Gli invisibili/Le cinque sedute

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Le cinque sedute

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Preludio alle sedute I precauzionisti

La prima

Le sedute si tennero, abitualmente verso le ore ventuna, nella sala del Circolo Minerva, chiuso a chiunque non appartenesse al gruppo degli sperimentatori. La prima seduta si svolse la sera del 18 dicembre. Dirigeva, per comune consenso, il professor Francesco Porro. Erano presenti, oltre a me, quattro persone che, per facilità di narrazione, designerò con questi nomi convenzionali: il dottor Venzi, il signor Prati, il signore e la signora Morani.

Benché la sala già sia stata descritta dal Porro, credo necessario ripetere. È una sala quadrata con due finestre, chiuse da solide inferriate, dai vetri e dagli scuri che combaciano ermeticamente. Il vano della finestra presso cui siede la Palladino è poi chiuso da una tenda bianca e da due ampi cortinaggi scuri, che scendono fino a terra costituendo così il gabinetto medianico, propizio ai fenomeni di materializzazione. Una lampada elettrica interna può, quando occorra, rischiararlo.

Oltre le sedie, la sala non contiene altri mobili che questi: un tavolino rotondo, una tavola di legno bianco, rettangolare, abbastanza capace perché sei o sette persone vi stiano sedute attorno, e un tavolone assai più lungo e molto pesante, a foggia di scrivania appoggiato presso il muro che intercede tra le due finestre.

Lampade elettriche sono congegnate in modo da rischiarare con luce bianca o luce rossa, secondo i casi: la luce rossa, però, per quanto attenuata, è molto viva: dopo essersi abituati qualche minuto, non differisce dalla bianca e permette di chiaramente distinguere ogni minima particolarità.

Il gruppo siede intorno alla tavola bianca, di fronte alla tenda. L’Eusapia è nel centro, le spalle alla finestra. La signora Morani ne tiene la mano sinistra e il piede sinistro: io la destra e il piede destro. Una volta per sempre, dirò che, a frequentissimi intervalli, con insistenza quasi noiosa, l’uno e l’altra, verificando il pollice della medium, avvertiamo i presenti d’avere conservato il rispettivo controllo; segnalazione che, nella prima seduta, torna pressoché inutile, poiché i tre quarti dei fenomeni succedono in piena luce, e la medium, i suoi atteggiamenti, le sue mani sono senz’altro visibili a tutti.

Il gruppo forma la catena, vale a dire ognuno tiene le mani dei suoi vicini. Tal catena è una garanzia reciproca: forse, aiuta i fenomeni, ma non è punto necessaria. Tanto vero che, spesso, le manifestazioni più intense e più certe avvengono quando la catena è in parte o del tutto interrotta.

Così pure, chi ha conoscenza ampia della materia, sa che non serve a nulla neanche tenere il medium. Parecchi gruppi, e mi parrebbe il miglior sistema, a esuberanza di controllo, preferiscono chiuderlo senz’altro in una specie di gabbione isolato, che basta a escludere ogni tentativo sospetto.

Qui, stimo utile, a uso dei profani in materia, dire in succinto alcunché sopra l’essenza delle facoltà medianiche.

Il medium è un individuo più o meno costituito come tutti gli altri esseri, ma ha la facoltà di proiettare, di esternare, di emanare, d’irradiare una massa di forze fisio-psichiche che, a detta di alcuni, basta senza altro a provocare i fenomeni: secondo gli spiritualisti, invece, rappresenta un serbatoio di forze materiali alla cui entità allo stato fluidico attingono gli elementi necessari per compiere atti identici a quelli dei viventi.

Il medium quindi non è già, come tanti suppongono, una specie di mago Sabino, capace di far danzare folletti e gnomi, nè un dottor Faust che, coi pentagrammi e le formule magiche, sappia evocare Mefistofele: il medium non dispone di nessuna potenza attiva o soprannaturale: anzi deve adattarsi a una passività incosciente: così che delle sue facoltà non ha né merito, né colpa.

Tutti abbiamo i mezzi per nuotare, per far dei salti mortali, anche, e per andare a cavallo: eppure, relativamente assai scarso è il numero dei palombari, degli acrobati, dei perfetti cavallerizzi. Altrettanto si può dire delle facoltà medianiche: è lecito supporre che esistano latenti in ciascuno di noi, eppure soltanto un ristretto numero di individui è capace di mettere in azione tali forze occulte. Si può intanto al punto in cui siamo, affermare col dottor Visani Scozzi:

- Noi dobbiamo ritenere il medium come un ipnotico puro, o come un ipnotico isterico, se si tratta di gradi alti della medianità.

A tal seconda categoria, con caratteri accentuati, andrebbe assegnata, a giudizio degli scienziati, Eusapia Palladino: vale a dire un essere facile all’eliminazione parziale o totale dell'io cosciente, a una disintegrazione delle facoltà automatiche, che possono essere dominate, una per una o nel loro complesso, come la tastiera d’un pianoforte.

Come e perché, nessuno sa. Noi non sappiamo perché la calamita attragga il ferro e non il sughero: perché l’elettricità passi attraverso il rame e non attraverso il vetro: perché la gallina faccia l’ovo e l’ovo la gallina: dobbiamo dunque limitarci a studiar gli effetti, in attesa che più acuto ordine di indagini venga a rivelarci la causalità.

Siamo dunque seduti in catena, in piena luce, e la Palladino è sveglia e cicaleggia alcuni minuti, colla sua parlantina disinvolta. A poco a poco, s’accheta e man mano il viso prende tutt’altra espressione. In luogo dell’aspetto gioviale, i lineamenti sembrano come cristallizzarsi in una maschera tragica del teatro antico. La medium ha qualche sussulto e più tardi sembra abbandonata in uno stadio di leggera ipnosi, appoggiando talora la testa, come stanca, sopra la mia spalla sinistra.

In piena luce, vediamo il tavolino tondo, a un metro dalla medium e da nessuno tocco né sfiorato, avvicinarsi, strisciando sul pavimento, alla tavola nostra. Sul tavolino stanno una tamburella, un mandolino, una cornetta ciclistica e un’armonica. Giunto presso la tavola il tavolino si solleva, come se una mano robusta lo reggesse al piede, si inclina e rovescia sopra la tavola nostra tutti gli strumenti, dopo di che si abbassa e ritorna al posto primitivo.

I colpi convenzionali chiedono l’oscurità.

Non appena spenta la lampada elettrica, tutti gli strumenti suonano, vagando in aria nei punti più disparati della sala e la cornetta ciclistica, soprattutto, sempre squillando, sembra trascinata da vorticosa celerità. Sento appoggiarmi leggermente qualche cosa sul torace: è il mandolino, sorretto da due braccia, che mi stringono amichevolmente, come se la persona che lo regge fosse in piedi dietro di me. Le corde vibrano di arpeggi. Poi, la tamburella mi viene posta delicatamente sul capo. Fenomeni pressoché consimili son denunciati dalla signora Morani e da altri.

