I pescatori di balene/IX. I furori dell'oceano artico

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IX. I furori dell'oceano artico

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VIII. I primi ghiacci X. La scogliera

IX


I FURORI DELL'OCEANO ARTICO


Tutta quella notte il «Danebrog» continuò a urtare contro i ghiacci che di ora in ora diventavano più numerosi e più grandi e due altre volte corse il pericolo di farsi schiacciare da due immensi «icebergs» che non erano stati scorti a tempo e che gli erano passati a sole poche braccia, a babordo l'uno ed a tribordo l'altro. Fortunatamente, come il tenente aveva predetto, ai primi albori quelle fitte brume cominciarono a rompersi, lasciando vedere qua e là dei tratti di mare ed i ghiacci che li coprivano. Sorto il sole, si alzarono bruscamente formando in cielo una nuvola color del piombo, il cui aspetto nulla di buono prometteva.

Uno splendido quadro apparve tosto all'equipaggio del vascello, che si trovava tutto in coperta.

Fin dove giungevano gli occhi, il mare, che in quel momento era perfettamente calmo, senza la più piccola ruga, appariva coperto di ghiacci che un superbo e ancor caldo sole d'autunno faceva scintillare vivamente.

Qui si ergevano gli «icebergs» imponenti, aguzzi, brillanti come se fossero di quarzo; là si alzavano delle piramidi stupende dalle pareti liscie, tinte di un verde superbo alla base e fiammeggianti sulla cima; più oltre si slanciavano arditamente in aria svelte colonne tutte infuocate dai raggi del sole, e più oltre ancora punte aguzze, grandi arcate sotto le quali il mare prendeva la tinta opaca della malachite alternata colle trasparenze dello smeraldo, massi enormi che parevano di marmo incrostati di grandi opali e di perle, strane cupole d'un azzurro magnifico, poi piccoli «streams» di forme allungate, piccoli «palks» di forme circolari, dirupati «hummoks» dai cui fianchi scendevano con lieve mormorio cascatelle d'acqua, poi altri «icebergs» ancor più scintillanti, poi altre colonne fiammeggianti, altri massi, altre cupole ed infine, lontano lontano, verso il nord, un gran campo di giaccio, un vero «ice-field», sopra cui splendeva quella luce biancastra, acciecante, che sale fino alle nubi, che si vede a grandi distanze e che i marinai chiamano «ice-blink».

Un silenzio perfetto, strano, regnava sopra quell'immensa distesa di ghiacci, e due soli uccelli, due poveri gabbianelli, solcavano quella abbagliante atmosfera, mandando di quando in quando un triste grido.

— Ventre di balena! — esclamò Koninson che, come il solito, si trovava vicino al signor Hostrup. — È uno spettacolo superbo, tenente.

— Non dico di no, ma sarei più contento se non l'avessi dinanzi agli occhi — rispose l'ufficiale.

— Perchè, signore?

— Perchè questi ghiacci finiranno coll'unirsi e, se ci prendono in mezzo, per il «Danebrog» sarà finita.

— Il nostro vascello ha un solido sperone.

— Ma i ghiacci avranno allora uno spessore tale da sfidare lo sperone di una fregata di cinquemila tonnellate. E poi, non conti tu le pressioni?

— Le costole del «Danebrog» sono ancora salde, signore.

— Ma le pressioni sono formidabili, Koninson. Quando i ghiacci non trovano più posto, stritolano irresistibilmente tutto ciò che impedisce loro di allargarsi. E tu sai quanti vascelli colarono a picco completamente stritolati!

— Ditemi, tenente, è proprio terribile la forza del ghiaccio?

— Immensa, fiociniere.

— E perchè?

— Per il semplice motivo che l'acqua, congelandosi, cresce di volume. Mi ricordo d'aver veduto una palla di ferro che era stata riempita d'acqua e poi collocata in una ghiacciaia ove il termometro segnava 4° sotto zero, scoppiare come se fosse di vetro.

— Se me lo dicesse un altro non ci crederei, tenente.

— Io so che anche un cannone scoppiò.

— Un cannone!

— Sì, fiociniere, e aggiungerò che l'esperimento fu fatto da Huggens nel 1667. Questo Huggens aveva riempito d'acqua un pezzo d'artiglieria di ferro, le cui pareti avevano uno spessore di tre centimetri, poi l'aveva ben chiuso. Alla notte l'acqua gelò e al mattino fu trovato il cannone spezzato.

