I cani/Veltri

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12. Veltri

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Cane del San Bernardo Cane da caccia


Il signor Alfonso Karr, amantissimo dei cani, famigliare colla musica e figlio di un maestro di pianoforte, dice che tutte le razze così diverse e così numerose dei cani domestici sono tutte variazioni sopra un medesimo tema. Egli non sapeva che prima di lui aveva detto in sostanza la medesima cosa il signor Stefano Geoffroy-Saint-Hilaire colla sua teoria di unità di composizione. Ora si dice di tutti i viventi.

Nel veltro le variazioni sono nel senso di ottenere una somma leggerezza, quale si richiede per una somma velocità, e il bello e veloce animale, più bello che non intelligente e buono, col corpo allungatissimo, il petto molto ampio e il ventre molto stretto, le zampe alte e asciutte, il muso aguzzo, le orecchie diritte allo avanti, è fatto per correre, per inseguire, e ciò fa invero incomparabilmente.

Il generale Daumas dà piacevoli ragguagli intorno ai veltri della parte occidentale del deserto, chiamati slugui.

«Nel Sahara, egli dice, come in tutti gli altri paesi degli arabi, il cane non è che un servitore negletto, modesto, che si respinge da sé per quanto pure sia grande la utilità del suo ufficio, sia che faccia la guardia alla abitazione, sia che custodisca il gregge. Il solo veltro gode il favore, la stima, la tenerezza del suo signore. Il ricco come il povero vedono in lui l’indivisibile compagno di quei divertimenti cavallereschi, di cui i beduini sono così appassionati. Si tiene questo cane caro come la pupilla dell’occhio, gli si danno alimenti particolari, si lascia, per così dire, mangiare nel medesimo piatto del padrone, e si bada con somma cura alla purezza della razza. Un uomo del Sahara fa sovente venti, trenta miglia, per trovare ad una nobile cagna uno sposo degno di lei.

Il veltro della migliore specie deve in poco tempo raggiungere la gazzella fuggitiva. "Se lo slugui vede una gazzella che pascola, la raggiunge prima che abbia tempo di trangugiare il boccone che ha in bocca" sogliono dire gli arabi in prova della velocità e della bontà dei loro cani.

Se avviene che una cagna di razza pura si abbandoni alle lusinghe d’altro cane, e sia gravida, gli arabi le uccidono in corpo i figli appena sono un poco sviluppati. E non solo la sconsigliata perde i figli, ma talvolta paga colla propria vita il fio dell’errore. Il padrone la condanna a morte senza remissione. "Come" esclama egli "tu, cagna ben educata, cagna di nobile prosapia, ti abbandoni ad un plebeo! È un’infamia senza esempio; muori col tuo delitto!"

Quando la cagna ha partorito, il padrone non perde un momento per osservarne a dovere i figli e accarezzarli. Le donne vengono anch’esse, e li fanno poppare al proprio seno. E quanto più grande è la fama della madre, tanto più numerose sono le visite durante il puerperio. Tutti le recano doni, chi latte, chi «cuscussù» e non v’ha promessa, non v’ha lusinga, che non si metta in opera per ottenere un cagnolino di quella nobile prosapia. "Sono tuo amico, fratello mio, fammi questo piacere, e dammi quel che imploro. Ti accompagnerò volontieri alla caccia, ti servirò, e ti attesterò il mio affetto". Il padrone della puerpera, cui son fatte queste preghiere, vi risponde per lo più scusandosi perché non ebbe ancora il tempo di scegliere il cane della nidiata che vuol tenere per sé, prima di sette giorni non può affatto dir nulla. Tal riserbo ha il suo motivo in una osservazione che gli arabi credono di aver fatto. Nella nidiata della cagna veltra v’ha sempre un cagnolino che s’adagia sopra gli altri o per caso, o in conseguenza dei propri sforzi. Per convincersi interamente dell’eccellenza di quella bestiola, la si toglie dal suo posto, e si osserva se fra sette giorni lo avrà ricuperato. Se ciò capita, il padrone ha la più forte speranza di avere in esso un cane conveniente, e sarebbe inutile offrirgliene in cambio il migliore degli schiavi negri. Non vende di certo per nissun prezzo quel cane. Un altro parere segnala come migliori quei cani che sono nati il primo, il terzo, il quinto.

