Grand Tour/V

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Trapani: è tramontata la capitale agroindustriale del Sud

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Trapani: è tramontata la capitale agroindustriale del Sud
IV VI

Sale, tonno, vini liquorosi, pasta ed olio: all'indomani dell'Unità Trapani vantava i titoli di polo agroalimentare mediterraneo. Oggi è sopita nel torpore di sussidi e pensioni. Perché il declino? E possibile il risveglio? Un elevato potenziale per la produzione di alimenti di qualità

Energia, fonte di ricchezza

«Conservare e trasportare alimenti richiede energia: l'intera catena del freddo si basa sull'impiego dell'elettricità, che ali menta anche gli impianti di pastorizzazione e di liofilizzazione. Dai centri di produzione ai mercati le derrate viaggiano in ferrovia, consumando elettricità, o su camion, consumando al gasolio. Prima che esistessero elettricità e gasolio Trapani era polo agroindustriale internazionale perché disponeva di due fonti di energia capitali: il sole e il vento. Col sole produceva il miglior sale d'Europa, la base per la conservazione di tutto il pescato che non fosse destinato ai mercati locali, quindi la produzione più significativa dell'industria della pesca. Col vento realizzava, in salina, gli spostamenti dell'acqua condensata dal sole necessari al ciclo produttivo, e macinava il frumento convertendolo in semola per i nostri pastifici. Sospinti dal vento solcavano i mari le centinaia di battelli che trasportavano le nostre derrate agricole.»

Mi illustra, con le conseguenze della rivoluzione dell'energia, le ragioni dalla decadenza del primo polo agroalimentare dell'Italia ottocentesca, Girolamo Adragna, cinquantanove anni, il gusto dell'argomentazione sottile del patrizio siciliano, erede di una delle famiglie che dello splendore industriale e mercantile di Trapani furono protagoniste ed arbitre. «Trapani cedeva il proprio sale -prosegue il mio interlocutore-, barattandolo con quote della produzione finale: i battelli che portavano sale in Norvegia o in Tunisia riportavano stoccafisso o tonno in barile, allora due generi fondamentali dell'alimentazione popolare. Sullo sfruttamento delle due forze complementari era cresciuto un sistema agroalimentare integrato, nel quale entrava anche il Marsala, il prodotto di un'industria inglese legata ai trasporti a vela, che s'integrava con le altre: pensi che erano gli stessi bottai che fornivano i fusti per i vascelli che prelevavano il Marsala a fabbricare quelli per il tonno salato. Lavoravano sei mesi per l'industria enologica, sei mesi per quella alieutica. In posizione subordinata, non era estraneo all'insieme l'olio: la provincia è stata sempre ricca di oliveti, che si unì al tonno, creando un prodotto di successo, nell’ultima stagione di splendore della tonnara»

Penso ai due lungomare paralleli che ho percorso, per raggiungere il mio ospite, semideserti, li immagino, cento anni fa, animati da centinaia di carri dipinti, carichi di sale, di pesce, grano e pasta, barili di mosto e barili di vino: mi chiedo quale sortilegio abbia trasformato la città che è stata, in Italia, pioniera dell'agribusiness internazionale, la Parma dell'Ottocento, nel torpido centro di oggi. Il nome di Marsala distingue ancora un prodotto enologico prestigioso, le cui fortune mercantili non sono neppure assimilabili a quelle dei concorrenti di un tempo, Porto e Sherry, il sale è decaduto al più banale dei generi di consumo, ignorato, per la viltà, da qualunque computo sui consumi alimentari, delle decine di tonnare sono ancora in attività tante da poterle numerare sulle dita di una mano, salvo uno stabilimento a Mazara del Vallo, l'industria pastaria trapanese è morta.