A un certo punto, sento una mano assai larga, potrei dire il doppio di quella della medium, posare, con carezzevole pressione, sopra le mie spalle. Tosto esclamo:

- A giudicare dalle dimensioni, direi che è la mano di John King.

Non ho finito, che tre manate sul dorso, amichevoli ma poderose, intese da tutti (tre colpi significano: si) paiono confermare la mia supposizione: si tratti cioè del noto spirito-guida, che sembra presiedere a tutti i fenomeni della medium. Seguono carezze quasi affettuose, non più d’una, ma di due grosse mani ben distinte: poi il mio braccio destro viene proteso in alto e sento sulle dita lo strisciare vellutato di barba o capelli finissimi e morbidi come seta: provo cioè la sensazione identica che John ha procurato a quanti, e sono una falange, hanno partecipato a tali sedute.

Ci si ordina di far luce: e al chiarore elettrico vediamo gli strumenti essere tornati al primitivo posto, sopra il tavolino tondo, ch’è nel suo cantone abituale. E in piena luce, tutti noi vediamo il mandolino levarsi, in senso orizzontale, come sorretto da due mani invisibili, avvicinarsi all’omero destro della signora Morani, rimanere immobile in tal posizione, isolato, all’altezza d’un metro e venti da terra: e in tal posizione, fa sentire vari accordi precisi, per modo da dover ammettere che una mano prema le corde contro il manico e un’altra le faccia vibrare. Tal fenomeno dura lungamente, per modo che parlare di allucinazione parziale o collettiva sarebbe un’ipotesi stupida.

Sempre in luce, altri fenomeni seguono, che ometto, perché a sazietà ripetuti in resoconti di sedute consimili e vengo a quelli di ordine più elevato.

Viene chiesto a John se altre entità siano presenti e s’egli possa aiutarle a manifestarsi.

Tre colpi rapidi danno affermativa risposta.

Tosto, in luce, attraverso la tenda oscura, e un palmo al disopra della testa semi-sonnecchiante e immobile dalla medium, nettamente appare, visibile a tutti, una mano giovanile, affusolata, nervosa, che fa cenni vivaci e graziosi di saluto, specialmente verso la direzione mia. La mano, con una parte di polso, rimane visibile per parecchi secondi.

Viene chiesta l’oscurità e tosto intorno a me avvengono, con un prorompere esplosivo, manifestazioni di gioia. Sento distintamente un contatto di persona a tergo: due braccia mi stringono fortemente, mi riallacciano appassionatamente più e più volte, con slanci di tenerezza: due mani delicate e nervose, i cui caratteri corrispondono a quella da tutti veduta, mi stringono la testa, mi fanno carezze d’ogni sorta; una luce ch’io non vedo, ma che viene concordemente dagli altri denunciata, sembra circolare il mio capo, e ricevo lunghi, forti, replicati baci, che tutti gli altri distintamente sentono scoccare, al pari di me.

Tutto l’insieme dei caratteri di tali manifestazioni fisiche e spirituali non ha per me più nessun equivoco: tanto più che una mano, identica a quella apparsa, rimane lungamente nella mia mano destra (mentre con la sinistra proseguo a stringere la destra della medium, che non ho mai abbandonata, durante l’intera seduta), e la tavola, con rapidi moti tiptologici, compone frasi a me soltanto familiari, come per darmi prova assoluta dell’identità dello spirito filiale, che si manifesta con tanta complessività di caratteri concomitanti, da formare la sua completa e a me ben nota individualità.

Pure, a esuberanza, richiedo ancora una prova d’identità, che subito, con quella specie di telegrafia alfabetica, ch’è la tiptologia, mi viene accordata, articolando rapidamente uno dei tre nomi di mio figlio, nome ignoto persino ai più stretti consanguinei: Romano.

Non basta. Io gli dico:

- Sai, Naldino, che ho sempre con me un tuo caro ricordo?

E tosto un dito si appunta contro la tasca interna del mio soprabito, non solo contro il portafogli, ma sul punto preciso ove sta il ritratto di mio figlio, e preme due o tre volte, con non dubbio significato di tenerezza.

Allora, io mi rivolgo a questa entità, dicendogli:

- Poiché ti è dato manifestarti in forme così complete e straordinarie, perché non ti fai vedere? puoi? prova...

Viene risposto e coi colpi convenzionali, si domanda di far la penombra, che consiste nel mettere una candela accesa presso l’uscio, fuor della camera: l’unica luce acconcia a permettere la visione di quanto vado a esporre.

Sebbene la luce sia debole, a breve andare permette di distinguere nettamente i profili degli oggetti e quelli di tutti noi. Ignorando quel che fosse per manifestarsi, io guardavo, con intensità d’attenzione, la zona ben luminosa dell’uscio semiaperto, quando a un tratto, sento il dotto Venzi, il signor Prati, il professor Porro, esclamare a un tempo:

- Un profilo! un profilo! ... e molto distinto... non vedete?

E io, con accento di dolore:

- Ah! io non vedo nulla.

- Ma dove guardate?

- Verso l’uscio...

- No... eccolo di nuovo... voltatevi dalla parte della signora Morani.

Mi volto verso il punto indicato, e vedo ben nettamente disegnarsi in nero una silhouette precisa che, dalla tenda, tra la medium e la signora Morani, s’inclina sulla tavola portando la testa verso i miei occhi a una distanza al più di venti centimetri, per poi alzarsi. Supplico di farsi vedere ancora e la silhouette tosto si ripiega verso di me, rimane immobile alcuni secondi, poi dilegua.

Rifacciamo la luce piena e allora, sempre allo scopo d’escludere ogni allucinazione personale, senza nulla dire di quel che ho visto o creduto vedere, domando a ciascuno dei presenti (nessuno dei quali ha conosciuto mio figlio) di precisare i connotati della visione. Non solo i vari connotati corrispondono tra loro: ma nella totalità corrispondono così esattamente a quelli di Naldino da non ammettere equivoci. Pure, io ricorro ancora a un esperimento decisivo. Prendo il lapis e, sul piano della tavola traccio esattamente, ponendovi tutta la mia abilità di disegnatore, la silhouette, e tutti ne riconoscono l’identità, specialmente i signori Prati e Porro, i quali erano situati in maniera da scorgere pienamente il profilo apparso.

Di tali fenomeni, ragionerò più appresso: ora, esauriamo lo svolgimento della seduta.

Rifacciamo il buio, e tornano le manifestazioni di John. Sentiamo levare il tappo a una grossa boccia di cristallo, piena di acqua, che sta sulla scrivania, a due metri dal gruppo. La bottiglia è portata alla bocca della medium e sentiamo, dal glu-glu, che beve parecchio. Dico:

- Potrei averne un sorso anch’io?

