Giornale circostanziato di quanto ha fatto la Bestia feroce nell'Alto Milanese/Giornale II

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Giornale II

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Giornale I

Malgrado la strage fatta della fanciulla, la Fiera, non avea certamente fatto buon pasto; onde affamata tuttavia se ne partì, e allontanandosi appena un miglio verso il nord, trovossi prima del cader del Sole a Boldinasco, ove veduto in un Campo Dionigi Giussani d’anni 12, lo assalì, lo gettò per terra, e, presolo pel petto, anzichè per la gola, strascinollo sotto un filare di viti, e disponeasi a farne pasto: anzi par dalle ferite che già gli avesse messi nel collo i denti, o l’ugne; ma alle grida del fanciullo accorse certo Mauro che lì vicino era, e benchè senz’armi pur coraggioso corse verso la Bestia, che fuggì. Il fanciullo semivivo, e fuor di sè pel dolore, e più ancora per lo spavento fu portato allo spedale, ove molto della vita sua fece temere, non già perchè mortali fossero le ferite, ma perchè lo spavento richiamandogli sempre all’immaginazione l’orribil Bestia, lo gettava in tali convulsioni, che i Medici protestarono di non averne mai vedute di sì forti, e molto temeano che non rendesser vano quanto faceano per arrestare il sangue, e lo spasimo, e sanare le sue piaghe; pur alla fine quelle si fecero men violenti, e le ferite rimarginaronsi. In vista di questi due avvenimenti succeduti nello stesso giorno: Che facciamo noi qui dissero i Cacciatori di Valsasina? Il guadagno è poca cosa, poichè la mercede giornaliera è un ben lieve stipendio a fronte di quello che guadagneremmo ne’ nostri monti. La speranza del premio, e della gloria d’uccider la Fiera troppo è lontana, poichè la moltiplicità de’ Cacciatori la rende più accorta: meglio è ritornarcene. E sen tornarono difatti nel gior. 14. Nel gior. 15 la Conferenza Governativa ordinò alla R. Delegazione del Censo, a cui rapportansi i Cancellieri, di sospendere il pagamento degli Uomini d’armi, tanto più che erasi rilevato, che varj d’essi, ben lungi dall’occuparsi della Bestia infesta, a tutt’altro attendeano, bastando loro di poter dire, che erano a custodia de’ fanciulli. Non vietò però; anzi raccomandò, che pronti fossero alla difesa degli assaliti al bisogno.

Ne’ cinque giorni, in cui ciò avveniva, non ebbersi certe notizie della Fiera. Fu narrato, che altri veduta l’avea all’oriente di Milano alle Rottole, altri oltre l’Adda, altri fra monti; ma è probabile, che, o la paura avesse fatto travedere, o la voglia di narrar cose maravigliose avesse fatto inventare quel che non era. Difatti nel giorno 16 d’agosto seppimo pur troppo, che di poco allontanata s’era da’ luoghi, che soleva sul principio frequentare. Presso Barlassina stavano a far pascolare i loro armenti due sorelle Angiola, e Catterina Zerbi, e Anna Maria Borghi. Aveva questa 13 anni, e minori erano le altre due. Sedevan esse sull’erba, quando videro avvicinarsi a loro questo Animale, il quale non lasciò loro tempo a spaventarsi della sua figura; poichè accostossi vezzeggiando, dimenando la coda, come se un loro cane famigliarissimo fosse, e sdrajandosi quindi per terra, invitandole a seco giuocare. Grata a tanta cortesia Angiola Zerbi gli gettò due bocconi di pane, ch’egli ricusò di mangiare; ma colla zampa faceali saltellare, come se suo unico oggetto fosse il divertirle. Frattanto loro più si avvicina, senza che esse, sebbene alzatesi in piedi al primo vederla, pensassero a fuggire. Prese pel grembiale Catterina, la quale, temendo, che non gliel lacerasse, scherzando, anzichè sospettar in lei perfidia, percossela sul muso con un bastoncino, che avea in mano. Se ne scostò la Bestia, e quasi accortasi d’essere scoperta per quello, che era, più non volle indugiare il suo colpo. Avventossi alla infelice Anna Maria Borghi, la prese pel collo, gettolla a terra, e a strascinarla si diede. A tal vista le compagne diedersi alla fuga, e alle strida; sicchè udille il contadino Francesco Tanzi, che poco lungi stava tagliando il brugo, v’accorse e alla distanza di 20 passi vide il perfido Animale sopra la fanciulla, di cui mangiava la gola e bevea il sangue, e avendo egli alzata la falce, e minacciatolo, l’Animale lasciò di mal animo la sua preda, e senza però sgomentarsi a lento passo se n’andò, avviandosi verso Misento. La descrizione della Bestia fatta da chi era stato spettatore di tale eccidio combina perfettamente coi rapporti antecedenti.

