Gli orrori della Siberia/Capitolo XXXVII – Il maresciallo della polizia

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Capitolo XXXVII – Il maresciallo della polizia

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Capitolo XXXVII – Il maresciallo della polizia
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Capitolo XXXVII – Il maresciallo della polizia


Pochi istanti dopo la coraggiosa ragazza ed i suoi due servi si trovavano liberi in una delle principali vie di Charazainsk. Il maresciallo li aveva accompagnati per alcuni passi onde non si perdessero nel labirinto delle luride viuzze che circondano la piazza del mercato, poi li aveva lasciati, augurando di trovarsi un alloggio che permettesse loro di passare, alla meno peggio, quelle due o tre settimane di soggiorno forzato.

Maria, dopo essersi accertata che nessuno la spiava, si era messa in cammino dirigendosi verso l’estremità meridionale della cittadella, sperando di trovare colà un alloggio che le permettesse di abbandonare prontamente, al momento opportuno, quelle vecchie muraglie e di raggiungere la frontiera senza essere obbligata a riattraversare le vie frequentate.

Era però molto triste l’audace ragazza. Pensava al suo povero fratello che forse, in quel momento, stava subendo chissà quale feroce interrogatorio da parte del capo della polizia e del comandante dello squadrone. Ah! Come sarebbe stata felice, se avesse ancora avuto a fianco Sergio!... Ed invece chissà se sarebbe riuscita a strapparlo alla morte certa che lo attendeva a Irkutsk. Se avesse almeno incontrato Iwan?... Ma chissà dove si trovava allora il bravo giovanotto e se era ancora vivo.

Così pensando e progettando fughe impossibili, colpi di mano irrealizzabili, era giunta alle ultime case di Charazainsk, quando Dimitri, che l’aveva sempre seguita in silenzio, le additò una casetta di legno di buona apparenza, situata sul margine d’una piccola pineta e sulla cui soglia stava un contadino.

– Padrona, – disse Dimitri, – quella casa non mi sembra abitata. È lontana dalla prigione, lontana quindi dagli occhi della polizia ed ha dietro di sé una pineta abbastanza folta per nascondervi dei cavalli.

– Hai ragione, Dimitri, – rispose Maria. – Va a vedere e non mercanteggiare sul prezzo.

Il polacco si allontanò, mentre la ragazza si sedeva presso l’jemskik sul tronco atterrato d’un pino.

Si trovava colà da pochi minuti, quando il cocchiere s’alzò bruscamente, colla più viva sorpresa dipinta sul viso. Egli guardava un cavaliere che s’avanzava lentamente attraverso un sentiero aperto fra le alte erbe della steppa, arrestandosi di tratto in tratto, come fosse indeciso sulla via da prendere o che sospettasse qualche tranello.

Era un uomo di statura media, e di complessione robustissima, con una testa grossa, gli zigomi assai sporgenti, gli occhi un po’ obliqui e la pelle terrea. Una folta barba copriva quasi interamente la parte inferiore del suo viso e un grande berretto rotondo, colle tese rialzate, adorne di nastri, gli nascondeva quasi tutta la fronte.

Il suo vestito poi consisteva in un’ampia zimarra che gli scendeva fino ai talloni, stretta alla cintola da una fascia di pelle di montone nero.

All’aspetto pareva un tartaro od un mongolo di Khiactha, però invece di portare uno di quei lunghi e cattivi fucili a miccia in uso presso i popoli dell’Asia centrale, teneva a bandoliera un magnifico fucile Grass, a retrocarica e sotto la cintura di pelle si vedevano luccicare le estremità di numerose cartucce.

– Dove ho veduto quel viso? – mormorava l’jemskik, la cui sorpresa aumentava di passo in passo che il cavaliere s’avvicinava.

Anche quel mongolo pareva che fosse sorpreso, poiché scorgendo la ragazza ed il cocchiere aveva arrestato il cavallo, e li guardava con viva attenzione.

Ad un tratto spronò il suo piccolo cavallo e appressatosi rapidamente a Maria le disse, rialzando il cappello che gli celava mezzo viso:

– Dunque, non si conoscono più gli amici?

La giovane polacca, udendo quella voce, era balzata in piedi, esclamando:

– Il capo khalkhas!... Voi!... Qui!...

– Silenzio, signora. Questi russi hanno spie dappertutto.

– Siamo soli.

– E quel contadino che parla col vostro servo?

– Non ci udrà!... Dunque... Iwan?

– È vivo, signora.

– Vivo!... – esclamò Maria, con gioia. – Vivo!... E dov’è?

– Ve lo dirò, ma cerchiamo un posto più sicuro. Non è prudente fermarci in mezzo alla via.

In quel mentre Dimitri s’avvicinò alla padrona, dicendo:

– Tutto è combinato: la casa è nostra per tutto il mese.

– Hai pagato?

– Sì, padrona.

– Allora possiamo entrare.

– Il contadino è andato già dal suo padrone a portargli i rubli del fitto.

– Venite, capo, – disse Maria. – L’jemskik avrà cura del vostro cavallo.