La bottiglia, un momento dopo, viene tosto appoggiata al mio labbro inferiore, ma quasi per burletta, mi si lascia bere un sorsetto e non più. Poi, si rimette il tappo alla bottiglia, che viene deposta in mezzo alla tavola nostra. Si fa luce piena, e la tavola ha levitazione e ondulazioni strane, come di mare in burrasca; mentre la bottiglia, che avrebbe dovuto rovesciarsi e rotolare cento volte in terra, rimane come inchiodata, da mano invisibile, al suo posto.

A un certo punto, la signora Morani, quasi molestata dal caldo aumentato dell’ambiente, o causato dalle emozioni, dice:

- Mi levo il cappello.

Mentre con la sinistra cava uno spillone, a destra, ecco, una mano invisibile le toglie il secondo spillone a sinistra e galantemente le leva di testa il cappello, alla vista di tutti, deponendolo fra le mani della signora trasecolata.

Parecchi altri fenomeni consimili potrei ancora riferire, ma mi preme, né spiacerà ai lettori, un breve esame critico del fenomeno ch’ebbe per principale obiettivo la mia persona.

Prima di tutto, io non soffro d’allucinazioni. Quando, e sovente, mi raccolgo in me stesso, e mi sprofondo, con rapimento, nelle più dolci memorie, nelle sacre estasi dolorose e care degli intimi affetti, neppure in tale stato d’animo ho allucinazioni di nessuna specie. Nulla vedo, nulla sento, nessuno mi bacia, nessuno mi tocca.

Non ho quindi, non posso avere nessuna dubbiezza circa l’obiettività dei fenomeni, che del resto coincidono con quelli di Fedia, il figlio della contessa Minardi, le manifestazioni del quale sono esattamente descritte dal presente dottor Visani Scozzi.

L’unico punto che intendo discutere, in modo chiarissimo, è l’ipotesi balorda d’un trucco della medium, secondo la manovra denunciata da Torelli-Viollier, arme ripresa da ben superficiali osservatori: che cioè la medium, liberando un piede o una mano, possa compiere fraudolentemente i fenomeni.

Sia pure. Io voglio ammettere che l’Eusapia sia riuscita (e non è vero, perché ne sarei stato tosto avvertito) a liberare la sua mano sinistra e relativo piede dal controllo assiduo della signora Morani.

A ogni modo è certo ch’ella aveva sempre la destra chiusa nella mia e il piè destro sotto il mio: come è pure certo che non s’è alzata dalla sua sedia, perché un movimento simile non mi sarebbe sfuggito.

Ma guardate! voglio perfin concedere che abbia potuto alzarsi dalla sedia. Ma ora, fate mente locale e ditemi: come mai, disponendo d’ un braccio e d’ un piede, può abbracciarmi con due braccia ben distinte e carezzarmi con due mani, nel tempo stesso, e perfino con due mani, che non somigliano alle sue? Se il suo braccio libero non diventa di due metri e più di lunghezza, come può passarmi dietro, dalla mia sinistra alla destra, circuirmi e toccare coll’indice il portafogli situato a destra? E poi quando abbiam fatto la semi-luce, ella era là, immobile, visibile, al pari di tutti noi e tenuta per le mani e per i piedi, al solito: e come poteva, con quelle sue chiome irte e scarmigliate, con quel profilo aquilino e aguzzo, con la bazza in fuori che la fa parer più vecchia di quel che sia, trasformarsi, per non si sa qual magia, nel profilo tutto diverso d’un adolescente, con i capelli corti, folti e crespi, col mento arrotondato e sfuggente, nella forma d’un viso ovale e delicato?

Quella donna grassa, piccola, bonariamente infagottata, è forse simile alle nuvole di Amleto, che mutavan forma, colore, sostanza, a ogni batter di ciglio?


La seconda

Comincia all’ora consueta. I sei presenti sono distribuiti intorno alla tavola in maniera diversa dalla seduta precedente, per questa ragione: siccome l’intensità dei fenomeni aumenta nelle zone più prossime alla medium, si vuole che ciascuno dei presenti, alternando i posti, possa avere la sua parte di sensazioni più dirette.

Il controllo del medium è affidato al signor Prati a desta e al signor Morani a sinistra. Io mi trovo nel punto più lontano dalla Palladino, tra il dottor Venzi e la signora Morani.

In questa seduta, ricca di fenomeni che si seguono con rapidità, la medium non cade mai in trance e neppure in uno stato più o meno profondo d’ipnosi: rimane passiva, ma cosciente, come uno qualunque di noi.

Nella prima mezz’ora, si svolge, con maggiore o minor varietà, la serie consueta dei fenomeni di John, parte in luce e parte nell’oscurità.

Il signor Prati esclama:

- Fanno sforzi erculei, per levarmi la seggiola di sotto: e sento che l’afferrano a un tempo dalle due parti: ma avranno un bel da fare!

A chiarimento di queste ultime parole, conviene osservare che il signor Prati, uomo quarantenne, è dotato d’una corporatura muscolosa, di vero atleta, cui corrisponde una non comune energia di forze fisiche. Egli assiste per la prima volta a tal sorta d’esperimenti e, ignorando la singolare potenza degli agenti invisibili, s’illude facilmente di poter opporre, con la robustezza propria, una resistenza invincibile. Ne consegue quindi una specie di lotta sorda ma accanita di contrasti. Finalmente, il signor Prati, ritto in piedi, esclama sorpreso:

- Perbacco! me l’hanno levata.

Fenomeno semplicissimo, pur sufficiente per osservare a coloro che parlano di trucchi: il Prati, in quel momento, teneva una mano della medium; ammesso il trucco, la Palladino non avrebbe potuto servirsi che di una mano sola, e per giunta della sinistra, mentre il Prati sedeva a destra. Ora provate un po’ se vi riesce, in condizioni simili, di togliere la sedia di sotto a una persona che pesi ottanta chili e che deliberatamente resista! provate...

La sedia del Prati intanto viene posta prima adagiata, poi ritta in mezzo alla tavola nostra. Dalla scrivania lontana vengono presi un campanello, un candeliere e una gran boccia piena d’acqua e tali oggetti sono deposti sul sedile della sedia: sotto la quale, con una specie di capriccioso disegno geometrico, vengono sparpagliati lapis, penne, bastoni di ceralacca, fascicoletti e altro, tutta roba che stava sopra la scrivania.

Accesa la luce elettrica, la nostra tavola pare una bancarella di cartoleria ambulante: e allora, in piena luce, tutti assistiamo a un fenomeno dei più curiosi. Il signor Prati è rimasto in piedi e si direbbe che John voglia dargli una prova definitiva della propria forza, per dileguare fin gli ultimi dubbi in proposito.

