I briganti del Riff/22. Ancora la strega dei vènti

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22. Ancora la strega dei vènti

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21. Il totem 23. La conquista del Gurugù

22.

ANCORA LA STREGA DEI VÈNTI


La notte era scesa sull'altipiano, avvolgendo gole e montagne, in un manto nerissimo che la luna, mezzo nascosta fra le nubi, invano si sforzava di dileguare.

Da un gran cañon che calava verso l'abisso aperto dietro la cuba abitata dalla Strega dei Vènti, un giovane, montato su una robusta mula ed armato d'un lunghissimo fucile marocchino, col calcio ricurvo ed intarsiato con scaglie di madreperla e di laminette d'argento, scendeva con precauzione, tenendo ben salde le briglie, poiché il pendìo era molto ripido e per di più coperto da fitti cespugli.

Era Janko, il traditore, che per ottenere Zamora, coll'appoggio di Siza Babà aveva fatti sorprendere i due studenti dalla Jena del Gurugù per farli cacciare entro i ventri caldi delle vacche. Pareva che fosse di pessimo umore, poiché borbottava continuamente, facendo dei gesti di minaccia.

Si arrestò un momento, guardando la cuba di Siza Babà che in quel momento un fascio di luce lunare illuminava e che, come sappiamo, sorgeva sull'opposto margine del profondo burrone.

— Che mi aspetti con Zamora? — si chiese con estrema ansietà. — Ed i due pezzenti dell'Università di Salamanca, saranno a quest'ora morti? Speriamolo.

Raccolse le briglie e spinse la mula fra la fitta vegetazione, scendendo verso il torrente scrosciante.

— Come ho attraversato prima questa spaccatura senza rompermi l'osso del collo, spero di riattraversarla ancora — disse il gitano.

La mula procedeva lentamente, guardando dove metteva i piedi, e prima di avanzarsi, coi robusti zoccoli, si assicurava della solidità del terreno.

Già Janko era giunto a metà dell'abisso, quando i suoi orecchi furono colpiti da un grido: — Aiuto!...

Il furfante aveva dapprima trasalito, poi era diventato pallidissimo poiché aveva conosciuta la voce di Siza Babà che lo amava e lo proteggeva come se fosse un suo figlio.

— Che cosa può essere successo? — si chiese, con crescente ansietà. — Eppure io non mi sono ingannato! Conosco troppo bene la voce stridula della vecchia.

La luna, apparsa fra uno squarcio delle nubi, faceva piovere non solo sull'altipiano, bensì anche dentro l'abisso, ondate di luce azzurrina. Janko potè così scorgere una forma umana stesa sulla riva dello scrosciante torrente.

— Chi va là!... — gridò, imbracciando il lungo fucile. — Rispondete o sparo!...

La voce non tardò a rispondere: — Cristiani o banditi, se avete un po' di cuore venite in aiuto d'una povera vecchia.

— Siza Babà!... — esclamò il gitano. — Non mi posso più ingannare. Come si trova in fondo a questo abisso? E Zamora che doveva rimanere sua prigioniera?

Diede colle staffe un legger colpo alla mula e riprese la discesa più rapidamente di prima, dirigendosi là dove scorgeva, sdraiata sempre sulla riva del torrente, la forma umana. Ben presto raggiunse il fondo del burrone ed attraversò lo strepitoso corso d'acqua, chiamando: — Siza Babà!...

Una voce debole gli rispose subito: — Sei tu, Janko, figliuol mio?

— Come ti trovi qui, madre? — chiese il gitano, balzando rapidamente dalla sella. — Sei moribonda o posso sperare di salvarti ancora?

Un riso stridulo fu la risposta, seguito da parecchi singhiozzi. L'aguardiente non era ancora completamente digerita, non ostante il bagno freddissimo alle gambe.

— Parla — disse il gitano. — Sono qui per esserti utile.

— Mi hanno gettata nel burrone — rispose la Strega dei Vènti.

— Chi?

— Non ricordo... avevo bevuto, ma mi pare che sia stata Zamora.

— L'hai lasciata fuggire!... — gridò il gitano, arrotando i denti.

— Io no... è lei che è scappata.

