I briganti del Riff/4. La caverna dei leoni

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4. La caverna dei leoni

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3. La costa del Riff 5. L'incendio

4.

LA CAVERNA DEI LEONI


I naufraghi stavano per varcare la spaccatura, quando un comando imperioso di Janko, li arrestò.

— Prendete i fucili e state in guardia.

— Ci sono i mori? — chiese Pedro.

— No, señor; — rispose il gitano — abbiamo scelto un rifugio pessimo: questa caverna è una gran tana di leoni.

— Che cosa ne vuoi sapere tu, ragazzo?

— Sono stato già nel Riff.

— A fare il bandito o per cercare il gran totem degli zingari, che ti avrebbe dato il diritto di diventare capo tribù — disse Carminillo ironicamente.

— Ciò non vi riguarda, señor. Io vi dico che fra poco saremo alle prese con delle belve feroci.

— Pantere?

— Piuttosto leoni.

— Come lo sai, tu? — chiese la gitana.

— Prova a sollevare questo strato di alghe secche, e vi troverai sotto dei leoncini.

Carramba!... — esclamò Pedro, caricando precipitosamente il fucile. — L'affare diventa serio. Se ci rifugiassimo sul piccolo veliero, giacché non si è ancora sfasciato?

— Preferisco rimanere qui e dare battaglia — rispose Carminillo. — Ma forse Janko si è ingannato.

— No, señor; tendete gli orecchi.

Lo studente fece alcuni passi innanzi, calpestando il fitto strato d'alghe, e tenendo il mauser puntato, ed udì dei lievi sospiri che fuggivano attraverso a quei vegetali marini.

— Si direbbe che vi sono dei gatti che fanno le fusa — disse Pedro, il quale l'aveva accompagnato, per aiutarlo.

Anche la gitana si era mossa; Janko si era tenuto fermo vicino allo squarcio, pronto forse a fuggire.

— Carminillo — soggiunse Pedro. — Che cosa dobbiamo fare? Lasciarci divorare come costolette?

— No, poiché abbiamo solennemente promesso a Zamora di trovarle il gran totem, senza del quale non potrebbe diventare regina dei gitani.

— Io veramente non ho promesso nulla, e non conosco nemmeno la storia di quel talismano così necessario agli zingari; anzi, non so nemmeno io perché sia venuto a sbarcare su queste coste infestate di briganti e di bestie feroci.

— Non è il momento delle spiegazioni questo, Pedro. Ti prometto però di dirti tutto. Odi come ronfano i signori leoncini? Devono stare bene in mezzo a tutte quelle alghe molto asciutte.

— Dove saranno i loro genitori?

— Certamente a caccia — rispose Carminillo.

— Allora questa sera avremo la loro non desiderata visita.

— Purtroppo, e forse avremo da fare con più leoni e con più leonesse.

— Ah, povere le mie gambe!...

— Giacché le bestie grosse sono ancora lontane, — disse la gitana — andiamo a prendere delle casse e barrichiamoci. I cavalloni non sono più molto forti.

— E se papà e mammà dei leoncini ci sorprendessero sulla banchina? — chiese Pedro.

— Allora ci rifugeremo sulla Kabilia — rispose Carminillo. — Forse abbiamo perduto troppo tempo.

— Confesso che mi sento tremare il cuore — disse Pedro. — Se si potesse domare quelle bestie con una suonata? Io ho udito sempre dire che tutti gli animali selvaggi amano la musica.

— Per ora mi fido più del mio mauser... — rispose Carminillo. — Su, andiamo, finché i gatti dormono ed i loro genitori sono lontani.

I due studenti deposero le chitarre, presero i fucili ed uscirono, seguiti dalla gitana e da Janko.

La banchina era coperta di casse e di barili, i quali continuavano ad uscire dai fianchi squarciati della Kabilia, però il piccolo veliero, stretto com'era fra gli scogli, resisteva ancora, quantunque avesse perduto una parte del cassero, ed anche l'albero maestro minacciava di seguire l'esempio di quello di trinchetto.