La grossa scrivania, che deve pesare più d’una cinquantina di chili, da mani invisibili ma poderose, viene scostata dal muro, e spinta con velocità fragorosa verso il fianco sinistro del signor Prati, contro cui s’appoggia con pressione continua, non più violenta, per non causargli dolore, ma nel tempo stesso atta a dargli la misura della forza che sospinge. Il Prati con tutta l’energia del fianco erculeo, dà a sua volta uno spintone alla scrivania, che rimbalza indietro per più di due palmi, ma subito viene risospinta fortemente contro il fianco di lui: e questo vigoroso movimento di azione e di reazione viene replicato cinque volte o sei, senza alcun intervento possibile della medio, ch’è lì, seduta, e tenuta per le mani, alla vista di tutti, e sorridente, al par di tutti noi, davanti a quel curioso e replicato contrasto.

John richiede l’oscurità, fatta la quale il Prati bonariamente esclama:

- Ma io dovrò stare in piedi?

Dal movimento d’aria che ne consegue, comprendiamo che una sedia, la quale stava dietro i cortinaggi nel vano della finestra, passa sopra le nostre teste, e sentiamo il rumore dei piedi, quando toccano terra e subito il Prati dice:

- Due mani robuste mi prendono per le spalle e con modi alquanto bruschi mi buttano a sedere. Comunque, grazie!

Taccio d’una serie di contatti e d’altro, perché ormai troppe volte descritti, e accenno solamente a una quantità di punti luminosi, che appaiono in varie parti della sala, compiendo lente traiettorie, che ognuno di noi descrive con indicazioni identiche, da cui risulta che tutti proviamo identiche percezioni. Le luci sono simili a stellucce vaganti: una sola segna una specie di scia luminosa in basso, come le stelle cadenti; infine, ne appaiono due accoppiate, quasi due alianti farfalle, con un chiarore simile, sebbene un po’ più attenuato, a quello della luce elettrica.

Verso le ore ventidue, si svolgono le manifestazioni più importanti, poiché quasi contemporaneamente si manifestano ben cinque diverse individualità.

Prati sente le consuete larghe mani di John che, quasi a compenso delle due lotte sostenute, gli fanno dimostrazioni molto amichevoli.

Il dottor Venzi dichiara di sentire distintamente una persona che s’inclina, s’appoggia su di lui e lo prende per le braccia. Poi soggiunge:

- Mi parla.

Noi sentiamo delle articolazioni rauche come sospiri, ma il dottor Venzi pare percepire nettamente le frasi, poiché ne segue un dialogo che, per la sua natura intima, non debbo riferire. A un certo momento, egli esclama:

- Perché mi stringi così forte il braccio? quasi mi fai male!

E allora, sentiamo il fruscio d’una mano lungo la manica del dottore, quasi gli facessero delle frizioni carezzevoli.

Nel tempo stesso, il signor Morani, in una specie di soprassalto, esclama:

- Mi abbracciano!... mi parlano! ah, sei tu?

E anche qui, segue un dialogo, come quello del dottore, di natura intimissima, durante il quale sentiamo il signor Morani dire:

- Ah, ecco! per darmi una prova della sua identità, mi fa toccar con mano il taglio della barba ch’era identico al mio.

Nel punto stesso la signora Morani, che sta seduta dalla parte opposta, esclama:

- Provano a levarmi l’anello del dito... ma non si può! ... non esce! continuano ancora, con forza, ma senza farmi nessun male... soltanto, non è possibile... ah, ecco: ce l’hanno fatta! è strano!

E tosto il signor Morani:

- Ecco, adesso lo mettono al mio dito: entra appena...

Tosto, una mano prende quella della signora, la porta a congiungersi con la mano del signor Morani, e tutti allora sentiamo tre o quattro colpetti dati sopra le due mani congiunte, come un atto di conforto e di soddisfazione paterna.

Mentre tali fenomeni si svolgono, il professor Porro sente i precisi contatti dell’entità che già si manifestò nelle sedute dell’estate scorsa, e che, in tale occasione, fece, dirò così, perquisire la propria forma materializzata di ragazza undicenne, non pure a lui, ma ben anche al professor Morselli, mentre stavano seduti a fianco, ma appartati dal gruppo che contornava la medium.

Sentiamo tutti quanti i bacini sommessi ch’ella prodiga al Porro e il tentativo alquanto velato eppur distinto di articolare la parola papà. In quel mentre (e ricordo che sto all’estremità opposta della tavola, cioè lontano un tre metri dalla medium) la mia sinistra è afferrata da una mano che somiglia a quella apparsa a tutti nella prima seduta. Io tosto la stringo con la destra e corrisponde alla stretta affettuosa: la bacio e poi sento che s’inalza: la seguo, continuando a stringerla, mi alzo dalla sedia, mi rizzo in punta di piedi, per tenerla più che posso: poi sento che mi sfugge, quasi dileguando in alto.

Un breve esame critico di quest’ultima fase della seduta, in confronto alle due pregiudiziali sistematiche degli ignoranti dotti e degli ignoranti asini: la frode, l’allucinazione.

La frode. L’Eusapia, dunque, senza che noi, poveri idioti, ce ne siamo accorti, è riuscita a liberare una mano dal controllo. Con quest’unica mano, sia benedetta, ella dunque riesce a formare, nel tempo stesso, quanto segue:

- Le due grosse e robuste mani di John (Prati).

- Il corpo, le due braccia e la voce ancora d’una donna matura (Venzi).

- Le due mani e la testa per lo meno di un vecchio (Morani).

- Le piccole braccia, le manine, la testa, la voce d’una ragazzina (Porro).

- La mano d’un vigoroso adolescente (Vassallo).

Via! gli è proprio il caso di dire:

- Se il fenomeno è sincero, è bello: ma se è un trucco, è ancora più bello!

L’allucinazione.

Vediamo. Il fenomeno allucinatorio è causato, tutti sanno, da suggestione propria o da suggestione altrui. Eliminiamo subito la suggestione altrui, perché, nelle sedute, si sta raccolti e nessuno suggerisce niente. E quando uno soltanto vede o crede vedere: gli altri dichiarano francamente che non vedono nulla.

Conviene quindi restringerci al fenomeno dell’allucinazione per auto-suggestione. L’aspettativa intensa d’una cosa, il desiderio acuto che domina come idea fissa, possono condurre allo stato allucinatorio. Ma le sedute medianiche sono per se stesse precisamente il contrario.

Non solo i fenomeni sono inaspettati, ma quasi sempre il contrario di ciò che uno aspetta o desidera, come dimostrerò, con evidenza meridiana, a proposito di una prossima seduta.

Nessuno sa mai quel che sta per accadere. Io posso aspettare, desiderare, invocare che lo spirito a mi dia un abbraccio, e invece è lo spirito b che mi mette in mano la peretta della luce elettrica.

E neanche l’aspettativa più intensa è sufficiente, in persone sane come siamo noi, a produrre un’illusione allucinatoria. In questa seduta, in tre ore, avrò avuto una infinità di aspettative e di desiderii ardentissimi, eppure nessuna allucinazione relativa si è prodotta. Dopo tre ore, un attimo solo, ho stretto e baciato una mano che, proprio in quel momento, ero lontano dall’aspettarmi: o come si vorrebbe pretendere che, calmo, ragionevole, lucido e logico durante tre lunghe ore, io sia diventato stolidamente un allucinato nel breve spazio di tre o quattro secondi?