— Tu sei ubriaca. Riordina le tue idee e narrami che cosa è accaduto durante la mia assenza.

— Prima dimmi se hai trovato il totem.

Janko lanciò tre o quatto bestemmie, e fece un gesto di furore.

— Aspetta che ti levi di qui: l'acqua è troppo fredda.

Alzò la vecchia e la depose su uno strato di sabbia, dall'altra parte del torrente.

— Sai, — riprese con voce arrantolata — io non ho trovato nulla ed ho fatto un'altra gita inutile.

— Non hai trovato una cuba lassù?

— Sì, l'ho visitata ed era vuota. Non ho veduto che dei vecchi tappeti.

— E non hai scavata la tomba del santone?

— Non ho voluto compiere un'altra faticosa impresa senza risultato. Ti hanno ingannata.

— Eppure il primo re zingaro è stato sepolto, col totem, nei fianchi del Gurugù.

— E dove? E dove? — gridò Janko. — Anche l'anno scorso quando il capo dei gitani di Siviglia, mi ha dato l'incarico di venire qui per cercare quell'insegna del supremo potere che doveva togliere, a Zamora, ogni speranza di diventare regina, ho percorso invano la montagna. Te lo ricordi?

— Sì, io ti ho veduto partire e ritornare col viso più tetro d'un drappo mortuario.

— E tu dici che è stata Zamora a gettarti nel burrone?

— Sì, ora me lo ricordo benissimo — rispose Siza Babà, passandosi una mano sulla fronte ancora offuscata dall'aguardiente. — Ha dei muscoli solidi sai, quella fanciulla, ed è lesta ed agile come una giovane pantera.

— Non te l'hanno consegnata legata? Avrebbero commessa una grossa imprudenza se non l'avessero fatto.

— Sì, sì, era legata, eppure durante la notte róse le corde e si scagliò su di me, spingendomi verso il burrone. Mi sono sentita sollevare come se fossi una piuma, e scaraventare dentro questo abisso. La caduta fu spaventevole, però le foltissime piante che coprivano il fianco del burrone che io percorrevo rotolando, mi salvarono.

— E poi non hai saputo più nulla di Zamora, madre? — chiese il gitano, facendo stridere i suoi candidissimi denti.

— Non l'ho più veduta.

— Non è scesa per accertarsi se tu eri morta?

— Potrà essere anche scesa, ma io ero svenuta e poi avevo bevuto troppo ieri sera.

— Perché bevi tanto, o madre?

— Per soffocare, per dimenticare i ricordi della mia giovinezza.

— Ed i due studenti?

— Oh, quelli se non saranno morti saranno entrati già in agonia! Se ne intendono di supplizi questi briganti.

— E Zamora? E Zamora? — ripetè Janko, girando su se stesso come un pazzo. — L'avrei forse perduta?

— Torna a Siviglia e va' a trovarti un'altra gitana — disse Siza Babà. — Le più belle fanciulle della nostra razza si trovano laggiù ed abbondano.

Il gitano scosse rabbiosamente la testa poi disse: — È inutile, madre, non potrei trovare un'altra Zamora.

— Quella ragazza ti ha dunque stregato?

— Io non dormo più, io non mangio più, ed ho il sangue sempre acceso, come se dentro le vene scorresse talvolta piombo fuso. Che cosa fare ora? Dove cercarla? Io non me la lascerò sfuggire, dovessi risalire ancora il Gurugù.

— Giriamo il burrone da questa parte e torniamo al duar — disse la Strega dei Vènti. — Forse là noi troveremo ancora la Jena del Gurugù, e non si rifiuterà di aiutarci nelle nostre ricerche. Questi banditi hanno troppa paura di me e paventano anche una sola mia occhiata.

— Monta dietro di me.

— Se mi aiuti.

— Perché? — chiese il gitano.

— Mi pare di avere le gambe spezzate — rispose la vecchia.

— Non mi sembra.

— Eppure da me sola non posso reggermi in piedi.

— Non hai digerito completamente l'aguardiente.

— A quest'ora quel delizioso liquore è sfumato, e la mia testa è libera. Sono le gambe che si sono fratturate.