Ogni cavallone che si rovesciava sulla coperta dell'orca, la faceva piegare sempre più. Ormai aveva già perduto sartie, paterazzi e griselle e si sosteneva ancora per un vero miracolo.

— Quattro casse e due o tre barili ci basteranno per chiudere l'entrata della caverna — disse Carminillo.

Si avanzarono sulla banchina, sulla quale la furia dei cavalloni si era un po' calmata, e si misero alacremente al lavoro, guardandosi ben d'attorno per paura di venire sorpresi dai leoni, i quali forse si aggiravano a non molta distanza dalla caverna.

Già avevano portato quattro casse, piene di munizioni, e tre barili che dovevano contenere dei viveri, quando Janko, che si era trattenuto sotto la prora mezza fracassata della Kabilia, si slanciò verso la caverna urlando a squarciagola: — Vengono!... Vengono!...

— Chi? — domandarono i due studenti e la gitana, che stavano rotolando l'ultimo barile.

— I leoni!... I leoni!...

— Corri!... — gridò Zamora.

Il giovanotto, agile come tutti gli zingari, prese la rincorsa attraverso la banchina, e si precipitò nella caverna, dove gli studenti e la gitana, un po' impressionati, lo aspettavano.

— Hai detto che vengono? — disse Carminillo. — Sono proprio leoni?

— Due femmine e due maschi — rispose il giovane. — Seguivano la banchina verso l'estremo suo attacco colla grande parete.

— Quattro!... Proprio quattro!...

— Sì, señor.

— Barrichiamoci!...

Avevano già accumulate le casse ed i barili, quando si videro scappare fra le gambe due leoncini, i quali dovevano aver fiutato il ritorno dei genitori. Non dovevano però essere i soli.

La loro fuga fu così rapida, che né gli studenti, né i gitani poterono impedirla.

Sgattaiolarono sotto le botti, e scomparvero verso le dune di sabbia. Quasi subito, al di fuori, si udì echeggiare un ruggito tremendo.

— Questi sono veri leoni — osservò Pedro. — Ed i piccini che sono scappati!... Il nostro primo sbarco sulla costa africana minaccia di farci passare un pessimo quarto d'ora.

— Hai la chitarra — disse Carminillo. — Dietro le casse proverai a vedere se gusteranno o no la musica.

— Hum!... Un altro ruggito!...

— Che sia un do?...

— Non te lo saprei dire: questa nota così formidabile non esiste nella musica.

— E credi tu, amico, che i leoni abbiano proprio intenzione di espugnare questa caverna e di cenare colle nostre polpe?

— Ne sono più che convinto — rispose Pedro.

— Sicché al tramonto del sole non saremo più vivi.

— Prima forse, se non faremo dei miracoli coi nostri mausers, mio caro.

— Io sono pronto a sparare.

— Piuttosto che a suonare?

— Sì, Pedro. E quei gattacci dove sono scappati?

— Saranno corsi incontro ai genitori.

— Per farli accorrere più presto a divorarci.

— Può darsi.

— Bella situazione!...

Si erano cacciati dietro alla barricata la quale, lasciando delle larghe fessure, permetteva di guardare al difuori.

Zamora intanto, per precauzione, aveva spento il fanale di marina, affinchè più tardi la luce non mancasse.

I due leoncini, un maschio ed una femmina, che erano scappati, erano ricomparsi e giuocavano, a breve distanza dalla barricata, come due buoni gatti, saltandosi addosso, atterrandosi, mordendosi, per poi leccarsi. Non si allontanavano però dalla caverna entro cui erano abituati a passare le notti, ed ogni volta che i loro genitori facevano udire la loro possente voce, si alzavano sulle zampe, come se si preparassero ad assalire.

— Dovremo fare i conti coi grossi ed anche coi piccini — disse Pedro, che non li perdeva di vista un solo istante.

— Dei piccoli non preoccupiamoci — rispose Carminillo. — Non potranno smuovere queste casse così pesanti.