Se far di più, o far meglio si potesse per distruggere questo Animale noi non lo esamineremo. La Congregazione Municipale di Milano coerente sempre a’ suoi savj principj, come alle sue lodevoli costumanze, pensò di ricorrere ad un ajuto superiore; onde in data de’ 18 uscì il seguente

A V V I S O

Attesa l’inefficacia de’ mezzi umani finora adoperati per l’uccisione della Bestia feroce così dannosa a questa Provincia, dovendosi considerare l’infestazione per una vera calamità pubblica, al salutare oggetto di farla cessare, si è disposto dall’Eccellentissima Congregazione Municipale di ricorrere al divino Ajuto mediante un divoto Triduo da celebrarsi nella Chiesa di S. Maria delle Grazie in P. Verc. nelle prossime tre sere di Domenica 19, Lunedì 20, e Martedì 21 del corrente, coll’esposizione, e benedizione del SANTISSIMO SAGRAMENTO in ciascuna di esse, e coll’intervento della prefata Congregazione nell’ultima. Se ne previene pertanto il Pubblico, onde intervenga con sentimenti di vera pietà all’accennato Triduo, orando pel fine suddetto.

All’indomani il terror crebbe. Già argomentato s’era, che due fossero le Bestie feroci; già talcuno detto aveva d’averle vedute [pag. 30] ma in questo dì 19 Agosto una lettera dell’Agente di S. E. il Sig. Marchese Stampa di Soncino a Cusago parve non lasciar più luogo a dubbio = Ecco la lettera = Cusago 19 Agosto 1792. Ieri le due Bestie feroci erano in un Campo seminato a grano turco alla Cassina Biscona dove hanno mangiato due pollini, ed altri due assassinati. A tale avviso mi sono portato alla volta di detto luogo per assicurarmi della verità; difatti andai nel melgone, e dalle pedate capii, che non erano lupi per essere tutte diverse, e lunghe assai, cioè tre once, e un quarto. In vista di questo, feci dar Campana a martello in modo che essendosi radunata molta gente, abbiamo cacciato pei melgoni della detta possessione, ove abbiamo trovato parte degli interiori di detti polli, ed in seguito abbiamo percorso il Bosco di Trezago venendo verso la Biscona. Avendo cerchiato tal Bosco di Uomini collo schioppo, io mi sono portato in mezzo ad esso a un certo luogo ov’è un quadrivio, e ivi la fortuna mi ha data la tanto desiderata consolazionc di vederle; e di più alla più piccola di indirizzare lo schioppo alla distanza di soli 20 passi, ma lo schioppo non ha preso fuoco. Le Bestie sono della seguente figura. La più grossa è tutta rossiccia con una striscia bianca sotto il ventre: ha la testa simile a quella di un vitello; occhi grossi, e grandi, coda sottile, e riccia, con un fiocco di pelo bianco in cima, e piuttosto lunga e fa sbalzi nel fuggire come un Capriuolo: l’altra più piccola, eguale ad un grosso cane di colore cenericcio piuttosto biscione, cioè a strisce ondeggianti con coda corta, e testa grossa, ed il muso simile a quello di un majale, magra di vita, e questa è una Bestia molto brutta a vedersi, laddove la più grossa, è molto bella, e ben fatta.

