Grand Tour/VI

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Negli aranceti in fiore pendono ancora i frutti

../V ../VII IncludiIntestazione 14 maggio 2008 50% Saggi

Negli aranceti in fiore pendono ancora i frutti
V VII


VIAGGIO TRA CAPO LILIBEO E LE PENDICI ETNEE


Nella crisi complessiva dell'agricoltura siciliana l'agrumicoltura è forse il settore i cui problemi sono più drammatici. L'opinione di agricoltori e industriali. La disfatta regionale dei consorzi agrari. Tra disistima dell’azione romana e pretesa di supporto ministeriale le valutazioni dell’Assessore regionale


Agrumeti ai piedi dell'Etna tra Catenanuova e Catania. Foto A.Saltini 2006, Archivio Nuova terra antica


Il certame delle cooperative

Lasciata la terra delle orticole attraverso, dirigendomi verso Catania, un lembo del Siracusano in cui gli oliveti si compongono ai limoneti e ai mandorleti, salgo, quindi, i lembi dei Nebrodi popolati di bovini, metà dell'antica razza Modicana, metà belle bestie Frisone, raggiungo, a Francofonte, l'area dell'agrumicoltura blasonata, quella del Tarocco che cresce in collina. Scendendo verso Lentini e Scordia dagli agrumeti ai lati della provinciale il profumo della zagara invade, dolce e vigoroso, l'auto E’, alla metà di maggio, la fine della fioritura di un'annata umida, ragione di un sensibile ritardo. Il ritardo rende meno grave che la fioritura si compia, in un numero cospicuo degli aranceti a lato della strada, in alberi ancora carichi di frutti.

È l'esito della più drammatica delle campagne commerciali recenti dell'agrumicoltura siciliana: gli aranci non sono stati raccolti, e solo la benevolenza della stagione consente alle piante di compiere la fioritura della prossima annata alimentando ancora i frutti di quella scorsa. Se l'aridità, signora abituale della primavera siciliana, fosse intervenuta con la brutalità che non le è sconosciuta, i danni sarebbero stati oltremodo più gravi: invece delle trombe che suonano per ottenere dal Governo il risarcimento delle mancate vendite, gli agricoltori dovrebbero suonare, all'organo, il requiem degli impianti.

Mi illustra i precedenti commerciali e organizzativi della disfatta, a Catania, l'avvocato Mario Grimaldi, proprietario e conduttore, amministratore di cooperativa.

«È da tempo immemorabile -esordisce- che tutti ripetono che l'agrumicoltura siciliana soffre di polverizzazione dell'offerta: concretamente è dal 1965 che per sopperire alla carenza si è riversato sul settore il profluvio del denaro stanziato per realizzare centrali cooperative. Costruire centrali è diventato impegno cui nessuna forza professionale o cooperativistica poteva sottrarsi, e tutti hanno costruito centrali, in concorrenza tra loro. In provincia si può stimare ne siano nate cinquanta: ognuna forte, sulla carta, dell'impegno di conferimento di un'entità ingente di prodotto, frutto di una sottoscrizione che veniva sollecitata dai promotori col tacito accordo che non imponesse alcun vincolo. Chi voleva la centrale chiedeva sottoscrizioni perché la centrale fosse più grande di quelle dei competitori, e ottenesse stanziamenti maggiori. Tra contributo e mutuo agevolato i fondi coprivano tutte le spese di costituzione, ma appena iniziava l'attività il sovradimensionamento esercitava, impietoso, i propri effetti: le spese di gestione di un impianto sproporzionato ai conferimenti effettivi imponevano la decurtazione delle liquidazioni. Gli associati confrontavano i ricavi del prodotto conferito a quelli del prodotto venduto liberamente, verificavano la differenza e l'anno dopo riducevano le consegne, i gravami gestionali sul quintale aumentavano ancora, e i soci non conferivano più nulla. Ma intanto qualche organizzazione diversa aveva presentato un nuovo progetto, gli attivisti agrosindaca1i setacciavano le campagne alla ricerca di nuove adesioni: la nascita di un'iniziativa nuova segnava la fine di un'iniziativa precedente.» Lo schizzo storico spiega che se le arance pendono ancora dagli alberi, in maggio, il mondo produttivo che di quelle arance vive non è vittima di una cieca fatalità. Non sono mancati i segni premonitori, il denaro impiegato per scongiurare il disastro è stato un fiume, che è stato lasciato libero di tracimare per inaridirsi, tragicamente, al mutare della stagione politica. L'agrumicoltura siciliana è condannata, chiedo al mio interlocutore, ha sottoscritto con le sue mani la propria sentenza di morte?