Un terzo ruggito, più formidabile degli altri, risuonò in quel momento, poi un magnifico leone, che aveva la criniera folta come quelli dell'Atlante, si precipitò sulla banchina, spiccando dei salti di tre a quattro metri. Era un animale capace di affrontare un bisonte ed atterrarlo, senza correre troppi pericoli.

— Ecco un bersaglio che vale la pena di colpire — disse Carminillo. — Chi vuol provarsi pel primo?

— Io — rispose la gitana, passando prontamente la canna del suo mauser fra l'apertura di due casse.

— Bada, Zamora, che vi sono delle cartucce qui, e che noi potremmo correre il pericolo di saltare tutti, ed allora buona notte al totem.

— Sparerò sul leone — dichiarò la giovane zingara.

— Vi sono anch'io — disse in quel momento Janko, facendosi innanzi.

— Tu passa nella riserva — osservò Pedro. — Per ora non abbiamo bisogno di te.

— Per ora!... Avete ragione!... Aspettate che abbiamo raggiunto l'altipiano del Riff, e vedremo se i briganti della Strega dei venti vi lasceranno passare senza di me.

— Toh!... Saresti un protettore! — esclamò Carminillo.

— Non lo so — rispose il giovanotto, seccamente. — Chi sparerà dunque?

— Lasciate a me questo onore — disse la gitana.

— Non ti fidi di me? — domandò Janko.

— So che sei abile ed avrai subito l'occasione di fare un bel colpo.

Il leone intanto si avvicinava, scuotendo la maestosa criniera e mandando, di quando in quando, dei sordi ruggiti. Guardava attentamente verso l'entrata della caverna, con occhi fiammeggianti, convinto che le prede stavano chiuse là dentro.

— Su, Zamora — disse Carminillo. — Non lasciamo che quelle bestie giungano fino alla barricata. I leoni hanno tanta forza da smuovere ben altro che delle casse.

— Vedrò di non mancarlo.

— Non dimenticare, — osservò Pedro — che è nella testa che bisogna colpire quei signori del deserto. Così, almeno, lasciò scritto Gerard, il famoso cacciatore di leoni, che liberò mezza Algeria da questi terribili predoni... Ah!... Guarda un po', Carminillo. Il leone ha una compagna!...

Una femmina bellissima, si era mostrata in quel momento a poca distanza dal maschio.

— Tira, Zamora — disse Pedro.

La gitana mirò a lungo, trattenendo il respiro. Ad un tratto una detonazione secca rimbombò.

Il leone, che si trovava solamente a duecento passi dalla caverna, spiccò un gran salto; poi si mise a correre intorno come se fosse impazzito, finché cadde mandando un ultimo e più formidabile ruggito, che parve facesse tremare perfino le pareti della caverna.

— Bel colpo!... — gridò Pedro. — Lo hai fulminato!... Chi ti ha insegnato a tirare così meravigliosamente, Zamora?

— Un valiente — rispose la gitana.

— Attenti agli altri!... — gridò Janko.

Un altro leone, non meno grosso di quello caduto, si era precipitato sulla banchina, seguito da due femmine.

— Badate!... — disse Carminillo.

Il leone e le leonesse sostarono un momento presso il compagno morto poi tutt'e tre si slanciarono verso la caverna. Spiccavano dei salti straordinari ed appena caduti si rialzavano, ruggendo spaventosamente.

— Fuoco!... — gridò Carminillo.

I naufraghi aprirono un vero fuoco di fila, senza riuscire ad arrestare i tre terribili animali che non erano facile a mirarsi in causa dei rapidi salti.

— Che sia giunta proprio la nostra ultima ora? — si chiese Pedro, il quale sparava rabbiosamente, senza alcun successo.

In quel momento il leone e le due leonesse si abbatterono sulla barricata con impeto irresistibile, facendo oscillare casse e barili. Le loro poderose unghie si erano subito messe all'opera per aprirsi un passaggio, ed il legname dolce di Norvegia s'apriva facilmente sotto quei colpi.

