I drammi della schiavitù/3. Il re Bango

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3. Il re Bango

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III.


Il re Bango.


Nel 1858, cioè all’epoca in cui si svolge questa veridica istoria, il re Bango era all’apogeo della sua potenza. Le sue orde, guidate da valenti guerrieri, avevano conquistato i paesi circostanti, portando i confini del suo reame a settantadue chilometri dalla foce dell’Ogobai, minacciando di assorbire perfino le numerose tribù dei Baccalai che occupano le regioni interne e le rive dell’alto corso di quel grande fiume.

Questo re ubbriacone e feroce, in quel tempo esercitava la tratta degli schiavi su larga scala, ed era noto a tutti i guerrieri.

Avido come lo sono in generale quasi tutti i despoti negri, manteneva gran parte della popolazione sotto le armi, per lanciarla ora contro questa ed ora contro quella tribù dell’interno, onde non lasciare sprovvisti di schiavi i suoi baracon situati sulla costa. In mancanza di prigionieri, questo miserabile, vendeva perfino i suoi sudditi!... [p. 22 modifica]

Diamine! Sua Maestà negra non doveva rimanere senza tafià, e senza rhum, liquidi che poteva solamente ottenere dai negrieri; ed in mancanza di schiavi caricava i vascelli di sudditi.

Questa canaglia di monarca, aveva organizzato un’attiva sorveglianza su un grande tratto di costa, per essere pronto alle richieste dei negrieri ed avvertirli dei pericoli che correvano da parte degli incrociatori inglesi, francesi e americani, che ronzavano di frequente nei pressi della vasta baia di Lopez.

I suoi pombeiros — con tale nome si chiamano i negri, che conducono le carovane di schiavi e che si dedicano alla tratta — si trovavano scaglionati in grande numero sulla costa, per sorvegliare le mosse delle navi da guerra e spiare l’arrivo delle navi negriere.

Nei due grandi baracon, che sorgevano sulle sponde della baia, e dei quali anche oggidì si scorgono gli avanzi, manteneva sempre delle centinaia di schiavi pronti ad essere stivati nei frapponti delle navi negriere, ma la sorveglianza degli incrociatori, i quali facevano su quelle coste dei frequenti sbarchi, lo costringevano sovente a ritirarli nell’interno e li radunava sulle sponde del Nazareth, sulle cui acque le sole navi negriere ardivano avventurarsi.

Appena giunta la Guadiana, Bango lasciò la sua capanna reale seguìto dai suoi maghi, dai grandi dignitari, dalle sue trecento mogli e da un corpo di guerrieri scelti, per accogliere degnamente il capitano Alvaez, che conosceva da lunga data, e che sapeva non essere taccagno come i suoi colleghi.

Bango aveva a quell’epoca poco più di trent’anni, ma le orgie sfrenate, l’abuso soverchio di liquori e del vino di palma, l’avevano invecchiato e indebolito assai, tanto che pareva avesse superata la cinquantina.

Aveva indossato il suo costume più bello e le sue gioie più scelte, diventando più ridicolo che mai. Si era messa sul capo la sua famosa corona, un diadema da teatro, regalatogli da una casa brasiliana1, composto di un cerchio d’oro massiccio ornato di pietre false, mettendovi sopra un elmo da pompiere tutto ammaccato; aveva indossato un lurido e cencioso frak, ma che era adorno di cordoni dorati e di due monumentali spallerini; un sottanino da saltimbanco cosparso di lustrini e le sue gambe si perdevano entro un paio di lunghi stivali, che dovevano avere appartenuto a qualche gigante, a giudicarli dalla larghezza e lunghezza delle piante.

Un gran numero di braccialetti di rame e di ottone ed un [p. 23 modifica] bastone col pomo argentato, che doveva avere appartenuto a qualche capo-musica, completavano l’abbigliamento di quel monarca di negri, il quale per umettarsi la lingua in attesa di bagnarla col tafià del negriero, rosicchiava con visibile soddisfazione il suo ultimo pezzo di sapone color di rosa e profumato.