Propongo l'incredulità per la dissoluzione dell'antico splendore al mio interlocutore. «L'eclisse della nostra industria alimentare ha una ragione preminente e alcune subordinate -risponde il barone Adragna-. La prima è costituita dai costi di trasporto. Siamo lontani dai grandi centri di consumo, vendere vino imbottigliato a Milano significa portare dal Settentrione bottiglie, riempirle e ricaricarle su un vagone o su un camion e rispedirle a oltre millequattrocento chilometri: la spesa complessiva è esorbitante. Al secondo posto si può elencare lo scopo vero delle agevolazioni concesse per rinnovare gli impianti dei nostri stabilimenti: vendere macchine prodotte nel Settentrione. Al terzo l'entità degli aggravi imposti, sul valore di quelle macchine, dal malcostume amministrativo. La sommatoria determina l'impossibilità di competere».

Vino: il predominio dello sfuso da taglio

Non sono ragioni prive di significato, esse lasciano, tuttavia, adito ad un dubbio, il dubbio sull'ineluttabilità della morte di un’intera economia, per i costi di trasporto, nei decenni in cui produzione e trasformazione di alimenti si sono convertite in grande affare internazionale. Alla ricerca di elementi per elidere il dubbio rivolgo l'attenzione al comparto che conserva, tra le componenti dell'antico splendore, un rilievo ingente nell'economia della provincia: la viticoltura. Con 65.000 ettari di superficie, 5,5 milioni di quintali raccolti, il Trapanese è tra le aree che prestano un contributo determinante alla produzione nazionale. Assicura l'apparente tranquillità del settore una maglia di cantine sociali di dimensioni tali da permettere consistenti economie di scala. Tra le più capaci, accompagnato dall'amico Salvatore Battiata visito quella di Birgi, 220.000 quintali di uva ritirata, 170.000 ettolitri di vino prodotto. Mi riceve il presidente, Francesco Saladino, che dopo una breve visita agli impianti mi invita, nella saletta consiliare, a proporgli i miei quesiti.

Chiedo dell'andamento degli ultimi bilanci, dei prezzi di liquidazione delle uve. Saladino mi risponde che l'uva conferita nell'ultima campagna è stata liquidata al prezzo di 40.500 lire, computando aggiunte e detrazioni dipendenti dal grado zuccherino. Convinto si tratti del valore medio dei vitigni coltivati, chiedo da quale ventaglio di prezzi derivi il dato complessivo. Il mio interlocutore mi spiega che il dato che ha proposto non è dato medio, ma l'unico prezzo di tutte le uve: unica variabile il tenore di zucchero. Incredulo, chiedo come si possano ammassare 220.000 quintali d'uva senza distinzione né classificazione.

«La nostra viticoltura porta al piede -mi spiega Saladino- i ceppi di un'inverosimile frammentazione aziendale: i soci coltivano piccole superfici, sulle quali, anche a ragione delle distanze dagli abitati, è difficile, se non impossibile, vendemmiare distinguendo i vitigni. Il nostro prodotto tradizionale, del resto, il vino da taglio che è stato fonte della nostra ricchezza, non lo richiedeva. Errori diversi ci hanno sottratto il mercato del vino da taglio: continuiamo, però, a produrre vino da vendere sfuso. Abbiamo iniziato a proporre vini in bottiglia, per la cui produzione la separazione si impone come necessità, ma rispetto alla produzione complessiva è quantità irrisoria. Vendere in bottiglia è oltremodo costoso: bisogna raggiungere i mercati, conquistarli e conservarli.

Da sola, una cantina, non può farlo.»

Penso al diluvio di contributi di impianto erogati dalla Comunità, dallo Stato e dalla Regione, per rinnovare i vigneti di questa immensa distesa vitata, e mi chiedo se, di fronte all'evidenza dei risultati, non sia stata un'inutile dilapidazione: perché sovvenzionare impianti nei quali non è neppure possibile raccogliere secondo i canoni della più elementare tecnica vitivinicola? Ma torno all'illustrazione del mio ospite, che mi ha spiegato che produrre e vendere vino in bottiglia è impossibile alla cooperativa singola. Non sono state tentate, chiedo, esperienze innumerabili per associare le cantine in consorzi di secondo grado, non sono state spese, nell'impresa, decine di miliardi? A quale risultato hanno portato? Qualche saggio si è concluso, notoriamente, in fallimento, ma tra tanti tentativi, nessuno ha portato al decollo di un organismo di cui si possa sperare il trionfo futuro?

