I pirati della Malesia/Capitolo XXV - La nave dei forzati

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Capitolo XXV - La nave dei forzati

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Capitolo XXIV - A bordo del Realista Capitolo XXVI - La rivolta

Capitolo XXV
La nave dei forzati


Il frapponte di quel vecchio trasporto di forzati presentava uno spettacolo ripugnante e orribile.

Quell’immenso stanzone, che si estendeva dal posto dell’equipaggio al quadro di poppa, era tappezzato di corpi umani, d’un aspetto che ispirava ribrezzo.

Trecento uomini, la schiuma dell’Inghilterra e delle colonie inglesi dell’Asia, giacevano ammucchiati in quel luogo, gli uni addosso agli altri, incatenati come bestie feroci.

Vi erano giovani abbrutiti dal vizio e dai delitti, uomini di mezza età e vecchi dai capelli bianchi, ma che contavano più infamie di tutti gli altri. Ladri, incendiari, ubriaconi incorreggibili, assassini, si trovavano insieme, tutti in rotta per l’isola di Norfolk, il più orribile penitenziario dell’Oceano Pacifico.

Vi erano dei colossi dai lineamenti bestiali, dei giovani che parevano ròsi dalla tisi o consunti dai vizi; nature vigorose che dovevano campare lunghissimi anni ancora e forse commettere nuovi delitti, e nature già esaurite che dovevano forse spegnersi prima di poter vedere le punte dei giganteschi pini dell’isola maledetta.

Un tanfo ammorbante, come un tanfo di fiere, emanato da quei trecento corpi, circolava nel frapponte, mentre un russare sonoro, che faceva vacillare perfino le fumose fiamme delle due lanterne rischiaranti quell’immensa prigione oscillante, rombava cupamente, interrotto di quando in quando dal lugubre tintinnìo di qualche catena.

Sandokan e Yanez si erano arrestati, guardando con ripugnanza quel carnaio russante.

— E’ orribile! — aveva esclamato per la seconda volta il portoghese. — Non avevo mai sognato una simile scena! Meglio un campo di battaglia bagnato di sangue e cosparso di morti e di moribondi che questo covo di banditi!...

— Venite, — disse bruscamente il mastro.

I due capi della pirateria ed i loro uomini lo seguirono senza più parlare. Passarono accanto a quell’ammasso di dormienti, procurando di non calpestarne qualcuno, e giunsero verso poppa.

Il mastro li fece sedere presso altrettanti anelli di ferro infissi nel tavolato, ordinando loro di chiudere gli occhi e di dormire.

— Non avete ordine di legarci? — chiese Sandokan.

— E’ inutile, — rispose il marinaio con un sorriso. — Voi siete persone... rispettabili. Questo, però, sarà il vostro posto.

Ciò detto, se ne andò senza aggiungere altro. Sandokan e Yanez si guardarono in viso.

— Questa libertà favorirà i miei disegni, — disse il primo.

— E la catena che teniamo ai piedi? — concluse Yanez.

— Al momento opportuno cadrà infranta.

— Che cosa vuoi tentare dunque tu? Stai maturando qualche disegno.

— Penso alla libertà, Yanez. Ah! Quel bravo James Brooke crede che io mi lasci condurre a Norfolk. S’inganna, amico mio. Succederà forse un terribile massacro, ma, prima che la nave giunga in vista del capo Siriki, noi saremo padroni di questa vecchia carcassa.

— Conti forse di sollevare questi galeotti?...

— Sì, Yanez.

— E credi che ti obbediranno?

— Forse che non desiderano la libertà anch’essi?

— E l’equipaggio?

— Cederà sotto il formidabile assalto di questi bruti scatenati da noi.

— E poi?...

— Poi torneremo a Sarawack.

— Ancora?...

— Credi tu che la Tigre della Malesia possa rassegnarsi alla sua sconfitta?... No, Yanez. Io strapperò il trono a James Brooke.