Alvaez, il mastro, ed una dozzina di marinai armati, non essendo cosa prudente sbarcare inermi fra quella tribù, che poteva giuocare un brutto tiro per impadronirsi della nave, con pochi colpi di remo attraversarono il fiume e sbarcarono ai piedi dei grandi baracon che si estendevano lungo la riva per un buon tratto, salutati da grida di gioia e da parecchi colpi di fucili sparati dalla scorta del re.

Bango si avanzò con molta gravità incontro al capitano e gli strinse la mano all’europea, poi prese dalle mani di mastro Hurtado una bottiglia del miglior tafià e la tracannò quasi tutta.

— È del migliore — disse, da uomo che se ne intende. — Senza di questa non sarei stato capace di parlare, capitano. Come stai?... E i tuoi uomini?... Mi hai portato molto tafià? Le mie cantine sono a secco e le mie donne hanno molta sete, sai. Sono tre lune che io ti aspetto e che sospiro un sorso di rhum e...

— Basta — disse Alvaez, ruvidamente. — Non sono sbarcato per udire le tue chiacchiere, Bango. I miei minuti sono contati e se non mi sbrigo, corro un grave pericolo.

— Un pericolo?

— Sì, due incrociatori mi aspettano per darmi la caccia.

Bango lasciò cadere la bottiglia e, la sua pelle, più nera di un sacco di carbone, divenne grigiastra, cioè pallidissima.

— Ma allora corro un grave pericolo anch’io — gemette. — E i miei gangas non me lo hanno detto!... Ne farò gettare due ai coccodrilli del fiume.

— Lascia in pace i tuoi stregoni ed ascoltami senza farmi perdere tempo. Quanti schiavi hai da consegnarmi?

— Cinquecentoventi.

— Ne volevo seicento.

— Vi aggiungerò ottanta sudditi.

— I tuoi sudditi sono poltroni come te e te li lascio. Bisogna che fra tre ore i tuoi schiavi siano sulla mia nave.

— È impossibile, capitano, combinare un così grosso affare fra tre ore. Non mi lasci nemmeno il tempo di vuotare una bottiglia di tafià.

— Se ti preme sbarazzarti dei tuoi schiavi, me li consegnerai senza tante discussioni. [p. 24 modifica]

— Ma gli schiavi sono in rialzo, le spedizioni diventano pericolose, fruttano poco e...

— Ti conosco, vecchia pelle. Non cominciare con delle storie rancide, od io sciolgo le vele e vado a caricare sulle rive del Congo o della Coanza, dove vi è abbondanza di schiavi.

— Ti farai prendere dagli incrociatori.

— Questo è affare mio. Orsù, andiamo al pombo.

— Non ho il mio pombeiro.

— Farò senza il tuo grande mediatore. Fra noi ci intenderemo meglio e più presto.

— Ma tu sai che occorre del tempo per un così grosso affare.

— Basta, Bango. Ti ho detto che due incrociatori mi aspettano fuori della baia ed io non ho voglia di farmi catturare pei tuoi begli occhi da coccodrillo.

Il negro, che cercava di stancare la pazienza del capitano per imporgli più tardi delle condizioni gravose, vedendo che non vi era modo di spuntarla, si rassegnò a condurlo nel pombo il quale non è altro che un grande cortile dove si concludono le compere e le vendite.

Seguìto dai suoi maghi o gangas e dai principali dignitari, condusse il capitano ed i suoi uomini nell’interno di un grande baracon, dove aveva già fatto trasportare il suo trono, consistente in un seggiolone sgangherato e sormontato da una testa di coccodrillo, emblema della sua tribù.

Il capitano fece distribuire le bottiglie, che i marinai avevano portate, contenenti del tafià di qualità superiore e del rhum più forte, preliminare questo, che i negri osservano scrupolosamente. Senza quella prima bevuta, sarebbe stato fiato sprecato, poichè i negri trattano i loro affari colla bottiglia alla mano a loro svantaggio però, perchè i negrieri approfittano della loro ubriachezza per ingannarli all’ultimo momento.