Entrarono nella casetta che era ad un solo piano come sono tutte le case siberiane e costruita interamente di legno. Consisteva in quattro stanzette colle immancabili stufe e arredate poveramente, essendo sconosciuti il lusso e le comodità in Charazainsk.

Vi era però una tavola, alcune scranne e delle folte pellicce che servivano da letti.

– Ora possiamo parlare con tutta comodità, – disse Maria, facendo cenno al khalkhas di sedere. – Narratemi tutto.

– Una domanda prima, signora. Dov’è il colonnello ed il suo compagno?

– Nelle carceri della polizia.

– Il signor Iwan lo aveva previsto, – disse il khalkha. – È una fortuna che non siano stati condotti verso il Baikal.

– Siete solo qui?

– Sì, – rispose il capo. – Una truppa numerosa avrebbe subito allarmati i cosacchi ed ho preferito venire qui solo. Nessuno mi conosce, quindi nulla ho da temere.

– Ed Iwan?

– È al di là della frontiera. Egli mi ha raccontato tutto.

– Era rimasto nascosto nella torre?...

– Sì, signora; e appena partiti i cosacchi è venuto subito da me.

– Sono ritornate le vostre donne?

– Sì, ma non il nostro bestiame, – disse il capo, con un sospiro. – È una bella perdita, credetelo signora, anzi la rovina della mia piccola tribù.

– Quanto valeva il vostro bestiame?

– Due migliaia di rubli.

– Sarete interamente indennizzato, amico mio. Sono ricca ancora e vi pagherò tremila rubli!...

– Tremila rubli!... – esclamò il khalkhas, balzando in piedi.

– Sì, a condizione che voi ci aiutate a liberare i prigionieri.

– Avevo giurato al signor Iwan di tutto tentare per salvarli. Erano miei ospiti, era quindi mio dovere di liberarli e l’avrei fatto anche per vendicarmi dei cosacchi. Ora, signora, metto la mia tribù e quelle dei miei amici a vostra disposizione. Al di là della frontiera ho trovato altri compatrioti e sono pronti, alla prima chiamata, a varcare le colline e ad accorrere in mio aiuto.

– Grazie, capo. Avete qualche progetto?

– Uno concertato assieme ad Iwan.

– Ditemi di che cosa si tratta.

– Imboscarci sulla via che da Charazainsk va a Chaia-Mürinsk e piombare sulla scorta che condurrà i prigionieri verso il Baikal.

– Ben detto, capo, – disse Dimitri, che fino allora non aveva pronunciato una sola sillaba.

– No, – disse invece Maria. – Questo colpo di mano lo terrei per ultimo.

– Perché? – chiesero il capo e Dimitri, con stupore.

– Perché i prigionieri potrebbero rimanere qui troppo tempo e tu sai Dimitri, che fra un paio di settimane, tornata la risposta da Mosca o da Pietroburgo, noi potremmo venire arrestati.

– È vero padrona.

– È necessario che veda Iwan. Ho in mente un progetto molto ardito e pericoloso, ma che credo più pronto e più effettuabile. È molto lontano Iwan?

– Con un buon cavallo, in due ore potremmo raggiungerlo, – disse il capo.

– Sono decisa a varcare la frontiera, – disse Maria.

– Quando?... – chiese Dimitri.

– Questa sera, dopo le dieci mi metterò in marcia.

– Ed il cavallo?

– Ne troverai a Charazainsk. Andrai a comperarlo. Hai denari?

– Ho una tratta di cinquemila rubli, padrona.

– Te la farai pagare, così faremo il versamento al capo.

– Devo partire?

– Subito, e farai acquisto anche di alcuni buoni fucili, di alcune rivoltelle e di viveri per la nostra casa. L’jemskik può accompagnarti.

– Sta bene, padrona.

Il fedele polacco non perdé il suo tempo. Chiamò l’jemskik, fece il giro della casa per vedere prima se vi era qualche poliziotto che li spiasse, poi rassicurato dalla solitudine che regnava intorno, si diresse verso la cittadella seguito dal compagno.

Non gli fu difficile scontare la tratta presso uno dei principali negozianti di pellicce, né di procurarsi uno di quei piccoli cavalli mongoli, resistenti alle fatiche e valenti trottatori, che vengono importati nella Transbaikalia in grande numero dalle popolazloni nomadi delle steppe di confine.

Caricò l’animale di viveri d’ogni specie acquistati al mercato, fece nascondere sotto la gualdrappa di grosso feltro due fucili Grass e quattro rivoltelle con una scorta abbondante di munizioni, poi incaricò l’jemskik di condurre ogni cosa alla casetta, dicendogli che lo avrebbe presto raggiunto.

Quando vide il compagno allontanarsi senza essere seguito da alcuna persona, si internò nel labirinto di viuzze circondanti la piazza del mercato e si diresse verso l’ufficio di polizia. Il brav’uomo voleva approfittare della sua gita per cercare di raccogliere qualche notizia del padrone.