Dopo quaranta giorni i cani sono svezzati. Ciò nondimeno ricevono ancora quanto latte di capra o di cammella desiderano, ed anche datteri e «cuscussù». Non sono rari gli arabi che mantengono capre da latte affinché i piccoli veltri svezzati dalla madre possano poppare.

Quando il veltro ha tre o quattro mesi, la sua educazione comincia. Gli si fanno correre davanti sorci e topi, e lo si aizza contro quella cacciagione. In breve la nobile bestia dimostra molto gusto a quella caccia, e dopo poche settimane è già andata tanto oltre da poter venire adoperata contro altri roditori di maggior mole. All’età di cinque o sei mesi si esercita già alla caccia della lepre, la quale presenta molte difficoltà. I servitori vanno a piedi, conducendo il giovane veltro alla mano presso a un covo di lepre abitato, svegliano i dormienti, istigano il cane con lievi cenni all’inseguimento, e seguitano così finché esso non abbia imparato a pigliare il leprotto. Da questo si passa alle giovani gazzelle. Se ne avvicina con ogni precauzione l’istruttore, mentre esse riposano accanto alla madre, si volge ad esse l’attenzione del cane, lo si anima, finché sia impaziente, e lo si scioglie allora. Dopo poche esercitazioni si dà alla caccia con vera passione, anche per proprio passatempo.

Intanto, in mezzo a queste esercitazioni, il nobile animale ha raggiunto l’anno ed il pieno della sua forza. I suoi sensi si sono sviluppati, e segnatamente l’olfatto, che non pare in lui così limitato come negli altri veltri, ha ricevuto la sua compiuta perfezione. Tuttavia lo slugui non è ancora adatto alla caccia; tutt’al più quando ha quindici o sedici mesi, lo si adopera come gli altri. Ma da quel momento gli si domanda quasi l’impossibile, ed egli rende l’impossibile possibile.

Se un tal cane scorge un gregge di trenta o quaranta antilopi, trema tutto di eccitamento e di piacere; e guarda supplichevolmente il padrone, che tutto consolato suol dirgli: "Ah! figlio di giudeo, non mi dir più che non li hai veduti. Ti conosco, amico, ma faccio volontieri a modo tuo". Allora prende la sua fiaschetta, e innaffia al figlio del giudeo, all’amico, la schiena, il ventre, convinto che con ciò il cane sia assai più rafforzato che con qualsiasi altra cosa. Il veltro, dal canto suo, pieno d’impazienza, volge al padrone occhiate supplichevoli. Alfine si vede libero, balza di contentezza, e piomba come una freccia sulla preda, scegliendosi sempre il capo più bello e forte del gregge. Appena ha ghermito una gazzella o una antilope riceve la sua decima, cioè la carne delle costole; lascerebbe con disprezzo le interiora.

Il veltro è assennato e molto vanitoso. Se prima della caccia gli si addita una bella antilope, e non venga a capo di acchiapparla, ma ne prenda un’altra, e venga perciò rimbrottato, è molto dolente, e si trae vergognoso indietro, rinunziando al suo diritto di caccia. L’educazione che riceve lo rende incredibilmente vanitoso. Un veltro aristocratico non mangia mai sopra un piatto di pulizia problematica, e non beve il latte in cui qualcuno ha intinto la mano. I suoi educatori lo hanno avvezzato ad aspettarsi i maggiori riguardi. Mentre agli altri cani è molto se si getta qualche alimento, costringendoli a cibarsi degli avanzi e delle ossa che disprezza il veltro, mentre sono scacciati dalla stanza e dalla mensa, il veltro dorme accanto al padrone sul tappeto, e sovente nel letto. Lo si veste perché non abbia a patire il freddo, lo si copre come un nobile cavallo, si cerca di sollazzarlo se è di cattivo umore, e tutto ciò perché i suoi sgarbi sono, a quanto dicono, un attestato della sua nobile origine. Si trova piacere ad adornarlo di ogni sorta di ornamenti; gli si mettono collari con conchiglie; gli si appendono talismani per preservarlo dalla iettatura; si preparano colla maggior cura i suoi alimenti, e gli si dà quel che si ritiene prelibato boccone. E non è tutto ancora: il veltro accompagna il padrone quando questo va a fare le sue visite, e al pari di lui riceve nella più ampia misura le accoglienze: ha la sua parte di ogni vivanda.