Ordinariamente le trattative, per l’acquisto degli schiavi richiedono delle lunghe ed animatissime discussioni, che terminano sempre con delle colossali bevute, ma senza venire ad una conclusione. I negri, grandi chiacchieroni, non valutano il tempo; che un affare si concluda oggi o fra una settimana, poco a loro cale, tanto più quando sanno che il compratore paga da bere.

Cominciano col chiedere sempre il doppio o il triplo del valore dello schiavo o della merce, poi a poco a poco ribassano il prezzo, ma continuano a suscitare ostacoli, finchè vedono che il compratore ha esaurita tutta la sua pazienza e soprattutto la provvista di tafià. [p. 25 modifica]

Alvaez però, non era uomo da perder tempo in vane chiacchiere, specialmente ora che sapeva di essere atteso dagli incrociatori. Voleva affrettare il carico a qualunque costo, per uscire dalla baia col favor delle tenebre. Conoscendo i passi ed i banchi, sperava di prendere il largo senza essere veduto dai suoi accaniti nemici.

— Spicciamoci, — disse a Bango, che continuava a baciare, coll’avidità d’una scimmia macaco, la bottiglia di tafià datagli dal mastro. — Berrai più tardi, se vorrai.

— Ti ascolto, — disse il monarca. — Ma ti avverto che i prezzi dei negri sono rialzati.

— Me lo hai già detto, ma, io so che al Congo l’ebano vivo2 abbonda.

— Ma è lontano.

— La mia nave fila come una rondine marina. Orsù, quanti uomini?

— Trecento, tutti sani, vigorosi, bei pezzi di guerrieri.

— Quante donne?

— Cent’ottanta e il rimanente ragazzi.

— Il prezzo?

— Lasciami bere un sorso prima. Corri come la tua nave.

— Ti ho detto che ho fretta e che gli equipaggi delle navi da guerra possono sorprendermi qui.

— Vuoi spaventarmi? — urlò il re, tremando e guardandosi attorno, per accertarsi di non essere stato abbandonato dalla sua scorta.

— Non vale la pena; so che tu non hai paura, e che sei un re potente.

— È vero, — disse il monarca. — Bango non ha paura.

— Il prezzo?

— Ma gli schiavi sono...

— In rialzo, me lo hai ripetuto dieci volte, furbo compare. Lascia andare le chiacchiere, o giuro sui tuoi feticci di andarmene al Congo.

— Dunque vuoi lasciarmi senza tafià? Cosa diranno le mie donne? — piagnucolò il monarca.

— E il tuo ventre, ubriacone! — disse il mastro.

— Basta, per mille corna del diavolo! — esclamò Alvaez, che perdeva la pazienza. — Il prezzo, o faccio salpare le àncore e ti lascio gli schiavi. [p. 26 modifica]

— Non andare in collera, compare.

— Ne ho abbastanza delle tue chiacchiere e conosco la tua tattica che è quella di far perdere la pazienza alle persone. Il prezzo, ti ripeto.

— Hai tanta fretta e non mi hai dato che due bottiglie mentre le altre volte ne vuotiamo parecchie...

— Vuoi finirla?...

— Bene, bene, mi rifarò un’altra volta. Dunque tu vuoi sapere il prezzo. Hum! Sono un po’ cari gli schiavi questa volta. Quei dannati Baccalai si difendono come leoni, e non si lasciano più cogliere di sorpresa dai miei bravi guerrieri. E i Fani?... Nell’ultimo combattimento mi hanno ammazzato più di trecento uomini e me ne hanno storpiati mille almeno.

— Ricominci le chiacchiere ora? — disse Alvaez, facendo atto d’alzarsi.

— No, compare, ti esponevo i pericoli e le fatiche che devono affrontare i miei valorosi guerrieri.

— Me ne infischio io delle tue bande di furfanti.

