in propria offesa.
Dio non aiuta, se l’huom manca a se stesso.
Diffesa più che ingiuria, ogni saggio vsa.
Di minor causa, più l’offesa preme.
Di cosa nasce cosa, & il tempo la gouerna.
D’ogni taglia buon leurier.
Dar fuoco, alla bombarda.
Difficilmente trouar’il bandine d’vna matassa.
Debil filo, ordir può salda rete.
Donna Beatrice, ha i pater nostri, e mai gli dice.
Di bugie, e d’inganno, si viue tutto l’anno.
Del cuoio d’altri, si fan correggie larghe.
Da Natale al fuoco, e da Pasqua al giuoco.
Dal capo puzza il pesce.
Dispicca l’impiccato, t’aiuterà impiccare.
Dommanda al hoste s’egli ha buon vino.
Dio prima a se, e poi a gl’altri fece la barba.
Doglia di moglie morta, dura fin’alla porta.
Doue sono femine, & oche, non son parole poche.
Di un’ vitello, viene un boue.
Dal detto al fatto, vi e un gran tratto.
Duro con duro, non fece mai buon muro.
Di buon seme, nasce cattiuo frutto.
Doue è il male, s’appica la sansuga.
Doue è grand’amore, iui è gran dolore.
Dolci parole, rompono l’ira.
Dopo la tempesta, viene il bel tempo.
Dopo c’ha tuonato, conuien che pioua.
Doue non c’è nulla, il Re non ha ragione.
Donato è morto, ristoro stà male.
Dalle cose passate, si giudican le presenti.
Dolce viuanda, vuole salsa acerba.
Deliberatione, non vuole consiglio.
Dal remo al tribunale.
Dar la farina al Diauolo, e la semola a Dio.
Del nò, con i denari si fa ita.
De’ belli anche è bello l’Autunno.
Diuieni tosto vecchio, se vuoi viuer vecchio.
Dottor di Valentia, longa robba, e corta scientia.
Doue comincia l’inganno, iui finisce il danno.
De la beltà, compagna è la fierezza.
Donne sauie al’impensata, e matte alla pensata.
Doue è dottrina, iui è conuito.
Doue non è concetto di natura, non è senso d’arte.
Dio è il vasselaio, e noi la creta.
Della sua istessa colpa, amore è scusa.
Da autorità, la cerimonia al’atto.
Di colpa, nasce colpa.
Duro a vecchia licentia, è nuoua legge.
Delle cosa incerte, non si fà legge.
Doue il fallo abondò, la gratia abonda.
D’acquistar gratia, il merto è propria gratia.
Diuina gratia, in diuin’vso spendasi.
Doue è libero arbitrio, fortuna non ha colpa.
Duol di capo, non tuol corona regia.
Degno è ch’il buono, in ogni stato imperi.
Del mal d’altri l’huomo guarisce, del proprio muore.
Dal ben’il bene, dal mal’il mal si giudica.
Di pochi fidati, ma da tutti guardati.
Da barba a barba, honor s’acquista.
Discoprirsi il capo, per coprirlo ad altri.
Di giorno pingi, e di notte fingi.
Donna, danno, dama, dammi.
Donna otiosa, non può esser virtuosa.
Diligentia, passa scientia.
Dal mattino, si conosce il buongiorno.
De la madre il camin, segue la figlia.
Da mal coruo, mal’ vuouo.
Dimmi con chi tù vai, che saprò quel che tu fai.
Doue non val forza, opra l’ingegno.
D’un folle cuore, la voce inditio porge.
Di ciascun l’opra, è del valor’ il saggio.
Due ghiotti ad un tagliere, mai s’accordano.
Dopo il pesce, latte è veneno.
Dopo il pero, o il prete, o il bere.
Di mezzo di, stella non luce.
Di femina pazza, nissuno s’impacci.
D’Agosto, si fa lo mosto.
Dopo la cenere, non c’è che prendere.
Dopo questa immonda, vien la felice e seconda.
Dio dà il toro, ma non le corna.
Dio scalda i mal vestiti.
Due occhij vedon più che vno.
Dal sapere, viene l’hauere.
Di buon’arme è armato, chi di buona donna è amato.