Ma una fosse, o fosser due le Bestie feroci, certo è che una v’era, ed era in que’ contorni. Verso la sera Giuseppa figliuola di Giulio Re di Bareggio sarto di professione, e in età d’anni 14 s’avvisa d’andare nel vicin bosco a far provigione di legna. La madre pensando alla Bestia feroce, non l’approva: la figlia, fidandosi d’una sua maggiore compagna, e d’altra donna, che pur con loro s’univa, ottiene di andarvi. Giunte al Bosco dividonsi; scostandosi però poco fra di loro. La Bestia esce dalla Macchia, afferra pel collo Giuseppa Re che invano grida, e nell’interno del bosco la trascina. La madre, che vede farsi notte, e non vede tornar la figlia, s’avvia per andarle incontro, ode, che la Bestia la prese, cade, ed è portata semiviva a Casa. Accorrono i vicini, e trovano la Bestia col cadavere, che aveva in gran parte sbranato vicino ad una sorgente, o testa di fontana detta la Grata. La Belva all’udir gente fugge, e si rinselva. Uomini armati passano in quel luogo la notte aspettandola che torni al cadavere; ma l’aspettarono invano. Inutili riuscendo tutte le cacce, e le ricerche, si volse il pensiere agli aguati. Già negli antecedenti giorni di siccità alcuni mettendosi presso a laghetti artificiali di Uboldo, e di Mombello sopra alberi, appiè de’ quali legati aveano polli, agnelli, o porcellini, passate aveano le notti collo schioppo montato per aspettarla; ma essa non era comparsa. Fu proposto di seppellire, ne’ luoghi, ove più frequentava, i morti a fior di terra, ovvero apporvi dell’esca viva, e morta; collocando presso a que’ luoghi degli abili Cacciatori, a pubblica spesa; ma non si stimò opportuno per buone ragioni. Pensarono alcuni di prenderla al laccio, come le beccaccie, o i tordi, cosicchè, mentre tendeva il collo all’apprestatale esca, si sollevasse il grosso tronco, ch’era tenuto basso col laccio, e restasse essa pendente senza potersi in alcun modo ajutare; ma in que’ lacci non incappò mai. Fuvvi chi propose di apporre a spesa pubblica in diversi luoghi 20000 lacci formati di ottone, affinchè in qualcheduno rimanesse; ma il progetto non fu eseguito. Altri fece il progetto di fare alcune fosse alte soltanto quanto le gambe dell’Animale, coperte d’una rete vestita d’erba, in mezzo a cui fosse l’esca. S’immaginava il progettista, che la Bestia saltando al cibo sarebbe entrata co’ quattro piedi ne’ vani della rete, nè avrebbe potuto disbrigarsene. Ottimo metodo era questo di prendere un asino sdentato; e non una bestia sveltissima, fornita d’ugne e di denti, a cui niuna rete resister potea. Un progetto pubblicò con questi stessi torchi il Sig. Agostino Gerli. Egli richiama l’uso d’una specie di roccolo, che in alcuni luoghi si forma per prendere simili bestie; e soggiunge poi alcuni miglioramenti da lui fatti a quel roccolo. Vuole che con esca opportuna, e anche con fanciulli (alla conservazione, e sicurezza de’ quali ha provveduto) s’inviti la Bestia ad entrare in un recinto di fitti piantoni, da cui più non possa uscire. Con due figure intagliate in legno, egli spiega il suo pensiere. Lodevole certamente è lo zelo di questo buon Cittadino; ma non sembra sperabile, che adottisi il suo progetto, il quale altronde, anche secondo i suoi calcoli, riescirebbe assai costoso.