Già avevano smossi i barili, quando Carminillo fulminò una delle due femmine che aveva osato spingere la testa dentro la barricata, non più consolidata.

Il maschio e l'altra femmina, spaventati dal continuo fuoco dei mausers, e fors'anche feriti, si risolsero finalmente a fare una precipitosa ritirata.

— Ho veduto la morte ben da vicino — disse Carminillo, aiutando Pedro e Janko a rinforzare la barricata.

— Che se ne siano andati? — chiese Pedro.

— Io temo, mio caro, che ci aspettino fuori — rispose Carminillo.

— Che vogliano assediarci?

— Vorranno conquistare il loro covo.

— E noi rimarremo sempre qui dentro? — chiese Zamora. — Ed il totem?

— C'è tempo di pensare a quello — rispose Carminillo. — L'impresa non sarà così facile quanto credi.

— E sempre questo totem!... — esclamò Pedro. — Che non si possa sapere per quale motivo siamo sbarcati in Africa?

— Per rallegrare gli orecchi dei riffani, almeno questa era la nostra intenzione, lo sai bene.

In quell'istante udirono il leone e la leonessa ruggire terribilmente. I due formidabili animali dovevano essersi appiattati l'uno a destra e l'altra a sinistra dello squarcio, pronti a piombare sui naufraghi se avessero tentata la fuga.

— Dovremo morire di fame e di sete qui dentro? — si chiese Pedro, il quale cominciava ad inquietarsi.

— Di sete no, poiché si ode un fragore d'acqua verso l'estremità della caverna — rispose Carminillo. — Che vi sia un altro passaggio, amico.

— Può darsi, Pedro.

— Se andassimo ad esplorare?

— L'idea mi sembra buona, tanto più che abbiamo il fanale di marina.

— Purché i leoni non approfittino della nostra assenza per prendere possesso del loro covo.

— Lasceremo quei due buoni fucili: Zamora e Janko.

— Ed i leoncini dove sono che non li vedo più?

— Si saranno rifugiati in qualche spaccatura, e forse ora dormiranno.

— Che il diavolo se li porti!... — esclamò lo studente. — Andiamo a vedere se si può uscire di qui senza subire l'attacco di quelle terribili bestie. Io sono convinto che vi sia qualche altro passaggio.

— Dal rumoreggiare di queste acque?

— Sì, Carminillo.

— E se andassimo a finire dentro un fiume?

— Meglio l'acqua che gli artigli e i denti, che spaccano le costole come se fossero biscotti.

— Una decisione dobbiamo prenderla, e senza ritardo, poiché dopo i leoni verranno i riffani a saccheggiare il veliero.

— E quelle canaglie tagliano nasi ed orecchi.

— Ed anche impalano e, qualche volta abbrustoliscono.

Tornarono verso la barricata e trovarono Janko occupato ad aprire un buco, colla navaja, in una botte.

— Ci prepari la cena? — chiese Pedro.

— Questi recipienti sono tutti pieni di farina — rispose Janko. — Chi sa fare il panettiere?

— Nessuno di noi, credo — dichiarò Carminillo. — E poi mancherebbe il forno.

— Cerchiamo di fuggire per l'altra uscita... — disse Pedro. — Zamora, che cosa fanno i leoni?

— Aspettano sempre la nostra uscita per piombarci addosso — rispose la gitana.

— Siamo assediati.

— E da bestie furibonde e forse anche affamate.

I due studenti visitarono e rinforzarono, alla meglio, la barricata, cacciando nelle fessure, un po' troppo larghe, delle alghe fortemente intrecciate, poi dissero: — Andiamo.

— Dove? — chiese Zamora. — Ci abbandonate, Carminillo!...

— No, andiamo a vedere se vi è un'altra uscita — rispose lo studente. — Coi vostri fucili vi sentite in grado di respingere quelle terribili bestie?

— Lo credo.

— Noi torneremo presto — assicurò Carminillo. — Bada però di non far esplodere qualche cassa di munizioni.

— Sarò prudente — rispose la gitana.