“Ho pensato troppo tardi a Muda-Hassim; ma avremo occasione di sollevare i suoi Dayachi contro James Brooke.

— Conosci Muda-Hassin?...

— L’ho conosciuto molti anni or sono.

— È nipote del sultano di Sarawack, è vero?...

— Sì, di quel sultano che invece di cedere il potere a Muda, ha preferito donarlo a Brooke.

— E dove si trova quel pretendente?... — chiese Yanez.

— A Sedang, guardato da alcuni fidi del rajah.

In quell’istante una voce imperiosa, partita dall’estremità del frapponte, tuonò:

— Silenzio, o vi farò tacere col gatto a nove code.

— È la sentinella che veglia verso prora, — dissero Sambigliong e Tanauduriam, che stavano sdraiati dietro i due capi.

— Chiudiamo gli occhi, — aggiunse Sandokan. — Non è ancora il momento di rivelarsi.

I quattro si sdraiarono sul tavolato, letto non molto comodo certamente, ma che non dava fastidio a loro, abituati a dormire sovente sulla nuda terra delle loro foreste, e chiusero gli occhi addormentandosi placidamente, leggermente cullati dalle onde del mare che battevano i fianchi del vecchio vascello.

Durante la notte però, due o tre volte Sandokan si svegliò e si alzò per osservare con particolare attenzione i forzati che dormivano a lui vicino. I suoi sguardi s’erano specialmente rivolti su di un uomo di statura gigantesca, dalle spalle straordinariamente larghe e dalle braccia enormemente sviluppate, indizio d’una forza più che straordinaria.

Quel forzato pareva che dovesse avere circa quarant’anni. Era un èrcole dai capelli folti e rossi, dalla fronte assai spaziosa e dai lineamenti regolari, che contrastavano con quelli alterati e feroci dei suoi vicini.

Quantunque indossasse la divisa di tela dei forzati, dalla tinta abbronzata del suo volto e dal modo con cui dormiva, un osservatore attento avrebbe potuto indovinare in lui od un uomo di mare od uno scorridore dei boschi. Più d’una volta Sandokan aveva provato la tentazione di svegliarlo, per poterlo meglio osservare, ma la tema di destare l’attenzione della sentinella che vegliava all’estremità del frapponte, appoggiata al suo fucile, lo aveva trattenuto.

— Ecco un uomo che può essere utile, — mormorò. — Simili giganti sono preziosi. A domani.

Dopo quest’ultima riflessione s’era riaddormentato, a fianco di Yanez, tenendo i pugni stretti attorno alla fascia, come era sua abitudine, credendo ancora di avere le armi.

Un fracasso assordante di catene, misto a urla di dolore, lo strappò bruscamente dal sonno, facendogli aprire gli occhi.

Due marinai percorrevano il frapponte, facendo fischiare in aria due staffili e gridando con voce rimbombante:

— Su canaglie!...

Di quando in quando i due staffili cadevano, percuotendo vigorosamente qualche gruppo di forzati, subito seguiti da una salve di urla di dolore e d’imprecazioni.

Quei due marinai maneggiavano quei terribili strumenti senza misericordia, senza badare dove colpivano. Abbiamo detto strumenti terribili; la frase non ha nulla di esagerato poiché si trattava del famoso gatto a nove code, in uso fino a pochi anni or sono nella marina inglese e nei penitenziari.

Questo staffile, così chiamato perché si compone di nove corregge attaccate ad un corto manico e terminanti in altrettante piccole palle di piombo, è senza dubbio peggiore dello knut dei russi o del courbasc di pelle d’ippopotamo dei sudanesi e degli abissini.

Ogni volta che cade, le palle di piombo tracciano un solco sanguinoso sul dorso del paziente, e bastano cinquanta colpi e talvolta anche meno per uccidere un uomo.

E’ incredibile la paura che ispirava ai marinai delle navi da guerra ed ai malfattori dei penitenziari inglesi questo strumento, poiché dopo quindici o venti colpi riduceva l’uomo più robusto in uno stato compassionevole.