Più ragionevole degli altri parve il progetto fatto da Giuseppe Comerio, e dal Sig. Ab. D. Filippo Rapazzini di formare in tutte le Comunità, ove la Bestia suol comparire delle Fosse lupaje, ossia buche da prendere i lupi così dai progettisti descritte: Si formi in luogo poco distante dall’abitato uno steccato di figura ovale della grandezza di sei in sette braccia. Dovrà essere formato con pali grossi meno di once due, alti almeno Braccia 5 con sua corteccia naturale se è possibile, posti lontani un’oncia l’uno dall’altro. Alle due estremità dell’ovato si lascerà un’apertura del diametro di once 12 in 15, nell’ingresso della quale vi si formerà la buca summentovata. Questa dovrà essere cilindrica sull’orlo, a campana sul fondo, larga once 12 in 15 sul labbro, e braccia 3 se è possibile sul fondo. L’altezza della medesima dovrà essere di braccia 6; queste buche dovranno essere coperte con piccole verghette, indi una tenue superficie di foglie, e terra, indi cespugli, in modo che la Fiera anche coll’odorato non possa sentire la mancanza del terreno. Colla terra che si scaverà nel fare le buche, si formerà un piccolo promontorio nel mezzo dello steccato sopra del quale si porrà un agnello o piccol porco, o due oche, tutti vivi, e fermi per le gambe, e che vi si manterranno in tale stato giorno, e notte. Questo progetto fu addottato come vedremo dal seguente avviso del R. Magistrato, e fu accordata coi progettisti medesimi la formazione d’ogni fossa, e steccato a zecchini quattro per ognuna.

A V V I S O.