Pedro aveva acceso il grosso fanale di marina, perché la vasta caverna era quasi al buio.

— Conto su di te, Zamora — disse Carminillo, prima di allontanarsi.

— Puoi andare tranquillo, señor! Janko mi aiuta.

Il gitano che aveva bucata l'ultima botte, aveva mandato una rauca imprecazione.

— Farina!... Sempre farina!... Come potremo vivere noi se l'assedio si prolungasse?

— Mangeremo la leonessa che io ho fulminata fra le casse — rispose Carminillo.

— Cruda?

— Quando si ha fame tutto è buono, amico.

— Io ho fame, molta fame.

— Va' a domandare la cena ai leoni, se ti senti in caso di poterli affrontare.

— Ah, no!...

— Ed allora stringi, per questa sera, la cinghia dei tuoi calzoni.

— Vi ringrazio, señor — disse il gitano, con voce ironica. — Potevate lasciarmi a Salamanca od a Siviglia.

— Nessuno di noi ti ha pregato di seguirci.

— Lascia andare, Carminillo — suggerì Pedro. — Avete tutti e due dei fucili nelle mani, ed un colpo fa presto a scattare.

Già il gitano tormentava, col dito, il grilletto del mauser, come se si preparasse a far fuoco, e Zamora era balzata innanzi, pronta a proteggere i due studenti.

— Basta, Janko!... — gridò la giovane. — Vuoi farti uccidere?

— Da chi?

— Da noi — risposero gli studenti, i quali si tenevano in guardia.

— Morto io non potreste raggiungere i fianchi del Gurugù, se è vero che il totem del primo re zingaro è stato sepolto fra quelle balze.

— Ah!... L'amico dei mori!... — esclamò Pedro. — Lassù saremo accolti come principi spagnoli!... Ma che il diavolo se lo porti, e cerchiamo di uscire di qui. Io ne ho già abbastanza di questa prigionia.

— Eppure non siamo qui dentro che da due ore — disse Carminillo.

— Non ne posso più di questo assedio — dichiarò Pedro, il quale aveva presa la grossa lanterna di mare della nave contrabbandiera. — Zamora, attenta ai leoni.

— Pare che si siano calmati — rispose la gitana. — Non ruggiscono nemmeno più.

— Che se ne siano andati?

— Oh, no, señor! Poco fa ho veduta la leonessa a pochi passi dalla barricata. Non ci lasceranno più uscire senza aver prima mangiato qualcuno di noi.

— Speriamo di no, Zamora — disse Carminillo. — Se non riusciamo a trovare il passaggio digiuneremo un bel po'. Ora che la barricata è rafforzata non avrai paura di un nuovo assalto?

— No, mio señor. Non abbiamo i fucili e munizioni in abbondanza?

— Vuoi andare tu, con Janko, ad esplorare l'estremità della caverna? Dimmelo francamente.

— No, mio señor — rispose la gitana. — Io non ho paura a rimanere qui. La barricata resisterà, e poi un leone ed una leonessa sono caduti, quindi due avversari di meno.

— Torneremo presto, te lo promettiamo, Zamora — disse Carminillo. — Da questa situazione bisogna uscire, e credo che nessuno di noi abbia il desiderio di provare i denti d'acciaio di questi animalacci.

Si avvicinò alle casse, tendendo accuratamente gli orecchi, poi, non udendo né il leone né la leonessa ruggire, dopo d'aver fatto alla gitana un gesto d'addio, si mise in cammino dietro a Pedro, che illuminava la strada col fanale.

— Che cos'hai trovato? — chiese.

— Quattro leoncini nascosti sotto le alghe, e che ho uccisi col calcio del fucile — rispose Pedro.

— Odi sempre il fragore dell'acqua che scorre laggiù?

— Sì, Carminillo, e mi giunge anche in viso, di quando in quando, un soffio d'aria vivificante che non sa di caverna.

— Allora vi è un passaggio.

— Io ne sono convinto. Basta che i leoni ci lascino in pace.