Si può dire che ispirava maggior terrore che la forca. Infatti per distruggere la tremenda banda degli strangolatori londinesi, che per parecchi anni continuò a strozzare i pacifici viandanti che tornavano alle loro case un po’ tardi, bastò che i giudici minacciassero di applicare cinquanta colpi di staffile ai colpevoli, anziché la forca, per vederla scomparire.

Yanez, Tanauduriam e Sambigliong si erano prontamente alzati per non ricevere qualcuna di quelle brutali carezze. Sandokan invece, dopo aver guardato di che cosa si trattava, era tornato a sdraiarsi chiudendo gli occhi.

I due marinai, continuando la loro corsa, giunsero ben presto dinanzi ai quattro pirati. Vedendo che Sandokan non aveva obbedito all’ordine di svegliarsi, uno dei due si curvò su di lui, gridando:

— In piedi!

La Tigre della Malesia non si mosse. Tanauduriam e Sambigliong, credendo che il loro capo non avesse udito il grido del marinaio, stavano per urtarlo. Uno sguardo fulmineo di Yanez li trattenne.

Il portoghese s’era ormai accorto che Sandokan non dormiva, doveva quindi, avere il suo motivo per tener chiusi gli occhi.

— In piedi, furfante!... — ripetè il marinaio, facendo fischiare in aria lo staffile.

Vedendo che la voce non otteneva alcun effetto, il gatto a nove code scese e frustò Sandokan in pieno petto, lacerandogli la camicia di seta verde.

Lo staffile aveva appena toccato, che la Tigre della Malesia scattò in piedi con uno slancio improvviso. Afferrare di colpo il marinaio per le reni e alzarlo in aria come se fosse un fanciullo, fu un lampo.

La voce del formidabile uomo tuonò come lo scoppio di un pezzo di artiglieria, facendo rimbombare il frapponte:

— Miserabile!... e tu osi battere me, la Tigre della Malesia, il capo dei terribili pirati di Mompracem?... Ti uccido!...

Il marinaio, mezzo soffocato da quella possente stretta che gli faceva crocchiare le costole, aveva mandato un urlo di dolore e di rabbia impotente.

Il suo compagno si era precipitato verso Sandokan collo staffile alzato, pronto a colpire. Tanauduriam ed il suo compagno vegliavano però sul loro capo. Con uno sgambetto mandarono a gambe levate il marinaio, poi lo tennero fermo contro il tavolato, impedendogli di accorrere in aiuto del suo compagno.

Il formidabile pirata, che aveva dato una così pronta prova del suo vigore straordinario e della sua audacia, aveva fatto colpo su quei furfanti incalliti nei delitti e abituati ad ammirare gli uomini coraggiosi e risoluti. Per di più le vesti pittoresche e ricche che indossava il capo della pirateria, quel grande turbante di seta bianca e verde adorno d’un grosso diamante, che mandava vividi bagliori sotto i riflessi rossastri delle lanterne, erano bastati per dare loro un’alta considerazione del loro compagno di prigionia, che pareva un principe anziché un volgare forzato.

Grida di stupore e di ammirazione sfuggivano da tutte le labbra.

— Che uomo!...

— Che vigore!...

— Bravo!... Accoppa quel gaglioffo!

Una voce acuta gridò ad un tratto:

— Camerati!... Vi propongo di proclamare quel bravo principe re dei forzati!...

Uno scroscio di applausi accolse la strana proposta, ma subito si spense in un tramestìo di catene.

La sentinella aveva dato l’allarme e una dozzina di marinai, armati di fucili colle baionette inastate, aveva fatto irruzione nel frapponte, slanciandosi in aiuto dei due marinai. Un tenente, lo stesso che aveva accolto Sandokan la sera precedente, guidava il drappello.

— Lasciate andare quell’uomo! — gridò, impugnando risolutamente le sue pistole e puntandole verso Sandokan.