Continuando la Bestia feroce, per la di cui uccisione resta tuttavia vigente il premio degli zecchini 150 promessi coll’avviso Governativo de’ 24 Luglio p. p., ad infestare i sottonotati Distretti di questo Ducato; ed avendo l’esperienza dimostrato che le Cacce sin qui date a quest’oggetto sono state infruttuose, e molte delle medesime hanno piuttosto contribuito a mettere in fuga la detta Bestia senza lasciare una fondata probabilità, che possa essere uccisa in una stagione, che la campagna offre alla medesima continuati, e folti nascondigli, il M. P. C. in vista del risultato delle più accertate informazioni ha riconosciuto del caso, che sia almeno per ora, e fino a nuova disposizione da preferirsi la via degli artifizj a quella delle cacce numerose, di conseguenza troppo clamorose ed anche di danno per i raccolti, e frutti di campagna. Fra gli espedienti a questo fine proposti è sembrato il migliore, ed il meno pericoloso quello della costruzione nei detti distretti di diverse Fosse da lupi; e si sono perciò dati gli ordini per l’escavazione, e disposizione delle medesime. Di coerenza pertanto all’addossato sperimento il M. P. C., previa la Superiore adesione della Conferenza Governativa, prescrive quanto siegue. Primo. Resta sotto le pene portate dai veglianti ordini proibito a chiunque non sia munito dell’opportuna licenza di andare a caccia nè da solo, e molto meno con altri anche sotto pretesto di andare in traccia di detta Bestia, potendo i contadini, ed altri non licenziati di caccia nei distretti in cui frequenta la Bestia feroce munirsi per propria difesa, ed a difesa pure della loro famiglia, armenti, e simili di qualunque arma di giusta misura. Secondo. Nella succennata proibizione non restano compresi i Cacciatori muniti di licenza, ai quali però resta vietato sino a nuova disposizione il girare nei mentovati distretti collo schioppo in più di tre e con cani eccettuati li Bracchi: volendo poi andare in maggior numero, e con altra sorta di cani per inseguire la Bestia, saranno obbligati notificare preventivamente la caccia, che vorranno dare al R. Ispettore Generale della caccia, per avere dal medesimo quelle opportune istruzioni, che in proposito gli sono state abbassate all’indicato fine, e nelle quali non restano escluse le cacce regolari, e condotte colla dovuta circospezione, e prudenza; anzi il Magistrato non potrà che aggradire, se i cacciatori esperti, previa la sovraenunciata insinuazione, vorranno formare delle compagnie per la caccia della Bestia stessa, e sarà loro perciò accordata, occorrendo, l’opportuna assistenza. Terzo. Resta pure proibito a chiunque sotto pena dell’arresto personale, ed anche maggiore a misura delle circostanze, e ad arbitrio el Governo il sottrarre l’esca di qualunque sorta, che verrà esposta presso le dette fosse, levare i pali degli steccati disposti per le medesime, oppure in altro modo guastarle, o insultare le guardie, che vi verranno assegnate; che se taluno passando in vicinanza d’una fossa, in cui fosse per avventura caduta la Bestia senza che le guardie per qualche accidente non se ne fossero tuttavia avvedute non gli sarà lecito l’accostarsi alla fossa; ma dovrà tosto avvertirne le guardie, ovvero darne avviso al Sindaco della piu vicina Comunità, e in questo caso chi darà l’avviso conseguirà una gratificazione. Quarto. Dovendosi per dette fosse, e steccati far uso del terreno dei particolari, sarà rifuso al proprietario il danno, che risulterà recato per una operazione, che si sperimenta per il bisogno della pubblica causa. Quinto. Sarà anche lecito a qualsiasi particolare il far escavare, e disporre ne’ proprj fondi, ovvero in altrui, semprechè ne ottenga dal Proprietario il permesso, Fosse, e Steccati, o eguali a quelli che si formeranno a spese della R. Camera, o anche in altra forma con rassegnarne contemporaneamente la notizia dell’ubicazione, e della forma di esse al Magistrato; e qualora la Bestia possa cogliersi, ed uccidersi in una delle Fosse disposte dai Particolari avrà luogo il succennato premio sotto le condizioni per la verificazione circa la Bestia feroce già espresse nell’avviso Governativo de’ 14 Luglio p. p. Sarà però a carico di chi vorrà disporre a proprio conto qualche fossa, e steccato, il farlo custodire a proprie spese ed usare quelle altre prudenti misure, che possono prevenire qualunque sinistro accidente, e in caso diverso si renderà responsale [sic] degli inconvenienti, che potessero avvenire per mancanza di custodia, o trascuratezza di qualche altra opportuna precauzione. Per la più esatta osservanza di quanto si prescrive dovrà il presente Avviso pubblicarsi ai soliti luoghi di questa Città e Provincie, ritenendo che Distretti, e Terre nelle quali si sono disposte dette Fosse, e circa i quali verte il presente Avviso sono gl’infrascritti, riservandosi il Magistrato di pubblicare in seguito per la comune notizia anche la precisa ubicazione delle fosse medesime. Milano 20. Agosto 1792:

Nota dei Distretti, e Terre.

Arluno, Asiano, Bollate, Brughiera di Grovana, Cagnola, Caronno, Cassina Pertusella, Cassina del Pero, Cassina de’ Comini, Cesate, Cesano Boscone, Colombara di Casa Mellerio, Cusago, Garbagnate, Lampugnano, Limbiate, Musocco, Niguarda, Origgio, Paltanè, Quarto, Quinto, Rho, Roserio, Sedriano, S. Siro, Trenno, Villa Oppizzone.

In mezzo a tutte queste disposizioni per prendere la Bestia fra il Naviglio grande, e il Lambro, vien dalla Curia di Treviglio, grosso Borgo situato al di là dell’Adda verso Bergamo, al R. Magistrato un avviso, che da una donna veduta s’era in que’ contorni una bestia di strana figura pelosa assai sul dorso, orecchie acute, e coda rivoltata all’insù, girare intorno ad un Cimiterio; e una simil bestia veduta aveva due giorni prima in que’ vicini boschi un Bergamasco, che cammin facendo di là passava. Soggiungeasi, che data si era campana a martello, e fatta caccia generale in quel vicinato; ma nulla s’era più veduto. V’è tutta l’apparenza che fosse questa una visione di persone spaventate già da racconti di ciò che avvenìa sul Milanese; e che la paura abbia fatto a lor vedere una bestia feroce in un asinello.