I consorzi , tragedia nella commedia

«Le cantine trapanesi hanno alle spalle una serie interminabile di esperienze consortili, purtroppo tutte negative -riconosce Saladino-: la loro successione sembra confermare la regola per cui tutto ciò che è promosso e gestito col denaro pubblico è destinato al fallimento. La Federcantine è finita in una voragine il cui tamponamento ha aperto problemi penali, le esperienze di imbottigliamento in impianti collettivi sono tutte fallite. Quando, una volta, un consorzio pareva essere decollato, i politici gli hanno imposto una torma di impiegati che lo ha distrutto. Per rendere più economica la nostra gestione stiamo accorpando le cantine: è la sola strada che confidiamo di poter percorrere con la nostra esperienza, le nostre forze, la speranza di risultati concreti.»

Ma quali prospettive, chiedo a Saladino, ha una viticoltura che non ha stabilito alcuna relazione con i mercati finali quando era possibile, che non può farlo ora, in tempi di cruda competizione e di scarsità di risorse pubbliche? I vostri soci percepiscono il vicolo cieco: estirpano i vigneti o ne impiantano di nuovi? «Tre anni di siccità hanno portato alla morte prematura molti vigneti, ma i nostri soci li reimpiantano. Li reimpiantano perché non hanno alternative -è la risposta desolata del mio interlocutore-: la frammentazione aziendale è esasperata, i terreni sarebbero vocati all'orticoltura, ma sono distanti dagli abitati e non c'è disponibilità d'acqua. Non reimpiantano per una scelta vitivinicola, reimpiantano perché non possono operare nessuna scelta diversa.» «Avevamo una produzione viticola tipica, destinata a un prodotto enologico unico: il Marsala, -aggiunge il barone Battiata-. Tutti sappiamo come è stata compromessa l'immagine del Marsala. Pregiudicato il prodotto caratteristico, i vitigni che ne erano la base sono stati dimenticati, abbiamo adottato vitigni non nostri, aumentato a dismisura le rese, senza saper immaginare uno scopo diversa dalla produzione di vini per la distillazione».

Un'economia drogata dalle sovvenzioni

«Non può esistere un'economia vitale dove non ci sono né imprenditori né operai. -sentenzia, amaro, Luigi Saladino, col fratello Pietro titolare della maggiore azienda per la produzione di piantine da orto e da giardino della provincia. A Trapani gli agricoltori non sono imprenditori perché sono viziati dal denaro pubblico profuso a piene mani da tempo immemorabile. Consideri il possessore di dieci ettari di vigneto: non è un grande proprietario, eppure può trasformarsi in piccolo reddituario. Inoltra una domanda per l'estirpazione: gli vengono erogati da 100 a 120 milioni, che trasforma in bot, che gli daranno 10 milioni all'anno. Per il terreno che ha convertito in seminativo inoltra domanda di set-aside: col disturbo di pagare al vicino due passaggi di estirpatore percepisce altri 7 milioni: 17 milioni per fare nulla, e abbiamo considerato solo 10 ettari. Raddoppi la superficie, o aggiunga ai 10 ettari qualche cespite diverso. Il meccanismo consente di vivere da benestanti, tra il caffè e la spiaggia. Ma se mai, folgorato dallo spirito di iniziativa, il nostro proprietario volesse fare l’agricoltore, non potrebbe, perché a Trapani non ci sono maestranze: tutti i nostri operai agricoli sono impiegati della Forestale. Ha attraversato il Trapanese? E’ riuscito a vedere un bosco? Non ce ne sono. Eppure, col meccanismo dei turni e della disoccupazione, migliaia di “forestali” percepiscono tra i 14 e i 24 milioni ogni anno. Senza fare nulla. Lei al loro posto farebbe qualcosa? Io coltiverei il mio fazzoletto di vigna, come fanno loro, in perfetta tranquillità. Se vuole manodopera deve cercare extra- comunitari, e ci sarebbe ragione di meraviglia se fosse il contrario.»

