Gli orrori della Siberia/Capitolo XXV – I forzati siberiani

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Capitolo XXV – I forzati siberiani

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Capitolo XXV – I forzati siberiani
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Capitolo XXV – I forzati siberiani


Tutti avevano abbandonato precipitosamente i loro posti, spegnendo subito il fuoco, potendosi forse scorgere attraverso la parete di ghiaccio la quale era abbastanza trasparente.

Il capo fece cenno ai suoi uomini di nascondersi dietro ad una enorme colonna formatasi nel centro della caverna, poi assieme a Dimitri si spinse verso l’uscita, strisciando lungo le pareti più grosse.

I massi accatastati una mezz’ora prima, dovevano ormai essersi cementati perfettamente, nondimeno i cosacchi potevano accorgersi che quella fenditura era stata turata da poco e tentare di forzarla.

Giunti presso l’angolo della parete, il gigante s’arrestò e si mise in ascolto, facendo cenno a Dimitri d’imitarlo.

Da una fessura che era stata appositamente lasciata presso la vôlta, giungevano le voci dei cosacchi. Con un po’ d’attenzione si potevano udire abbastanza distintamente i loro discorsi.

– Per tutti i lupi delle steppe!... – aveva gridato uno di quei soldati. – Dove saranno fuggiti quei cani?... Queste pareti sono lisce e senza passaggi.

– I loro cavalli non avevano mica le ali per essere volati lassù, –diceva un altro.

– E poi, – riprese il primo, – la vôlta non si vede spezzata in alcun luogo.

– Un bel mistero, Pankroff!...

– Inesplicabile, Stipinok.

– Siamo stati corbellati.

– E come!...

– Ma in qual modo?...

– Io credo che si siano rifugiati in qualche caverna che noi non abbiamo veduta durante la nostra corsa.

– Cosa facciamo?...

– Non trovo di meglio che ritornare a raggiungere i compagni. Forse essi ne sapranno più di noi.

– Credo che tu abbia ragione. E poi, nel tornare, cercheremo se vi sono delle caverne sull’una o sull’altra riva del fiume.

Il dialogo terminò lì. Il gigante e Dimitri stettero parecchi minuti in ascolto, ma non udirono più nulla.

– Se ne sono andati, – disse il forzato.

– Ritorneranno? — chiese Dimitri.

– Uhm!... Lo dubito, e poi vi farei uscire egualmente senza seguire il fiume.

– Per dove?...

– All’estremità della caverna esiste una galleria la quale sale sopra la cascata.

– Potranno passare i cavalli? – chiese Dimitri.

– È così alta che un elefante non si troverebbe imbarazzato.

– E la nostra slitta?

– È vero; mi dimenticavo che voi ne possedevate una. Diavolo!... Come fare per ricuperarla? – chiese il gigante, grattandosi la fronte. – Si viaggia più comodamente in slitta, specialmente con questo freddo.

– Cosa mi consigliate di fare?

Invece di rispondere, il gigante chiamò i suoi uomini, poi indicando loro la parete di ghiaccio che avevano innalzata qualche ora prima, disse:

– Riaprite la breccia.

– Cosa fate?... – chiese Dimitri. – Avete dimenticati i cosacchi?...

– Bah!... Ormai devono essere lontani; e poi la slitta è necessaria. Viaggeremo da signori.

– Come viaggeremo?...

– Cioè, viaggerete, – disse il gigante, con uno strano sorriso. – Presto, demolite, amici.

Con pochi e vigorosi colpi di scure la parete fu squarciata dal fondo alla cima, onde lasciar passare anche i cavalli, poi il forzato uscì, spingendosi in mezzo al fiume onde dominare un grande tratto della galleria di ghiaccio.

– I cosacchi non si vedono più, – disse, tornando verso Dimitri. – Possiamo metterci in cammino senza correre alcun pericolo. Salite in arcione e seguiteci. Noi vi scorteremo onde aiutarvi a ricuperare la slitta.

– Siete troppo gentile, – rispose Dimitri.

– Bah!... Andiamo.

Maria, Dimitri e l’jemskik salirono in sella, ed il piccolo drappello lasciò la caverna di ghiaccio, seguendo la riva destra del fiume.

Il gigante apriva la marcia ed i suoi uomini la chiudevano. Si avrebbe potuto supporre che si erano disposti in quel modo per sorvegliare attentamente i cavalieri.

La giovane, che da qualche po’ si sentiva agitata da sinistri presentimenti, si curvò verso Dimitri e fingendo di accarezzargli il cavallo, gli chiese a voce bassa:

– Cosa pensi di questi uomini?

– Che non c’è da fidarsi troppo di loro, – rispose il polacco. – Tenete pronto il vostro fucile, padrona.

– Temi qualche cosa?...