Certamente la Bestia che infesta queste nostre campagne non n’era partita; anzi erasi nuovamente avvicinata alquanto alla Città. A Mazzo piccola terra distante sole sei miglia alle tre ore pomeridiane stavano un fanciullo, ed una fanciulla di cinque in sei anni, lungi dalle case 200 passi, e presso a un campo di grano turco. Esce dal campo la Bestia, e vezzeggiando loro s’accosta; sicchè il ragazzo l’accarezza strisciandole la mano sulla schiena. Le s’accosta pur la ragazza di nome Maria Antonia Rimoldi, e la Bestia a questa s’avventa: la prende pel collo, la si getta sulla schiena, e fugge veloce nel campo dond’era uscita. Il fanciullo grida altamente: Giambattista Rimoldi Giovinastro di 20 anni, Cugino della fanciulla, distante pochi passi, ode, vede la Bestia; e impaurito, poichè trovavasi disarmato, fugge cercando soccorso. Accorre Carlo Bianchi disarmato egli pure, e vede la Bestia deporre la fanciulla, e lacerarle cogli artigli la gonnellina, raddoppia le grida, e ’l passo: la Bestia il vede; ripiglia pel collo la preda, e fugge un’altra volta; ma sentendosi inseguita abbandona la preda lungi 600 passi dal luogo ov’aveala afferrata, e s’allontana a gran salti; cosicchè sebbene per tutto quel giorno molti cacciatori n’andassero in traccia in que’ contorni non poterono mai rinvenirla. La fanciulla fu trovata con molte ferite in tutte le parti del collo, e intorno all’orecchia sinistra: una ferita giungeva all’aspr’arteria, e la povera fanciulla, malgrado i soccorsi apprestati dal valente, e caritatevole Dott. Lotterio, che colà trovossi casualmente, perì sul far del vegnente giorno.

S’era già ben allontanata da Mazzo la Fiera sul far della sera, se vero è quanto narrò certo contadino, di cui ignoro il nome. Egli sul comminciar della notte trovavasi presso la Madonna di Rho sulla strada che conduce a Leinate, a cavallo, andando a lento passo: sbuca da una siepe la Bestia, e lo afferra per un piede. Bon per lui che grosse scarpe avea. Si dibatte per liberare il piede battendo l’assalitrice colla frusta, giacchè d’ogn’altr’arma era sprovveduto, e nello sforzo che fa cade dall’altra parte. La Bestia rimane come sorpresa di questa caduta, immaginando forse dianzi come gli Americani al primo veder de’ Cavalieri Europei, che cavallo, e contadino fosser una bestia sola: il cavallo tenuto tuttavia per le redini non s’agita molto; il contadino approfitta del momento in cui la Bestia stupefatta, e ritta su due piedi studia il fenomeno nuovo per lei, rimonta a cavallo lo sprona, batte la frusta, e lascia la Fiera a meditare. Tuttociò a dir vero ha più aria di favola, che di verità; ma vero è che in que’ dintorni la Bestia soleva allora passar le notti; poichè que’ Santi anacoreti del Collegio di Rho, che noi diciam Obblati, la sentiano urlare. Quali mezzi a tali urli immaginassero per distruggere questo nimico nol sappiamo. Ove sino a principio di Settembre stato sia questo fiero animale ben nol sappiamo. Disser che veduto si fosse nuovamente vicino a Bareggio a pascersi di polli: altri narravano d’averla vista nelle vigne pascersi d’uva, e ne’ campi di gran-turco; ma v’è apparenza che non sia animal frugivoro; certo è che nessun cacciatore mai potè tirarle un’archibugiata; che presso Barlassina da due cacciatori fu in sua vece ucciso di notte un grosso mastino; che un altro mastino cadde in una delle buche delle quali parlossi alla [pag. 47] [sic] e che in queste la Bestia non incappò mai sin allora.