Il nobile veltro caccia solo col padrone. Una tale affezione e la nettezza dell’animale valgono la pena che gli si mette d’intorno. Se dopo un’assenza di alcuni giorni il padrone ritorna, il veltro balza giubilante fuori della tenda, e d’un salto slanciasi sulla sella, per accarezzare il caro reduce, il quale gli dice: "Mio caro amico, scusami, era necessario che io ti lasciassi, ma d’ora innanzi vado con te, poiché ho bisogno di carne; sono ristucco dei datteri, e tu sarai gentile tanto da procacciarmi carne". Il cane riceve quelle tenerezze come se le apprezzasse parola per parola.

Quando un veltro muore, è un gran dolore per tutta la tenda. Le donne e i bambini piangono, come se avessero perduto un caro congiunto. E invero sovente hanno perduto molto, perché era il cane che manteneva tutta la famiglia. Uno slugui che caccia pel povero beduino non è mai venduto, e solo in caso di assoluta necessità si può rassegnare il padrone a regalarlo ad un parente od a qualche marabutto pel quale si ha un grande rispetto.

Il prezzo di uno slugui che acchiappa le gazzelle è eguale a quello di un cammello; per un veltro che prende le più grosse antilopi si paga di buon grado come per un bel cavallo».

Degno di esser riferito è pure ciò che dice il Brehm.

«Nell’anno 1848 passai parecchie settimane nel villaggio di Melbess, nel Kordofan, e vi ebbi varie occasioni di osservare il veltro dell’Africa centrale. Sebbene coltivino cereali, gli abitanti fanno il principale loro nutrimento di bestiame e di selvaggina. Per tali ragioni mantengono soltanto cani da pastore e veltri; i primi cogli armenti, gli altri nel villaggio. Era una vera delizia l’andare a zonzo per quel villaggio; innanzi ad ogni abitazione sedevano tre o quattro di quelle magnifiche bestie, che si sorpassavano l’una con l’altra in bellezza. Erano vigilanti e perciò molto diversi dagli affini. Proteggevano anche il villaggio contro le aggressioni notturne delle iene e dei leopardi; solo col leone non si cimentavano. Di giorno stavano silenziosi e tranquilli; la loro vita vera aveva principio al cader della notte. Si vedevano allora arrampicarsi sui muri; salivano persino sopra i tetti di paglia dei «dokhall», o capanne rotonde con un tetto conico, probabilmente per trovare colà un posto appropriato all’esplorazione coll’occhio e l’orecchio. La loro agilità nell’arrampicarsi eccitava a buon diritto la mia ammirazione.

Già in Egitto aveva osservato che i cani stanno di notte più sulle case che non nelle vie. Ma là le case hanno tetti piani ed uniti, mentre a Melbess non erano né l’uno né l’altro; tuttavia i cani vi si trovavano così comodamente come sotto sulla terra piana. Quando la notte scendeva, s’udiva dapprima qua e là uno squittire, un abbaiare, poi succedeva il silenzio, e si sentiva tutt’al più il rumore prodotto dai cani se correvano sopra i tetti, sotto cui si giaceva. Durante tutto il tempo del mio soggiorno non passò una notte senza che trovassero l’occasione di servire l’uomo. Quando una iena, un leopardo, un ghepardo, cani selvatici od altri carnivori si avvicinavano la notte al villaggio, se un cane scorgeva gli odiati visitatori metteva pochi suoni particolari, e in un batter d’occhio tutta la comitiva era pronta. In pochi salti ogni cane scendeva dal posto elevato di osservazione, una schiera sul momento si formava nella via, e questa si precipitava frettolosa fuori del villaggio per combattere il nemico. Per lo più un quarto d’ora dopo tutta la brigata era di nuovo radunata: l’avversario aveva preso la fuga, e i cani tornavano vittoriosi. Si mostravano paurosi solo quando un leone s’avvicinava; allora strisciavano ululando in un angolo della seriba o del recinto spinoso del villaggio.