Tanauduriam e Sambigliong, ad un cenno di Yanez, avevano già permesso al secondo marinaio di alzarsi, dopo però averlo privato dello staffile. Sandokan, udendo l’intimazione del tenente, si era voltato.

— Ah! siete voi!... — disse. — Ecco il vostro uomo; badate però che se costui oserà alzare ancora il suo staffile contro di me, lo uccido! Depose il marinaio, poi spingendolo innanzi, gli disse:

— Vattene!...

— Vi prometto che nessuno vi toccherà finché voi sarete a bordo di questa nave, perché tale è l’ordine di S. A. il rajah — disse il tenente. — Io però sono costretto a farvi incatenare.

— Fate, — rispose freddamente Sandokan.

— Vi posso però evitare questa umiliazione, se voi mi darete la parola di non ribellarvi più mai ai miei uomini.

— Non l’avrete mai.

— Eseguite i miei ordini, — disse il tenente volgendosi verso i suoi uomini.

Due marinai s’accostarono a Sandokan e passarono la catena che questi portava alle gambe nell’anello del frapponte. Il pirata lasciò fare, ma poi, afferrando la catena con ambe le mani, la torse con violenza, quindi con una strappata irresistibile la spezzò, facendo saltare gli anelli pel tavolato.

— Eccole le vostre catene, — disse. — Per la Tigre della Malesia, ne occorrono ben altre.

I forzati, al colmo dello stupore, non fiatavano più. Essi guardavano con una specie di terrore quell’uomo che aveva dato, in così breve tempo, due prove del suo straordinario vigore e che pareva non temesse quei brutali guardiani, i quali colla loro sola presenza facevano tremare tutti gli ospiti del frapponte.

Anche il tenente, vedendo rompere la catena, era rimasto immobile a guardare, col più vivo stupore, il formidabile pirata.

— Che cosa avete fatto? — gli chiese.

— Lo vedete, — rispose Sandokan. — La catena m’importunava e l’ho spezzata. Poi, rizzandosi fieramente in piedi ed incrociando le braccia sul petto, disse con accento sdegnoso:

— Ho nelle vene sangue reale e simile umiliazione non la sopporterò mai, dovessi impegnare una lotta suprema fra me e tutti voi.

— Vi fareste uccidere...

— La Tigre della Malesia non teme la morte: l’ha sfidata in cento abbordaggi!... D’altronde mi si lasci tranquillo ed io non mi ribellerò ai vostri uomini. James Brooke non vi ha detto di maltrattarmi, né d’ingiuriarmi.

— Vi manterrete tranquillo?...

— Lo spero, — rispose Sandokan con un leggero accento beffardo.

— Vi prometto che nessuno v’importunerà.

— Sta bene.

Ciò detto, Sandokan tornò a sedersi in mezzo ai suoi compagni, mentre il tenente s’allontanava coi suoi uomini.

I forzati non si erano mossi. Guardavano sempre con un misto di stupore e d’ammirazione il terribile pirata, come se fossero stati ipnotizzati dallo sguardo ardente di lui.

Dinanzi a tutti stava il gigante che Sandokan aveva notato durante la notte. Pareva molto sorpreso e non staccava gli occhi dal capo dei pirati di Mompracem.

La discesa di alcuni marinai, che portavano enormi pentoloni ed un ammasso di gamelle, ruppe quella specie d’incanto.

— La zuppa!... — esclamarono alcun forzati.

Un tramestìo fragoroso di catene rimbombò nel frapponte.

La dispensa del rancio mattutino era cominciata. Le gamelle, ripiene d’una zuppa fumante e nerastra, circolavano rapidamente fra quei disgraziati ed altrettanto rapidamente si vuotavano.

Giunti presso i quattro prigionieri di James Brooke, i marinai deposero presso di loro quattro gamelle, aggiungendovi però, certamente per ordine del comandante, un boccale di vino anziché d’acqua, delle gallette e un pezzo di prosciutto salato.