Di grande eloquentia, piccola conscientia.
Di poco panno, corta cappa.
Di buon frutto, cattiuo vento.
Di picciol fiume, non sperar gran pesce.
Da gente da bene, non vien che bene.
D’un’ vuouo bianco, spesso pulcin negro.
Da continuo riso, raro hai buon auiso.
Da Dio il bene, e da le pecchie il miele.
Due Guglielmi, & un Piero, fann’un pazzintiero.
Di denari e bontà, sempre cala la metà.
Di poledro scabbioso, taluolta hai caual precioso.
D’huomo regolato, non ti vedi vendicato.
Dal’inuidioso, come dal tegnoso, guardati.
Di questi che si stringono la giornea del’opinione.
Donna specchiante, poco filante.
Dormir’alto, vale un tesoro.
Da la man’ alla bocca, spesso si perde la soppa.
Dal matin’ alla montagnetta, e da sera alla fontanetta.
Di padre santelotto, figlio diauolotto.
Da man’ vuote, preghi voti.
Difformità, segno di virginità.
Diuersità d’opinione, di processi occasione.
Due piccioli, & un grande, fan l’huomo ricco e grande.
Dieci anni da guerra, un’anno di battaglia.
De gli amori, i primi sono i migliori.
Di picciol huomo, spesso grand’ombra.
D’ingiusto guadagno, giusto danno.
Domandando, vassi a Roma.
Denari, fuoco, virtu, e faue, sempre buoni.
Donna buona, vale vna corona.
Donna da bene, vale un gran bene.
Donna otiosa, a male pensosa.
Donna brunetta, di natura netta.
Donna che prende, tosto si vende.
Donna che dona, tosto s’abbandona.
Detto senza fatto, ad ogniun pare misfatto.
Doue Dio vuol, senza contrasto puol.
Di buona pianta, la tua vigna pianta.
Di questi che danno lucciole per lanterne.
Di questi parentadi, ch’un staio di miglio non gli troua.
Di questi che giuocan le messe de’ lori padri.
Da que’ che vengon dal mercato, si fanno le derrate.
Dar le ceruella al cimatore.
Dà la giouane al vecchio, & metti la culla al letto.
Dopo il crudo, il puro.
Di questi in farina pastinache.
Di questi sguscia lumache.
Di questi a chi non basta l’animo di dire ch’han sudato.
Dire le messe di San Gregorio.
Dare alla prima nelle scartate.
Di queste Aue Marie infilzate.
Di queste graffia santi.
Di queste scopa chiese.
Di questi scanna penitentia.
Di questi che non hanno dita da serrare i fori del suffolo.
Di questi credo in Deum.
Di questi sogni rotti.
Dio ci scampi da mano di villano.
Di questi sputa in croce.
Di quelle, a chi stringono i cintolini.
Di questi che non sanno conciar due oche in un piatto.
Dare acqua di vite.
Da’ a quel cane, ch’egli è rabbioso.
Dare miele e finocchio.
Dare le ceruella a sgranar’i fagiuoli.
Di questi che giurano di far gl’occhi a’ pulci.
Di questi riuendaiuoli di consigli.
Di questi che vanno messeri, e tornano seri.
Di questi ch’han buona causa, ma non testimonij.
Di questi ch’hanno il ceruello, doue le ciuette il gozzo.
Di questi schizzi da sparauier, che non san da nulla.
Due corui ad un ramo, male stanno insieme.
Dar un colpo al cerchio, e l’altro alla botte.
Dar la madre d’Orlando.
Di state d’auanti, d’inuerno di dietro.
Doppia fatica, è lo sposar’vna vedoua.
Di meno quello, che tù fai.
Dà minor pena la morte che l’indugio di essa.
Di poca fiamma, gran luce non viene.
Dar di becco in ogni cosa.
Dove è manco cuore, iui è più lingua.
Dormir con gli occhi aperti.
Dar tre morsi ad un fagiuolo.
Donna basciata, è mezza guadagnata.
Da un lato il precipitio, da l’altro i lupi.
Di la del rio è passato il merlo.
Doue giustitia può, non oprar forza.
Dona a’ buoni, e non a’ fortunati.