— La mula è robusta, e tu pesi quanto una piuma di struzzo.

Sollevò la zingara non senza strapparle un grido di dolore e la mise dietro la sella, dicendole: — Aggrappati strettamente a me e bada di non cadere.

Montò a sua volta in arcione, si gettò il lungo fucile a bandoliera, raccolse strettamente le briglie, essendo la salita assai pericolosa, e con due colpi di staffa costrinse la mula, la quale era così stanca, che dormiva in piedi, a rimettersi in viaggio. Procedendo cautamente fra i fitti cespugli che coprivano anche quel fianco del burrone, dopo un'ora Janko e la vecchia strega si trovavano sul margine superiore. Là non vi erano più discese e quindi nessun pericolo.

La mula si era messa a trottare, strappando, coi suoi soprassalti, non pochi lamenti a Siza Babà, la quale si ostinava a credere d'avere le gambe spezzate.

Compirono il giro dell'abisso, poi raggiunto l'altipiano scesero verso il duar, dinanzi alle cui tende brillavano ancora alcuni fuochi per tenere lontane le belve feroci. Stavano per entrarvi, quando scorsero una sessantina di cavalieri che salivano a gran galoppo.

— Non sono gli uomini della Jena del Gurugù? — chiese Janko, arrestando subito la mula.

— E guidati da lui in persona — rispose la vecchia la cui vista era ancora acuta come quella degli uccelli da preda.

— Non dovevano partire per la guerra?

— Se tornano avranno le loro buone ragioni. Andiamo ad incontrarli.

Erano già stati scorti, e non sapendo, i banditi, con chi avevano da fare, si preparavano a caricare.

— Tu, Siza Babà!... — esclamò la Jena del Gurugù, appena potè scorgerla dietro Janko. — Dove vai a quest'ora?

— In cerca della fanciulla dagli occhi ardenti — rispose la strega.

— Ti è scappata?

— Purtroppo!

— Potevi far scatenare i vènti e costringerla a fermarsi — disse lo sceicco, non senza una punta d'ironia.

— Mi mancavano tre delle erbe più importanti, senza le quali i vènti rimangono sordi ai miei appelli.

— E dove vai, ora?

— In cerca della fuggitiva.

— Vuoi sapere una brutta notizia, Siza Babà? Anche i due prigionieri che noi avevamo cuciti dentro il ventre delle vacche, sono scomparsi. Come abbian fatto, vorrei saperlo.

— E dove sono fuggiti?

— Scommetterei la barba del Profeta per quella di Omar, che essi hanno avuto sentore dell'avanzarsi dei loro compatrioti, e che sono corsi avanti ad esplorare la gola del Gran Lupo. È là che io spero di catturarli.

— Tanto ci tieni? — chiese la vecchia.

— Mi hanno burlato e me la pagheranno cara — rispose lo sceicco. — Dovessi inseguirli fino sulle ultime punte del Gurugù, non lascerò la pista, se saprò trovarla.

— E perché non sei sceso a Melilla colle altre arche?

— Perché Melilla sale verso di noi, per così dire. Quei cani rognosi di cristianos hanno sgominato tutte le nostre avanguardie, hanno presi e distrutti molti villaggi, ed ora montano audacemente all'assalto della montagna, ma noi li aspettiamo in un posto sicuro. Vuoi seguirci?

— Dove?

— Nella gola del Gran Lupo.

— Ci sarà battaglia? — chiese Janko.

— Ne siamo sicuri, — rispose la Jena del Gurugù — sarà però per domani notte. Le avanguardie spagnole avanzano assai lentamente... Su, vieni, Siza Babà, che hai il potere di scatenare i vènti e di sentire da lontano i nemici meglio dei nostri cani. Dormiremo nella gola.

Stavano per muoversi quando apparvero altri drappelli di cavalieri. Erano i guerrieri al completo dell'arca che andavano a preparare l'agguato insieme ai montanari del Ladhara, che già da mesi guerreggiavano ferocemente contro gli spagnoli, subendo però continue sconfitte e assai sanguinose.

Le due colonne, forti di trecento guerrieri ciascuna, si strinsero, e guidate dalla Jena del Gurugù mossero verso la gola del Gran Lupo.

