Guerino detto il Meschino/Capitolo XXXIX

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Capitolo XXXIX

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CAPITOLO XXXIX.


Come il Meschino libera Persepoli, e s’incontra colla bella Antinisca.

Andrea da Barberino - Guerino detto il Meschino, 1841 (page 391 crop).jpg

Inteso il franco Guerino il grande assedio ch’era intorno alla città di Persepoli, consigliò coi compagni, i quali deliberarono di partire sconosciuti, ed andar per il campo dei Persiani. Colà giunti, furono presentati a Lionetto figliuolo del gran soldano di Persia, e giunti al padiglione smontarono, entrarono dentro, e videro Lionetto giacer sopra un letto di seta, in terra molti tappeti e molti gran signori, e dove erano due e dove stavano quattro a sedere, chi giuocando a un giuoco chi ad un altro. Non si potrebbe mai dire lo scellerato modo come stavano con Lionetto, ch’aveano le gambe alte, mostravano le disoneste parti, e così molti altri. Facendosi Artibano innanzi tutto quanto armato, il Meschino e Alessandro finsero di essere persone grosse e poco usati nelle armi. Artibano salutò Lionetto da parte di Macometto, e que’ nobili che gli erano d’intorno: cominciando a guardare le sue arme, alcuno dicea verso Lionetto: — «Per Macometto che sono ben armati costoro!», e confortavano Lionetto che gli facesse rubare [p. 302 modifica]l’arme, ed ei non volle. Lionetto dimandò ad Artibano chi era; rispose, che era della città di Armena. E questo disse, perchè gli Armeni hanno licenza di andare per tutti i reami di Levante. Gli domandò chi erano que’ due suoi compagni, rispose il feroce Artibano, che erano suoi vassalli; e poi gli cominciò a dire che i Cristiani avevano cacciati i Turchi di tutta quanta la Grecia: «e noi eravamo soldati del re Astiladoro, che fu ucciso ad Antinopoli; — e poscia disse Artibano: «Io perdetti tutta quanta la mia gente, e solo costoro mi sono rimasti, e queste sono le arme che noi abbiamo guadagnate da que’ Cristiani». Disse un barone a Lionetto: «Fatti dar queste arme ch’io mai non vidi le più belle»; ed egli se ne rise molto, e disse: «Io non voglio perchè non mi sarebbe onore, perchè eglino son venuti a me liberamente». Allora dimandò Lionetto: «Che andate voi cercando?» Dissero: «Noi andiamo cercando soldo». Lionetto disse: «Che condotta vorreste voi?» Rispose Artibano: «Io vorrei condotta per quattrocento cavalieri, e farolli venir da qui circa due mesi da Turchia». I signori ch’erano d’intorno cominciarono a ridere, e dissero: «Per Macometto, questa condotta sarebbe abbastanza a quel franco Guerino chiamato il Meschino che andò agli Alberi del Sole, per cui, signore, voi siete chiamato Lionetto». Ei disse al Meschino: «Vedete come si fanno beffe di voi!» Ed eglino più grossi si mostravano. Il Meschino si era posto a sedere, e mostrava che le sue finissime arme l’avessero molto affannato; di questi suoi atti molto se ne risero, e ancora dissero a Lionetto che loro si togliessero l’arme e i cavalli; ma egli rispose: «Per l’ingorda dimanda che avete fatto, io voglio che andiate in aiuto di quella infame Antinisca dentro di Persepoli, acciocchè la città, la donna e le nostre arme sieno ad un tempo di Lionetto, figliuolo dell’Almansore soldano di Lamech di Persia». Artibano fece vista di aver grandissimo dolore di esser mandato alla città e cominciò a dire: «Per Macometto! signore, non ci mandate in terra perduta, acciocchè noi perdiamo i cavalli e le persone». Disse allora Lionetto: «Io vi faccio grazie assai non vi torre l’arme, perchè voi domandate quattrocento cavalieri sotto la vostra condotta, ed io voglio che facciale prova di difendere le vostre arme contra noi [p. 303 modifica]Persiani»; ed essi molto di questo si mostrarono addolorati. Comandò Lionetto che fossero menati verso Persepoli all’assediata città, e vedendo molti mettersi in punto per tor loro l’armi e far villania, disse Artibano a Lionetto: «O signore, piacciavi poi che ci avete fatto la grazia di non esser stati rubati, che questa vostra gente non ci rubino». Egli comandò ad un gentiluomo chiamato Nabucarin, che li accompagnasse insino alla porta della città, e facesse ad essi onore. Disse Artibano all’incontro: «Poichè come nemici siamo cacciati non vogliamo mangiare in questo campo» — e detto questo rimontarono a cavallo ed andarono verso la città.