— Coi due gitani dietro alla barricata mi sento tranquillo, Pedro. Facciamo però presto.

Si erano messi a correre attraverso gli strati di alghe marine, accumulate là dentro dalle grosse maree chissà da quanto tempo, e dopo d'aver fatto non pochi capitomboli su quel terreno tutt'altro che consistente, giunsero in fondo alla caverna.

Un grido altissimo era sfuggito ad entrambi.

— Il passaggio!... Il passaggio!...

Si erano trovati improvvisamente dinanzi ad una seconda caverna, forse più vasta della prima, ed illuminata da un gran fascio di luce che scendeva attraverso a qualche squarcio della vòlta. Anche là dentro vi erano alghe in gran quantità, inzuppate d'acqua, e sotto di esse si udivano rumoreggiare dei torrenti.

— Siamo salvi — disse Carminillo.

— Adagio, amico — rispose Pedro. — Avrà un'apertura che ci permetta di andarcene?

— E l'acqua dove si scarica? Seguiremo l'uno o l'altro dei torrenti, e vedrai che non avremo a pentircene.

— Hai ragione, Carminillo. Certe volte divento una vera bestia che non capisce più niente.

— Uno studente che è sempre stato uno dei più intelligenti dell'Università di Salamanca!

— Andiamo avanti o ritorniamo?

— Ora che abbiamo accertato che non vi sono dei leoni qui dentro, andiamo a difendere la barricata. L'esplorazione la potranno compiere i gitani.

— E se incontrassero delle pantere?

— Non sono persone da spaventarsi e da lasciarsi mangiare come biscotti — disse Carminillo.

— Allora al trotto! — esclamò Pedro. — Sono un po' inquieto anch'io di aver lasciato quei due giovani alle prese coi leoni.

Diedero un ultimo sguardo alla nuova caverna, tutta sussurrante d'acqua ingolfantesi sotto gli alti strati delle alghe, accumulate là dentro più dagli uomini che dalle grosse maree, non potendo queste giungere fino là, e si misero nuovamente in marcia. Avevano già percorsi più di cento passi, quando Pedro si arrestò bruscamente, dicendo: — Che io abbia veduto male?

— Che cosa hai scoperto? — chiese Carminillo.

— Nulla, — rispose Pedro — ma mi è parso che laggiù, in quell'angolo oscuro, le alghe si sollevassero.

— Se non ci giunge nemmeno la luce del fanale!... Vuoi che ci siano dei leoni nascosti sotto questi vegetali marini? — chiese Carminillo.

— Potrò essermi ingannato — rispose Pedro.

In quel momento, verso la barricata, si udì rimbombare un colpo di fucile.

— Accorriamo!... — gridò Carminillo.

Un formidabile ruggito aveva risposto allo sparo.

I due studenti precipitarono la corsa e trovarono Zamora, ritta dietro le casse, col mauser ancora fumante. Janko vegliava a pochi passi da lei, colla canna del fucile passata fra due botti, pronto anche lui a fare fuoco.

— Attaccano? — chiese Carminillo.

— Hanno fatto un tentativo, mio señor, ma hanno rinunciato subito — rispose la gitana.

— Ne hai ammazzato qualcuno ancora?

— Credo d'averlo mancato. Sono diventati estremamente prudenti, e non osano mostrarsi in piena luce.

— Sai che abbiamo trovata un'altra uscita?

— Che ci permetterà d'andarcene?

— Lo speriamo. Affideremo a te e a Janko l'incarico di esplorare la seconda caverna. Facciamo presto però, poiché qui non abbiamo che della farina da mangiare. Abbiamo, per nostra sfortuna, sbagliati i barili dei viveri.

— Sono pronta a partire — disse la gitana. — E... non ti succederà qualche disgrazia, señor, rimanendo a guardia della barricata?

— Rimane con me Pedro, che è un buon tiratore.

— Vedo bene che dobbiamo deciderci. I leoni da questa parte, non ci lasceranno certamente uscire senza attaccarci.