— Corpo d'una balena!

— Anche il maggiore Edwards William nel 1784 fece degli esperimenti.

— Con altri cannoni?

— No, con bombe. Ne riempì otto che avevano il diametro esterno di 32 centimetri e una grossezza di parete di millimetri 0,038; le turò con tappi di ferro solidamente trattenuti da lamine e le sottopose ad una temperatura che variava fra i 19° e i 28° sotto zero. Sette bombe lanciarono in aria il turacciolo e la ottava scoppiò. E nota, non tutta l'acqua racchiusa si era gelata.

— Ora credo che una nave possa venire stritolata dalle pressioni dei ghiacci, per quanto abbia le costole salde. Ditemi, tenente, quale densità ha il ghiaccio?

— Gli scienziati, dopo lunghi studi, l'hanno determinata al valore medio di 0,918, a 0° di temperatura.

— Un'altra domanda, tenente. Perchè il mare gela solamente alla superficie? Se il freddo è intenso dovrebbe gelare anche in fondo.

— Ora te lo spiego, curioso fiociniere. Quando la temperatura è scesa allo zero, lo strato d'acqua superiore di un mare, di un lago o di un fiume, raffreddandosi diventa più pesante rispetto agli altri strati che possiedono ancora del calore e allora precipita in fondo. Il secondo strato, occupando il primo posto, pure si raffredda e pure precipita, e così avviene pure di tutti gli altri. Quando a tutti è stato sottratto il calore, il primo strato gela ed essendo il ghiaccio un cattivo conduttore, impedisce o almeno ritarda molto il congelamento degli altri. Ecco perchè difficilmente un mare gela dalla superficie al fondo.

— Secondo questa vostra teoria, i mari più profondi gelerebbero meno facilmente degli altri.

— Certo, Koninson.

— Ditemi, tenente, quale è la più bassa temperatura a cui gela l'acqua?

— Secondo le ultime osservazioni questa temperatura sarebbe di 12 centesimali sotto zero per l'acqua limpida e tranquilla.

— L'acqua del mare, che è salata, si solidifica meno facilmente di quella dei laghi e dei fiumi?

— Sì, perchè prima deve separarsi dai sali. Oh!, cosa vedo!

— Cosa mai? — chiese Koninson, curvandosi sulla murata e gettando uno sguardo sul mare.

— Ancora le macchie oleose.

— Siamo adunque sulle traccie delle balene. Ah!, se venissero a tiro del mio rampone!

Il tenente non si era ingannato. Dinanzi alla prua del «Danebrog» erano ricomparse le macchie oleose che il nebbione aveva fatto smarrire.

La bella nuova fu tosto recata al capitano, il quale ordinò tosto di seguirle per quanto lo permettevano i ghiacci, che erano sempre numerosissimi.

Disgraziatamente non lo dovevano che per un breve tratto. Già da alcuni minuti la nuvola formatasi in cielo si era dilatata prendendo una tinta più fosca e minacciando di coprire il mare con un nebbione pari, se non maggiore, a quello del dì innanzi.

Ben presto la costa americana, che non distava più che sei o sette miglia, scomparve, poi si coprì pure il sole. La nube continuò a scendere qualche ora dopo e finalmente si trovò a breve distanza dalla superficie del mare che aveva perduto la sua brillante tinta verdastra.

A mezzodì un vento freddissimo cominciò a soffiare dal nord, abbattendo non pochi ghiacci male equilibrati e mettendo in movimento tutti gli altri con grande pericolo del «Danebrog» che poteva venire schiacciato.

Tutto all'ingiro s'udirono allora tonfi, scoppi violenti e cozzi formidabili che diventavano, quanto più il vento cresceva, sempre più forti.

Alle 2 il mare presentava uno spettacolo spaventevole. Lunghe ondate, come se fossero mosse da una forza misteriosa, correvano da nord a sud, colle creste coperte di candida spuma, accavallandosi disordinatamente e lanciando in aria giganteschi sprazzi che il vento tosto disperdeva e polverizzava.