Volle il Meschino farsi beffe in questa forma, che essendo fuori del padiglione, uno scudiero di loro gli teneva la staffa, e fece quattro punture per salire a cavallo, facendo vista di non esser uso nell’arme; e que’ Saraceni risero grandemente tanto, che Lionetto corse a vedere, e Alessandro lo aiutò a spingere il cavallo, col maggior riso del mondo. Lionetto disse verso Artibano: «Dove hai tu pescato questo tuo compagno, che non debbe saper cavalcare i balduini cioè gli asini?» Ognuno se ne ridea, e quando Guerino si mosse, fece parecchi atti che tutti diceano: adesso cadrà da cavallo, e portava la lancia a traverso sulle spalle, e non sapevano il proverbio, che, chi tal crede dileggiare, rimane dileggiato. Lionetto si faceva beffe di loro, e dispregiavali tanto, che per gente perduta li mandò alla terra. E partiti dal padiglione andarono verso Persepoli essi con gli scudieri e Nabucarin. Giunti che furono alla porla gli dissero che stessero addietro; ma Artibano, ch’era forestiero parlò, e disse che volevano soldo, e che perciò parlassero con Antinisca. Le guardie andarono al palazzo a dire che erano giunti a cavallo cinque che volevano entrar dentro, e quando Guerino ebbe licenza d’entrare nella città disse a Nabucarin: «Direte al nostro signore, che faccia miglior guardia che non suole, imperocchè la guardia di Antinisca andrà da Meschino». Il Saracino non lo intese, ma quando la porta cominciò ad aprirsi venivano dal campo de’ Persiani due a cavallo, correndo a tutta briglia, e gridando a Nabucarin, che li rimenasse al padiglione di Lionetto. E questo fu che giunsero due cavalieri, che [p. 304 modifica]venivano da Comopoli, e dissero della morte di Baranif e come il Meschino era fuggito e la battaglia che aveva fatto, e ne diede i segni. E per questo voleva Lionetto ch’essi ritornassero al padiglione, secondo che dopo la guerra ad essi fu detto. E tornato Nabucarin che aveva detto Meschino, entrò grande paura nel campo de’ Persiani.

Quando furono entrati dentro, andarono al palazzo reale, incontrarono l’oste a cui li raccomandò Antinisca, ma non conobbe il Meschino. Dimandando se potevano alloggiare nel palazzo, ei disse di sì, e comandò che i loro cavalli fosser governati, e così fu fatto, e fece dare loro una camera. Poco stette che tornò questo medesimo per loro, e che andassero a parlare ad Antinisca. Giunti dinanzi a lei s’inginocchiarono, ed ella gli dimandò de’ loro affari; e già fra loro avevano ordinato, che Artibano rispondesse, il quale cominciò a dire che i Turchi erano stati cacciati di Grecia, e la morte del re Astiladoro, e come aveva detto a Lionetto, così disse a lei, come aveva pensato Lionetto di tor le loro armi, e li aveva mandati nella città. Disse Antinisca verso loro: «Se voi siete usati nelle battaglie in Romania, certo voi dovete conoscere un cavaliero chiamato Guerino, il quale è allevato in Costantinopoli, ed è andato sino agli Alberi del Sole di Levante, che una volta capitò in questi paesi, e rendettemi questa città, che me l’avevano tolta i Turchi. Ne udiste voi mai ragionare? e saprestemi voi dire se egli è vivo o morto?» Rispose Artibano e disse. «Per mia fè, madonna, che certo vi so dire che è vivo». Disse Antinisca: «Dunque egli sarà prigione, perchè egli era sì leale cavaliero che m’avrebbe soccorsa in questa mia tribolazione, nella quale, se la fortuna non mi aiuta, io non mi posso più difendere. Lionetto non mi vuole più per moglie, ma dice che mi farà strascinare, perchè non mi contentai il primo giorno di torlo per marito». Mentre che essa diceva queste parole, faceva grandissimo pianto. Disse Artibano: «Madonna, non abbiate paura, ma diteci, se Dio vi salvi, se quello il quale voi dite venisse alla vostra terra, come lo ricevereste, poich’egli è cristiano e inimico della vostra fede saracena». — Allora rispose un gentiluomo che gli era da lato, e disse: «Noi sapevamo che egli era cristiano, e ch’egli ha un altro [p. T38 modifica]Ed Ella venne dove mangiano. [p. 305 modifica]nome ch’è Guerino, e sappiamo come egli trovato suo padre prigione in Durazzo; e per questo temiamo che non verrà; ma perchè avete detto, o cavaliere, come lo riceveremo noi, perch’egli è cristiano? — Vi so dire, che tutta questa città e tutti questi paesi lo seguiterebbero, perchè tutti si ricordano ch’egli liberò il reame dalle mani de’ Turchi. Or pur venisse, volesse Iddio», e dette queste parole cominciò a piangere. In questo giunse un cavaliero, e disse verso quel barone: «O Parvidas! tutti i nostri nemici hanno prese le loro arme, e vengono contro alla città, e tutta la terra corre all’arme». Il gentiluomo disse: «Oh! Macometto ci aiuti, ora ci fosse Guerino!» così disse pure la bella Antinisca e volgendosi a loro dicendo: «O cavaliero, non piglierete voi l’arme per mio amore in difensione della mia città e delle nostre persone e delle vostre minacciate armi?» Essi risposero di sì, ma il Meschino non si dimostrava e stava celato a tutti, e armatosi egli con gli altri se ne andarono in piazza!