«Il quadro presenta molti elementi negativi, ma ne propone anche qualcuno positivo -mi risponde l’avvocato Grimaldi-. I vizi antichi si perpetuano: la Regione ha stanziato 60 miliardi per promuovere l'immagine degli agrumi siciliani, e le organizzazioni professionali li contendono, come loro appannaggio, come una volta contendevano i fondi per costruire centrali. Di positivo c'è l'interesse nuovo per i succhi di arancio pigmentato, un prodotto dalla tecnologia difficile, ma un prodotto che dimostra di suscitare l'interesse del consumatore. Dirigere alla trasformazione le pezzature minori ha un duplice effetto benefico: sottrae il prodotto inferiore al circuito del fresco, assicura un reddito complementare al produttore. E’, rispetto alle condizioni degli anni scorsi, risultato significativo. Certamente non basta: resta, per il fresco, il problema della grande distribuzione. E’ uno dei terreni sui quali si gioca il futuro della nostra agrumicoltura, e non è un terreno sul quale le posizioni da cui muoviamo siano posizioni vantaggiose.»

Vizi antichi, esigenze nuove

Tra i bei quadri del salotto catanese in cui mi ricevono, confermano la gravità della diagnosi, e le incertezze della prognosi dei mali dell'agrumicoltura siciliana l'avvocato Francesco Marino e il figlio Salvatore, proprietari di aziende limonicole sul litorale etneo, di agrumeti tra Palagonia e Ramacca.

«Non v'è dubbio che la matrice della crisi è il nostro esasperato individualismo -sottolinea, amaro, Salvatore Marino-: l'individualismo che ha limitato il nostro interesse all'azienda, facendoci delegare ad altri, organizzazioni sindacali e politiche, quanto ci pareva estraneo all'azienda. E coloro cui abbiamo rilasciato le nostre deleghe erano incapaci di assolvere a quei compiti. Poi, il vizio dell'espediente: i pompelmi italiani preoccupavano Israele, e per eliminare il pericolo a Israele è stato sufficiente offrire ai primi produttori italiani l'ombrello del marchio Jaffa: così nessuno conoscerà mai la qualità del pompelmo italiano, e gli agrumicoltori italiani non saranno mai indotti a tentare il pompelmo.»

Non credete, intervengo, che, malgrado il suo individualismo, o proprio per quell'individualismo, il piccolo proprietario siciliano sia stato un proprietario felice? Con qualche ettaro di aranci, le dimensioni del coltivatore diretto francese o spagnolo, faceva il possidente in città: cosa avrebbe dovuto indurlo a scelte diverse da quelle che gli assicuravano agi tanto facili?

«Certi interventi dell'Aima hanno viziato i produttori, abituandoli a un reddito che non era il frutto di un'attività economica -conferma Salvatore Marino-. L'agrumicoltore si riteneva al riparo da ogni rischio, a fargli le cooperative ci pensavano i politici, a ritirargli il prodotto c'erano i commercianti. Se gli aranci non li voleva né la cooperativa né il commerciante, c'era l'Aima. E siccome cooperative e commercianti si facevano la guerra sui mercati esteri, distruggendosi a vicenda, alla fine è rimasta solo l'Aima.»

Gli errori varietali

«Aggiunga le conseguenze delle scelte tecniche errate -interviene l'avvocato Marino-: le agevolazioni per i nuovi impianti hanno dilatato gli aranceti in aree assolutamente prive di vocazione: terreni inadatti, soggetti a gelate. Il tarocco nocellare è stato propagandato fino a occupare aree tipiche del tarocco tradizionale, di limoni si coltiva una molteplicità di varietà tale da impedire qualsiasi uniformità delle partite.» Nel corso di un'esplorazione precedente dell'agrumicoltura siciliana, dodici anni fa, annoto, il presidente della Nupral, allora la portaerei della commercializzazione agrumaria, mi disse che le difficoltà, allora già gravi, avrebbero imposto agli agrumicoltori di emendarsi dalle cattive abitudini. La profezia non si è avverata, le cattive abitudini, annoto, hanno ucciso l'agrumicoltura siciliana.

«Vanto l'amicizia del professionista che fu presidente della Nupral, e ne ricordo la passione-risponde al rilievo Francesco Marino-. Come alle altre centrali, sottoscritto l'impegno a conferire, alla Nupral gli associati non conferirono, e la cooperativa naufragò. Eppure, nella crisi si intravedono le strade da percorrere per uscirne: nel crollo dei prezzi, quest'anno, chi, come noi, produce in zone di autentica vocazione, ha venduto a 500 lire, contro le 300 di chi ha preteso di piantare agrumi dove gli agrumi rifiutano di vegetare. E’ una differenza ingente, che definisce il confine tra l'agrumicoltura che sopravviverà e quella che deve scomparire: data la qualità dei nostri prodotti è indubbio che può esservi un futuro, che è subordinato alla nostra capacità di governare il settore in modo radicalmente diverso dal passato.»