Sulle loro cime o nei loro avvallamenti, gli «icebergs», gli «hummoks», i «palks» e gli «streams» si dondolavano spaventosamente, ora tuffandosi ed ora tornando a galla; si urtavano furiosamente struggendosi reciprocamente e, lanciando ovunque frammenti, si rovesciavano facendo fuggire con acute strida gli uccelli marini che avevano piantato nei crepacci i loro nidi. Guai se uno di essi avesse urtato, con quell'impeto, i fianchi del vascello!

I marinai, pallidi, col terrore negli occhi, seguivano attentamente i balzi disordinati di quelle montagne e ogni qualvolta una di esse minacciava di portarsi presso il vascello, sporgevano i buttafuori onde possibilmente respingerla.

Alle 3, quando l'oscurità era maggiore, cominciò a cadere attraverso il nebbione una neve fitta che in pochi minuti coperse i ghiacci, la tolda e gli attrezzi del «Danebrog». Il freddo scese quasi tutto d'un colpo di altri 8 gradi!

— L'affare diventa serio assai! — disse il tenente a Koninson. — Corriamo il pericolo di venire sfracellati.

— E l'oscurità cresce sempre — disse il fiociniere, masticando rabbiosamente un mozzicone di sigaro. — Un gran brutto navigare è il nostro, con tutti questi ghiacci che pare abbiano una voglia matta di fare del «Danebrog» una frittata. Vedete la costa americana, signor Hostrup?

— No, Koninson, e anche quella costa mi dà assai da pensare. Possiamo trovarci da un istante all'altro dinanzi a una delle numerose isole o scogliere che la cingono.

In quell'istante, tra i fischi del vento e i muggiti delle onde, si udì mastro Widdeak gridare con accento di terrore:

— Abbiamo un «iceberg» a prua!

Il capitano, il tenente e Koninson, malgrado i violentissimi beccheggiamenti del vascello, si slanciarono colà. A mezza gomena appena, attraverso il nebbione, si vedeva scintillare una gran montagna di ghiaccio la quale, urtata da tutte le parti dalle onde, pareva fosse lì lì per capovolgersi.

— Vira, timoniere! — urlò il capitano. — Tutti ai bracci delle manovre!

Il «Danebrog», che non era più che a venti o a trenta passi dall'«iceberg», virò prontamente sul posto, ma ricevette sul fianco tale colpo di mare che lo fece quasi rovesciare sul tribordo. Quasi nel medesimo istante si udì ancora mastro Widdeak urlare:

— Bada, timoniere! Un altro «iceberg» dinanzi la prua!

Infatti, dritto l'asta di prua, era improvvisamente apparso un altro «iceberg» e questo ancora più grande del primo. Era una specie di colonna alta almeno cento metri e grossa quasi altrettanto.

— Siamo proprio circondati? — gridò il capitano con ira.

Si slanciò alla ruota del timone, e mentre i marinai, ad un comando del tenente, si portavano tutti a prua armati dei buttafuori, diresse la nave in modo da passare fra le due montagne che erano distanti appena due gomene l'una dall'altra, manovra quanto mai pericolosa, poichè potevano proprio in quel momento perdere l'equilibrio e sfracellare il «Danebrog» assieme a tutti quelli che lo montavano.

— State in guardia, capitano! — gridò il tenente, appena vide la nuova direzione presa dalla nave. — Gli «icebergs» non mi sembrano bene equilibrati.

— Non temete, tenente! — rispose il capitano con voce ferma. — Che nessuno abbandoni i buttafuori!

Il «Danebrog», spinto dal vento e dalle onde e guidato dalla ferrea mano del capitano Weimar, si avvicinò rapidamente alle due montagne le quali, violentemente urtate dalle acque che muggivano e rimuggivano, balzando e rimbalzando, oscillavano spaventosamente minacciando di urtarsi e di capovolgersi.

Non mancavano più che poche decine di metri, perchè il «Danebrog» giungesse al pericoloso passo, quando dall'«iceberg» più grande caddero in mare parecchie centinaia di ghiacciuoli, ciò che indicava che stava per perdere l'equilibrio.

Un urlo di terrore si alzò sul ponte della nave; i marinai che si erano raggruppati a prua, lasciarono il posto precipitosamente, gettando via i buttafuori. Alcuni si slanciarono verso le baleniere, ritenendo ormai imminente una catastrofe.