Solo ai tre di Settembre fece di sé nuovamente parlare. Nel territorio di Leinate ai confini d’Origgio ov’è una piccola brughiera che da un lato ha un bosco, e dall’altro un campo di gran turco stavano ivi Girolamo, e Giovanna Cosona fratelli gemelli, che compiuti aveano 15 anni figliuoli di Giacomo che lavora come massaro un fondo di S. E. il Sig. Marchese Litta amendue laboriosi, svelti, dotati d’ingegno, e di coraggio, e che teneramente s’amavano; guardavan’essi una vacca e sedean vicini ad essa. Veggon da lungi nel campo un non so che per cui temono, che la feroce Bestia s’avvicini, e si danno a fuggire; ma voltatisi in dietro, e non altro scorgendo che la loro vacca pascere tranquillamente s’immaginano d’aver traveduto, e deridonsi a vicenda per la vana paura. Alla vacca ritornano; ed ecco uscire dal gran-turco una Bestia lunga, e bassa, che a gran passi a lor viene, e non hanno più luogo a fuggire. S’avventa essa al fanciullo e ’l prende pe’ calzoni; ma, perchè fortunatamente ei non vestìa alla moda e larghe brache avea, i denti dell’animale non arrivarono alla pelle. Non si smarisce il fanciullo, e con un pugno, il più forte che può, le percuote il muso, e la costringe così a lasciarlo. S’avventa essa allora alla sorella, per la gonnella prendendola: combatte pur essa a pugna, e calci: il fratello che sapea esservi alcuno là vicino, corre per chiedere soccorso; certo villano detto per soprannome Marsina intende nominar la Bestia, e la vede, e sebbene armato di falce si dà alla fuga gridando pur esso in vece d’accorrere in ajuto. Il fanciullo si volge indietro, e vede che nel dibattersi, la Bestia giunge a gettar per terra la sorella. Risolve di perire con lei, o difenderla; e senz’altr’armi, che le proprie mani corre gridando: la Bestia sta sulla preda, e già le ha immersi i denti nel collo: egli la prende per la coda, le dà de’ pugni sulla schiena, e sul muso tanto da distrarla da ulteriori morsi; e fa sì bene, che essa digrignando i denti ossia per tema del ragazzo, ossia che vedesse, o sentisse chi da lungi accorreva, amendue li lascia, e nel gran-turco nuovamente s’asconde. Alcuni contadini avvisati dal vile Marsina, arrivano, e prendono la fanciulla, e la portano nella vicina casa. S. E. il Sig. Marchese Pompeo Litta, che era nella vicina sua magnifica villa, manda tosto colà chirurgo, e medico, e ogni maniera di soccorso. Sei sono le ferite della fanciulla nel collo, due alla destra, e quattro alla sinistra parte; sì piccole che sembrano fatte con sottili pungoli, ma penetranti; cosicchè la fanciulla, oltre una gagliarda febbre, avea difficoltà di parlare, ed inghiottire. Sette salassi in diverse ore le furono fatti, e questi tolsero i sintomi, che si temeano mortali, e dopo pochi dì fu interamente ristabilita. Nessuna ferita aveva il fratello; ma l’agitazione, e lo spavento non gli lasciarono mai prender sonno alla notte. Udì che alla mattina alcuni cacciatori voleano andare ad appostarsi a quello stesso luogo, lusingandosi, che la Bestia sarebbevi tornata, ed egli per attirarvela andovvi colla stessa sua vacca, ma indarno. Essendo tornato a casa, il medico stimò opportuno di fargli cavar sangue. Narrò al Signore del luogo, e alla nobile compagnia che ivi era, la per lui gloriosa avventura, lagnandosi soprattuto di non aver avuto in quella occasione un meschino coltello che a lui bastato sarebbe per iscannare la Bestia; tanto comodo avea, e tanto coraggio sentiasi quando la percotea. N’ebbe in dono molti zecchini; e guardando con compiacenza tant’oro che non avea visto mai, oh questo, disse, lo porto subito a mio padre acciò possa cambiare i bovi che sono vecchi.