Al computo di Saladino uno degli amici che incontrerò lungo l'itinerario siciliano, Salvatore Ferla, mi riferirà di avere calcolato che le nuove regole del set- aside, ed i premi complementari, consentiranno al proprietario di un antico feudo di alta collina, 130 ettari di poveri seminativi e magri pascoli, la terra che “don” Salvatore conosce meglio essendo egli stesso proprietario in collina, di riscuotere ogni anno, dalle casse comunitarie, un assegno di cento milioni: nessun impegno imprenditoriale avrebbe consentito a quella terra di rendere tanto.

Il tempo delle illusioni si è dissolto

«In Sicilia amiamo i paradossi, e ci compiaciamo della ricerca di alibi inverosimili –sentenzia Roberto Adragna, presidente della Camera di commercio di Trapani-: l'entità delle distanze dai mercati è uno degli alibi di cui ci compiacciamo. La Spagna non è presente, ormai, con i suoi ortaggi, a Milano? E’ più vicina di Marsala? Se non è colpa delle distanze perché è decaduta l'agroindustria trapanese? Il sale ha perduto il proprio ruolo, l'industria molitoria si è dissolta, nelle conserve di pesce vantiamo ancora posizioni di rilievo. E c'è ancora il Marsala, poco o tanto. Sono state perdute posizioni preziose, è stato perduto, soprattutto, molto tempo, ed è il tempo che manca, ormai, per recuperare le posizioni antiche. Sono stati commessi errori capitali: è corso molto denaro in incentivazioni che non hanno portato alcun frutto. Gli agricoltori sono stati illusi, e si sono illusi, di potersi trasformare in industriali e in commercianti: non sono diventati né industriali né commercianti, molti non sono neppure imprenditori agricoli capaci. Eppure disponiamo di potenzialità straordinarie. Oggi il mercato richiede prodotti di alta qualità: il nostro clima è condizione di produzioni di alta qualità. Ma come dirigerle sui mercati, nella frammentazione commerciale che constatiamo? Dobbiamo smettere, credo, di illuderci di fare da soli: non ce n'è più il tempo. Potremmo operare grandi combinazioni, joint ventures: offrire il prodotto a chi disponga dell'apparato per dirigerlo ai mercati.» Ma se anche l'ultima opportunità, le joint ventures con la distribuzione internazionale, fosse perduta, chiedo al mio interlocutore, quale sarebbe il futuro di questa agricoltura dal passato glorioso, dal presente oscuro? Allontanandosi ulteriormente dal proprio passato, non sarà peggiore dello stesso presente?

«Che l'opportunità sia colta o non sia colta -asserisce il dottor Adragna-, la nostra agricoltura sarà coinvolta in una metamorfosi profonda. Molti terreni saranno sottratti alla coltivazione. È auspicabile il dilatarsi di nuovi boschi, che dovranno essere frutto di un impegno di rimboschimento diverso dal passato. La società civile chiede, oggi, polmoni verdi, e dove l'agricoltura incontra difficoltà a sostenere la competizione produttiva, può offrire quei polmoni. Le formule associative obsolete non potranno durare. Metà delle nostre cantine dovranno chiudere: hanno perso troppo tempo. Il quadro non è rassicurante, ma ci restano -Roberto Adragna scandisce le parole- le straordinarie potenzialità per prodotti di qualità, i prodotti che oggi il consumatore ricerca disposto a pagare di più, che i grandi mercati sono pronti ad assorbire, appena sapessimo dimostrarci interlocutori sicuri di chi del mercato controlla i flussi e gli sbocchi.»

Terra e vita, n. 25 1993