De’ beni paterni, la diffesa è giusta.
Desio di regno, non è senza impietà.
Doue è pluralità, iui è discordia.
Di peccato secreto, penitentia publica.
Del verisimile, la calunnia s’arma.
Dove può il vino, non può il silentio.
Dove il ver manca, ogni hor la frode abonda.
D’audacia e freno la vigilantia e sferza.
Doue sono molte mani, chiudi.
Da’ vestimenti, viene la tignola.
D’ago in filo, e di filo in ago.
Di palo in frasca.
Diffender le calunnie, è impresa forte.
Due volte fà il seruitio, chi il fà tosto.
Di ogni cosa, il troppo sempre nuoce.
Doppo morte, ogni soccorso è tardi.
Doue è guerra, non fú mai douitia.
Dopo la gloria, viene l’inuidia.
Doue regna amore, non si conosce errore.
Dal mal’vso, è vinta la ragione.
Dare nella brocca.
D’onde ha il ragno le fila?
Degli assenti, o taci, o parla da amico.
Di ogni legno, non si fà Mercurio.
Dire l’oratione della Bertuccia.
D’ogni trista, botte, è buon’il taso.
Donna1 Greca, vin Greco, vento Greco.
Domanda al mio caro, s’io son’ un laro.
Dare incenso a’ morti.
Dar del capo nella rete.
Dar perle a’ porci.
Disputar di lana caprina.
Disputar del’ombra del’asino.
Di vacca, cerua mai non nacque.
Doue è il corpo, si congregano l’aquile.
Doglia communicata, è subito scemata.
Di denari, senno, e fede, ce n’è manco che non si crede.
Da nouello, tutto è bello, Da stagion tutt’è buon.
Da corsaro a corsaro, non si guadagnan che barili vuoti.
Doue bisognano i fatti, le parole sono d’auanzo.
Dar’ad intender che la luna, sia sopra il ciel del pozzo.
Di promesse non godere, e di minaccie non temere.
Dice Christo nel vangelo, l’humiltà apre le porte del cielo.
Dar per ogni pane, tre focaccie.
Dare nel trentuno.
Dare nelle scartate.
Darsi della scure nel piede.
Di il fatto tuo, e lascia far’a Dio.
Da qui a cent’anni, tanto varrà la stoppa quanto il lino.
Donna indrizzata, mula incauezzata.
Da mal vien il lupo, da peggio va la pelle.
Di giorno quanto vuoi, di notte quanto puoi.
Denari fanno correr’ i caualli.
Denari fanno correr gli asini a Roma per beneficij.
Da l’asino non ne hai, che calci, e petti.
Del’oca, mangiane poca.
Da Santa Catarina a Natale, ci è un mese per equale.
Da Santa Lucia, fin’ a Natale, il giorno si longa il passo d’un gàllo.
Doue posson le donne, ogni mal puote.
Da San Gallo, ara lo monte, e semina la valle.
Da San Barnaba, taglia i piedi alla segal.
Da San Martino, ogni mosto è buon vino.
Denari rifiutati, non si spendono.
Di pur di nò, e lascia fare.
Discrettione e madre della virtù.
Discrettione è madre degli asini.
Dolor di testa, vuol mangiare.
Dolor di ventre, vuol cacare.
Doglia di dente, doglia di parente.
Doglia di viuente accuora, doglia di mortale, passa.
Dal’otto al nuoue, l’acqua non si muoue.
Dal vent’vno al ventidù, la non va ne sù ne giù.
Dal cattiuo debitore, tògli paglia per lauoro.
Dal si al nò, battemo tutte le differentie.
Dal rubbar’ al restituir, si guadagna trenta per cento.
Da vna banda pongi, e dal’altra ongi.
Domenedio fà gl’huomini, e loro s’accompagnano.
Doue non và acqua, mettici la zappa.
Doue và la barca, non vadi carro.
Di senno, è piena ogni testa.
Due cose non patiscono equalità, amor’ e principalità.
Dio voglia puttana, che la coltre sia sul letto.
Di picciol fonte, sorge fiume grosso.
D’un pensier, ne nasce un’ altro.
Di spina, nasce rosa.
Di fetida herba, nasce il giglio.