Gli spagnoli cominciavano in quel momento a dare segno della loro avanzata, battendo l'altipiano coi loro pezzi, onde preparare il terreno per l'assalto della fanteria.

Un po' prima dell'alba i briganti si sprofondavano nella gigantesca gola, che era una delle principali che conducesse al Gurugù, tanto ostinatamente desiderato dagli spagnoli.

Non vedendo ancora comparire gli spagnoli, Janko, dopo d'aver coricata Siza Babà su un letto di foglie, nascosto dentro un fittissimo cespuglio, si era messo in cerca delle piste dei fuggiaschi. Se Zamora era con loro l'avrebbe sentita ed avrebbe potuto seguirla per miglia e miglia a grandi distanze.

Girò e rigirò sui margini della gola, obbligando la povera mula ad uno sforzo supremo, e finì per raccogliere l'odore caratteristico delle genti della sua razza. — Zamora non deve essere lontana, e forse vi sono con lei i due pezzenti di Salamanca. Canarios!... Non mi sfuggirà!...

Ritornò verso la gola del Gran Lupo, accordò alla mula cinque o sei ore di ben meritato riposo, poi verso il tramonto, dietro consiglio della Jena del Gurugù, ricaricò la vecchia che si lagnava sempre e tornò sull'altipiano. Di lassù egli assistette impassibile alla distruzione della forte avanguardia spagnola, caduta, come già abbiamo detto, in una vera trappola. Che importava a lui se era nato sotto il caldo sole di Spagna? Si considerava come appartenente ad una razza straniera.

Compiuta la strage e respinto il grosso della truppa, malgrado i furiosi colpi d'artiglieria, lo sceicco raggiunse Siza Babà e Janko.

— Ne abbiamo ammazzati ottocento dei cristianos, — disse — ma i due studenti non erano fra i cadaveri. Li voglio, li voglio, o non morrò contento.

E con una sessantina di cavalieri si era messo a salire l'alta montagna, sicuro di trovare i due fuggiaschi, o meglio i due spioni, poiché lui li credeva tali, marcianti avanti le avanguardie spagnole.

Ma ne avevano perduto ogni traccia e Janko non sentiva più.

I fuggiaschi avevano allora fatto la loro volata sulla Numancia senza lasciarsi dietro né orme né odore.

I briganti però, sempre più ostinati, avevano continuata la salita della montagna, ed avevano trovato il pallone completamente vuoto.

— Sento!... Sento!... — aveva gridato subito Janko, fiutando la navicella mezza fracassata. — Qui dentro ci deve essere stato un uomo od una donna appartenente alla mia razza. Sono lassù, sul Gurugù, in cerca del totem.

— Lascia fare a me, giovanotto — disse lo sceicco. — Se veramente sono lassù, vedrai che io li prenderò tutt'e tre. Rimani qui e lascia che io vada avanti.

Così si era spinto, con dieci soli cavalieri, verso le cime del Gurugù, ed aveva sorpreso i due studenti; però, come abbiamo detto, Zamora erasi ricoverata nel sepolcreto del re zingaro, dal cui pertugio poteva tutto vedere.

La Jena del Gurugù, sepolti i due studenti entro la cuba, si era affrettato a ridiscendere verso i villaggi fiammeggianti, onde contrastare il passo agli spagnoli.

Aveva avuto la sua vendetta e di Zamora non se ne era più occupato, abbandonando così sulla montagna la vecchia ed il giovane gitano. I due furfanti, che cercavano anch'essi il totem, avevano risalita la montagna, colla speranza di sorprendere anche in qualche luogo la gitana. Avevano già oltrepassata la tomba del re, senza rilevare il misterioso segnale, quando Janko fermò per la decima volta la mula.

— Che cos'hai, figlio mio! — chiese la vecchia, interrompendo i suoi lamenti. — Non sei contento che il tuo rivale sia stato sepolto vivo insieme al suo compagno? Che cosa vuoi di più per ora?

— Zamora — rispose Janko.

— La troveremo la bianca Colomba di Siviglia. Dove vuoi che sia fuggita?

— E dove sarà andata a rifugiarsi? Sulle cime del Gurugù? A fare che cosa?