Succo pigmentato

«La crisi dell'arancio rosso è il frutto dell'autolesionismo di chi lo produce. È un'esclusività delle pendici dell'Etna e delle sue escursioni termiche. Nessun'altra zona agrumicola del Mondo è in grado di produrlo. Chi dice che il consumatore del Centroeuropa lo rifiuta non sa quello che dice, o ripete un rilievo che nasce dalle nostre cattive abitudini commerciali: basta cambiare quelle abitudini e il mercato del rosso, dell'unico arancio rosso al Mondo, sarà un mercato sicuro». A cassare, in appello, la sentenza contro l'agrumicoltura siciliana è Marco Tamburino, uno degli industriali che trasformano la quota crescente di prodotto che lascia il mercato fresco per quello dei derivati.

E stato un amico agrumicoltore, Giovanni Sapienza, a suggerirmi di ascoltare una voce che pronuncia note radicalmente dissonanti dal coro delle prefiche che piangono la fine dell'agrumicoltura sicula. Nell'area industriale di Caltagirone Tamburino mi guida alla visita dello stabilimento che ha realizzato nel 1981, dove lavora annualmente 200.000 quintali di arance, ricavandone 60.000 quintali di succhi rossi. Ne vende la quota maggiore, è l'elemento più significativo della sua attività, in confezioni che portano il suo marchio: tra i primi clienti l' Autogrill, che propone a chi percorre le autostrade italiane, negli appositi agitatori, il succo pigmentato dell'azienda di Caltagirone. Visitiamo gli impianti, assaggiamo i prodotti: confesso al mio ospite l'emozione di visitare un'impresa industriale realizzata con le agevolazioni per il Mezzogiorno operante e funzionale.

Il succo pigmentato presenta problemi tecnologici complessi: non può essere stabilizzato, deve quindi essere conservato surgelato e, portato a temperatura ambiente, deve essere consumato entro termini specifici di tempo, oltre i quali si ossida, acquistando un colore bruno che non può reputarsi gradevole. Sono inconvenienti cui deve ovviare l'organizzazione del circuito commerciale: se il prodotto è presentato convenientemente il consumatore dimostra di apprezzarlo. Lo apprezza e si deve contare che lo introdurrà tra gli acquisti abituali, spiega Tamburino, dopo che lo avrà lanciato, tra le proprie specialità, uno dei colossi agro alimentari nazionali, che ha goduto la fatidica parte del leone nell'aggiudicazione dei quantitativi acquistati, con un provvedimento recente, dall'Aima. Un provvedimento concepito e varato appositamente per un’azienda parmense amata dalla politica romana, ride il mio ospite, che si dichiara lieto, comunque, che entri nel settore, con la propria forza pubblicitaria, uno dei colossi nazionali.

Il tema dell'asta Aima mi spinge a chiedere a Tamburino la correlazione tra i premi di trasformazione e la crescita, negli anni recenti, delle quantità trasformate. «Senza premio la trasformazione sarebbe semplicemente impossibile -è la risposta-: le industrie che operano sul mercato internazionale pagano le arance sotto le 50 lire: secondo il sistema comunitario, l'industriale anticipa al produttore il premio, e al ristorno, con le variazioni che dipendono dal plafond produttivo, viene a pagare la materia prima 15 lire, cui va aggiunto il costo di trasporto, 25 lire. Così i nostri prezzi possono confrontarsi con quelli internazionali. Senza quel meccanismo il volume di arance attualmente trasformato, per chi accettasse i dati ufficiali cinque milioni di quintali, sarebbe entità inimmaginabile.»

Ma nell'agrumicoltura siciliana che naufraga si salverà solo la fabbrica di succhi di Marco Tamburino? O il suo ottimismo è estrapolabile, chiedo al mio ospite, a cerchie produttive più ampie? «A credere nell'arancio rosso non sono, fortunatamente, il solo -è la risposta del mio interlocutore-: sto concordando con altri operatori la creazione di un consorzio che, pensiamo, potrebbe commercializzare un milione di quintali. Le associazioni dei produttori hanno dato tutte le prove dei propri limiti. Noi pensiamo a un organismo interprofessionale: agricoltori, con non meno di 15 ettari, cooperative, quelle quattro o cinque sicuramente affidabili, commercianti e industriali. Distingueremo l'arancio rosso con un marchio: non è una formula nuova, è una prassi che, dovunque produttori seri garantiscono un prodotto di standard elevato e costante, dimostra la propria validità, quella validità che corrisponde a un'esigenza preminente dei mercati agroalimentari.»