— Sai che ho perduto tre dei miei più valenti capi, per imprigionare il gran capo Niombo?

— Niombo? Chi è quest’uomo?

— Il più terribile negro dell’Africa equatoriale, un uomo che possiede una forza prodigiosa e che se non riuscivo a catturarlo, avrebbe distrutto il mio regno.

— Era un re?

— E un re potente, poichè tutti i Fani, i Grebo, i Mopanghi, i Baccalai e perfino i Kru della costa gli erano sottomessi.

— Viene dall’interno?

— Chi lo sa? Si dice che sia un figlio del re di Cacongo, ma non ti saprei dire se ciò sia vero; però deve essere di sangue reale e di buon sangue.

— E come lo hai catturato?

— Le mie bande lo sorpresero in un villaggio poco discosto dai miei confini, mentre era accompagnato da una cinquantina di guerrieri, ma pagarono ben cara la vittoria. Mi si disse che Niombo si difese come un leone e che da solo uccise più di trenta assalitori, quantunque fosse armato di una semplice mazza.

— Vuoi cedermelo? — chiese Alvaez.

— Sì, ma quell’uomo lavorerà come dieci schiavi e perciò me lo pagherai più caro.

— Vedremo.

— Ma... [p. 27 modifica]

— Cosa c’è d’altro?

— Voglio disfarmi anche di una schiava di sangue mezzo bianco.

— Hai fatto prigioniera anche una meticcia?

— Sì, e quantunque sia bella come il sole, non voglio tenerla con me. È fiera come una leonessa ed ha quasi strangolato tre donne del mio harem.

— Che istoria mi narri tu?... Come mai una meticcia si trova qui, nel paese dei negri?

— Tu sai che noi monarchi abbiamo due o trecento mogli. Pare che il padre della ragazza che era un re, possedesse fra le sue anche una donna di razza bianca, probabilmente qualche portoghese di Benguela.

— Tu mi metti in curiosità, Bango. Se vuoi, acquisterò Niombo e la meticcia.

— Ed io te li cedo volentieri, poichè, se devo dirtelo, io ho paura di tutti e due.

— Tratteremo questo affare a parte. Fissami il prezzo dei tuoi negri ora: il tempo passa e non voglio lasciarmi sorprendere qui dalle truppe da sbarco degli incrociatori.

— Per gli adulti mi darai cento pannos ciascuno, per le donne ottanta e cinquanta pei ragazzi. Vedi, compare, che Bango è onesto.

— Come un ladro, — disse il capitano alzandosi, mentre i suoi marinai facevano altrettanto.

— Dove vai? — chiese il monarca spaventato.

— A far salpare le àncore. Al Congo o alla Coanza troverò dei venditori più onesti e meno chiacchieroni di te.

— Il prezzo degli schiavi è in rialzo.

— Ed io me ne infischio dei tuoi rialzi o ribassi. Va’ a derubare chi vuoi, ma non me.

— Fa’ portare delle altre bottiglie di tafià e c’intenderemo meglio.

— Non ho tempo da perdere: vado al Congo.

— Vuoi dunque che io ti regali i miei negri? — piagnucolò l’ubbriacone.

— Ti darò ottanta pannos per gli uomini, sessanta per le donne e quaranta pei ragazzi. Ho detto e non ti darò un pannos di più.

— Aggiungerai una bottiglia di rhum per ogni capo.

— Vada per la bottiglia.

— Un fazzoletto per le mie trecento mogli.

— Vada pel fazzoletto. [p. 28 modifica]

— Una fiasca di polvere pei miei guerrieri.

— E una palla per affogarti nel fiume, — disse il mastro.

— E una corda per appiccare questo ladrone, — aggiunse Alvaez. — Non ti darò un granello di polvere sopra i contratti.

— Ma i miei guerrieri...

— Basta o me ne vado. Conducimi a vedere gli schiavi, mentre i miei uomini sbarcheranno le mercanzie. Fra due ore voglio lasciare la baia.


  1. Storico.
  2. Espressione che significa: schiavi da comperare.