Doue l’huomo ha il tesoro, iui ha il suo cuore.
Da moglie ripudiata, & amico riconciliato, cerca d’esser liberato.
Di libito, far licito.
Doue cerca il latte, troua il butiro.
Dal ventre pieno, esce miglior consiglio.
Doue sono molti giudici, e molti medici, è cattiuo segno.
Donde esce l’vno, entra l’altro.
Dare scacco matto, alla candela bianca.
Da san Luca a Natale, tutti studiamo per equale.
Da carneuale a Pasqua, chi studia, chi lascia.
Da la campana a nona, non ci passa buona persona.
Da nona a campana, sempre passa, qualche puttana.
Doglia di marito morto, dura fin’ ala sepoltura.
Da Vicentia a Verona, delle miglia trentadue.
Da Verona a Vicentia, delle miglia trenta.
Da vitello tutto pare il buò che dee venire.
Dietro il sterco viene l’oro.
Doglia di fianco, la pietra a campo.
Due culi in vna braga.
Due visi sotto vna beretta.
Dolce cosa è la patria.
Del rio seruo la peggior parte è la lingua.
Due Item fu l’huomo beato.
Dopo ch’il mondo sarà mondo.
Di questi c’hanno più a memoria il calendario, ch’i ciechi.
Duo seruigij in un viaggio.
Dio mi guardi da segnato d’esso, e d’acqua cheta.
Dare in un monte di colla.
Doue è gran fuoco, iui è gran fumo.
Due tordi ad vna pania.
Da l’arco vien maggior l’offesa, se la corda è più tesa.
Del tutto non è sauio, chi non sà esser pazzo.
D’ogni mal, è degno, chi di sua sorte si vergogna.
Donna senza amante, è come naue senza nocchiero.
Donna brutta è mal di stomaco, donna bella è mal di testa.
Dal viuer copiosamente, è causata la lussuria.
Di madre infame, figlia non nacque di costumi honesti.
Doue l’huomo non è conosciuto, quando parla non è creduto.
Dio ci guardi da cinque F. fame, fumo, fiume, frate, e femine.
Dà al bambino et al cane quanto vogliono, ne l’un ne l’altro sarà bello.
Di questi che son più longhi che la Bibbia.
Di questi che non sanno accozzar la cena con la merenda.
Di coteste sante Nafisse.
Di questi ch’han più caro il fumo che l’arosto.
Doue è terra, iui è guerra.
Doue sono cauagli, sono trauagli.
Di questi da chi non puoi cauar solco dritto.
Dare nel trentuno.
Di questi che pagano alla vincita di Milano.
Di questi sali sapientie in bocca.
Dare la cassia co’ piantoni.
Dare nel naso.
Di questi che non escon mai senza mettersi i zoccoli.
Da del fieno al mio cauallo.
Due cani ad un’osso.
Drizzare i papaueri su i gambi.
Doue non sono gli anni, non può esser l’inteletto.
Di questi da bosco e da riuiera.
Di questi che digiunano senza vigilia.
Del tosco, fuoco, e ferro, vtile si trahe.
Da’ buon partiti, partiti.
Di questi che mettono il naso per tutto.
Di cose fuori di credenza, non fare isperienza.
D’ogni fiore, non si fa ghirlanda.
Da la medicina, s’imparano i veleni.
Dare la pinta, principio.
Di questi intendi luochi a rouescio.
Di questi che vogliono fallire col lor credito.
Di questi scambia dadi.
Di questi giudicij strauolti e spigolistri.
Di questi che s’intricano per districarsi.
D’un’essempio, fanno vna regola.
Di questi a chi non mancan mai ritortole.
Di questi che si ridicono, per dir peggio.
Di questi che saltan meno in giuppone che in saio.
Di questi che si cacciano il capo fra le gambe.
Di questi che studiano per trouar spini.
Di questi che vedon le torri con le cime in giù.
Di questi che vogliono i beccafichi alesso.
D’ogni cosa trouar’il rouescio.
Di questi ch’hanno la pelle dura.
Di questi che si voglion saluar col fauor del pasto.
Di questi che non hanno denti da roder ossa.
Di questi ch’hanno bisogno di papardelle.