— A cercare il totem.

— Talvolta sono una vera bestia — disse Janko, colla sua solita voce irosa. — Io però non credo che il re zingaro sia stato seppellito a quell'altezza. Io vorrei visitare la cuba.

— Se ci sono dentro i prigionieri!...

— Aspetteremo che muoiano. La mula porta viveri per due settimane, quindi non avremo fastidi, e qui l'acqua scroscia da tutte le parti.

— Hai anche dell'aguardiente? — chiese la vecchia con gli occhi luccicanti.

— Sì, madre, due bottiglie regalatemi dalla Jena del Gurugù prima della sua partenza.

— Allora potremo attendere la morte di quei due giovanotti.

— Vorrei però vedere la cuba ben più da vicino. Sarà per me un gran piacere udire le urla di Carminillo.

— Sei feroce come un giovane leone — disse la vecchia Strega.

— Sono gitano — rispose Janko con orgoglio. — Ridiscendiamo, madre.

— Come vuoi.

— Le tue gambe come vanno?

— Io credo che siano rotte.

— Non è possibile, a quest'ora si sarebbero straordinariamente gonfiate.

— Eppure sento di non poter camminare.

— Vi è la mula che ti eviterà ogni fatica.

Diede un altro sguardo agli ammassi di pietroni, poi volse la briglia e scese verso la cuba, passando appena a cinquanta metri dalla tomba del re zingaro entro la quale si trovava Zamora, aspettando il momento opportuno per punire i due traditori e correre in aiuto dei suoi giovani amici. Né lui né la Strega dei Vènti avevano rilevato il segnale, che d'altronde non avrebbero compreso.

Quando giunsero presso la tomba del santone marocchino, che serviva di prigione ai due disgraziati studenti di Salamanca, udirono delle urla spaventose uscire di sotto all'enorme massa di pietre. Un sorriso feroce comparve sulle labbra del gitano.

— Odi, madre, come cantano?

— Quantunque io sia assai vecchia ho conservato intatto il mio udito. Perché urlano tanto?

— Che ne so io? Forse la Jena del Gurugù li avrà legati troppo strettamente. Non c'è pericolo che possano fuggire. Quand'anche spezzassero le corde non riuscirebbero mai a smuovere questi pietroni che coprono alla lettera la tomba del santone. Bisogna dire che i briganti, in poco tempo, hanno fatto un lavoro gigantesco... Resta sulla mula tu e lascia che vada a parlamentare con quei due pezzenti. Voglio far crepare di rabbia quel Carminillo.

Balzò agilmente a terra e si avvicinò all'enorme ammasso, mentre Siza Babà approfittava per togliere da uno dei sacchetti di cuoio contenenti i viveri, una bottiglia di aguardiente. Non essendo interamente turata, l'aprì colle sue dita adunche e si mise a bere a garganella.

Janko intanto aveva fatto il giro della cuba tenendo in mano il suo lungo fucile marocchino ad una sola canna ad avancarica. Quando credette di trovarsi dinanzi all'entrata, dopo d'aver cercato invano di smuovere almeno uno di quei pietroni che pesavano più d'un quintale ognuno, sparò contro terra, producendo un baccano assordante.

Dalla cuba si alzò subito una voce, chiedendo: — Chi è che spara?

— Ah!... Carminillo — brontolò Janko.

Poi alzando la voce rispose: — Sono il gitano.

— Quel cane di Janko? — disse Carminillo.

— Sono Janko anche senza essere un cane — ribattè il giovanotto.

— Vieni ad assistere alla nostra agonia?

— Ed insieme a Zamora ed alla Strega dei Vènti.

— Tu menti, infame traditore!... — urlarono ad una voce i due giovani studenti di Salamanca.

— Venite fuori a vedere.

— Canaglia, c'inviti perché sai bene che siamo legati strettamente, e che intorno alla cuba i briganti hanno accumulate pietre su pietre — disse Carminillo.

— La Jena del Gurugù vi ha preparato un comodo sepolcreto — soggiunse il gitano. — Un giorno le vostre ossa verranno scambiate per quelle di un santone ed avrete una nuova e più bella tomba sotto il pavimento della cuba.