— Va', Zamora: fra qualche ora il sole sarà tramontato, ed altre belve potranno giungere.

— Andiamo, Janko.

— Alla conquista del totem? — chiese il gitano, con voce ironica.

— Della libertà, per ora.

— Può valere di più.

Si fece dare da Pedro la lanterna e si mise in marcia dinanzi alla gitana, per rischiararle la strada.

I due studenti li seguirono cogli sguardi per qualche tratto, poi si accostarono alle casse. A destra ed a sinistra dello squarcio si udivano il leone e la leonessa soffiare fortemente.

— Hanno fame — disse Pedro.

— Vadano a caccia — rispose Carminillo. — Le coste del Riff sono sempre state ricche di selvaggina.

— Se potessimo abbatterli senza uscire?

— Hum!... Non si fidano più ad attaccare di fronte.

— E durerà molto questo assedio?

— Solamente gli assedianti potrebbero dirtelo, mio povero Pedro. Avresti fame anche tu?

— Dopo il naufragio non abbiamo mangiato più nulla.

— Fa' il fornaio giacché ci sono qui quattro botti di farina.

— Non saprei fare una pagnotta, come non saprei...

— Taci, Pedro!...

Delle urla acutissime, laceranti, si erano alzate verso i due scogli contro i quali era naufragata la Kabilia. Pareva che parecchie dozzine di animali selvaggi fossero calati dall'altipiano per perlustrare la banchina contro i cui margini finivano di fracassarsi i corpi degli algerini e del gigantesco capitano.

— Che bestie sono? — chiese Pedro.

— Sciacalli, amico — rispose Carminillo.

— Non sono da temersi?

— Qualche volta sì. Guarda che banda si aggira intorno alla Kabilia.

Pedro non vedendo i leoni muoversi, spostò due casse e lanciò sulla banchina un lungo sguardo. Più di cento bestie, che stavano fra la volpe ed il lupo, sia per la statura, sia per il colore della pelliccia, si erano ammassate presso la nave naufragata, ululando spaventosamente.

Gli sciacalli non sono veramente pericolosi, quantunque abbiano l'abitudine di muoversi in gran numero e siano dotati di denti acutissimi. Lo diventano quando si cacciano in mezzo alle loro file delle jene, animali che di rado osano affrontare un uomo, anche se armato d'un semplice bastone, ma che hanno degli scatti furibondi quando sono alle prese colla fame.

Carramba!... — esclamò Pedro. — Che vengano ad offrirci una serenata?

— Così sembrerebbe — rispose Carminillo. — Se ci lasciassero dormire tranquilli, giacché il sole sta per tramontare, ci farebbero un gran favore.

— Va' a dirlo a loro in un orecchio.

— Bisognerebbe uscire e vi sono sempre i due leoni in agguato.

— Ed allora, mio caro, rassegnati a subire un concerto coi fiocchi.

— Mi turerò gli orecchi con un pezzo di fazzoletto, rinforzato da un batuffolo d'alghe.

Si era alzato guardando attraverso la fessura lasciata dalle due casse, impenetrabile agli animali di grosso taglio.

Il sole stava per tuffarsi in mare, lanciando gran fasci di luce rossa, i quali si riflettevano stranamente sulle onde che il vento, non ancora cessato, portava sempre verso la banchina.

— Sì, sciacalli e jene — disse Pedro. — Brutta compagnia!

— Non tanto quanto tu credi — rispose Carminillo. — Ci sveglieremo con un terribile male di capo, questo te lo assicuro io, poiché quando quelle bestie cominciano ad urlare, non la finiscono prima dell'alba.

— Andremo in cerca d'un farmacista. Vi sono, oggi, tanti rimedi contro il male di capo!...

— Sì, va' a trovarlo.

— Ed i gitani?

— Staranno esplorando... Chissà che estensione ha quella nuova caverna.

Pedro prese la chitarra, toccò qualche corda, poi disse: — Mi spiegherai ora, Carminillo, giacché i leoni ci lasciano tranquilli, perché mi hai condotto su questa costa abitata da tagliatori di nasi, di orecchi e di teste, e piena di bestie sempre affamate che domandano una bistecca bianca.