– Il cuore me lo dice. Al primo sospetto però getterò a terra il gigante con una palla nel cranio. Avvertite l’jemskik di tenersi pronto a tutto.

La via pareva sgombra. Certamente i cosacchi, perduta la speranza di catturare i fuggiaschi, avevano abbandonato il fiume, sperando forse di ritrovarli nella steppa.

Un’ora dopo il piccolo drappello giungeva là dove si trovava la slitta, senza aver incontrato alcun soldato.

Il veicolo giaceva ancora nello stesso posto, però i viveri erano stati portati via quasi tutti. Fortunatamente i cosacchi avevano lasciate intatte le casse delle munizioni, non potendo le cartucce servire ai loro moschetti.

– Bisogna scavare una via, – disse il gigante, dopo di aver esaminato le due pareti di ghiaccio.

– E se invece facessimo ritorno alla caverna? – chiese Dimitri. – Voi mi avete parlato di un passaggio.

– Avete ragione, – rispose il forzato. – Attaccate la slitta e torniamo.

Furono raccolti gli oggetti dispersi fra la neve, le cassette di munizioni, le pellicce, alcune scatole contenenti delle provviste, le vesti di ricambio della giovane, qualche scure, poi la slitta fu raddrizzata. Maria, Dimitri e l’jemskik vi presero posto, dietro di loro si collocarono il gigante e due altri forzati.

Certamente quei bricconi temevano che fuggissero al galoppo.

Il ritorno si compì felicemente, impiegando però una buona ora, essendo stati i cavalli guidati dai banditi.

Giunti nella caverna, il gigante balzò a terra, fece staccare i cavalli, poi condusse Dimitri entro una larga galleria nascosta dietro ad alcune colonne e che saliva dolcemente verso la superficie del suolo.

– Usciremo per questa via, – disse. – Come vedete, i cavalli potranno passare senza difficoltà.

– Ed ora come ci sdebiteremo con voi di averci sottratti ai cosacchi? – chiese Dimitri.

– Bah!... Non pensate a questo, – rispose il gigante, con un risolino.

– Rimanete qui, voi?

– E voi lo pensate?

– Cosa volete dire?

– E se fuori vi attendessero i cosacchi?

– Ormai saranno lontani.

– Non importa; noi vi accompagneremo onde essere sicuri che più nessuno attenterà alla vostra libertà.

– Grazie, – rispose Dimitri, coi denti stretti però.

Sarebbe stato più contento che quei banditi fossero rimasti nel loro nascondiglio, non fidandosi troppo di loro; però fece buon viso a cattiva fortuna e finse di essere riconoscente di quella cortesia.

I cavalli furono staccati dalla slitta, non potendo passare più d’uno alla volta, poi tenendoli pel morso li condussero nella galleria, mentre i compagni del gigante spingevano la slitta.

Quella specie di tunnel aperto dai forzati nella massa di ghiaccio, saliva serpeggiando. Era per di là che essi uscivano per recarsi a caccia o per fare le loro scorrerie, onde non morire di fame nella loro gelida tana.

Bastarono pochi minuti perché tutti si trovassero all’aperto.

Il gigante e Dimitri osservarono attentamente i dintorni, temendo che i cosacchi non si fossero definitivamente allontanati, ma pareva che nessun essere vivente si trovasse su quella immensa pianura nevosa, che era rotta solamente da poche rocce isolate trasformate quasi in ice-bergs; essendo interamente incrostate di ghiaccio.

– Non si vede nessuno, – disse Dimitri. – O che i cosacchi sono discesi tutti nel fiume o che si sono diretti altrove.

– Purché non siano nascosti dietro a quelle rocce, – disse il gigante.

– Se vi fossero avrebbero già aperto il fuoco contro di noi.

– Uhm!... Non fidiamoci troppo, signor mio. I cosacchi sono più furbi dei lupi.

– Volete esplorare i dintorni?

Il gigante, invece di rispondere, fece attaccare i cavalli alla slitta, poi invitò Maria Federowna a salire.

Dimitri e l’jemskik stavano per prendere anche essi posto sul veicolo, quando il gigante sbarrò improvvisamente il passo, dicendo:

– Adagio, miei cari. Non mi avete ancora pagato lo scotto.

– Cosa volete dire? – chiese Dimitri, stupefatto.

– Quando si entra in un albergo, e si mangia e si beve, si usa pagare il conto. Non vi pare?...

– Volete una ricompensa per la vostra ospitalità? – chiese Dimitri.

– Per bacco!... Noi siamo poveri diavoli, mentre la vostra padrona è ricca.

– Ah!... Io credevo che in Siberia l’ospitalità esistesse ancora.

– Noi siamo russi e non siberiani.

– Orsù, finitela. Quanto dobbiamo darvi?