L’ipotesi non merita neppur l’onore d’essere discussa.


La terza


Preambolo utile, se non pur necessario. Un tale che firma fedele lettore, e che si esprime con forme di manifesta simpatia, mi chiede:

- Il Circolo Minerva si compone della sala degli sperimenti o vi sono camere attigue? in questo caso, furono minuziosamente visitate?

- Sei ben certo che nel vano della finestra, chiuso dalle tende bianche e scure, non si trovasse nascosto alcuno?

- Conosci tutti gli intervenuti e sei ben sicuro che nessun compare si trovasse frammischiato a loro?

Tali dubbi possono fermentare in molti altri diffidenti, per cui rispondo recisamente. La sala del Circolo Minerva ha camere attigue, che vengono sempre visitate per abbondanza di controllo, poiché, all’infuori del gruppo a nessuno è permesso penetrare nel Circolo, che viene da noi chiuso coi chiavistelli.

Alla seconda domanda rispondo: nessuno è, né può essere mai nascosto dietro la tenda. Nelle sedute dell’estate scorsa, avvenne il fenomeno riferito dal Porro, che cioè, a fine di seduta, tutti i presenti ebbero strette replicate da una mano che sporgeva dai cortinaggi, tanto che il marchese D... nuovo a tali fenomeni, per moto umano naturale di sorpresa, sollevò bruscamente le tende, e tutti videro che non v’era nessuno. Identico fenomeno, che non accennai per brevità, accadde nella prima nostra seduta, e il signor Prati, appunto perché nuovo come il marchese D..., sollevò i cortinaggi, per accertarsi che non vi era essere umano visibile.

Alla terza domanda: i componenti il gruppo non solamente sono persone a me e agli altri notissime, ma per serietà morale superiore a qualunque sospetto.

E ora, alla terza seduta, ch’ebbe un crescendo d’intensità.

Si tenne la sera del 23 dicembre. In luogo del Prati assente da Genova, interviene il professor Mirelli, e ci disponiamo in questo ordine attorno alla tavola.

Invisibili.PNG

Tralascio il solito primo periodo di colpi fortissimi nel centro della tavola e di levitazioni e contatti di vario genere, dopo cui gli invisibili chiedono l’oscurità.

Una parentesi che, per moltissimi fra i lettori, è chiarimento necessario. Se luci moderate non distruggono, ma diminuiscono e turbano la compagine fluidica che permette agli invisibili di procurarsi la transitoria materiale consistenza, le luci forti addirittura la dissolvono. La dimostrazione più certa si ebbe nell’esperimento di Crookes con la Katie King, così da lui riferito:

- Lo spirito di Katie si fermò contro la parete del salone, con le braccia aperte, attendendo la sua dissoluzione. Noi accendemmo tre forti becchi di gas. L’effetto su Katie King fu straordinario. Non resistette che un attimo, poi la vedemmo fondersi, sotto i nostri occhi, come un fantoccio di cera esposto a un gran fuoco. Gli occhi parvero affondarsi nelle orbite, il naso sparire, la fronte rientrare. Poi le membra si squagliarono e man mano il corpo dileguò. Più tardi ci fece sapere che la nostra curiosità scientifica le aveva causato forti sofferenze.

Con lampade fosforiche, come quella inventata da Crookes, o con altri congegni analoghi, certamente sarebbe possibile creare luci non contrarie alla vigoria dei fenomeni fluidici, e ci si arriverà: ma finora, non avendo nulla di simile, conviene, quando si voglia ottener le manifestazioni più forti, rinunciare alle luci ordinarie.

Si fa dunque l’oscurità, e tosto il professor Mirelli si sente abbracciare, carezzar lungamente con espansiva affettuosità, poi scoccare sulla fronte, sulle guance, una serie di baci così sonanti, che tutti noi sentiamo concordemente.

- Benché vi sia incertezza d’ogni verifica - egli dice, con voce non esente da natural commozione - sento intorno a me un insieme che pare, dico pare, la mia buona mamma.

Segue una pausa e poi, sinceramente, esclama:

- Ecco: con atto lieve e delicato, mi asciuga le ciglia.

Segue, tra il professore e l’invisibile un breve dialogo intimo, durante cui sentiamo o ci sembra sentire le articolazioni assai fievoli dell’invisibile, le cui parole invece paiono soltanto percepite dal Mirelli, come se bisbigliate lentamente all’orecchio.

Poi, l’invisibile chiede la luce rossa. Allora, mentre vediamo nettamente la medium immobile e in uno stato d’ipnosi, mentre scorgiamo ben chiaramente le persone nostre e minimi lineamenti, tutti unanimi, senza contrasto nei dettagli, osserviamo svolgersi questo fenomeno. Il cortinaggio scuro, ch’è di stoffa molto lieve, molto flessibile, si agita e gonfia, come se, di esso coperta, s’inoltrasse lentamente una persona viva e appena velata. Si vede cioè, distinto come massa, il volume della testa, e i panneggi corrispondenti, quasi aderenti, alle braccia e alle mani sporgenti. Tal forma si accosta al Mirelli, lo accarezza, gli stringe vivamente la mano: poi, con un movimento del braccio destro, che tutti avvertiamo, sporge la mano, senza velo, fuori del cortinaggio, con cenno di saluto. Tal scena, in luce, dura a lungo, strana e commovente.

Più notevol fatto è questo. Ciascuno degli invisibili, se i lettori ricorderanno, ha voluto, in qualche modo, dare una prova, sia pur incerta, della propria identità. Ora, a un certo punto, la mano di quest’ultima entità alza la sinistra del Mirelli, portandola sulla fronte della medium in trance, verso il sopracciglio destro e il Mirelli, senza che noi si comprenda nulla, tosto esclama:

- Ho capito... ho capito che cosa mi vorresti indicare: ma non era lì.

Segue qualche sforzo infruttuoso, sempre accennando allo stesso punto: quando, con gesto brusco di persona quasi spazientita, il dito del Mirelli viene rapidamente portato invece sulla fronte di lui, indicando un punto preciso, per cui egli esclama:

- Ah, ora ci siamo!

E ci spiega che la madre aveva, in quel punto, vicino al sopracciglio, una piccola escrescenza cutanea.

Segue un periodo di luci vaganti, in alto, visibilissime. Alcune attraversano l’intero salone: altre vanno dal basso in alto: altre in senso contrario. Poi lo spirito di John, con una specie di giovialità, quasi volesse un po’ dissipare le sensazioni della fase precedente, mediante un proprio intermezzo, ci dà una serie de’ suoi fenomeni consueti: mette il tavolino sopra la tavola, mi alza il bavero, mi sfiora i capelli, fa feste a tutti gli altri, con gaiezza straordinaria.