Di man di Naddo.
Di questi a chi conuien la briglia, e non le pastoie.
Di questi mattematici in prospettiua.
Di questi che mangian schizzi di sparauieri.
Doue manca il pane, il tutto è da vendere.
Doue è ragione, non è confusione.
Doue giustitia manca, la pace è zanca.
Doue manca la politia, abonda la malitia.
Doue cani, iui pulci.
Doue pane, iui sorgij.
Doue stà il lupo, non fa preda.
Doue donna domina, tutto si contamina.
Dir ciò che odi a tauola, è cosa abominabile.
Da le case vecchie, fuggon fino i sorgij.
Dopo la festa, si gratta la testa.
Di, di nò, e fa di si.
Da piccol pertugio, si può veder giorno.
Due cattiui pasti, al tezzo fanno un ghiotto.
Di questi che cercan la luna nel’acqua.
Doue la siepe è bassa, ogni vno vuol passare.
Del migliore, hai miglior derrata.
Dirgli il fatto, e dargli le orecchie.
Dare in terra, venir’ al punto.
Dirne vna Marchiana.
Discostarsi dal mercato.
Diauol’è disse don santi.
Danari, danari, eloquenza in là, disse il buffone.
Di questi che credon piu tosto la bugia al diauol che la verità al santo.
Di cotesto desse il conuento.
Dare il mattone alla lingua.
Distendersi doue bisogna.
Dare la volta al canto.
Dichiarare un buon date.
Di questi pazzi a diecenoue soldi per lira.
Dodeci son l’hore del giorno, e sempre volgono.
Dopo cena si frappa assai.
Dir’ il pater noster di san Guiliano.
Di questi che sempre vestono a pitture.
Dio ci guardi da gentilhuomo di giorno, e da frate di notte.
De le ingiurie il rimedio è lo scordarsi.
Dio voglia che non mi riesca orpello.
Dar’a mogliemma col sacco nel qual’era un vomere.
Debbe esser netto, chi di dir male s’intromette.
Da pur belle parole, ma tieni la borsa.
Di cattiva vendita, tale rendita.
Di casa del gatto, non esce satio il ratto.
Di gran prosperità, poca sicurtà.
Dono molto aspettato, è venduto e non donato.
Di denari, senno, e fè, nissun n’ha troppo per sè.
Donna e vino, hanno venino.
Donna e luna, hoggi serena, domani bruna.
Donna ridente, inganna ogni gente.
Del can che morde, il pelo sana.
Dice ogni linguaggio, chi troppo parla non è saggio.
Doue manca forza di lione, habbi l’astutia di volpone.
Doue stà sensualità, non può esser’equità.
Due mendicanti a l’uscio, l’vno ha il bianco, e l’altro il bigio.
Di questi che voglion trottar per omnia seculum.
D’Affrica ogni anno viene qualche cosa di nuouo.
D’un dono far duo amici.
Di questi che voglion frittata larga d’un’vuouo.
Di parole è buon mercato.
Donna in treccia, e cauallo in cauezza.
De le parole non si paga datio.
Donde vieni? son cipolle.
Dio ci manda la carne, ma il diauolo i cuochi.
Di questi che non vogliono che le oche vadino scalze.
Di ciò che l’inuerno coperto sei stato, non star mai molto scoperto la state.
Di donna non ti fare troppo famigliare, perche la buona bestia, ti caricherà la testa.
Donna molto vista, & habito ogni di vestito, l’amor di l’un’e l’altro in pochi di è spedito.
Di ogni cosa un poco sapere, è gran richezza, e molto hauere.
Di cani, vccelli, arme, & amori, per un piacer mille dolori.
Due pignatte al fuoco mostrano festa, due donne in vna casa gran tempesta.
Di quatro piedi il mottone, di due il capone, & di tutti i pesci il sturgione.
Discina sobriamente, cena parcamente, dormi alto, e viurai longamente.
Dice la dottrina euangelica, ch’i nimici ch’habbiam son di casa domestica.
Da chi mi fido guardimi Dio, che da chi non mi fido, mi guarderò io.
Donna, forze, occhi, voce, ben, corpo, alma, trahe, orba, inaspra, strugge, infetta, vccide.