Consorzi agrari: è di norma la liquidazione coatta

Ho seguito, parecchi anni addietro, le vicende del Consorzio agrario di Catania, di cui era direttore un caro amico, che tentando il risanamento dell'organismo ebbe a misurarsi con compari, tali si dicevano, di un certo Nitto Santapaola, allora non ancora assurto ai fasti della cronaca nazionale. Per includere nel quadro dell'agricoltura siciliana una nota sui consorzi agrari incontro, nella sede frequentata allora, l'attuale direttore, Gaetano Pirrone, che mi tratteggia lo schizzo dei consorzi agrari dell'isola. «In Sicilia operano sette consorzi - mi spiega -, due dei quali interprovinciali. Su sette sei sono in liquidazione coatta, quello di Catania dall'87, al tempo della vicenda giudiziaria delle centrali agrumarie cedute in locazione, gli altri in seguito al concordato della Federconsorzi. Solo questo raggiunge i 30 miliardi di fatturato, Siracusa i 20, gli altri hanno bilanci di dieci. Insieme fatturiamo 110 miliardi, che è poco rispetto ai 1.000 dei consorzi emiliani, ma che pure non è entità trascurabile.» Un’abitudine consolidata sottolinea le debolezze dei consorzi siciliani, in ciascuno dei quali commissario e presidente si alternano, annoto, senza migliorare la presenza commerciale di ognuno nell'area rispettiva. Cosa prenderà forma dalla liquidazione di tutti, chiedo a Pirrone, un consorzio unico, o sarà la fine dei consorzi nell'Isola?

«L'idea del consorzio unico è antica - replica Pirrone -e inutile: la Sicilia è vasta, e un ente solo non sarebbe in grado di controllare i propri segmenti. Si può pensare, più concretamente, di accorparne qualcuno, aumentando il numero di quelli interprovinciali. Ma la scelta è politica. Tutti avevano un unico creditore, la Federconsorzi, che è stato sostituito da uno nuovo, la società creata, dopo il crack, da Capaldo. La quale si trova di fronte organismi cui il decreto di Barucci e Diana assicura l'esigibilità di crediti che non erano stati reputati tali. Il decreto ha mutato il significato economico dell'intera operazione. I consorzi in difficoltà avevano ceduto alla Federconsorzi crediti reputati di difficile esazione. Ora quei crediti si convertono in denaro: chi ne beneficerà? E cosa farà, a questo punto, la Regione? Abbandonerà i consorzi, e lascerà che Capaldo acquisisca gli immobili? Con tutte le carenze, è l'apparato che assicura l'ammasso del grano in una regione chiave dello scacchiere del duro. A quell'apparato possono essere interessati in tanti: la Regione lascerà che Capaldo se ne impadronisca per cederlo al migliore offerente? O affronterà la ricapitalizzazione che è condizione preliminare per il ritorno dei consorzi alla normalità operativa?»

I frutti di inerzia e velleità

Concludo l'itinerario siciliano incontrando, a Palermo, l'assessore regionale, Francesco Aiello, primo esponente del Pds alla guida di un dicastero che è stato baronia degli esponenti della Democrazia Cristiana, dai quali il successore ha ricevuto un lascito che il beneficiario di qualsiasi testamento avrebbe accettato solo con clausola di inventario. La mia conoscenza dell'agricoltura siciliana ha le proprie radici, esordisco, al tempo di una conferenza agraria regionale negli anni di Marcora, protagonisti Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Tra Punta Faro, Capo Passero e Capo Lilibeo si respiravano allora speranze, si costruivano progetti: speranze e progetti erano mere illusioni, o tali li hanno trasformati inerzia privata e pubblico malgoverno?

«Dagli anni del "Pacchetto Mediterraneo" di Marcora è venuto a mancare -riconosce Aiello- ogni vero impegno per collocare le produzioni della nostra terra, nel contesto comunitario, in posizione diversa da quella di appendici marginali. Come è mancato ogni sforzo di aggiornare il marketing dei nostri prodotti: sono state realizzate strutture di conservazione prive di connessioni con gli anelli successivi dei circuiti mercantili. Costruendole si sono fatti impianti sovradimensionati: nel settore vinicolo le strutture soffrono di gigantismo. Non si è seguito nessun disegno strategico, che non può sussistere senza un'intesa organica con Spagna e Grecia per fissare i limiti di protezione delle produzioni comunitarie nei confronti di quelle della sponda opposta del Mediterraneo.» Il presidente di una delle organizzazioni professionali ha riunito, osservo, i rappresentanti delle due sponde opposte propugnando un'intesa che andasse oltre i paesi mediterranei della Comunità, comprendendo il Maghreb e l'Egitto.