Verso le ore ventitrè e mezza, comincia un succedersi di nuovi e più singolari fenomeni. Senza nessun contatto per parte nostra, John trasporta nel centro della sala la nostra tavola, e la volta, in modo che restiamo diversamente orientati.

Sentiamo che, sopra l’ancor più lontana scrivania, poggiata sul muro, John smuove bottiglia e bicchieri: leva il tappo e versa dell’acqua. Poi, man man, porge da bere a tutti, poggiando sempre il bicchiere esattamente sul labbro inferiore; a tutti tranne che a me, mentre, avendo una gran sete, gli chiedo insistentemente, quasi con noiosa petulanza, d’avere a conforto delle aride fauci una buona sorsata d’acqua fresca.

D’accordo! è un giochetto qualsiasi, ma giusto una sera, parlandone in conversazione, spegnemmo la luce elettrica, pregando un giovane signore, svelto e intelligentissimo, di fare altrettanto. Sopra sei persone sedute, imbroccò appena la più vicina a sinistra, con la differenza che, invece di portarle il bicchiere alla bocca, glielo appoggiò sul mento: quanto alle altre poi, o sopra o sotto, lo situò almeno un palmo lontano dalla testa: e giunto all’ultima persona, offerse invece da bere... a un vaso di fiori che, del resto, poteva anche averne bisogno.

John, compiuto il giro, torna a deporre bottiglia e bicchiere sopra la scrivania e batte fragorosamente le mani in alto palma a palma, con un’esplosione d’entusiasmo che pare vicina al soffitto.

Subito, il signor Morani, il quale è nel punto opposto alla medium e distante da lei circa tre metri, si alza in piedi, esclamando:

- Eccolo! non può essere che lui.

Si fa un grande silenzio, e tutti sentiamo, dal particolare caratteristico fruscìo, che gli viene sbottonato il soprabito. Il Morani così man mano segnala:

- Benissimo! mi prendono il portafogli... lo portano in alto... me lo sbattono sulla mano (e tutti sentiamo i colpetti relativi)... ora, non lo sento più... ecco, me lo ridanno, con carezze.

Poi, subito soggiunge:

- Ecco, per me, una delle maggiori prove d’identità. Stasera, prima di venir qua, senza dir nulla a nessuno, neanche alla mia signora, ho messo nel portafogli una ciocca de’ suoi capelli bianchi. Grazie... mi hai compreso!

Mentre così dice, egli si sente prendere la destra da una mano che gli toglie un anello dal dito e lo mette nell’anulare della signora Morani, la quale siede a fianco del dottor Venzi. Poi la mano dell’invisibile unisce ancora le due destre dei coniugi, battendo sopra essi colpi affettuosi, soddisfatti, che tutti sentiamo.

Da notarsi: tal fenomeno, della cui assoluta obiettività non rimane dubbio in alcuno, si svolge a più di due metri lunge dalla medium, ch’è in piena trance e che, molto esausta, dopo la seduta impiega quasi tre quarti d’ora a ripigliar conoscenza e a essere in grado d’alzarsi dalla sedia. Anche la catena dei presenti è completamente interrotta.

Noto, per esattezza di cronaca che, sopra uno strato di plastilina, acconciamente predisposto, si trova l’impronta di tre dita, ma di sì poco rilievo, che non se ne fa caso, come di fenomeno poco concludente.

Ben altro si svolge, come dirò domani, nella quarta e per me decisiva seduta.


La quarta

Viene tenuta la sera del 26 dicembre: e sono presenti le sei persone componenti il gruppo, oltre la medium, che è tenuta, a destra dalla signora Morani, alla sinistra da me, che ho a fianco il dottor Venzi e di fronte il professor Porro.

La successione dei fenomeni si fa tosto così intensa e continua ch’è assai difficile serbarne completa e ordinata memoria. L’opera di John però si manifesta in minima parte. Si direbbe ch’egli, con delicato pensiero, considerata la maggior potenza delle forze medianiche, agevolanti i fenomeni, lasci deferente il posto alle altre entità che desiderano manifestarsi.

Ora, io non intendo, né potrei neanche fare, tal fu la copia e la varietà, il minuto resoconto delle varie manifestazioni speciali che ebbero per obiettivo gli altri membri del gruppo: preferisco soltanto accennare le principali, riservando l’analisi più accurata a quelle che specialmente mi riguardano.

Uno dei fenomeni più spiccati, consiste nella manifestazione evidente dell’entità che assume tutte le caratteristiche personali della figliola del professor Porro. Ella procede con tale prontezza e disinvolta logica di movimenti sensibili che, sebbene al buio, ci par quasi di vedere la personcina intenta alle operazioni di cui possiamo seguir tutte le fasi, col solo senso dell’udito.

Poiché, prima sentiamo che bacia il professore con festosa frequenza e col gentile scoppiettìo proprio dei baci infantili: poi che gli mormora, ma sillabando nettamente, il proprio nome, Elsa, ignoto a tutti noi. Poi, sentiamo che gli fruga nelle tasche e gli prende il portafogli. Egli ci avverte:

- Ecco un fenomeno identico a quello del Morani: ella sa che ho messo una sua ciocca di capelli, dentro, e certo la va cercando.

Intanto, come se la creatura fosse sopra la tavola e nel centro, sentiamo tutti il rapido fruscìo delle numerose carte ch’ella sta, una per una, cavando dal portafogli.

Fatto questo, ella compie il giro della tavola, e quasi amabilmente scherzando, mette una o due carte qualsiasi, nella mano di ciascuno di noi. Dopo aver operato tale distribuzione, ricomincia il giro, ripiglia le carte, delicatamente, una a una, e man mano, come sentiamo, le rimette dentro il portafogli, che va poi a riporre nella tasca del professore. Tutto ciò si compie con tal precisione d’atti successivi che, ripeto, non uno ci sfugge.

In fin di seduta, alcunché di simigliante compie l’altra entità, che presenta i caratteri del padre del signor Morani, con questo di notevole: che, dopo avere estratto le carte, e distribuitele fra i presenti, c’ingiunge di far luce, quasi perché possiamo constatare gli effetti della distribuzione. Tra l’altro, sopra la testa della medium è stata messa una ricevuta commerciale: e un biglietto di banca da cinquanta lire sta sopra la sua mano sinistra, da me tenuta: mentre ad altri e a me furori poste fra le dita carte varie. La signora Morani si trova nella destra una lettera della sorella del marito, lettera di cui ignorava e, per ragioni plausibili di famiglia, doveva ignorare l’esistenza. Voglio notare, benché si tratti di particolari troppo intimi, che a detta della signora Morani, è un bene, nelle conseguenze, ch’ella abbia così avuto indicazione indiretta di detta lettera.

Ora, veniamo, senz’altro, alle manifestazioni speciali che particolarmente ebbero a scopo la mia persona e intorno alle quali devo riferire ogni particolare più minuzioso, perché tutto parmi abbia importanza e significato di obiettiva realtà.

Prego i lettori di ricordare ch’io, con la mia destra, tengo la sinistra della Palladino.