Ogni settimana, portava due giorni di festa a quegli animali. All’alba s’udiva risonare nel villaggio un corno, e questo destava fra i cani un’animazione indescrivibile. Quando io udii per la prima volta il suono di quel corno, non sapeva assolutamente che cosa potesse significare; ma i cani intendevano molto bene quel che volesse dire. Da ogni casa sbucavano con salti indiavolati tre o quattro cani, che badavano da qual parte venisse il suono, partivano come il lampo, di modo che in pochi minuti un esercito di almeno cinquanta o sessanta cani era radunato intorno al sonatore del corno. Simili a fanciulli impazienti essi si affollavano intorno a lui, saltando, ululando, abbaiando, squittendo, guaiendo, correndogli attorno, digrignandosi i denti a vicenda, respingendo gelosamente quei che stavano più presso all’uomo, insomma dimostravano un’eccitazione estrema in ogni movimento, in ogni grido. Quando vidi allora uscire dalla maggior parte delle case i giovani colle lance e vari arnesi e funi, intesi il significato del corno: era il segnale della caccia. Allora gli uomini s’affollarono intorno ai cani, ed ognuno cercò i suoi in mezzo a quel brulicame. Un uomo ne conduce da quattro a sei, ma ha il suo bel da fare per tenere a freno gli impazienti animali. Era uno spingersi, un tirare innanzi, uno squittire, un latrare senza fine! Finalmente la schiera uscì dal villaggio, ordinata alla meglio, e porgendo uno spettacolo veramente magnifico. Si andava poco lungi, perché i boschi vicini presentavano un’abbondevole caccia, la quale era relativamente facile in grazia dello zelo e dell’abilità dei cani. Giunti ad una fitta boscaglia si formò una gran catena, e si sguinzagliarono i cani. Questi si precipitarono nel fitto della macchia, e ghermirono tutta la selvaggina cacciabile che si trovava colà. Mi si portarono ottarde, galline di faraone, francolini, persino pterocli che erano stati presi dai cani. Non occorre ch’io dica di più per attestare la destrezza di queste eccellenti bestie. Un’antilope non sfugge loro mai, perché si mettono in quattro o in sei per incalzarla. La selvaggina abituale si compone di antilopi, di lepri, di gallinacei; tuttavia altri animali ancora sono ghermiti dai cani, per esempio, cani selvatici (Canis simensis), volpi delle steppe (Vulpes famelica) ed altri carnivori, e mi fu assicurato che cadono preda dei veltri anche i leopardi, le iene, i ghepardi.

Quei cani sono l’orgoglio degli abitanti delle steppe, e sono anche da questi custoditi con una certa gelosia. Non si trovano presso agli arabi stazionari delle bassure del Nilo, e solo di rado un abitante delle steppe scende sino al Nilo con due o tre dei suoi favoriti. In tali occasioni ne perdono di solito uno per cagione del coccodrillo. I cani nati sulle sponde del Nilo o de’ suoi affluenti e colà cresciuti non sono mai sorpresi dai coccodrilli. Allorquando vogliono bere si avvicinano solo colla maggior cautela al fiume e non vi si tuffano cecamente come l’inesperto cane delle steppe. Un cane del Nilo, per dirla in breve, si appressa con prudenza alla sponda del fiume, osserva attentamente l’acqua, cammina cautamente sino alla superficie di essa, fissa gli occhi sul perfido elemento e beve a sorsi, traendosi affrettatamente indietro alla più lieve ondulazione; il cane delle steppe invece non pensa che qualche cosa possa essere nascosto nell’acqua, vi si slancia per rinfrescarsi il corpo e il petto, e cade di frequente vittima del coccodrillo. Non posso dire se questa sia la cagione per la quale non si tiene presso al Nilo nessun veltro, o se ve ne sia un’altra».

I signori persiani si tengono carissimi i loro veltri, li riparano dal freddo, almeno nelle contrade al nord di quello estesissimo impero, coprendoli l’inverno con gualdrappine, li accarezzano, se ne compiacciono in ogni modo. Io domandai un giorno a un rispettabile personaggio di quella nazione, uomo molto religioso, come mai mentre si lavava scrupolosamente le mani quando gli avveniva, cosa rarissima, di toccare un cristiano, non avesse poi scrupolo ad accarezzare il suo veltro palpandogli il dorso.