«L'idea di Avolio è suggestiva sul terreno delle relazioni internazionali -rileva Aiello-, e su quello della cooperazione allo sviluppo, ma è fuorviante in termini commerciali. I paesi della costa meridionale hanno interessi conflittuali con i nostri: hanno la necessità di vendere prodotti agricoli per acquistare prodotti industriali, e possono vendere prodotti agricoli ottenuti con costi inferiori del venti per cento rispetto ai nostri. L'agrumicoltura europea, comprendendo anche Cipro, non è eccedentaria, ma se computiamo il Maghreb è gravemente eccedentaria. Aggiungiamo un'annotazione: in Algeria le olive le raccoglie l'esercito: che costo attribuisce a un'ora di lavoro di un soldato di leva? I ministri del commercio estero debbono considerare le esigenze di quei paesi, che sono partner importanti, ma quelli dell'agricoltura debbono valutare la compatibilità delle importazioni con le esigenze di tutela delle produzioni interne.» Il referendum ha abolito il Ministero dell'agricoltura, osservo: un agricoltore emiliano sa che il latte a Bruxelles lo difende il ministro tedesco, le barbabietole quello francese, che sanno farsi valere. L'agricoltore siciliano sa che le sue arance e le sue primizie non le difenderà più nessuno. «L'abolizione del Ministero non potrà rendere il quadro, per la nostra agricoltura, peggiore di prima -replica, categorico, il mio interlocutore-. Una difesa peggiore di quella esperita fino ad ora non è immaginabile. Possibile che il nostro ministro vada a discutere di agrumi, a Bruxelles, senza ascoltare, preventivamente, la Sicilia? Possibile che accetti il confronto sul vino senza pretendere che si stabilisca, come postulato da cui partire, che il vino si deve fare con l'uva? Basterebbe elevare di un grado o due il tenore medio dei vini europei per garantire lo sbocco di tutta la nostra produzione! Ma siamo sempre stati mantenuti estranei al confronto.»

Denaro romano per le campagne di Trinacria

Appena insediato, Pandolfi, ricordo, sognò di governare l'agricoltura italiana mediante uno stato maggiore formato dal ministro e dagli assessori. Poi abbandonò il sogno perché più di un assessore disertava le riunioni dello stato maggiore. Tra i frequentatori meno solerti c'erano i suoi predecessori: chi è assente non può lamentare di essere stato ignorato. «Sussistono gravi responsabilità siciliane -riconosce l'assessore Aiello-: c'era abbondanza di mezzi finanziari e ci si illudeva di una sorta di autarchia. Adesso le disponibilità finanziarie si sono drasticamente contratte, fondi se ne possono ottenere solo a Bruxelles, e per ottenerli a Bruxelles è necessario un disegno lungimirante e un impegno politico sistematico: dovrebbero essere il frutto del lavoro comune delle regioni. Le regioni debbono diventare protagoniste della politica agraria elaborando, insieme, un autentico progetto politico.»

Lei lamenta il disinteresse di Roma per l'agricoltura siciliana, ma riconosce che in Sicilia è corso molto denaro, che veniva erogato, necessariamente, da Roma. Cosa è stato fatto con quel denaro? Parliamo di cooperazione, suggerisco al mio interlocutore. «Abbiamo alle spalle errori gravi - riconosce Aiello -. I destinatari dell'intervento pubblico non sono stati selezionati secondo il metro dell'imprenditorialità. Deve possedere imprenditorialità l'agricoltore singolo, debbono possederla gli agricoltori associati in cooperativa. Sono di Vittoria, dove il prodigio delle serre ha creato la floridezza senza alcun fiume di sussidi. Il denaro facile tarpa l'imprenditorialità. Tutto il nostro sistema cooperativistico è da ristrutturare, nelle condizioni difficili dell'attuale carenza di fondi. È da ristrutturare secondo il metro dell'imprenditorialità, d'intesa con le organizzazioni cooperativistiche. Non sarà un'impresa facile: conto che mi creda se le dico che, dati i precedenti, di ristrutturare, tagliando erogazioni, in Sicilia è difficile. E’ difficile, molto difficile, persino parlare.»


Terra e vita n. 27 1993