Il dottor Venzi ha portato il proprio fonografo, macchina perfetta, caricato e provvisto di un vergine cilindro di cera, atto a ricevere l’impronta d’un fonogramma. L’intento, in cui converrà che altri sperimentatori insistano, è questo: dal momento che gli invisibili possono essere fotografati ai lampi del magnesio, dal momento che dispongono d’organi vocali sufficienti a pronunciar parole e frasi percepite dal nostro orecchio, perché non riescirebbero a impressionare un fonogramma, e lasciarci così un documento perenne delle loro facoltà?

Il fonografo è collocato sul tavolino nel cantone, equidistante per un metro dalla medium e da me.

E qui, cade a proposito un ragionamento inoppugnabile, che vale a escludere l’ipotesi dell’allucinazione.

A un certo punto, sentiamo che la macchina fonografica è toccata, sto per dire frugacchiata, da qualcuno.

Qual è il nostro desiderio? qual è la comune aspettativa? qual è la generale suggestione, adatta a provocare il fenomeno allucinatorio? Non serve dirlo: tutti pensiamo e desideriamo che l’agente invisibile smuova la leva che imprime al cilindro il moto rotatorio, e parli dentro la tromba, per formare il fonogramma.

Invece no: in luogo d’un’allucinazione collettiva, così naturale, si verifica ben tutt’altro. Si prosegue a sentire non so quale stropiccìo metallico, tanto che il dottor Venzi, con una certa apprensione di proprietario dell’ordigno, mormora:

- Si direbbe che smontino il fonografo.

Non ha finito di parlare, che prima io e poi lui, sentiamo curiosi, festosi e forti soffi negli orecchi e sulle guancie. Si capisce subito: hanno svitato la tromba del fonografo e vi soffiano dentro a tutta forza. Intanto io abbasso il capo, per moto istintivo di curiosità, verso il tavolino e sono colpito alla fronte dall’orlo superiore della tromba metallica, che subito si scansa.

- Caro John - esclamo - mi hai fatto quasi male.

E subito sento una mano lieve e delicata che passa su e giù, presso la tempia destra, nel punto in cui mi sono incontrato con lo strumento.

- Ma questa - osservo - non è la grossa mano di John: somiglia piuttosto a quella di Naldino.

Tre colpi confermano la mia ipotesi: sentiamo subito la tromba esser deposta sul tavolino (dove poi l’abbiamo trovata) e son fatto segno a ogni maniera di abbracci e di carezze. Nel frattempo, dico all’invisibile:

- Sai che ho indosso qualche cosa che prediligevi?

Non ho finito le parole, che mi vien tolta la spilla dalla cravatta e viene deposta davanti al professor Porro, il quale sta di fronte a me. Appunto è una spilla che, dono di Ermete Novelli, fu sempre a Naldino carissima e prediletta. Superfluo soggiungere che nessuno dei presenti aveva alcuna nozione di tale oggetto.

Prego Naldino di manifestarsi con la maggiore intensità possibile: e son così lontano dall’allucinazione, che tal preghiera sembra piuttosto la quasi spietata ingiunzione d’uno sperimentatore che voglia raggiungere un risultato positivo, anziché l’invocazione d’un cuore agitato.

Allora, da quelle mani, ch’io ben conosco, mi sento stringere, con pressione amorevole, sotto le ascelle, come per levarmi dalla sedia. Mi alzo in piedi e le stesse mani, con dolce insistenza, mi trascinano due passi in fuori, verso il tavolino e il cortinaggio, e mi voltano in modo che, per conservare più comodamente il controllo della medium seduta, passo la sua mano mancina dalla destra alla mia sinistra: così che mi vengo a trovare, in piedi, lontano dalla medium la lunghezza di quasi due braccia, e porgo l’attenzione più viva e scrupolosa a quanto sta per succedere.

Prima, ecco un abbraccio lunghissimo, in modo che sento appoggiato a me un corpo snello, d’una statura quasi eguale alla mia: e un viso, che appunto ha tutti i caratteri di Naldino, rimane, molti secondi, strettamente aderente al mio. Indi, un diluvio di baci che sono intesi da tutti i presenti, baci frammezzati da frasi tronche, che pur sono intese dagli altri, in dialetto genovese, con quel timbro speciale di voce circa il quale, come capirete, non è a me possibile nessun equivoco. Nettamente, sentivo dirmi dalla indimenticabile voce:

- Papà mio! papà caro...

E poi, ogni tanto, degli oh Dio! non di dolore, ma come espressione di gioia traboccante.

A un certo punto, paion cessare i contatti con l’invisibile, eppur così tangibile; si direbbe ch’egli stia per dileguarsi, quando mi sento di nuovo stringere e ricevo tre baci forti, rumorosi quasi, che tutti sentono distintamente, e la voce mi dice, sempre in dialetto:

- Li darai alla mamma!

Ci s’ingiunge di far luce e viene accesa la lampada elettrica. Allora, quasi l’invisibile voglia darci una prova ultima e certa della sua presenza, si rinnova il fenomeno accaduto al professore Mirelli nella precedente seduta: vale a dire che tutti vediamo avanzare verso me, che sto in piedi, una forma umana avviluppata nel cortinaggio scuro, forma che, per quanto si possa giudicare, corrisponde appunto all’entità che asserisce di essere: vediamo le braccia sporgersi e abbracciarmi ancora: e una sua mano, che posso ben distinguere attraverso il lieve tessuto, rimane a lungo, visibilmente chiusa nella mia destra, mentre con la sinistra non abbandono la medium, che tutti vediamo seduta, anzi abbandonata sulla sedia, come quando è nello stadio di un’ipnosi calma e profonda.

Ora, su questo lungo e ben definito ordine di fenomeni, non faccio commenti di sorta: ma questo soltanto voglio, con sincerità di animo, esprimere.

Si dica pure, secondo ciascun pensa, l’agente occulto non esser altro che uno sdoppiamento della medium. Si affermi che son tutti fenomeni dovuti alle proiezioni del subcosciente e alla traslazione dei centri automatici della Palladino. Mi si parli di egopsichismo, di forze fisio-psichiche, di quel che si vuole, chè io rispetto tutte le opinioni, e considero docilmente la probabilità di tutte le ipotesi, abbian carattere di scientifico positivismo, oppur siano intuitive e magari metafisiche. Ma non mi si venga a parlare di allucinazione, poiché contro sì facile quanto assurda accusa insorgo, con tutta la coscienza d’un intelletto equilibrato, acuto e logico, che presiede a sensi perfettamente funzionanti e normali.

A chiunque pretendesse elargirmi la patente d’allucinato, risponderei pacatamente così:

- Sono pronto a riconoscere d’essere un allucinato al punto da non capire più ciò che vedo e sento, purché voi siate così gentile e buono di riconoscervi per un onesto idiota, che non sa quel che si dica.