Già era sulla piazza Parvidas armato con molta gente, e la novella giunse che i nemici da tre parti con molti ordini assalivano la terra. Allora il Meschino e i compagni andarono fuori alla battaglia, e quando si mossero diceva a Parvidas: «Non temete — e francamente confortarono tutta la gente, dicendo: «Noi faremo oggi tremare i nostri nemici». Spronarono i loro cavalli, e verso la porta donde erano entrati andarono, la quale fu aperta ed uscirono fuori con loro duecento cavalieri. Quando il Meschino fu di fuori, molti che lo avevano veduto al padiglione di Lionetto diceano: «Ecco il villano!» E Guerino arrestò la sua lancia, e corse contra loro spronando il cavallo, ed un Persiano volenteroso d’aver le arme del Meschino si mosse, e venne contra lui. Guerino lo passò con la lancia, e passogliela nel petto, che più di mezza l’aveva dietro le spalle, e prese la spada ed entrò nella gente persiana, facendo tante smisurate prove, che subito fu conosciuto non esser quello che aveva al padiglione finto di essere. Artibano entrò nella battaglia e così Alessandro, ed allora que’ cavalieri presero tant’animo ed ardire che entrarono nella battaglia per forza d’arme. In fine i Persiani si misero in fuga da quella parte; eglino presero molti Persiani e molti ne uccisero. Il Meschino corse insino ai padiglioni del campo, e rivolti indietro tornarono fino alla [p. 306 modifica]porta e per questo assalto tutte le schiere de’ Persiani abbandonarono la battaglia. Già era appresso delle bandiere del campo, e Guerino dubitò non essere da loro tolto in mezzo, per il che se ne tornò dentro della città, e i Persiani tornarono nel loro campo con gran paura di questo assalto.

La città di Persepoli era piena di allegrezza; e l’uno diceva altro: «Sono valenti questi tre cavalieri!» E tutti si maravigliavano del grande ardire del Meschino, non sapendo però che egli fosse, e tornati al palazzo nelle loro camere e disarmati, la notte era già venuta. Parvidas, governatore della città, andò alla camera e fece portare ciò che facea loro bisogno, e la sera non si uscirono di camera. Parvidas andò a cena con loro, fu messo in capo di tavola, e l’oste fece portare le vivande. Come furono a tavola, a uno a uno li andava guardando, e se questo oste avesse veduto a sedere a tavola il Meschino dove sedeva Artibano, avrebbe detto che quello fosse stato il Meschino, ma perchè Artibano sedeva di sopra più appresso Parvidas, non potea credere che fosse desso, eppur alla vista gli pareva desso. Si partì, andò per suo figliuolo, il qual Guerino aveva fatto cavaliero, e dissegli: «Guarda quel cavaliero ch’è di sotto a quelli tre, mi pare conoscerlo». Ogni uomo levò gli occhi; e il giovane Trifalo s’inginocchiò dinanzi a Guerino, dicendo: «O signor mio, voi non potete negare che non siate il mio signore»! e baciogli i piedi. Allora si levò Parvidas, ed accorse ad abbracciarlo. Per questo andò la novella ad Antinisca, ed ella con molte damigelle venne dove mangiavano e gittossi inginocchioni ai piedi del Meschino abbracciandolo e baciandolo. Fu l’allegrezza grande, e rilevata ritta se gli gettò al collo, dicendo: «Ormai ti lascio la mia signoria e tutta la guardia della città, poichè ti ho riveduto, signor mio!» e quasi d’allegrezza rimase tramortita. Poi che fu levata cenarono insieme di compagnia. Diceva Antinisca: «Come ti celavi a me, signor mio? — Allora disse il Meschino: «Gioia mia, allegrezza mia, anima del corpo mio, ogni cosa faceva io per conoscere la chiarezza di tutto». — Allora fu palese chi era Alessandro e chi era Artibano, e per queste novità si fece gran festa per tutta la città di Persepoli cacciando la paura che avevano di Lionetto figliuolo dell’Almansore Soldano di Persia.