– Il conto è un po’ grosso, amico. I viveri costano cari in questo deserto di neve, e per procurarceli dobbiamo faticare assai. Il pane che ci avete mangiato viene da Balogank. Non sarà troppo caro a metterlo cinquanta rubli al chilogrammo.

– Miserabile!...

– Ne avete consumati, fra voi ed i cavalli, otto chilogrammi; quindi, mi darete quattrocento rubli.

– Ladro!...

– Poi vi è la carne... duecento rubli, – continuò imperturbabile il gigante. – L’acquavite, una bottiglia, trecento rubli...

– Canaglia!... – urlò Dimitri.

– Poi vi abbiamo salvati dai cosacchi; un servizio che costa carino, poiché poteva costare a noi la libertà. Sarò onesto fissandolo tremila rubli; cosa ne dite?...

– Che sei un brigante!... – urlò il polacco, furioso.

– Facciamo il conto totale: tremilanovecento rubli. Una miseria per la vostra bella padrona. Orsù, pagate o non andrete via da qui, – disse il gigante, con voce minacciosa.

Invece di rispondere, Dimitri alzò il fucile, mentre Maria e l’jemskik puntavano le loro armi sui compagni del bandito.

Stavano per far fuoco, quando alcuni spari rimbombarono a poca distanza, seguiti da un urrah formidabile.

– I cosacchi!... – urlarono i compagni del gigante, precipitandosi confusamente verso la galleria.

Il loro capo si era vivamente voltato. I cosacchi accorrevano al galoppo, girando una rupe che s’innalzava a cinque o seicento metri dalle rive del fiume.

Il polacco approfittò del momento di confusione. Con una calciata del suo fucile abbatté il gigante, poi si slanciò verso la slitta, urlando:

– Fuggiamo!...

Un istante dopo i tre cavalli partivano ventre a terra, vigorosamente sferzati dall’jemskik.

I cosacchi non s’erano nemmeno occupati del gigante. Avevano lanciati i loro villosi destrieri dietro alla slitta, urlando come indemoniati e sparando di tratto in tratto i loro moschetti, quantunque si trovassero troppo lontani per sperare in qualche successo.

I fuggiaschi non si degnavano di rispondere. L’jemskik sferzava senza posa, cercando di raggiungere la Wladimirka, i cui pali si disegnavano nettamente sull’immensa e candida pianura.

Già stavano per raggiungerla, quando un urlo di rabbia sfuggì dalle labbra dell’jemskik.

– Cos’hai Fedor? – chiesero contemporaneamente Maria ed il fedele polacco.

– La via è tagliata.

– Tagliata!...

– Guardate!... Vi è una colonna di forzati che va a Catuisk!...

La giovane e Dimitri si erano alzati in preda ad una viva angoscia. Da una foresta di pini usciva, svolgendosi per l’immensa steppa come un serpente gigantesco, una lunga catena di esseri umani.

L’avanguardia, composta da un gruppo di cavalieri cosacchi e da un grosso drappello di disgraziati deportati, aveva già oltrepassata la linea che seguiva la troika, sicché se il veicolo avesse voluto continuare la corsa, avrebbe dovuto sfondare quella prima colonna ed investire cavalieri e pedoni.

– Siamo perduti?... – aveva esclamato la giovine, con voce soffocata. – Fra pochi minuti noi avremo addosso tutti i cosacchi dell’avanguardia.

– Ed anche quelli che ci danno la caccia, – aggiunse Dimitri. – Guardate: guadagnano su di noi.

– Cosa possiamo tentare, Dimitri?

– Lanciare i cavalli verso Catuisk.

– E poi?...

– Cosa accadrà dopo, io non lo posso sapere; solo vi dico che a meno d’un miracolo, fra un’ora noi saremo fra le mani dei cosacchi. Fedor!...

– Cosa desiderate? – chiese l’jemskik.

– Come sono i cavalli?...

– Perdono terreno; sono sfiniti.

– Possono resistere fino a Catuisk?

– Forse.

– Allora sferza e avanti.

L’jemskik raccolse le briglie, poi con una strappata vigorosa, appoggiata da due poderose frustate, fece piegare la troika verso l’est, onde oltrepassare possibilmente l’avanguardia della colonna e slanciarsi più tardi sulla Wladimirka.

Già Maria e Dimitri cominciavano a sperare, quando si videro dieci o dodici cavalieri dell’avanguardia staccarsi dal gruppo e slanciarsi, a corsa disperata, sulle tracce della troika.

Alla loro testa cavalcava un capitano, un bell’uomo di statura assai alta, montato su di un cavallo bianco, dalle forme vigorose, un animale di razza europea di certo, poiché il suo pelame non era né lungo né arruffato come quello dei siberiani.