— Taci, miserabile!...

— Anzi, sono in vena di parlare, señor, anche perché debbo comunicarvi delle notizie che vi potranno interessare.

— Quali?

— Che gli spagnoli sono stati completamente battuti e che fuggono a rotta di collo verso Melilla incalzati dalla cavalleria riffana. Oh!... Ne sono caduti molti durante il combattimento, anzi pare che anche il generale Marina vi abbia lasciata la pelle.

— Tu menti ancora, vile!... Due ore fa erano vincitori su tutta la linea e s'avanzavano sul Gurugù, distruggendo a cannonate tutti i villaggi dei riffani.

— Eppure, è come ve la narro, señor mio. Sono stati accerchiati da poderose masse di cavalleria e tagliati alla lettera a pezzi... Diavolo! Non si può aver sempre fortuna in guerra.

— Non ti crederò mai. Sono anzi più che convinto che i miei compatrioti abbiano ripreso d'assalto il Gurugù per conquistarne anche le ultime punte.

— Là!... Là!... Là!... — canterellò Janko. — Aspettate che vengano a liberarvi, e vedrete che correranno settimane e mesi ed allora voi non sarete che due mummie róse dai pidocchi.

— Ah, lo sai anche tu, vigliacco, — gridò Pedro — che ci hanno gettati su dei vecchi tappeti che sono semenzai di pulci!

— Me l'ha detto la Jena del Gurugù — rispose Janko. — Posso ora esservi utile in qualche cosa?

— Vuoi scherzare? — chiese Carminillo, con voce furente. — Non è il momento.

— Anzi, señor mio, poiché noi non ci rivedremo più. Ho trovato il totem ed anche Zamora, e mi affretterò a tornare a Siviglia per rompere la coppa d'argilla.

— Tu non hai trovato Zamora.

— Ve lo assicuro, señor, e ci siamo scambiati i nostri giuramenti.

— Zamora giurare con te!... Vattene via, mentitore!...

— Eppure io dico la verità.

— Allora fa' accostare la gitana e fammi udire la sua voce.

— Ormai è troppo tardi. Scende la montagna sulla mia mula insieme a Siza Babà.

— Io ne ho conosciute delle canaglie, ma una pari a te, mai!

— Non mi offendo affatto, señor — rispose Janko.

— Se non sei un vile cerca di farci uscire e noi impegneremo, anche se siamo senz'armi, una lotta suprema con te.

— Non vale la pena di disturbarsi, e poi le pietre sono troppo pesanti perché io, da solo, possa smuoverle.

— Chiama Zamora. Non rifiuterà di aiutarti.

— E già lontana, e poi le pietre rimarranno dove si trovano... Orsù, prima che me ne vada anch'io, ditemi se vi posso essere utile.

— Ma in quale modo? — chiese Carminillo.

— Avvertendo i vostri parenti della vostra morte — rispose Janko. — Datemi i loro indirizzi ed andrò a trovarli.

Una terribile esplosione di rabbia colse i due studenti.

— Cane!... Vigliacco!... Traditore!... Brutto sciacallo!... — urlavano.

Janko alzava le spalle. Aspettò che i due studenti si fossero sfogati e allora riprese: — Giacché non volete darmi nessun incarico, io vi saluto, signori, e vi auguro di morire presto, onde risparmiarvi delle troppo lunghe sofferenze.

Questa volta nessuno rispose.

— Mi avete capito? — gridò il gitano. — Non sarete diventati sordi ad un tratto, suppongo.

Eguale silenzio.

— Crepate presto!... — urlò allora il gitano furibondo.

Volse le spalle alla cuba e giunse appena in tempo di ricevere fra le braccia la vecchia Siza Babà, la quale, completamente ubriaca, non poteva più reggersi sulla sella.

— Che cosa hai fatto, madre? — le chiese con voce aspra.

— Ho bevuto il dolce liquore che fa dimenticare — rispose la vecchia colla voce rotta dai singhiozzi. — Hai trovato Zamora?

— No, e nemmeno il totem.

— E perché vorresti andartene?

— M'inquieta l'avanzata degli spagnoli. Possono scorgerci, prenderci per riffani e mitragliarci.