La quinta

Anche in questa seduta, che si svolge la sera del 29 dicembre, mi trovo situato nel punto più lontano dalla medium, così che poco partecipo direttamente alle manifestazioni varie. Oltre i sei componenti il gruppo, sono presenti i professori Mirelli e Soris. Quest’ultimo, nuovo a tal sorta d’esperienze, tiene la mano sinistra della medium, mentre la destra è stretta dal professor Porro. Si comincia alla luce del gas.

Per uno spazio di tempo piuttosto lungo, atonia completa. Poi cominciano i moti sussultori della tavola, che finalmente stacca i quattro piedi dal suolo, producendo una levitazione totale ma di mediocre entità. Altre, a intervalli, ne seguono e si alza circa un palmo.

La medium, colle dita, batte colpi ritmici lievi sulla superficie, e un attimo dopo gli stessi colpi, più intensi, son ripetuti, come al disotto, nel centro della tavola.

Viene chiesta la luce elettrica rossa.

Il Soris dichiara d’avvertire contatti, senza precisarne l’indole. Pare gli vogliano togliere la sedia di sotto.

Il tavolinetto che sta nel solito cantone, lontano un metro dalla medium, alla vista di tutti s’accosta alla sedia del Soris, urtandola più volte in modo alquanto brusco, poi si alza e si corica, per così dire, sopra la tavola, di fronte alla medium, per poi portarsi, in posizione diversa, all’opposta estremità della tavola stessa.

Succedono vari contatti, a intervalli, con molta fiacchezza. La medium appare piuttosto stanca e preoccupata dalla scarsa fenomenologia.

Qua e là, i presenti dicono d’essere toccati, ma come di passaggio. Ogni tanto, nel centro della tavola, qualche colpo fortissimo e assai rimbombante. L’invisibile, coi colpi convenzionali, ordina:

- Cambiate la disposizione della catena.

Seguendo le successive indicazioni avviene uno scambio di posto tra il professor Soris e il dottor Venzi.

Senza che alcuno tocchi gli interruttori, si spegne e si riaccende la lampada elettrica rossa. Altrettanto fa la lampadina bianca, situata nel centro del gabinetto medianico chiuso dai cortinaggi, attraverso cui passa la luce assai visibilmente.

Conviene notare che le perette automatiche le quali chiudono i fili conduttori delle lampade, nella sala, pendono abbandonate presso la parete, in un punto ch’è lontano almeno tre metri dalle mani della medium.

Continuano contatti più accentuati di mani e si avvertono correnti d’aria gelida.

A un tratto, il dottor Venzi, il quale tiene e vede distintamente la medium, immobile, con la testa reclinata verso il professor Porro, osserva formarsi, alla propria destra, alla distanza d’un palmo dal viso, come una massa globulare, vaporosa, biancastra, che si condensa in una forma più decisa, un ovale che man mano assume l’aspetto più definito d’una testa umana, in cui distintamente riconosce il naso, gli occhi, la barba a pizzo. Tal forma s’accosta alla faccia del dottore, il quale sente una fronte viva e calda appoggiarsi alla sua e restarvi qualche secondo. Poi avverte il contatto di tutto il profilo facciale col suo, con una pressione come di carezza, indi l’impressione di un bacio, dopo di che la massa sembra dileguare, vaporosa, verso i cortinaggi.

La medium cerca, con la mano, quella del professor Mirelli, che è in un punto lontano, e lo trae verso di sè. L’invisibile avendo chiuso le due lampade elettriche, non rimane che il debole chiarore della candela deposta, presso l’uscio, nell’anticamera. Il professor Mirelli, sempre tenuto dalla medio, viene ritto in piedi, a trovarsi nello stesso cantone ove io ero, nella precedente seduta, durante le manifestazioni di Naldino. In tal punto, giusto si proietta la maggior parte della luce della candela e come vediamo il professore, che ci volta le spalle, così possiamo vedere che, di fronte a lui, il cortinaggio si gonfia e si muove con quei panneggi esatti e speciali che denunciano le forme d’un corpo umano che si avanza. Il professore dice, man mano segnalando le sensazioni:

- Mi tocca... mi stringe fortemente... si appoggia contro di me... ma non parla... sono carezzato fortemente... ecco, mi bacia... mi bacia ancora... ma perché non mi parli?

Non si sente nulla, neppure lo sforzo di articolare qualche parola.

La medio dichiara di sentirsi come sfinita e si sospende la seduta, per un po’ di tempo. Il professore Mirelli, avendo che fare altrove, si ritira.

Nella seconda parte della seduta, a sinistra della medium siede il dottor Venzi e a destra la signora Morani.

Colpi fortissimi risuonano nel centro della tavola: una tamburella e una chitarra vengono trasportate, suonando, di qua e di là, al disopra delle nostre teste.

Tutto in un momento, la signora Morani e il dottor Venzi, che stringono la mano della medium, dicono concordi:

- Le nostre mani vengono sollevate in alto.

Essi credono che la medium si sia alzata in piedi, ma invece si verifica ch’ella, con la sua sedia, si trova nel centro della tavola. Ora, è necessario dire che questa rozza tavola di legno bianco, sia perché costruita all’ingrosso, sia per il lungo uso delle frequenti sedute, oltre avere il piano superiore spaccato da cima a fondo, traballa non poco sulle quattro gambe, non fortificate da regoli, e offre assai scarse garanzie di resistenza. La medium, per due volte, viene alzata ancora e riposta a sedere sopra la tavola, che manda scricchiolii significanti e vacilla in maniera punto rassicurante, per cui la medium, con accento di schietta paura, si raccomanda, con tutta la vivacità del dialetto napoletano:

- Voglio essere scesa; calatemi subito.

Gli astanti eseguiscono.

Ciascuno ripiglia il proprio posto e, stante l’ora tarda, si decide di chiudere l’ultima seduta con una specie di saluto collettivo a John King. A un tratto, il dottor Venzi è stretto da due braccia robuste, e una voluminosa testa, a contatto con la sua, lo bacia. Subito, eguale impressione è avvertita dalla signora Morani. Indi, la destra del signor Morani è afferrata da due mani larghe, che la portano in alto, e battono fragorosamente contro la sua. E così, man mano, tali dimostrazioni di affettuoso congedo toccano a tutti i presenti, quando sentiamo la voce del signor Prati esclamare:

- Grazie, grazie! questa, per me, è veramente la degna chiusa delle sedute. Grazie! hai compiuto, in modo perfetto, il mio desiderio.

Gli chiediamo che cosa succeda e così egli riferisce:

- In principio di seduta e con gran cautela che nessuno di voi se n’è accorto, ho nascosto, in un interstizio della grossa scrivania, ch’è là, una moneta antica, esprimendo mentalmente il desiderio che John, al termine della seduta, la prenda e me la consegni con una stretta di mano. Tutto si è verificato a puntino. Due larghe braccia mi hanno dato un amplesso affettuoso prima, e poi ho sentito mettere nella mia mano destra la moneta nascosta, la moneta antica: eccola qua.