«Un cristiano e un cane» soggiunsi «sono immondi allo stesso modo, e quelle medesime abluzioni che bisogna fare dopo aver toccato l’uno, bisogna pur farle dopo aver toccato l’altro».

Quel personaggio mi disse che io era in errore. I cristiani sono immondi in ogni caso e sempre, e non può mai l’uomo fare a meno di lavarsi quando li ha toccati. Ma pei cani è un altro conto. Sono immondi i cani vaganti, ma i cani della casa, i veltri, non hanno d’immondo che la punta del naso, perché è umida. Tutto il resto è mondissimo. La difficoltà, pertanto, si risolve con lo scansare di toccare loro la punta del naso.

I signori persiani vanno pazzi di quelle cacce che fanno a cavallo, giovandosi in pari tempo dei cani e dei falchi.

Anche in Europa, quando si cacciava coi falchi, si adoperavano pure i cani.

Ruggero s’incontrò, quando appunto ne avrebbe avuto meno voglia, in un servo presso il castello della fata Alcina:

Il servo in pugno avea un augel grifagno
Che volar con piacer facea ogni giorno,
Ora a campagna, ora a un vicino stagno,
Dove era sempre da far preda intorno;
Avea da un lato il can fido compagno,
Cavalcava un ronzin non troppo adorno...

L’Ariosto trae pur partito dell’alleanza, talora dubbiosa, del cane e del falco in caccia per una singolare similitudine. Il medico che era stato indotto da Gabrina ad avvelenare Filandro, è costretto da quella a bere una parte del veleno e si trova

Come sparvier che nel piede grifagno
Tenga la starna e sia per trarne pasto,
Dal can, che si tenea fido compagno,
Ingordamente è sopraggiunto e guasto...

La caccia principale che fanno i signori persiani coi veltri e coi cani è alle gazzelle; ma fanno anche quella ben più difficile agli asini selvatici.

Il falco piomba sul capo della gazzella, la stordisce battendo le ali e anche conficcandole negli occhi gli artigli, per modo che il povero animale perde la tramontana e non fa più altro che saltellare girando su se stesso. Il cane arriva frattanto, e dietro di gran carriera il cacciatore. Per quanto eccellenti siano quei cavalli che adoperano i signori persiani in tali cacce, c’è tuttavia non di rado, per la furia che invade cavallo e cavaliere, e lo andare avanti sfrenatissimamente senza più badare a nulla, un reale pericolo della vita. Ciò poi tanto più quando la caccia è fatta all’asino selvatico, che fugge a precipizio fra balze e dirupi.

Io avea letto che qualche volta i veltri in Persia, sovrattutto quelli portati dalle Indie, si rivoltano contro il cacciatore e gli minacciano la fine di Atteone. Cercai di verificare la cosa quando mi trovai sul luogo, interrogai persone competentissime nella materia, e le risposte furono tutte negative.

La sveltezza del veltro, la smania del cacciare, furono magnificate dai poeti.

Rodomonte si trovò davanti a un fosso che
Poco era men di trenta piedi o tanto,
Ed egli il passò destro come un veltro...

Bradamante e Marfisa fremono di non poter partecipare al combattimento

Come levrier che la fugace fera
Correre intorno ed aggirarsi mira,
Né può cogli altri cani andare in schiera,
Ché ’l cacciator lo tien, si strugge d’ira,
Si tormenta, s’affligge e si dispera,
Schiattisce indarno, e si dibatte e tira...

Le cagne nere che nel secondo girone del settimo cerchio dell’Inferno inseguono i violenti, correvano

Come veltri che uscisser di catena.

La ferocia con cui il veltro insegue la lepre e l’azzanna viene in mente a Dante quando espone a Virgilio il suo terrore che i demoni scherniti li possano inseguire e raggiungere:

Se l’ira sovra il mal voler s’aggueffa,
Ei ne verranno dietro più crudeli
Che cane a quella levre ch’egli acceffa.

Un personaggio di Shakespeare dice:

«Il vostro ingegno è vivo, si slancia, come un veltro, d’un balzo sulla preda». Il veltro allegorico di Dante, che fece spargere tanto inchiostro, fu trovato da un moderno essere Vittorio Emanuele II.