Mentre quel gruppo si slanciava sulla Wladimirka, correndo parallelamente alla troika, onde impedirle di gettarsi sulla steppa settentrionale, i cosacchi che avevano percorsa la vallata irrompevano nella pianura mandando selvaggi hurrah.

Accortisi della colonna dei forzati, scaricarono in aria i loro moschetti per richiamare l’attenzione dei camerati, poi piegarono a loro volta verso l’est onde tagliare alla troika la via del sud.

Ormai era finita pei fuggiaschi: stretti dinanzi ed alle spalle, coi cavalli già mezzi rattrappiti da quelle continue corse, non potevano andare molto lontano.

– Siamo presi! – aveva esclamato la giovane donna con un gesto di disperazione. – Maledizione sui lupi!...

– Signora, cosa devo fare? – chiese l’jemskik che non sapeva più ove dirigere i cavalli. – La via sta per essere chiusa.

– Maria Federowna, arrendiamoci, – disse Dimitri. – Forse tutto non è perduto.

– Ci arresteranno, Dimitri.

– E poi ci lasceranno andare, padrona. Vivaddio!... Noi non abbiamo commesso alcun delitto, né possono incolparci di essere nichilisti.

– Ma io sono la sorella d’un deportato.

– Non sarà necessario dirlo. Ah!... Ci piombano addosso!... Ho una voglia pazza, prima di arrendermi, di sfracellare il cranio a qualcuno di quei birbanti. Fedor frusta, vecchio mio!... Facciamo scoppiare i cavalli di quei selvaggi!...

Non vi era bisogno di stimolare l’jemskik. Questi, vedendo che i cosacchi della Wladimirka e quelli che erano sboccati dalla vallata tendevano ad unirsi per prendere in mezzo i fuggiaschi, aveva lanciati i cavalli verso Catuisk.

Quel villaggio si trovava allora a circa tre verste, semi-nascosto dietro una grande pineta, la quale poi si prolungava indefinitamente verso settentrione, seguendo forse i due affluenti della Tongusca superiore ed il corso dell’Angara.

Forse, raggiungendo la pineta, v’era ancora qualche speranza di salvarsi o almeno di ritardare l’inseguimento e perciò l’jemskik frustava spietatamente i cavalli per giungere sul margine del bosco, prima che i cavalieri cosacchi impedissero il passo.

Disgraziatamente i poveri animali, sfiniti da tante corse, non ne potevano più. Già cominciavano ad incespicare, respiravano affannosamente e non conservavano la distanza che a furia di sforzi disperati. Era da prevedersi che ben presto qualcuno doveva cadere e forse per non più rialzarsi.

Maria ed il vecchio Dimitri, in piedi, coi fucili in mano e le dita raggrinzate attorno al grilletto, guardavano con ispavento l’avanzarsi dei cosacchi.

Quelli dell’avanguardia della colonna, avendo forse dei cavalli più riposati, avevano ormai guadagnati cinque o seicento metri e cercavano ora di piegare verso il sud per sbarrare ai fuggiaschi la via, prima che potessero giungere a Catuisk o sul margine della pineta. Il capitano che li comandava aveva già oltrepassati i cavalli della troika all’altezza della Wladimirka ed ora stava per piombare addosso ai fuggiaschi, tagliando loro il passo in linea retta.

Dimitri, furioso, aveva alzato il fucile, mirando risolutamente il capitano, ma la giovane con una rapida mossa gli aveva abbassata l’arma, dicendogli:

– No!... Non voglio che si uccidano costoro!...

Il capitano era allora giunto quasi alla testa dei cavalli. Impugnò la rivoltella che portava alla cintola e puntandola verso l’jemskik gridò:

– Ehi, alt o faccio fuoco!...

L’jemskik, invece di obbedire aveva alzata la frusta per aizzare maggiormente i cavalli. Maria accortasi a tempo delle intenzioni del suo cocchiere, lo arrestò con un grido:

– Ferma, Fedor!...

I tre cavalli s’impennarono sotto la violenta strappata dell’jemskik, poi caddero sulle ginocchia, mentre la troika, trasportata dal proprio slancio, dopo d’aver urtato contro gli animali, si rovesciava su d’un fianco.

Il capitano era balzato di sella con un’agilità sorprendente e s’era slanciato verso la giovane che era stata proiettata fra la neve.

– Spero che non avrete riportata alcuna ferita, bella fanciulla, – disse, rialzandola.

Maria Federowna con una rapida mossa gli era sfuggita di mano, poi, rizzandosi dinanzi al capitano e guardandolo cogli occhi fiammeggianti, gli disse:

– Eh, signore... pare che in Siberia non si sia molto cortesi verso le donne.

Invece di rispondere il capitano le pose una mano sulla spalla destra, dicendole con accento quasi ruvido:

– Seguitemi a Catuisk, signora; voi ed i vostri uomini siete miei prigionieri.