Ciò fece riflettere che, forse piucchè altro, gioverebbe armare con picche i fanciulli stessi, che più d’ogni altro sono esposti, almeno fino a che sgombrandosi col prossimo ricolto le campagne, si possa fare con buon successo la già progettata caccia generale. Restava ognuno maravigliato come dopo quanto era avvenuto a Leinate, che certamente non avea dovuto nè sfamarla, nè atterrirla, sì buona fosse divenuta la Fiera da non far più danno agli uomini, e nemmeno atterrirli coll’aspetto. Richiamossi allora a memoria ciò ch’è avvenuto nel 1740 e nel qual’anno una Bestia di simil fatta, ed eguale inclinazione il paese nostro infestava, e danni fece ancor maggiori. All’avvicinarsi dell’inverno quella Bestia scomparve, nè rividesi più che a primavera; e allor fu uccisa. Altri però con maggior probabilità pensavano, che la Bestia trovando l’uva matura in ogni campo, a questa s’appigliasse pascendosi così senza incomodo, e senza rischio. Nel giorno 18 di Settembre si sparge la nuova, che presa è la Bestia, caduta in una delle fosse lupaje delle quali parlossi alla pag. [47] presso la Cassina Comina, in un campo detto la Crosazza della Pobbia fuori di Porta Vercellina distante da Milano miglia num. 5 circa. Molti colà accorrono a vederla, e ne fanno strane descrizioni. Vien portata in città dal Sig. Abate Rapazzini che avea proposte tai Fosse a farla esaminare, e impagliare. Osservasi che effettivamente in quella fossa era caduto un Lupo. I contadini aveanlo inteso urlare, erano accorsi, e dopo d’averlo ben maltrattato con sassi, e perticate, gli gettaron dall’alto un capestro al collo e su lo trassero strangolato. Ma questo Lupo era egli l’autore di tanti mali? Le opinioni erano divise. Certo è che i Lupi talora divengono ghiotti di carne umana, la preferiscono ad altri cibi, e le fanciulle preferiscono ad ogni altra umana creatura. Basta leggere intorno a’ costumi de’ lupi quanto narra il celebre Buffon. Vano è pertanto l’immaginare un lupo ibrido, un lupo orsino, o un lupo garou di specie diversa da lupi comuni. Certo è altresì che questo lupo aveva nell’esofago de’ resti d’uva, di polli, e anche un lungo filo di reffe col nodo. Gli fu trovata una piccola palla fra le tonache del ventricolo, e alcune cicatrici di ferite nelle gambe. Aggiungasi esser caduto questo lupo in una fossa non lungi dai luoghi ove la Fiera si è frequentemente mostrata, ed ha sbranata Regina Mosca; e veduta da una fanciulla, che trovossi presente, e compagna era stata di Regina, al primo aspetto la riconobbe; e sebben morta la vedesse fu compresa da indicibil paura. Lo stesso avvenne di un giovinetto che guarito dalle riportatene lacerazioni ravvisò nel morto lupo l’animale che tanto male gli avea fatto. Altronde però le ugne, e i denti di questo lupo non sembrarono adattati a fare le ferite che si osservarono ne’ ragazzi, e nella fanciulla che n’erano state vittima.

Fu a vederla il ragazzo di Leinate; ma egli che avea in certo modo lottato colla Bestia senza perder il cervello per la paura, come a tutti gli altri era avvenuto, asserì che ben diversa da questa era la Fiera, dalle cui zanne liberò la Sorella. Si disse inoltre, che la Bestia stessa era stata veduta ne’ contorni di Leinate nel giorno 20. Il tempo metterà in chiaro il tutto. Chechè siane, fu consegnato il lupo a’ Signori Rapazzini, e Comerio; e avendol fatto impagliare, sperano quanto prima mediante il Superiore permesso di esporlo alla pubblica curiosità.