Stava girando attorno al tetro edificio, quando si sentì battere amichevolmente su una spalla, mentre una voce gli diceva:

– Siete qui, amico?

Il polacco si volse con tutta calma, e si trovò dinanzi al maresciallo che stava fumando una enorme pipa di tabacco.

– Buon giorno, maresciallo, – disse, sorridendo.

– Cercavate del capo di polizia?

– Sì, – rispose prontamente Dimitri. – Venivo ad avvertirlo che la mia padrona ha trovato un alloggio verso le vecchie mura della città, presso la pineta, ed a portarvi questo pugno di rubli perché li beviate alla sua salute. La mia padrona non dimentica le persone cortesi.

Il maresciallo aprì la bocca ad un largo sorriso e fissò due occhi scintillanti sulle monete che Dimitri gli porgeva.

– A me quei rubli? – domandò.

– Vorreste rifiutarli, forse?

– Ah no, amico!... Sono due mesi di paga per lo meno, e penso che potrò offrirvi una bottiglia di vera birra di Mosca.

– Ne berrò anche due.

– Mezza dozzina e anche una, se lo vorrete. Ecco là una taverna che ne ha di quella spumante, – disse il maresciallo, indicando una casetta di legno adorna d’una insegna monumentale, rappresentante il kremlino. – Venite, amico.

– Siete libero?

– Come gli uccelli, ma fino a questa sera. Vi è poco da fare a Charazainsk.

– Avete i due prigionieri.

– Bah!... Sono persone tranquille.

Spinse Dimitri nella casetta introducendolo in una stanzaccia bassa, affumicata, semi-oscura, adorna di rami di pino e ingombra di rozze tavole e di sgabelli zoppicanti, e comandò al taverniere, che era prontamente accorso, quattro bottiglie di birra doppia di Mosca.

– Alla salute della vostra padrona, – disse il soldato, alzando il bicchiere spumeggiante.

– Alla vostra, – rispose Dimitri.

– Eccellente?

– Vera di Mosca, – disse il polacco, dopo d’aver vuotato il bicchiere.

– Me ne intendo io!... Amico mio, direte alla vostra padrona, che quando ha dei rubli che la disturbano, me ne mandi, e le prometto di berli tutti alla sua salute.

– Non mancherò di dirglielo.

– Si vede che è ricca la vostra padrona.

– Molto ricca.

– È una francese, mi ha detto il capo della polizia.

– Appartiene alla prima nobiltà di Francia.

– Diavolo!... E viaggia per capriccio?...

– È amante della vita avventurosa.

– E cosa faceva fra i khalkhas?

– Voleva attraversare la Mongolia in loro compagnia, per visitare dipoi la Cina.

– Bel viaggio, in fede mia!... E come aveva fatta la conoscenza di quegli evasi?...

– Gli evasi si erano presentati al campo dei khalkhas chiedendo ospitalità, ed essendo persone cortesi, la mia padrona non si fece scrupoli ad avvicinarli.

– Già, uno è un ex-colonnello, e l’altro un ingegnere, due persone veramente ammodo e non due furfanti.

– Ma credete che siano proprio forzati? Io ne dubito.

– Non è possibile ingannarsi. Eravamo già stati avvertiti della loro fuga e del loro passaggio attraverso le montagne del Cossogol. Sono però persone terribili, amico mio!... Hanno già ucciso l’ispettore delle miniere d’Algasithal che li inseguiva, e parecchi cosacchi.

– Rimarranno molto qui?

– Un paio di settimane almeno.

– E poi?

– Verranno condotti a Irkutsk ed appiccati di certo.

– Poveri uomini!...

– Sono pericolosi nichilisti, amico mio.

– Badate che qualche notte non vi fuggano. Mi pare che la prigione non sia troppo solida.

– Alla notte veglio io assieme a tre cosacchi.

– Siete pochi.

– Bastiamo.

– Nel caso chiamate gli altri e il capo di polizia?

– Il capo della polizia non dorme nell’ufficio e gli altri cosacchi hanno altro da fare. C’è la frontiera da sorvegliare e sono più utili là che nella prigione.

– È vero, – disse Dimitri. – Stappate l’ultima bottiglia, maresciallo, poi me ne vado. La mia padrona sarà un po’ inquieta, non vedendomi ritornare.

– Questa alla vostra salute, amico mio.

– Grazie, maresciallo.

Vuotarono l’ultima bottiglia, il maresciallo pagò, poi uscirono.

– Spero di rivedervi ancora, – disse il soldato.

– Lo credo, – rispose Dimitri. – Vi restituirò la bevuta.

– Buona passeggiata.

– Un momento, maresciallo. Avvertirete il capo della polizia che abbiamo trovato l’alloggio.

– Non dubitate, e poi sarebbe quasi inutile. Non si sospetta della vostra padrona.

Dimitri lo salutò colla mano, e riprese la via che conduceva alla casetta, stropicciandosi allegramente le mani e mormorando a più riprese:

– Credo che non rimpiangeremo questi rubli. Tre ed uno quattro!... Che bel colpo! Che bel colpo!...