— Per Bacco, che lusso!... — esclamò Yanez, che conservava il suo inalterabile buon umore. — I nostri compagni di galera saranno invidiosi della nostra tavola.

— A suo tempo avranno qualche cosa di meglio, — rispose Sandokan, che s’era messo a divorare la zuppa con un appetito formidabile.

— Pensi sempre al tuo piano?...

— E che?... Crederesti tu che io avessi fatto poco fa tanto fracasso pel capriccio di sollevare in aria quel marinaio e di buscarmi una frustata?... Era necessario ch’io mostrassi a questi forzati di che cosa sono capace io e che sapessero che io sono la Tigre della Malesia. Fra un pirata ed un bandito, il passo non è lungo, fratello mio.

“Vedrai che d’ora innanzi questi galeotti mi obbediranno tutti a un solo cenno.

— Comincio a crederlo, Sandokan. Questi uomini non si piegano che dinanzi alla forza.

— Vi è poi un uomo, forte forse più di me, sul quale conto.

— Il gigante che ci sta presso e che ci guarda in bocca!... Mi pare che quel povero diavolo abbia un desiderio ardente di dividere il nostro pasto, tre volte più abbondante del suo.

Sandokan s’era vivamente voltato. L’uomo dai capelli rossi li guardava, con certi occhi che tradivano un’ardente bramosia di gettarsi su quei viveri che essi stavano consumando. Certamente a quel povero diavolo non bastava la magra razione dei forzati, specialmente con quella sua robusta costituzione.

Sandokan comprese subito che quella era la miglior occasione per mettersi in relazione con quell’ercole.

— Vi fa piacere? — gli disse, porgendogli una galletta.

Il forzato esitò un momento, vergognoso forse che quel formidabile uomo lo avesse sorpreso in quell’attitudine e che avesse indovinato il suo desiderio, poi allungò rapidamente una mano, afferrò il pane e lo portò avidamente alle labbra, mormorando con voce quasi strozzata:

— Grazie, signore.

Poi due lagrime gli spuntarono sugli occhi e gli scesero sulle brune gote.

— La razione non vi basta, è vero?... — gli chiese Sandokan, porgendogli altri biscotti ed un pezzo di prosciutto salato.

— No, signore, e sono sette lunghe settimane che soffro la fame, — rispose il gigante con sorda rabbia.

— Dovevate dirlo agli ufficiali od al capitano.

— Costoro hanno ben altro da fare che occuparsi di miserabili pari nostri. Ho supplicato più volte i marinai di aggiungere qualche cosa alla mia razione e m’hanno riso in faccia dandomi della canaglia.

“Morte dell’inferno!... Eppure sono stato più disgraziato che colpevole!...

— Siete inglese?...

— Gallese, signore.

— Eravate marinaio forse?...

— A bordo d’una fregata, la ‘’Scotia’’.

— E per quale motivo vi trovate qui, in rotta per l’isola dei forzati?...

Il gigante abbassò gli occhi, poi con voce strozzata da un singhiozzo, mormorò:

— Perché ho ucciso... un uomo...

— Qualche camerata?

— Un quartiermastro, signore. Era un cattivo arnese... un prepotente che tormentava i miei camerati.

“Non lo so... una sera io avevo bevuto... bevuto troppo... egli ebbe l’audacia di schiaffeggiarmi... battere me... John Fulton... l’uomo più forte del gallese!... Perdetti il lume degli occhi... non vidi più nulla... non compresi l’enormità che stavo per commettere... alzai il mio pugno e lo lasciai cadere sul suo cranio... L’uomo pochi istanti dopo era morto!... Sia maledetta quella sera che ha fatto di un onesto marinaio... un galeotto, un forzato destinato a trascinare la catena dei miserabili!...

Il marinaio aveva lasciato cadere i biscotti che teneva in mano, s’era preso il capo fra le mani e singhiozzava, mentre abbondanti lagrime gli scorrevano fra le dita.

Sandokan e Yanez lo guardavano in silenzio.