Il tenente, che era rimasto intrepidamente sul castello di prua, si gettò in mezzo ai fuggiaschi alzando minacciosamente il buttafuori che teneva in mano.

— Ai vostri posti! — urlò.

— Il primo che pone una mano sulle baleniere lo ammazzo come un cane! — tuonò dal canto suo il capitano, che si teneva aggrappato alla ruota del timone. — Tutti a prua o siamo perduti!

Koninson primo, mastro Widdeak secondo, poi tutti gli altri riguadagnarono i posti assegnati. Era tempo! Il «Danebrog» si era cacciato fra le due montagne di ghiaccio e una di queste, portata innanzi da un'onda, minacciava di spezzare i pennoni e le murate.

I marinai, quantunque il terrore li agghiacciasse, ubbidirono di comune accordo. L'«iceberg» che avanzava sempre rollando spaventosamente, tutto d'un tratto s'inclinò verso la nave che gli passava di fianco ratta ratta e sfracellò i buttafuori mandando a terra gli uomini che li stringevano. Per la seconda volta i marinai abbandonarono i loro posti fuggendo a tribordo. Il capitano Weimar gettò un vero ruggito e il tenente, malgrado tutto il suo coraggio, impallidì. Entrambi credettero che questa volta pel «Danebrog» fosse proprio finita.

Un'altra onda avvicinò di più la montagna di ghiaccio. Un pennone, quello di maestra, che sporgeva assai fuori dal bordo, fu smussato da un blocco di ghiaccio staccatosi dalla cima dell'«iceberg»

— Si salvi chi può! — urlarono alcuni marinai, che avevano perduto completamente la testa.

— Fermi! Fermi! Passiamo! — tuonò il capitano Weimar sempre ritto dietro la ruota del timone.

Il «Danebrog», trasportato dal vento che soffiava con forza irresistibile, filava come una rondine marina quasi strisciando sul fianco della montagna. Due volte toccò, ma finalmente uscì dal pericoloso passo e si slanciò sulle onde furenti lasciandosi addietro i due «icebergs», i quali in brevi istanti scomparvero nel nebbione.

Un grido di gioia s'alzò fra l'equipaggio, unito al grido di: «Viva il capitano»!

Ma quel grido cessò quasi subito. Uno strano e formidabile fragore si era improvvisamente udito verso sud-est. Pareva che l'oceano si rompesse contro una costa che il nebbione non permetteva di vedere.

— Tenente Hostrup! — gridò il capitano che aveva pure udito quel lungo muggito. — Cosa abbiamo dinanzi a noi? La costa americana forse?

Il tenente salì sul castello di prua e guardò attentamente dinanzi, a babordo e a tribordo, ma altro non vide che furiosi marosi i quali trascinavano nei loro disordinati movimenti ghiacci di ogni dimensione, sfracellandoli gli uni contro gli altri. Si curvò più che potè verso l'acqua e tese attentamente gli orecchi. Fra i fischi del vento e i cozzi dei ghiacci udì distintamente un sordo muggito.

— Sì, capitano — gridò. — Noi abbiamo vicina la costa o una scogliera.

— Tutti ai bracci delle vele pronti a virare! — comandò il capitano.

Il «Danebrog» per dieci minuti tirò innanzi, sempre orribilmente sballottato dalle onde, che saltavano sopra le murate inondando la tolda da prua a poppa. Ad un tratto, a breve distanza apparve una spuma biancastra e il muggito poco prima udito divenne così intenso da credere che la costa o le scogliere fossero a poche gomene. Il capitano Weimar stava per dare il comando di virare, quando avvenne un leggero cozzo che arrestò subito la marcia del «Danebrog».

Il tenente e Koninson corsero a prua e si issarono, per meglio vedere, sul bompresso. Quasi subito avvenne un secondo urto e questa volta così forte da rovesciare tutto l'equipaggio. Una montagna d'acqua, varcate le murate, si precipitò sulla tolda atterrando tutto ciò che incontrava.

Tra i fischi del vento ed i muggiti delle onde s'udirono due grida d'aiuto, poi più nulla. Quando i caduti si rialzarono, il «Danebrog» galleggiava ancora, ma due uomini mancavano. Il tenente Hostrup e il fiociniere Koninson, che al momento dell'urto si trovavano sull'albero di bompresso, erano stati trascinati via dal colpo di mare!