— S'avvicinano?

— Io credo che questa volta il triste Gurugù, per la prima volta, vedrà sventolare la bandiera spagnola che ne segnerà la conquista... Puoi rimontare in sella?

— Lasciami tranquilla, figlio — disse la vecchia. — Ora io sono ridiventata la bella Sonora, e vedo passarmi dinanzi tutte le città della Spagna piene di gente plaudenti le mie gambe infaticabili e la mia agilità. No, no, non sono più la brutta Strega dei Vènti. Sono ridiventata, mercé quell'aguardiente, giovane e piena di fuoco.

La vecchia ubriacona colle scarne braccia faceva dei gesti come se avesse dovuto suonare le nacchere, e fremeva tutta, quasi che il diavolo fosse entrato nel suo corpo.

Janko, seccato, stava per rimontare sulla mula per rimettersi in cerca di Zamora e del totem, quando vide la vecchia gitana cadere bruscamente indietro, e dopo di aver innaspato colle mani, rimanere immobile.

— Che il diavolo dei gitani ti porti! — esclamò Janko. — Ne ho abbastanza di te, vecchia strega.

Le volse le spalle, salì sulla mula e ricominciò le ricerche, puntando sempre verso la roccia a pane di zucchero, che nascondeva realmente, come si sa, la tomba del re zingaro.

Sentiva la presenza della gitana, ma non si era ancora accorto dell'apertura semicircolare prodotta dalla mina. Ad un tratto però i suoi occhi si fissarono intensamente su quel foro.

— Dove metterà? — si chiese. — Bisogna andare a vedere. Qui della gente appartenente alla nostra razza è passata.

Balzò a terra, legò la mula ad uno sterpo, si tolse il fucile che avrebbe potuto imbarazzarlo, e si mise ad arrampicarsi. Già stava per afferrarsi ai margini del foro, quando d'improvviso si vide comparire dinanzi la testa di Zamora.

Il furfante aveva mandato un urlo di trionfo: — Finalmente sei mia!...

— Lo credi, Janko? — chiese la gitana, con voce sibilante.

— I tuoi amici ormai sono sepolti vivi e non verranno qui a liberarti.

— Chi li ha sepolti?

— La Jena del Gurugù.

— Dietro istruzioni tue, è vero?

— No, è stata Siza Babà a consigliare il brigante di finirla una buona volta con quei due pezzenti di Salamanca.

— È viva ancora la vecchia strega?

— Ha le ossa dure, e nemmeno a gettarla dentro un burrone crepa.

Zamora mandò un urlo di rabbia, poi sporgendosi più che mezza fuori dell'apertura, disse: — Sai, Janko, che io ed i due studenti abbiamo pronunciata la tua sentenza di morte?

Il gitano scoppiò in una risata.

— Ah, baie!... — esclamò Janko. — Vieni fuori, o ti strapperò io al tuo rifugio.

— Ti ho detto che ti abbiamo condannato, traditore!... — urlò Zamora, con voce stridula.

Nel medesimo tempo, il suo braccio destro, armato della grossa rivoltella d'ordinanza, si allungò verso il miserabile.

Echeggiarono due colpi seguiti da un urlo come di belva ferita. La gitana non aveva sbagliato ed aveva piantato due palle nel petto del giovane.

— Sgombrami il passo, ora — disse. — Devo fare i conti con Siza Babà.

Janko, colle ultime forze, si teneva aggrappato all'orlo dell'apertura, sussultando violentemente.

Ad un tratto il corpo si irrigidì, ebbe un'ultima contrazione, poi rotolò giù dalla roccia sprizzando sangue dalle ferite.

— Se fossimo rimasti in Spagna, a quest'ora, qualche valiente ti avrebbe aperta la gola con un colpo di navaja — disse la gitana, con grande calma. — Tarda, ma la morte ti ha raggiunto egualmente.

Uscì dall'apertura, tenendo in pugno la rivoltella ancora fumante, diede uno sguardo pieno d'odio sul traditore il cui cuore aveva finito di battere, montò sulla mula e scese a precipizio la montagna, mentre più forte che mai tuonava l'artiglieria spagnola.