— Povera madre mia, alla quale ho causato tanto dolore e che forse mai più rivedrà l’unico suo figlio, — riprese poco dopo il gigante, con voce rotta, singhiozzando. — Io sarò la causa della sua morte!...

— E non avete mai pensato alla libertà? — gli chiese Sandokan.

Il gallese alzò vivamente la testa, dardeggiando sulla Tigre della Malesia uno sguardo ardente.

— La libertà!... — esclamò. — Darei tutto il mio sangue per poterla riavere, per rivedere la mia vecchia madre, la mia bianca casetta, il mio villaggio! Ma no, questo sogno non si avvererà mai ed io finirò la mia triste vita nell’isola maledetta dell’Oceano Pacifico.

— E se vi fosse un uomo capace di darvela?...

— E chi sarà quell’uomo? La mia vita gli apparterrebbe tutta.

— Sarò io, — disse Sandokan.

— Voi! — esclamò il gallese con stupore. — Ma non siete anche voi un uomo condannato all’isola di Norfolk?

— E che cosa importa?

— Voi siete la Tigre della Malesia, il terribile capo dei pirati di Mompracem. Ho udito parlare più volte delle vostre temerarie imprese, durante i miei viaggi al Borneo: ho veduto or ora di quanto siete capace, ma... che voi possiate rendere a me la libertà... perdonate... ne dubito.

— Guardatevi intorno, John Fulton — disse Sandokan. — Credete voi che gli uomini che ci circondano non anelino, al pari di voi, alla libertà?...

— Lo credo, signore.

— E che tutto tenterebbero pur di acquistarla?

— Anche questo è vero.

— Scateniamo questa orda di furfanti e li vedrete fare dei prodigi, scagliarsi contro la morte come i miei pirati di Mompracem e gareggiare con essi per ferocia e per coraggio. Mettete alla loro testa dei capi risoluti, decisi a tutto e poi mi direte se vi sembrerà impossibile la conquista di questa nave.

Il gallese lo aveva ascoltato in silenzio, guardandolo con crescente stupore. I suoi occhi, poco prima umidi di pianto, mandavano ora lampi, mentre un’ondata di sangue gli coloriva le gote e la fronte.

— La libertà! — rantolò. — Sì, scatenare questi uomini, mettersi alla loro testa, assalire l’equipaggio, impadronirsi della nave! Se voi siete capace di fare questo, la mia vita vi apparterrà!

— Ditemi, innanzi tutto: avete dell’influenza fra questi forzati? — chiese Yanez.

— Sì, signore, — rispose il gallese. — La mia forza prodigiosa, che un giorno li protesse contro un marinaio che li martirizzava a colpi di gatto a nove code, e che io quasi accoppai con un pugno, mi ha procurato una certa autorità! Così mi obbediscono come fossi il loro capo.

— Allora voi li avvertirete dei nostri disegni. Spero che nessuno ci tradirà.

— Non abbiate questo timore: esiste troppo odio fra condannati e guardiani.

— Quanti uomini credete che vi siano a bordo?

— Ottanta marinai e quattro ufficiali.

— Vi sono cannoni in coperta? — chiese Sandokan.

— Due sul cassero, — rispose il gallese.

— Quelli m’inquietano, — mormorò Sandokan, la cui fronte s’era corrugata. — Al primo assalto l’equipaggio si trincererà sul cassero e ci mitragliera spietatamente. Bisognerebbe inchiodarli.

— È impossibile, Sandokan, — disse Yanez. — Vi è la guardia al timone.

— Lo so, ma temo che quei due pezzi facciano un macello di noi. Ad un tratto si battè la fronte.

— Ah! — esclamò.

— Cos’hai, fratello?

— Per Allah! — esclamò Sandokan, mentre un sorriso sinistro gli sfiorava le labbra. — La nave andrà forse in fiamme, ma il capo Siriki non sarà allora lontano.

“John Fulton, mettetevi all’opera. Fra tre giorni tutti dobbiamo essere pronti per la lotta.