Da medico indotto, da carne biscotta, e da male femine, libera nos domine.
Doue si manuca, Iddio mi conduca, e doue si lauora, d’indi mandimi fuora.
Dice il prouerbio che i monti fermi stanno, ma che spesso gl’huomini a trouar si vanno.
Dona e toglie ogni altro ben fortuna, solo in virtù non ha possanza alcuna.
Di volo a lo spedale va quella frigna, che si lascia sdrucir, e non graffigna.
Donna vecchia prouerbio sa, pace in fronte, e guerra ascosa, sotto spina, di fuor rosa, fin su l’osso il pel ti tosa.
Di tre cose il Fiorentino fa vna frulla, d’adio, mi raccomando, vuoi tu nulla?
Di donna il viso pur che sia bello, più d’ogni amicitia può e parentella.
Di donna è & sempre fù natura, odiar chi l’ama, & chi non l’ama cura.
Dio saluò i giusti, e saluerà ciascuno, che d’ogni fellonia viua digiuno.
Doue è l’amor stian pur l’armi a parte, ch’amor più puote assai, che non può Marte.
Di bene in meglio poco fortuna cresce, e sempre molto amar con poco dolce mesce.
Di tre cose il diauol fa insalata, di lingue d’auuocati, delle dita di notari, e la terza è riserbata.
Da san Lorenzo grande caldura, da san’ Vincentio gran freddura, ma l’vno e l’altro poco dura.
Da santo Andrea piglia il porco per la sea, se non lo puoi pigliare, fino a natale lascialo andare.
Da sette cose guardici Dio, da casa nuoua, d’hoste nouello, puttana vecchia, vin di spina, pan di scaffa, legne ligate, e d’aiuto di frati.
Dirozzo, inetto, e vile fa spesso amore, generoso cortese & nobil cuore.
Debbe il vecchio fuggir con fiere voglie, di torsi donna giouane per moglie.
Di fortuna crudele il fiero oltraggio, patiente portar debbe l’huomo saggio.
De lo religioso opra piu ria, non è appresso di lui che l’hipocrisia.
Douereste amar volendo esser’amati, e torre con la misura ch’a gli altri date.
D’Eforo diuenir Theopompo, il primo di ferro, e l’altro di sprone haueua bisogno.
Dice il prouerbio, ch’il consiglio cattiuo, al consigliatore istesso sempre è nociuo.
Dio spesso gli innocenti aiuta, ne lascia mai chi in sua bontà si fida.
Dallo spendere gli huomini in cose superflue, vengono ad esser bisognosi nelle necessarie.
D’amor le forze sono in terra, in cielo & in inferno, non è valore al suo valor superno.
Disseci Christo pregliam per gli nimici, e siamo sempre pronti in far lor beneficij.
Dobbiam saper che quel che piace al cielo, non può mancar d’un giota ne d’un pelo.
Dobbiam sapere che non si può saluare, chi la robba d’altrui non vuol lasciare.
Datti buon tempo mentre sei garzona, che quando sarai vecchia non sarai più buona.
Dice Aristotine, quando puoi hauer del bene, tuotene, e dice poi Platon se non lo tuoi, tu sei un gran coglion.
Di questi che per coprir un lor altare, scuoprono mille chiese altrui.
Di donna giacente, & arbore crescente, non si vede mai il centro.
Da tristo vicino, borsa vuota, e cattiua donna, non ne hai che danno.
Doue il diauolo non può andare, sua madre cerca di mandare.
D’agnello, porco, cimia, e lione, tiene il vino la complessione.
Dapoi ch’i decreti hanno hauuto ale, e’ soldati valigie, e ch’i monaci vanno a cauallo, ogni cosa è andata male.
Di carne salata, frutta, donne e formaggio, non se ne fida l’huomo saggio.
Dio ci guardi da puttana di bordello, da frate di mantello, da barcaruolo di traghetto, da prete da grossetto, da barbier salariato, da vescouo senza intrata, da ostro, e da garbino, da donna vestita di berettino, da bastonate di orbo, da beccature di coruo, da vento di guarner, da spese di boer’ e da giuoco di dadi.


Note

  1. Nell’originale "Donnna".