— Io ho condotto qui Zamora per poterle procurare il totem che le è necessario se vuole diventare regina dei gitani.

— Ma hai condotto anche me.

— Le avventure non ti sono mai spiaciute — osservò Carminillo.

— E dove si trova questo totem?

— Nascosto in una caverna del Gurugù.

— Quale? Chissà quante ve ne saranno lassù.

— Zamora ha ereditato da sua madre, che si dice sia stata fatta strangolare dal capo dei gitani di Siviglia, per non avere più regine, un vecchio fazzoletto di seta, coperto di linee di vari colori.

— Una carta topografica, insomma — disse Pedro.

— Sì, ma disegnata tre o quattrocento anni fa.

— E ci hai capito qualche cosa, tu?

— Credo di aver decifrato quell'imbroglio.

— Sei studente ingegnere alle miniere.

— Per questo ero forse il più adatto, mentre tu, che vuoi studiare legge, ci avresti perduto subito la testa.

— Carminillo, prega un po' quelle bestie di lasciarci scambiare due parole. È l'ora della cena e dovrebbero andarsene.

— Magra speranza.

— Allora prosegui, giacché i leoni continuano a sonnecchiare, io vorrei sapere perché il primo re gitano è stato seppellito nei fianchi del Gurugù.

— Alcuni secoli or sono, gitani e mori avevano frequenti rapporti, e quel monarca è morto sulla terra del Riff — rispose Carminillo.

— Ed è stato seppellito col totem?

— Sì, Pedro.

— Non valeva la pena di lasciare la Spagna per cercare la tomba di quel gitano. L'affare mi appare molto magro.

— No, poiché la regina ha confidato a sua figlia Zamora, che oltre il totem avrebbe trovato dei tesori inestimabili. Non ti piacerebbe diventare milionario? Tu sai in quali strettezze ci siamo trovati all'Università.

— Non so quante volte ho dovuto impegnare la mia chitarra — disse Pedro, ridendo. — Se si tratta di conquistare la ricchezza, sono pronto a seguirti anche sulla cima di quel Gurugù che fa tanta paura ai nostri compatrioti. E che cosa c'entra Janko in tutta questa faccenda?

— È il capo dei gitani di Siviglia che l'ha messo alle costole di Zamora.

— Per sorvegliarla?

— Credo che si tratti ben d'altro. Janko, ne sono convinto, ha avuto l'ordine d'impedire, con tutti i mezzi, a Zamora d'impadronirsi del totem, affinchè il potere rimanga sempre a lui.

— Sarebbe un traditore!... — esclamò Pedro.

— Io lo sospetto, ed anche Zamora è del mio parere.

— Ci darà quindi dei fastidi!...

— E chissà quanti quando saremo giunti sull'altipiano del Riff, che Janko ha visitato l'anno scorso per stringere accordi coi cedamori o per tentare di scoprire lui il totem.

— Non lo perderemo di vista, Carminillo. Quel giovane non tornerà probabilmente nella Spagna.

Poi guardando fisso lo studente agli ultimi raggi di sole filtranti attraverso le fessure della barricata, disse: — Siete rivali in amore è vero?

— Zamora non sposerà mai Janko.

— Ma tu, sposando lei, finiresti per diventare un gitano.

— Diverrò il principe consorte della regina di tutti gli zingari che abitano la Spagna e le coste dell'Africa.

— Bella posizione!...

— Ci sono stati dei lords inglesi, ed anche dei grandi di Spagna, che hanno sposate delle gitane, senza che fossero regine o figlie di regine — disse Carminillo. Poi, dopo un momento di silenzio, aggiunse: — Amo Zamora.

— Me n'ero accorto — rispose Pedro. — Bah!... Vedremo come finirà tutta questa faccenda, che è cominciata piuttosto maluccio. Abbiamo tre mesi di vacanza: andiamo dunque a cercare il totem.